sabato 19 gennaio 2019

Un "parecchio" inascoltato

Giovanni Giolitti, il 24 gennaio 1915, scrive da Cavour all’on. Peano una lettera, che “La Tribuna”, quotidiano di Roma, diretto da Olindo Malagodi, pubblica il 2 febbraio. Ne diamo il testo integrale, commentato da Vincenzo Pich.
 
Caro Amico,
È stranissima la facilità con la quale, parte in buona e parte in malafede si formano le leggende. Ora due tendono a formarsi; una di pretesi miei rapporti col principe di Bulow, l’altra l’opinione che mi si attribuisce che si debba mantenere in modo assoluto la neutralità in qualunque caso.
Conosco il principe di Bulow da molti anni, ho grande stima del suo ingegno e del suo carattere, l’ho sempre trovato amico dell’Italia, beninteso mettendo sempre in prima linea il suo paese,come è suo dovere.
Egli quando era a Roma come semplice privato veniva spesso a visitarmi. Ora che venne a Roma come ambasciatore lo incontrai per caso in Piazza del Tritone: mi disse che voleva venirmi a trovare; gli risposi che, essendo io un disoccupato, sarei andato da lui e così feci l’indomani. Si parlò in modo affatto accademico dei grandi avvenimenti, ma mi guardai bene dall’entrare nell’argomento del contegno che debba tenere l’Italia. Avrei mancato al mio dovere, né egli entrò in tale argomento, perché è uomo che non viene mai meno alle convenienze.
Alcuni giorni dopo venne a restituirmi la visita; io non ero in casa, mi lasciò una carta di visita e non lo vidi più essendo io partito da Roma.
La mia adesione al partito della neutralità assoluta: altra leggenda.
Certo io considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessario per l’onore o per i grandi interessi del paese.
Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso altri popoli. Per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del proprio paese. Ma quando necessario non esiterei ad affrontare la guerra, e l’ho provato.
Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile, che, nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra; ma su di ciò chi non è al governo non ha elementi per un giudizio completo.
Quanto alle voci di cospirazioni e di crisi non le credo possibili.
Ho appoggiato ed appoggio il Governo, nulla importandomi delle insolenze di chi gli si professa amico ed invece è forse il suo peggior nemico.
Gradisca i più cordiali saluti.
Aff.mo: Giovanni Giolitti

A novembre del 1918 finisce la prima, ma dopo poco più di due decenni inizierà la seconda guerra mondiale.
La prima guerra mondiale si conclude con la disfatta degli Imperi Centrali e in quel crepuscolo del 1918 si trovano di fronte, deposte le armi, vinti e vincitori: sia chi aveva a lungo perseguito trionfi, infine fallito, sia chi partecipava ora alla spartizione del bottino, non senza rimpiangere quel qualcosa in più, che si vedeva conteso. Ma, se il conflitto militare cessava, si aprivano prospettive di rivoluzioni politiche e sociali con l’affrontarsi dell’ ideologia marxista-leninista e delle nuove istanze fondate sul culto di un uomo di forte vocazione autoritaria e del totalitarismo dello stato etico. Il tutto traeva origine dalla guerra che Giovanni Giolitti avrebbe voluto evitare, come si evince, tra svariate altre testimonianze, dalla sua lettera a un amico, pubblicata su “ La Tribuna” di Roma: “Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile che, nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra”.
Senonché, subito dopo, l’ex Presidente del Consiglio dei ministri ammetteva: “Ma su di ciò chi non è al governo non ha elementi per un giudizio completo”.
E così, il 24 maggio del 1915 anche l’Italia entrava in guerra e si avviava a pagare l’intervento, che avrebbe causato un numero enorme di morti e tracciato un solco profondo tra interventisti e neutralisti, questi rappresentati dai socialisti e dai popolari di Don Sturzo, divisione che si sarebbe protratta a lungo e con l’effetto di favorire l’ascesa del fascismo.
Da allora l’Italia, l’Europa e il mondo intero entrano in un tunnel da cui usciranno solo nel 1945, con la fine della seconda guerra mondiale.
Fortunatamente, l’Italia conservava la sua Monarchia, sottraendo il Paese legittimo all’autorità nefasta del nazionalsocialismo di Hitler. Si schiererà, pertanto, a fianco degli alleati inglesi e americani fin dal 1943, concludendo la seconda guerra mondiale contestualmente alla vittoria delle democrazie e alla liberazione immediata di quasi tutto il suo territorio.
Lasciamo immaginare, se l’Italia non avesse avuto il baluardo legale e morale del Regno, largamente condiviso, quale maggior tragedia le sarebbe toccata, tra morti e distruzioni senza fine.

