martedì 27 aprile 2021

La smobilitazione dell’Esercito Italiano nel primo dopoguerra

 



La questione della smobilitazione dell’Esercito Italiano nel primo dopoguerra fu avvertita dalle autorità politiche e militari sin dal momento della conclusione del conflitto. A indurre verso una rapida smobilitazione c’erano ragioni essenzialmente economiche. Il governo italiano, infatti, era entrato in guerra contando sulla rapidità del conflitto, ben consapevole della scarsa sostenibilità finanziaria di uno sforzo bellico di lunga durata per un paese non ancora completamente industrializzato. L’andamento della guerra rivelò ben presto che le operazioni militari non sarebbero terminate nel breve periodo, determinando una continua e pressante richiesta di aiuti finanziari nei confronti, soprattutto, di Inghilterra e Stati Uniti. Il forte indebitamento italiano, determinato dalla richiesta di tali aiuti finanziari, spiega la motivazione primaria che indusse il ministero del Tesoro a richiedere una pronta smobilitazione sin dalle giornate del novembre 1918.

Tale richiesta fu affrontata, oltre che dal Governo, dal Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Armando Diaz, e dal ministro della Guerra, Vittorio Italico Zupelli, che procedettero al congedamento delle classi più anziane (1874-75-76) ordinato già in data 5 novembre; si trattava, peraltro, di classi la cui consistenza in uomini alle armi era relativamente limitata e il cui impiego prevalente era nel paese. Gli orientamenti erano di proseguire i congedamenti della truppa per classi fino a un ritorno a una situazione d’anteguerra, da conseguirsi gradatamente in relazione alle molteplici esigenze del momento, spesso in contrasto fra loro. Tant’è che entro novembre-dicembre 1918 furono congedati circa 1.400.000 uomini, ossia 1/3 della forza mobilitata fino a pochi mesi prima. A partire da gennaio 1919, però, cominciarono ad emergere altre problematiche che rallentarono il processo di smobilitazione. Infatti, il desiderio di venire incontro alle aspirazioni del Tesoro per una rapida contrazione delle spese e a quelle degli individui per un ritorno alle proprie case trovò un freno sia nelle incertezze della situazione internazionale sia nel timore del Governo di creare una forte disoccupazione, particolarmente nei centri industriali, nei quali questa sarebbe stata innescata anche dall’arresto delle produzioni belliche. Disoccupazione difficile da affrontare vista l’impossibilità di realizzare la necessaria assistenza materiale per i reduci.

È chiaro, però, che la smobilitazione fin lì attuata avrebbe considerevolmente ridotto le capacità operative dell’Esercito Italiano, se non si fosse riorganizzato prontamente. In tal modo, fu avviato il previsto scioglimento di comandi e unità esuberanti, rinsanguando così le unità rimaste in vita. Per quanto si riferisce alle brigate di fanteria, allora pedine fondamentali dell’Esercito mobilitato, il 13 gennaio 1919 fu annunciato lo scioglimento di 19 brigate, che avrebbe dovuto permettere di tenere a numero – per quanto possibile – le restanti destinate per il momento a sopravvivere.

La smobilitazione dell’Esercito mobilitato, ovviamente, pose dei problemi anche per quanto concerne gli ufficiali, in particolare quelli di grado superiore, da colonnello a generale di corpo d’armata, che sovrabbondavano considerevolmente. I primi congedamenti, limitati ai nati anteriormente all’anno 1874, erano disposti il 14 dicembre 1918 a partire dal 22 del mese (circ. 2470); tuttavia, entro la prima metà di gennaio 1919 i congedamenti furono limitati solo fino alla classe 1876. Se ancor oggi è difficile dare conto del numero degli ufficiali congedati in quella prima fase, date le contraddizioni esistenti tra i vari documenti, si può evidenziare come alla data del 10 gennaio 1919 erano stati posti in congedo gli ufficiali delle sole classi anteriori al 1876 la cui consistenza totale era di 6411. Peraltro, di essi ne risultavano effettivamente congedati solo 5400, oltre a 3000 ufficiali di classi più giovani che erano stati posti in congedo perché appartenenti

a particolari categorie.