Vincenzo Pich
Unione Associazioni Piemontesi nel Mondo, Torino

venerdì 11 gennaio 2019

Il Piave: limite invalicato. III parte



Verso Vittorio Veneto. Ottobre 1918
Gittare i ponti. I nostri devono attraversare il Piave e occuparne la riva sinistra.
L’avanzata inizia così:
24 ottobre. Sera. Il Piave è in piena, la sua velocità e di 2,50 metri. Caviglia: “Il Piave non è certo paragonabile al Reno ed al Danubio come volume d’acqua; ma, quando è in piena, raggiunge
fortissime velocità, superiori a quelle degli altri due fiumi. Orbene, con un fondo ghiaioso come quello del Piave, allorché la velocità si mantiene superiore ai m. 2,50, non si possono gettare i ponti, perché le ancore arano il fondo, ed i ponti si spezzano.
La velocità del Piave il 24 ottobre era vicina ai m. 2,50 su tutto il corso del fiume fino alle Grave di Papadopoli, dove era alquanto minore.
La sera di quel giorno la luna calante si levava alle 22 circa. Per gettare i ponti avevamo quattro o cinque ore di oscurità, tenuto conto che, fino alle ore 23 la luna non sarebbe stata abbastanza alta per illuminare lo specchio d’acqua”. (E Caviglia, Le tre battaglie, op. cit. pagg. 152-153)
Impossibile gittare i ponti. Ferme l’8ª, 10ª e 12ª Armata.
25 ottobre. Sera. Come il giorno prima, ma di notte vengono ammassati sulla riva sud i materiali da ponte.
26 ottobre. Sera. La piena inizia a scendere. Il c.te l’VIII Armata, gen. Caviglia, ordina il gittamento dei ponti. Il nemico è ancora tranquillizzato dalla piena. È il momento. Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, tra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XXII Corpo d’Armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori già avanzati per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là de fiume”. Così Caviglia, cit. pag. 174 e segg.
27 mattina. Stasi.
Notte dal 27 al 28. La piena e l’artiglieria nemica distruggono altri ponti. Il Genio Pontieri li ricostruisce sotto il fuoco. Il nostro cuneo sulla sponda opposta, gen. Vaccari, resiste agli attacchi nemici, gen. Boroeviç.
Sempre il 28. Vittorio Emanuele III, “ per tre volte, sotto il tiro dell’artiglieria nemica”, visita l’osservatorio del XXII C d’A, a C. Benedetto. Il Sovrano “ricorda a tutti che ora più che mai occorre fede incrollabile e ferrea volontà di vincere”.
Il nemico contrattacca a Moriago e Sernaglia, ma è respinto. (Relazione del XXII C d’A, in Caviglia Le tre battaglie del Piave, All. 13, pag. 306)
29 ottobre. Il XVIII Corpo supera il Monticano ed entra in Conegliano. Lo stesso giorno Clemenceau e Lloyd George chiedono a Foch: “Quando finirà la guerra?” Risposta: “Fra tre mesi, fra quattro, chissà …”. (cfr. L’Esercito Italiano …, vol. V, Tomo 2° Narrazione, pag 991) Nessun commento.
30 ottobre. Cade Vittorio Veneto.
Cavalleria e autoblindo
1 novembre. Ore 6. Terza divisione di cavalleria. Pattuglie esploranti accertano che le rive del Meduna e del Cellina sono presidiate da forti nuclei nemici, così pure daforti reparti di fanteria dotati di mitragliatricii comuni di Aviano, San Martino, Sedriano e San Quirino. (L’Esercito Italiano …, vol. V, Tomo 2°, Narrazione, pag. 808-809) È impossibile andare avanti; il comandante la 3ª divisione, Carlo Guicciardi, ordina al reggimento ‘Savoia’, primo gruppo squadroni, di puntare su San Martino in appoggio alla fanteria.
La manovra riesce solo in parte, per l’intenso fuoco delle mitragliatrici e delle artiglierie.
In suo aiuto viene inviata la 12ª squadriglia autoblindo. Questa viene liquidata dall’artiglieria nemica prima di raggiungere la linea di fuoco. L’episodio è così descritto:La squadriglia, peraltro, non poté assolvere il compito ad essa affidato, in quanto, mentre percorreva la rotabile di avvicinamento, a Rogaredo venne presa sotto un violentissimo fuoco di artiglierie e di mitragliatrici dell’avversario. Tutte le sei autoblindo vennero centrate dal fuoco nemico (la prima
si incendiò, tre furono rovesciate in un fosso; le ultime due subirono guasti che fortunatamente non le immobilizzarono completamente); essendosi, poi, inceppate alcune mitragliatrici, i mitraglieri furono costretti a continuare a combattere con i soli moschetti e le pistole”. L’Esercito Italiano …, vol. V, op cit., Le operazioni del 1918, Tomo 2°, La conclusione del conflitto, Narrazione, pag. 809)
Il prete non le aveva benedette!
Questo è uno dei molti episodi che smentiscono la storiella secondo la quale il nemico non aveva più voglia di combattere.
Scrive Robert Gerwarth nel suo volume La rabbia dei vinti, Ed. Laterza, Bari 2018, pag.171: “La storia spesso ripetuta secondo la quale i cechi, in modo particolare, furono riluttanti a sostenere lo sforzo bellico dell’impero – un’idea presente nel romanzo ‘Il buon soldato Švejk’ (1921-1923) di Jaroslav Hašek che riscosse un successo internazionale – è sostanzialmente un’invenzione degli anni del dopoguerra, un mito adottato sia dai nazionalisti cechi, per evidenziare il loro tradizionale odio per «l’oppressione» asburgica, sia dai nazionalisti austriaci, per giustificare la sconfitta dell’esercito imperiale”.
Il morale delle truppe austro-ungariche.
Il gen. Ludendorff in una riunione di ufficiali afferma: “Secondo notizie del gen. Cramon il morale delle truppe austriache è sorprendentemente buono”. (cfr. L’Esercito Italiano …, op cit. vol. V, pag. 285)
Ore 11. Cade Belluno. (L’Esercito Italiano …, op. cit., pag. 717
3 novembre. Cadono Udine, Trento e Trieste.
4 novembre. Cade Caporetto
10 nov. Il Re sbarca a Trieste
Contemporaneamente alla nostra avanzata iniziano, a Parigi, le manovre degli Alleati per sminuire la vittoria italiana.
Giudizi di valore
Confermano l’ammirata stima del nemico e rispecchiano l’interesse, le invidie e le paure dei nostri Alleati. Oltre quelli citati nelle precedenti relazioni, ne diamo qui altri esempi:
Alleati
Gran Bretagna. A. J. Taylor nel suo volume La monarchia asburgica, del 1948liquida Vittorio Veneto così: Dopo la firma dell’armistizio ma prima della sua entrata in vigore gli italiani sbucarono da dietro le truppe inglesi e francesi dove si erano tenuti nascosti e nella grande “vittoria” di Vittorio Veneto – raro trionfo delle armi italiane – catturarono centinaia di migliaia di soldati austro-ungarici disarmati e che non opponevano nessuna resistenza. (L’Esercito Italiano … vol. V, Tomo 2° - Narrazione, pagg. 1124-1125)
Lo stesso autore nel volume Storia della Prima Guerra Mondiale, del 1963, rincara la dose, non tenendo ”… conto delle stesse testimonianze ufficiali britanniche, dei Generali Plumer e Lord Cavan”. (L’Esercito Italiano …, op. cit. pag. 1125) “Pubblicammo in lingua inglese l’opuscolo intitolato What Italy has done for the War, in cui venivano allora forniti elementi sullo sforzo compiuto, in comparazione con la potenzialità demografica ed economica del Paese”. (L’Esercito Italiano … op. cit., pag.1125)
Stati Uniti. La ‘International Military and Defense Encyclipedia, vol. 6, T – Z, Brassy’s (US), Inc. A Division of Maxwell Macmillan, Inc. Washington – New York; sotto il capitol World War 1, cita l’Italia nel paragrafo Other Actions: The Italian front broke wide open as the Austrians and Germans inflicted a serious defeat on the Italians at Caporetto in October. With French and British Help, the Italians stabilized the front along the Piave River. While 1917 was frustrating for the Allies on the western front and disastrous for them on the eastern and Italian front, in other theatres they enjoyed considerable success. (p. 2955)
Risposta italiana
I nostri soldatini “sbucati”, casualmente, è ovvio, alle spalle delle poderose truppe alleate, registrano, sempre per una fortuita casualità, le seguenti perdite nella battaglia di Vittorio Veneto, che comprende anche i più sanguinosi scontri sul Grappa:
10.000 morti (9.400 italiani, 500 britannici, 200 francesi) e 26.000 feriti (25.000 italiani, 1.100 britannici, 400 francesi) per un totale di 36.700 uomini. Non è considerato il piccolo numero dei prigionieri che furono immediatamente recuperati nel corso della battaglia medesima(L’Esercito Italiano … op. cit., vol. V, Tomo 2° bis, Documenti, pagg. 1165-1167)
Ricordiamo che il 332° rgt. di fanteria americano, il 4 novembre attraversò il Tagliamento al seguito della brigata ‘Caserta’. Fu il suo battesimo del fuoco. Perdite: “ nessun morto e pochi feriti”. (L’Esercito Italiano … op cit. vol. V, Tomo 2° Narrazione, pag. 852)
L’impegno fu corale
“ … Dal primo giorno l’Esercito e la Nazione videro in linea il proprio Sovrano e le maggiori figure del Paese, mentre l’intera Società assumeva posizioni di condanna nei riguardi di coloro che in qualche modo si sottraevano ai propri oneri o traevano ingiusto profitto dalle attività economico-produttive”. (L’Esercito Italiano … vol. V, Tomo, Tomo 2°, Narrazione, Roma 1988, pag. 1171)
CONCLUSIONE
L’insegnamento è nei fatti narrati.
Michele D’Elia