Sintetizzando, è opportuno mettere in evidenza che la prima fase della smobilitazione portò a un rapido ridimensionamento dell’Esercito mobilitato, quanto lo consentirono le potenzialità del sistema dei trasporti, inizialmente senza remore di carattere politico. A tale rapidità, tuttavia, non corrispose, in egual misura, l’organizzazione della componente burocratica e logistica e un’adeguata assistenza a favore dei militari di truppa, congedati nel momento critico del rientro nella vita civile. Successivamente, la smobilitazione procedette a rilento, non solo a causa dell’oggettiva complessità dell’operazione, ma per considerazioni di carattere politico, attinenti al contesto interno e a quello internazionale. Nel primo caso si voleva evitare che le masse di reduci smobilitati potessero cadere preda della propaganda e dell’attività del Partito socialista italiano che aveva assunto una posizione fortemente contestativa della guerra e ispirata all’esempio di quello che era avvenuto nella Russia zarista. Sono quelli, infatti, i mesi caratterizzati dal cosiddetto “Biennio Rosso” che, prescindendo dal carattere spontaneo o meno della sua organizzazione, diede vita a una serie di scioperi, occupazioni delle terre e delle fabbriche che fece vivere il timore di una possibile rivoluzione di stampo socialista. Nel secondo caso, le crescenti tensioni tra gli alleati che si vennero a dipanare alla Conferenza di pace e che portarono a una forte frizione nel mese di giugno, fecero sì che si mantenesse in piedi l’Esercito mobilitato per far fronte ad eventuali operazioni di carattere militare. Certo è che la successiva occupazione di Fiume del settembre 1919, oltre ad aumentare la tensione tra l’Italia e gli (ex) alleati favorì una riflessione sulla politicizzazione dell’Esercito Italiano. Non è un caso che di lì a qualche mese, nel novembre 1919, dopo un intenso scambio di corrispondenza tra Comando supremo, ministro della Guerra e Governo avvenuto durante l’anno, si arrivò a formulare la prima delle tante riforme dell’Esercito Italiano che furono studiate nel dopoguerra: l’ordinamento Albricci, dal nome del ministro della Guerra dell’epoca.

L’esercito era strutturato su 15 corpi d’armata di due divisioni, ciascuna delle quali su quattro reggimenti di fanteria e uno di artiglieria. Erano costituiti, inoltre, un Gruppo Corazzato, il Corpo Aeronautico, il Corpo Automobilistico e il Corpo del treno militare. In totale 210.000 uomini. La ferma di leva era di 12 mesi riducibili a 8.

Incisive furono le modifiche dei vertici: il Corpo di Stato Maggiore cambiò nome in Servizio di Stato Maggiore, al cui vertice rimaneva un Capo di Stato Maggiore il cui operato era supervisionato dalla nuova figura dell’Ispettore dell’Esercito, affidata al generale Armando Diaz, incaricato di presiedere il neonato Consiglio dell’Esercito, composto da tutti i generali d’armata e destinato a decidere delle questioni più rilevanti da sottoporre all’approvazione del ministro.

A parte la macchinosa struttura di vertice, l’ordinamento Albricci non era un cattivo risultato, ma aveva il difetto di conservare 30 divisioni, molte di più di quante il bilancio potesse sopportarne. Sicché Nitti chiese al nuovo ministro della Guerra Ivanoe Bonomi, entrato nel rimpasto del suo III Ministero nel marzo del 1920, di predisporre un nuovo ordinamento. Questo ordinamento fu realizzato nel corso dell’aprile, quando ormai le sorti del Governo Nitti erano segnate e si profilava il ritorno al potere di Giovanni Giolitti. Il nuovo Governo Giolitti confermò nella carica di ministro della Guerra Ivanoe Bonomi. La struttura organica dell’esercito, prevista nell’aprile 1920, si articolava in 10 corpi d’armata da tre divisioni, e riducendo a quadro, ovvero ai soli ufficiali e sott’ufficiali, il terzo battaglione dei reggimenti. La leva fu ridotta a 8 mesi, restringibili a 3 in casi eccezionali, mentre il corpo ufficiali, fissato in 18.880 unità, fu drasticamente tagliato di 3.900 posti, i cui titolari furono mandati in pensione anticipata. L’esercito risultava ridotto a 175.000 unità. Il Capo di Stato Maggiore era quasi esautorato: gli venivano sottratte la preparazione dei piani operativi, affidata al Consiglio dell’Esercito, e il comando delle operazioni in guerra, affidato all’Ispettore dell’Esercito, col che la carica era svuotata quasi di ogni potere. Unico provvedimento popolare fu sottratta all’esercito e conferita ai carabinieri, il cui organico fu notevolmente ampliato, la tutela dell’ordine pubblico. Le contrarietà suscitate dall’ordinamento Bonomi furono tali che il nuovo Governo, guidato ora da Bonomi, decise un’ulteriore riforma affidata nel luglio 1921 al ministro Luigi Gasparotto. Il nuovo ordinamento manteneva la forza di 175.000 unità, ma rivoluzionava tutto il resto: la ferma era portata a sei mesi, l’esercito era diviso, con concezione abbastanza moderna occorre dire, in due componenti funzionali: un esercito di copertura schierato alle frontiere e composto di 6 divisioni di fanteria, una di cavalleria, una brigata di bersaglieri e una alpina, ed un esercito di mobilitazione di 56 divisioni e 6 brigate alpine articolato in regioni, zone e centri che avrebbero dovuto trasformarsi all’atto della mobilitazione rispettivamente in corpi d’armata, divisioni e reggimenti. Anche l’ordinamento Gasparotto non riuscì a sopravvivere molto, sostituito dall’ordinamento Diaz del gennaio 1923. Ma, a quella data, era iniziata un’altra storia.