(*) Armando Lodolini, “Quattro anni senza Dio”. 1: “Il diario di un ufficiale mazziniano dalle trincee del Carso alle Giudicarie”, prefazione di Luigi Emilio Longo, introduzione e note di Elio Lodolini, Gaspari, Udine, 2004, p. 160. Vedi anche “Rassegna storica del Risorgimento”, luglio-settembre 2004, pp. 447-48.

(1) Documenti Diplomatici Italiani, quinta serie, vol. IX, Doc. n.° 391, pagg. 270-272, IPZS, Roma 1983, traduzione di Gianluca Pastori
(2) Gli Alleati hanno la memoria corta: in settembre avevano ritirato dal fronte alpino 201 pezzi di artiglieria: 137 francesi e 64 inglesi. Cfr. la richiesta del gen. Robertson il 24 settembre e la piccata risposta di Cadorna il 25 settembre, in L’Esercito Italiano nella Grande Guerra, vol. IV. Tomo 3°, Narrazione, Roma 1967, pagg. 42-43
(3) L’Esercito Italiano …, op. cit., vol. IV, Tomo 3°, Le operazioni del 1917 – Narrazione, Roma 1967, pagg. 655-656.
(4) Philippe Rostan, L’Europa in pericolo: Caporetto, 1917, Ed. Club degli Editori/Mondadori, Brescia marzo 1974, pagg. 243-244.
Sui fatti di Pozzuolo cfr. anche Alfio Caruso, Caporetto – l’Italia salvata dai ragazzi senza nome, Ed. Longanesi & C., Milano settembre 2017, Cap. ottavo, pagg.216-230. È doveroso ricordare che le perdite dello squadrone nella sola giornata del 31 furono: 34 ufficiali su 65; 467 sott’ufficiali e semplici cavalieri su 903 e 528 cavalli su 908.
(5) A. Bronzuoli, Guerra e vittoria d’Italia 1915-1918, Tipografia A. Matteucci, Roma 1934-XIII, pag.177.

lunedì 7 gennaio 2019

Il Piave: limite invalicato. II parte


10 novembre 1917. Cadorna e Conrad

Il Regio Esercito è definitivamente attestato sul Piave. Cadorna ha concluso la sua fondamentale manovra. Di lui, in questo momento, così scrive von Conrad: «… abbiamo trovato contro di noi uomini di ferro e un Capo di ferro» … «Siamo riusciti a rovesciare Cadorna e questo è forse il maggior vantaggio conseguito da tutta l’operazione» (in L’Esercito Italiano …, op. cit. vol. IV, Tomo 3° Narrazione, pag. 517)
Il nemico non passa il Piave.
29 novembre. Ludendorff chiede al Comando Supremo austro-ungarico, “se non fosse meglio rinunziare a un ulteriore attacco e porre termine all’azione comune offensiva sulla linea del Piave, favorevole a difensiva, addivenendo tutt’al più in precedenza a miglioramenti delle posizioni dell’ala destra e del centro dell’11ª Armata”. Ma, “La 1ª Armata italiana si era stabilita coll’ala orientale sulle Melette, gli attacchi di Conrad del novembre contro quel massiccio fallirono e l’avanzata di Krauss nella zona del Grappa si paralizzò, al pari dei tentativi di passaggio del Piave”. (dalla Relazione Ufficiale austriaca, in L’Esercito It. … vol. IV, Tomo 3°, Roma 1967, pagg. 528-
529) Caparbiamente ma inutilmente, Conrad persiste negli attacchi
sino all’11 dicembre.

Breve antologia di un’altra Caporetto
24 ottobre.
Diario del I C. d’A. tedesco: «l’altura dominante lo Jeza fu difesa dagli Italiani con straordinaria tenacia».
Diario della 200ª Div. tedesca: «il 3° reggimento Jäger si impadronisce senza gravi perdite della cima 929 di M. Jeza, ancora energicamente tenuta dal nemico. Deve, però, sgomberare temporaneamente di fronte a contrattacchi. Ma dopo mezzanotte l’occupa saldamente». Vedi la Nota n.° 36, pag. 275 e segg. in L’Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vol. IV, Le operazioni del 1917 - Tomo 3°, Gli avvenimenti dall’ottobre al dicembre, Narrazione, Ministero della Difesa Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 1967.

Sempre il 24 ottobre. Beffa.
Nella stessa giornata il generale Villani ed il comandante dell’artiglieria della sua 19ª Div., furono catturati da una pattuglia nemica; ma “sfruttando l’oscurità (oltre le ore 19) ed una esitazione del nemico, il comandante della Divisione ed il suo seguito riuscirono a sottrarsi alla cattura, dileguandosi”. (cfr. Nota 37, pag. 275, cit. Narrazione)
26 ottobre 1917. Siamo a cavallo dell’Isonzo. Tra il Globocak e l’Isonzo, vi sono schierati la brigata ‘Treviso’ e la brigata ‘Palermo’, XXIV Corpo (E. Caviglia, La dodicesima battaglia- Caporetto, Ed. A. Mondadori, XI-1933-XII, pag 171) Nella Nota 1, stessa pagina, precisa Caviglia: Il comandante della brigata Palermo, generale De Negri, di Novi Ligure, si lagnò nella sua relazione che la sua brigata non fu bene impiegata. Egli non aveva torto. Ma nelle rapide alternative della battaglia il comandante del XXIV corpo doveva cercare di turare le falle, di mano in mano che si producevano, per salvare le divisioni che si trovavano al di là dell’Isonzo. Doveva necessariamente sacrificare l’unità della bella brigata di De Negri. Questo valoroso generale era ammirevole. Il giorno 26 riunì la sua brigata sul Korada, la passò in rivista, la incamminò verso il Torre, ed i reggimenti gli resero gli onori come in
piazza d’armi. Il comandante del corpo d’armata gli espresse la sua fervida ammirazione.
27 ottobre 1917. “Alla sera del 27 ottobre compiuto il ripiegamento dei corpi d’armata di riva sinistra, la brigata Venezia si ritirò sulla destra dell’Isonzo, facendo saltare i ponti di Plava. Quando i suoi due reggimenti furono raccolti a Verhovlje, il comandante del XXIVcorpo abbracciò il comandante della brigata, generale Righini, in presenza delle truppe e del comandante della divisione, generale Mangiarotti. I due reggimenti si misero poi in marcia, sfilando davanti ai due generali e resero gli onori come se fossero in piazza d’armi. Analogamentele truppe della brigata Palermo sul rovescio del Korada avevano reso gli onori al loro comandante, generale De Negri, nella mattina del 27, iniziando la loro ritirata verso il Torre. Ultima a lasciare il Korada a notte fatta, in perfetto ordine, fu la brigata Livorno (De Marinis), dopo d’aver protetto la ritirata della divisione bersaglieri, la quale aveva ricevutol’ordine di ripiegamento dal comandante del XXIV corpo”. (E. Caviglia, La Dodicesima …, op. cit. pag. 191)
I nostri soldati non sono e non si sentono fuggiaschi davanti al nemico. Essi sfilano in parata non solo davanti ai propri comandanti, ma anche e soprattutto dinanzi alle ombre dei loro Compagni caduti.
Dopo la sconfitta di Caporetto i generali Giovanni Villani e Gustavo Rubin de Cervin si suicidano.
Dal 23 ottobre al 9 novembre 1917 furono concesse 15 Medaglie d’Oro al Valor Militare.
(in L’Esercito Italiano. … vol. 4°, Tomo 3°, Roma 1967, pag. 55)

31 ottobre 1917. Alba a Pozzuolo del Friuli.
‘Genova Cavalleria’ e la brigata ‘Bergamo’ hanno passato il Tagliamento, il 4° squadrone di ‘Genova Cavalleria’ deve difendere la retroguardia della 3ªArmata. Il nemico va caricato per guadagnare anche un solo minuto. Il 4° squadrone di ‘Genova’ avanza, diretto verso Pozzuolo, dove lo scontro avviene casa per casa ed è solo verso le 19 che il centro abitato “valorosamente difeso veniva conquistato”: così il generale Krafft von Dellmensigen, Capo di Stato Maggiore della 14ª Armata germanica, nelle sue Memorie Der Durchbruch am Isonzo: «Presso Pozzuolo si era impegnato violentissimo combattimento che si protrasse per tutto il pomeriggio … Solo verso le ore 19 il paese, valorosamente difeso [tapfer verteigt], veniva conquistato …» (in Philippe Rostan, L’Europa in pericolo: Caporetto 1917, pag. 242-243). Dello stesso tono è la relazione del Comando della 10ª brigata alpina austriaca: “L’avversario … oppose una resistenza estremamente tenace di modo che i nostri reparti possono avanzare soltanto a passo a passo, da casa a casa, combattendo col calcio del fucile, con granate a mano e alla baionetta …”. (Rostan, op. cit. pag. 243) La stessa relazione evidenzia l’intervento aggressivo della nostra cavalleria sulla sinistra della brigata, e ben “cinque cariche mosse da uno o due squadroni”.
Il sottotenente Eberhard del 22° fanteria germanico, così fotografa uno degli episodi, nella lettera del 20 novembre 1917: “Mi lancio nel cortile della casa vicina, seguito dal sottotenente Babel comandante la 1ª Compagnia e da due
soldati … È una questione di secondi. Arrivano a spron battuto. Quello in testa dev’essere un ufficiale! Le redini infilate nel braccio, nella destra la sciabola, nella sinistra la pistola, egli grida: “Viva l’Italia! Viva il Re!”. Un capo
brillante! Lo vedo saltare una mitragliatrice, attraverso la barricata. A cinque o dieci metri dietro di lui lo seguono circa dieci cavalieri. Io grido agli uomini a me vicini: “Fuoco! Fuoco!”. Tutti sono come sbalorditi! Babel estraela pistola, il colpo non parte. Un lanciere colpisce di lanciail caporale Rössel, che riceve anche una sciabolata sulla testa. Finalmente il primo colpo di fucile. Ora spara anche il secondo dei due uomini. I cavalieri si curvano sulle selle,fanno dietro-front, cadono, gridano. La mitragliatrice che era stata saltata dall’ufficiale italiano è nuovamente in azione. Knappik la solleva e tenendola imbracciata come un fucile spara da solo.: Ra-ta-ta-ta. La bella cavalleria è
distrutta”. (4)
Il fratello del gen. von Below, a colloquio con lord Cavan definisce “magnifica” la condotta della cavalleria italiana che ”ritardò sensibilmente l’avanzata degli imperiali”.(La Nuova Antologia, 1° gennaio 1928, in Rostan, L’Europa … op cit. pag.244)