 

Andrea Ungari Università Guglielmo Marconi - Roma

lunedì 26 aprile 2021

Pareto e gli inizi del fascismo

 


 Céligny, li 5 gennaio 1922 

Caro signor Aurelio E. Saffi, tosto dopo il corteo fascista a Roma e i conseguenti scioperi, scrissi per la « Ronda » una lunga cronaca… che oggi sarebbe proprio frutto fuori di stagione. Tornerà ad essere opportuna quando si rinnoveranno gli scioperi. Analoga sorte incoglierebbe alla cronaca che ora scrivessi sugli avvenimenti bancari. Occorre trovare altro. Sto maturando il disegno di scrivere lungamente sui presenti problemi detti di ricostruzione dell’Europa, considerati nell’intero quadro storico della guerra. Se il lavoro non è troppo lungo, potrà andare bene per la « Ronda »; altrimenti converrà farne un volume come Trasformazione della democrazia. 

Tra poco spero di potermi decidere. Abbia pazienza con tutti questi dubbi; essi sono la conseguenza dell’indole dei miei studi. Stia certo che tengo sempre presente la « Ronda ». Mi creda affezionatissimo Vilfredo Pareto (Vilfredo Pareto, Lettres et correspondances. Œuvres complètes: Tome XXX, Droz, Genève, 1989, pag. 748) Pareto (1848-1923), che più volte nel suo epistolario si lamenta del cattivo funzionamento della posta italiana, si riferisce verosimilmente al suo articolo su “Il fascismo”, pubblicato sul numero 1 del gennaio 1922 de La Ronda Letteraria mensile (pp. 39-52), rivista fondata nel 1919 e diretta dal poeta, scrittore e giornalista Vincenzo Cardarelli (1887-1959) e dal conte Aurelio Emilio Saffi (1890-1976), “docente nelle scuole governative”, figlio di Giovanni Emilio, secondogenito del patriota che, con Mazzini ed Armellini, fu membro del triumvirato della Repubblica Romana nel 1849: Aurelio Saffi (1819-1890). Il sociologo italiano aveva già èdito da poco tempo altri due libri: Fatti e teorie, Vallecchi, Firenze, 1920 e Trasformazione della democrazia, Corbaccio, Milano, 1921. In seguito pubblicherà vari testi raccolti qualche anno fa da Francesco Ingravalle in Le configurazioni del fascismo (1922-1923), Edizioni di Ar, Padova, 2012. 

Quando Pareto scrive, agli inizi del 1922, ha ancora in mente i fatti del biennio rosso del 1919-20 con l’occupazione delle fabbriche, nonché le turbolenze bancarie di quel periodo. Il suo pensiero politico in proposito diventa facile motivo per un’appropriazione da parte del fascismo, che ne fa un suo anticipatore e sostenitore, come avviene di fatto con Volt (ovvero Vincenzo Fani Ciotti), che lo definisce il Carlo Marx del fascismo (Volt, “Vilfredo Pareto e il fascismo”, «Gerarchia», 10, 26 ottobre 1922, pp. 597-600). Ma in realtà la posizione di Pareto è più cauta: «Il pericolo dell’uso della forza è di scivolare nell’abuso, ovvero di oltrepassare quei limiti entro i quali risulta essere utile» (Vilfredo Pareto, “Lettera a M. Pantaleoni”, 22 maggio 1921, in De Rosa G., a cura di, Lettere a Maffeo Pantaleoni, 1890-1923, Banca Nazionale del Lavoro, Roma, 1960, vol. III, p. 320). 

La prospettiva paretiana è più equilibrata ed immagina un recupero del proletariato attraverso una politica dirigistica, centralizzata, in grado di superare i conflitti e di favorire le tendenze più conciliative. In effetti alcuni scritti successivi di Pareto sviluppano la medesima linea: “Il fascismo giudicato da Vilfredo Pareto”, «Giornale d’Italia», 31 marzo 1922; “Pareto e il fascismo. Intervista di A. Ponzone”, «La Tribuna», 24 aprile 1923; “Parole di conforto”, «Il Secolo», 17 maggio 1923, ora in Busino G., a cura di, Scritti sociologici minori di Vilfredo Pareto, Utet, Torino, 1980, pp. 1180-1183; “Libertà”, «Gerarchia», luglio 1923, pp. 1059-1063, ora in Busino G., a cura di, Scritti sociologici minori di Vilfredo Pareto, Utet, Torino, 1980, pp. 1191-1197; “Pochi punti di un futuro ordinamento costituzionale”, «La vita italiana», settembre-ottobre 1923, pp. 165-169, ora in Busino G., a cura di, Scritti politici di Vilfredo Pareto, Utet, Torino, 1974, vol. II, pp. 796-800. Nondimeno, il 28 dicembre 1922 Benito Mussolini fa sapere che intende nominare Vilfredo Pareto suo rappresentante nella Commissione della Società delle Nazioni per la riduzione degli armamenti. Pareto accetta, ma, appena qualche mese dopo, la sua vita giunge al termine, il 21 agosto del 1923. Roberto Cipriani Gianpiero Goffi – segue a pag. 12 u Bearzot – segue a pag. 11 u Emerito dell’Università Roma Tre