Il Generale Krafft von Dellmensingen: 1) “… noi già durante gli avvenimenti avevamo capito che solo la grande decisione della ritirata al Piave e la sua regolare esecuzione avevano salvato l’Italia”.(in L’Esercito Italiano … vol. IV, Tomo 3° Narrazione, pag. 54)
2) Il Grappa. “Così si arrestò a poca distanza dal suo obiettivo, l’offensiva tanto ricca di speranza, ed il Grappa diventò il «Monte Sacro» degli Italiani. Di averlo conservato contro gli eroici sforzi delle migliori truppe dell’esercito austro-ungarico e di loro camerati tedeschi,
essi, con ragione, possono andare superbi”. (5)
Il generale Konopicky, Capo di S. M. dell’Arciduca Eugenio, dichiara: “Sembrava assolutamente impossibile che un Esercito, dopo una così enorme catastrofe com’era stata quella di Caporetto, avesse potuto riprendersi così rapidamente”. (L’Esercito Italiano … op cit. pag. 54) Hindenburg, ammette: “ il nostro tentativo per conquistare le alture dominanti il bassopiano dell’Italia Settentrionale e far cadere così anche la resistenza nemica sulla fronte del Piave, fallì.
Dovetti convincermi che le nostre forze non bastavano più ad attuare tale compito. L’operazione era ormai arrestata: la tenacissima volontà del Comando in quella zona, e delle truppe dipendenti, dovettero abbassare le armi di fronte a tale realtà”. (L’Esercito Italiano l’op. IV cit., pag. 54

domenica 23 dicembre 2018

Il Piave: limite invalicato


di Michele D'Elia

Dopo Caporetto, Peschiera. Il verbale ignorato



CONVEGNO DI PESCHIERA
giovedì 8 novembre 1917
La fede del Re nei Soldati d’Italia
Alfa e Omega. Vuole il mondo che la guerra degli italiani si concentri in due nomi: Caporetto e Vittorio Veneto. Sempre il mondo vuole che la prima segni una vergognosa disfatta e la seconda, una mezza, casuale vittoria, grazie alle truppe alleate. Nel convegno del 30 novembre 2014 dimostrammo la falsità
delle due tesi. Qualche integrazione non sarà superflua, anche se ben lungi dall’esaurire i due argomenti.
* * *
La Conferenza di Rapallo, 6 e 7 novembre 1917, non ci aveva reso giustizia. Il Re convoca per l’8 novembre a Peschiera i Capi alleati, politici e militari: Lloyd George, Smuts, Painlevé, Bouillon, Orlando, Sonnino, Bissolati, Robertson, Wilson e Foch. Tiene un discorso e pone fine al velenoso chiacchiericcio sul nostro soldato e sull’Italia.
Il verbale della riunione è redatto in inglese; è datato Aix-les- Bains 9 novembre 1917. (1)
Giornalisti, storici, scrittori e politici ignorarono ad arte la svolta che l’incontro impresse al conflitto.
IL VERBALE
Peschiera: Quartier Generale, 8 novembre 1917
Il Re parla chiaro: gli Alleati, dall’inizio della guerra, trascurano il fronte alpino; per questa visione del conflitto, limitata al fronte occidentale, pianure di Francia e Belgio, essi “non [hanno n.d.r.] sfruttato la campagna in Italia per schiacciare la resistenza austriaca … [il Re] ha manifestato profondo rincrescimento che l’Austria – che solo pochi mesi fa era sull’orlo del crollo – sia riuscita,con l’aiuto della Germania, a ribaltare la situazione in Italia”. Lloyd George finge di non capire ed esprime “ rincrescimento” per l’assenza del Re alla Conferenza di Roma del 16 gennaio 1917, “dove aveva sostenuto con
forza la sua posizione in favore di un’azione combinata sul fronte italiano”.
Il Signor Primo Ministro inglese dimentica che il Re non era a Roma perché era al fronte. (2)
Il Re informa: l’Esercito italiano ha già perso 30.000 ufficiali.
I presenti non sanno o fingono di non sapere quanto effettivamente accaduto a Caporetto e che cosa abbiano saputo fare i nostri soldati. Il Re colma le loro lacune. Egli non nega e non sminuisce nulla: ma metodicamente, analizza le ragioni principali del “collasso dell’esercito italiano sotto l’attacco combinato austro-tedesco”.
Per il Sovrano le ragioni principali del nostro cedimento sono:
a) una nebbia molto fitta che gravava il giorno dell’attacco sul fianco settentrionale dell’esercito italiano e che ha reso impossibile l’uso dell’artiglieria.
b) L’assenza di ufficiali professionisti addestrati, che potessero manovrare le truppe in modo adeguato una volta cominciato il ripiegamento”.
A queste ragioni se ne aggiunge un’altra, senza dubbio la più importante e tecnicamente grave, che il Re mette in evidenza senza mezzi termini:
[Il Re] Ha detto che l’esercito italiano aveva perso circa 30.000 ufficiali nel corso della guerra e che quelli più giovani, non adeguatamente addestrati, non erano in grado di gestire i loro uomini nelle difficili condizioni che la ritirata aveva portato alla luce”.
Egli “aveva osservato lo stesso fenomeno nell’esercito austriaco”, infatti: ”quando gli italiani avevano sfondato le linee austriache durante la loro recente avanzata [probabilmente il Re si riferisce alla battaglia delle Bainsizza n.d.r.] i soldati austriaci non adeguatamente addestrati, non avevano saputo ripiegare nel modo dovuto ed erano caduti preda dell’esercito italiano avanzante”
Sul campo: frequentissimi assalti e contrassalti dei due eserciti, malattie e condizioni igieniche inumane riducevano a larve le unità combattenti; non c’era tempo per addestrare adeguatamente i nuovi ufficiali ed i nuovi soldati. Da qui la confusione nell’attuare manovre complesse, come sono in genere
le ritirate.
Disfattismo: questione gonfiata ad arte. Il Re la liquida con fastidio.
[Il Re] “… ritiene sia stata attribuita un’importanza indebita all’entità dei progressi fatti dal movimento pacifista all’interno dell’esercito. Senza dubbio, danni sono stati fatti in un certo numero di casi isolati, dagli appelli del clero e in misura minore dall’influenza dei socialisti, ma nel complesso [il Re] non
pensa che il morale italiano sia stato seriamente scosso da tali influenze. Attribuisce più importanza alla durata della guerra, che ha reso gli uomini stanchi e depressi, e sottolinea come sia stato osservato che chi torna dalla licenza è generalmente depresso e scoraggiato per lo stato in cui ha trovato la sua famiglia e le sue piccole faccende”.
Fede del Re nel Soldato italiano e del soldato nel Re significa lealtà verso le istituzioni. Pure virtù civiche. In un documento, che Cadorna aveva indirizzato al Presidente Boselli l’8 giugno 1917, leggiamo:
Persona che si ha ragione di ritenere di fiducia, addetta al servizio informazioni, riferisce, in data 6 giugno, quanto è trascritto nell’annesso foglio …”. L’Informatore, a noi sconosciuto, scrive: “Roma, 6 giugno 1917. Ho avuto in questi giorni un colloquio con Scalarini, il noto pupazzettista dell’«Avanti»
e l’ho condotto sull’argomento della propaganda socialista pacifista nell’esercito e nel Paese. … I soldati siciliani, sardi ecalabresi – mi ha detto lo Scalarini – sono monarchici per la pelle; essi sparerebbero contro di noi socialisti con la medesima facilità e con la medesima voluttà con la quale sparano agli austriaci, e noi dobbiamo quindi fare fra loro opera di persuasione e di propaganda, cercando di attirarli nella nostra orbita. ….” (3)

Tradimento. Accusa respinta
Sebbene siano state anche avanzate accuse di tradimento, non un singolo caso è stato provato e [il Re] è convinto che l’esercito italiano non sia stato intaccato con successo dal nemico”.

La ritirata
“Riguardo alla ritirata in sé, ha detto che il ripiegamento della Terza Armata è stato condotto in modo piuttosto soddisfacente e che anche il gran numero di feriti di questa armata è stato evacuato con successo. La Seconda Armata si è in larga misura sbandata durante il ripiegamento, ma centinaia di migliaia di
uomini sono stati raccolti nelle retrovie e saranno riorganizzati in unità regolari appena possibile. Basandosi su quanto osservato personalmente durante il ripiegamento, [il Re] non pensa che morale degli uomini sia stato seriamente intaccato.
Riguardo alle tre divisioni schierate più a nord, in Cadore, una ha ripiegato con successo, ma di due non si hanno notizie da diversi giorni e non si è ancora certi se siano state tagliate fuori dal nemico o se si stiano ritirando con successo in direzione ovest attraverso le colline ai piedi delle Alpi”.
È giusto ricordare che il generale Sagramoso, responsabile delle retroguardie, svolgeva un metodico lavoro di recupero delle unità e dei singoli, che si erano scollegati dal grosso delle truppe.
Il nostro futuro è il Piave
Il Re incardina a quattro ragioni tecniche essenziali la necessità di resistere sul Piave:
1. impiego di 400 cannoni d’assedio e 600 da campagna, già in batteria sulla sponda occidentale del fiume;
2. le trincee scavate lungo gli argini del fiume;
3. cadendo questa linea, “Venezia sarebbe perduta … perdere Venezia significherebbe dovere ritirare la flotta a Brindisi o a Taranto, poiché più a nord non ci sono porti adatti”;
4. ritirare la flotta in Puglia significherebbe lasciare l’Adriatico quale campo libero alle forze navali austro-tedesche, specialmente ai sottomarini.
“Secondo lui occorre quindi fare ogni sforzo per tenere la linea del Piave”.
Vittorio Emanuele, proseguendo nella sua esposizione, non si nasconde i pericoli che incombono su questa scelta, Il verbale registra: “Il vero pericolo di questa linea – secondo lui – è a nord, verso l’alto corso del fiume, dove le forze tedesche, sul lato destro dello schieramento austriaco, si stanno spingendo rapidamente avanti. Se i tedeschi dovessero riuscire ad attraversare il Piave sull’alto corso e a prendere il Monte Grappa fra Asiago e il fiume, le posizioni lungo il Piave potrebbero essere aggirate e sarebbe necessario effettuare un altro ripiegamento, [le truppe italiane] stavano già occupando il Monte Grappa e si stava facendo tutto il necessario per contrastare la rapidità dell’avanzata tedesca, ma non c’erano dubbi che un
grave pericolo stava minacciando quel settore”. Tuttavia noi stiamo, ricorda il Re, occupando il Grappa e rallentando l’avanzata tedesca. Egli, ancora una volta, non ha dubbi sulla resistenza del nostro esercito e vede lontano. Lo
occupiamo [il Grappa n. d. r.] e lo teniamo sino alla vittoria.
La politica
Lloyd George interviene “con molta forza” sullo “ stato dell’Alto Comando italiano”, il che significa la sostituzione del gen. Cadorna. Il provvedimento era già stato attuato. Tuttavia, “il Re d’Italia ha risposto che, anche se non concordava in alcun punto con le critiche mosse al generale Cadorna, pure
pensava che grande attenzione doveva essere porta alle obiezioni fatte … e che il Governo aveva già deciso di rimuovere il generale Cadorna dal comando e di nominare al suo posto il generale Diaz … “, con l’assistenza del gen. Giardino, Ministro della Guerra.
Il Re trova la soluzione al problema posto dagli Alleati e, nello stesso tempo, ne segna i limiti: vi accontentiamo, ma a casa nostra comandiamo noi.
Il verbale riporta anche alcune peregrine osservazioni dei consiglieri militari alleati che “ … non erano certi fosse stato fatto l’uso migliore delle quattro divisioni francesi spostandole a ovest del lago di Garda …”. La decisione del nostro Comando comunque rimane, non solo, ma il Governo britannico e
quello francese decidono di lasciare completa libertà ai generali Wilson e Foch “ per spostare le sei divisioni alleate attualmente presenti in Italia nei settori del fronte dove pensavano potesse esserne fatto l’uso migliore”.
I due alti ufficiali partono per Padova dove si consulteranno con il nuovo Capo di Stato Maggiore gen. Armando Diaz, circa il trasferimento delle Divisioni di cui sopra. Conclude la conferenza un Re “apparso gioviale”, che si impegna a fare “il suo meglio” per la vittoria. Sottile e dura, come nello stile
dell’Uomo, la vera conclusione del convegno, verbalizzata: “[il Re] crede che per la campagna in Italia sarebbe stato possibile fare di più e ora più che mai pensa sia importante che nell’immediato futuro tale campagna assuma proporzioni maggiori e maggiore importanza”.
Per Lloyd George il Re ha parlato con il “ fervore di Mazzini e [la] chiaroveggenza di Cavour”. (cfr. L’Esercito Italiano …, op. cit., vol. V, Tomo 1°, Narrazione, pag. 13)
Tutto il convegno significa una cosa sola: fede nel popolo.
Da questa scaturisce, il 10 novembre, il proclama alla Nazione, che, riportiamo integralmente in ultima pagina e che si conclude con questa perorazione: Italiani! Cittadini e soldati siate un esercito solo …”.
L’Ufficio Storico dell’Esercito, sintetizza: “L’8 novembre, a Peschiera, presenti Lloyd George, Painlevé, Orlando, Sonnino, Bissolati, Robertson, Wilson, Smuts e Foch, il Re d’Italia intervenne vigorosamente a dirimere dubbi e a dissipare perplessità.
In una minuziosa analisi delle cause del nostro insuccesso militare, il Sovrano scagionò l’Esercito da qualsiasi accusa di scarsa saldezza morale, dimostrando sulla base di mille episodi eloquenti che lo spirito delle nostre truppe se aveva subito una scossa non era affatto compromesso. Affermò che l’Esercito non era stato vinto e che, già in fase di riorganizzazione, aveva in sé la capacità di resistere al Piave, il cui abbandono avrebbe peraltro determinato conseguenze strategiche gravissime per gli stessi Alleati. Dichiarò che la nostra difesa del Piave concorreva alla vittoria della causa alleata ed espresse il suo convincimento profetico che le operazioni alla fronte italiana avrebbero potuto avere, in seguito, caratteri e funzioni risolutive di tutta la guerra.
Era un bagno di spiritualità che il fervoroso proclama alla Nazione del 10 novembre diffondeva nel Paese, con immenso benefico effetto, le cui prove non tardavano a manifestarsi dando l’esatta misura non tanto di una frettolosa corsa a ripari occasionali, quanto di un’etica che solo una plurisecolare civiltà è capace di esprimere.
A malgrado, però, del senso di riacquistata fiducia, gli Alleati continuarono ad irrigidirsi nel loro atteggiamento di voler preservare ad ogni costo le proprie unità.
Ne negarono, infatti, l’impiego immediato sulla linea del Piave, richiesto – su suggerimento dello stesso Presidente del Consiglio – anche dal nuovo Capo di Stato Maggiore italiano, generale Diaz, nel primo colloquio che egli ebbe con essi l’11 novembre”. (L’Esercito Italiano …, vol. IV, Tomo 3°, Narrazione,
pagg. 623-624)