giovedì 10 ottobre 2019

La Regia Marina nella Grande Guerra



All’atto dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915 la Regia Marina godeva di una vasta popolarità nel Paese, e poteva essere considerata una forza moderna e relativamente cospicua. Oggetto di numerose cure da parte dei Governi fin dall’indomani dell’Unità, nonostante la grossa delusione del 1866, la Marina da guerra fu sempre considerata come uno degli orgogli da esibire per il giovane Regno d’Italia, sia per il suo essere erede delle glorie delle Repubbliche Marinare, sia per lo stretto legame che la legava alle nascenti industrie pesanti nazionali. La guerra di Libia del 1911-12 aveva segnato un successo clamoroso per la flotta italiana, penetrata fin dentro i Dardanelli, sia pure macchiato dalla parziale inefficacia del blocco della Libia, dovuto alla opposizione francese. Parigi fu infatti assai contrariata dall’attivismo della flotta italiana e, a dispetto della ritrovata cordialità diplomatica con Roma, dette segnali minacciosi. 
Costruita del resto fin dall’inizio in un’ottica antifrancese, la Marina italiana rappresentava però una fonte di angosce anche per un potenza tradizionalmente terrestre come l’Austria, che dovette a propria volta dotarsi dal finire dell’Ottocento di una moderna marina, molto al di là dei propri reali bisogni, non potendo sperare nel ripetersi delle circostanza che avevano permesso il successo di Lissa. 
Alla vigilia del conflitto gli italiani disponevano di dieci corazzate e nove incrociatori corazzati, diciotto fra incrociatori leggeri ed esploratori, sessanta cacciatorpediniere, cinquantatré torpediniere e ventuno sommergibili. Gli si opponevano tredici corazzate, tre incrociatori corazzati, undici incrociatori leggeri e esploratori, nove corazzate costiere, ventisei cacciatorpediniere, ventiquattro torpediniere, quarantacinque siluranti minori e quattordici sommergibili oltre ad altrettanti di imminente consegna. Il Mediterraneo era quindi già prima del 1914 un mare militarizzato in cui quattro flotte si osservavano guardinghe non troppo sicure di chi sarebbe stato l’alleato e chi il nemico di domani. 
La decisione del governo italiano nel 1915 portò definitivamente gli equilibri navali mediterranei a favore dell’Intesa. La flotta austriaca era rinserrata nell’Adriatico, le cui chiavi, Valona e Brindisi, erano entrambe in mani italiane, quella ottomana era chiusa nel Bosforo. Compito delle marine alleate era di tenervele rinchiuse e scortare i numerosi trasporti che transitavano per il Mediterraneo, da e per Suez, arteria vitale della guerra. All’Italia spettava però anche di proteggere il proprio traffico navale e difendere la lunghissima costa dalle offese del nemico, che poteva contare sui numerosi e protetti ancoraggi della costa dalmata e istriana. La geografia da questo punto di vista aveva sfavorito il Regno d’Italia. Sull’Adriatico esso non aveva che tre grandi ancoraggi: Venezia, Ancona e Brindisi, di cui il primo inadatto alle grandi navi e l’ultimo troppo distante dal nemico. 
Fu proprio su Ancona infatti che gli austriaci aprirono la loro guerra sul mare contro l’Italia, bombardandola, come aveva fatto Teghettoff nel 1866, la notte prima dell’apertura delle ostilità. Anche altre città costiere della Puglia furono colpite, ed un caccia italiano affondato. Comandava la flotta imperiale l’ammiraglio Njegovan, che, esaurita questa fiammata iniziale impose ai suoi una guerra di attesa che massimizzava i vantaggi sugli italiani: una migliore rete di informatori e sabotatori, numerose basi protette da Pola fino a Cattaro, ed il concorso preziosissimo dei sommergibili tedeschi. 
Da parte italiana il capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, ambiva ad una battaglia navale per vendicare Lissa ed in questa ottica aveva ottenuto il comando unico delle forze dell’Intesa in Adriatico, e aveva concentrato a Taranto il meglio della flotta da battaglia, lasciando agli incrociatori, ai sommergibili e alle unità sottili la sorveglianza del Canale e la scorta dei convogli in Mediterraneo. L’ammiraglio Enrico Millo tuttavia, l’eroe della guerra di Libia al comando della squadra navale di Brindisi, non rinunciò però ad attirare fuori dalle basi il nemico nell’Adriatico, con piccole operazioni di bombardamento delle coste. 
Disapprovata da Thaon di Revel, e probabilmente minata dallo spionaggio, la strategia di Millo fallì. Dopo la sorpresa di Ancona, cui si rimediò con la creazione dei treni armati della Marina che pattugliarono fino all’ultimo giorno di guerra tutta costa adriatica, gli italiani dovettero subire una serie di delusioni e di insuccessi: l’incrociatore Amalfi fu silurato il 7 luglio, seguito il 18 dal Garibaldi e il 27 settembre dalla corazzata Brin, saltata in aria in porto, forse per sabotaggio.

Già la flotta francese del resto, che operava in Adriatico dal porto montenegrino di Bar fin dal 1914, aveva perduto nei mesi avanti un incrociatore, un caccia e un sommergibile ed aveva avuto la corazzata Jean Bart gravemente danneggiata. L’Adriatico era insomma un luogo estremamente pericoloso e sottovalutare la marina di Vienna poteva essere fatale. Da parte italiana si era replicato, su iniziativa del solito Millo, l’11 luglio con l’occupazione dell’isoletta di Pelagosa, difesa vittoriosamente da un contro-tentativo di sbarco nemico ma poi abbandonata il 18 agosto. Per altro, l’attività dei sommergibili tedeschi in Mediterraneo costrinse gli alleati a dedicarsi alla loro minaccia al traffico mercantile, che assunse tinte allarmanti. A dispetto di ciò, comunque, l’Italia riuscì comunque a far giungere entro il 1918 nei propri porti oltre 50 milioni di tonnellate di merci. 
Migliori risultati ottennero gli italiani nelle operazioni di evacuazione dai porti albanesi dei resti dell’esercito serbo, incalzato dalle truppe austro-bulgaro-tedesche nel dicembre 1915. Coadiuvata dalle navi francesi e britanniche la flotta italiana portò in salvo 115.000 dei 170.000 uomini evacuati, subendo perdite relativamente lievi a dispetto della vicinanza della base austriaca di Cattaro.
Furono perduti due piroscafi e due sommergibili, oltre a naviglio minore, ma gli austriaci ebbero due caccia affondati dalle mine poste a protezione dei porti di imbarco. La difficile operazione fu gestita dal nuovo capo di Stato Maggiore della Marina, Luigi di Savoia, Duca degli Abbruzzi, subentrato l’11 ottobre all’ammiraglio Thaon di Revel. Il 1916 trascorse con gli italiani in attesa, studiando le strategie per il nuovo tipo di guerra che si era presentata, mentre gli austriaci badavano soprattutto ad appoggiare i sommergibili tedeschi che facevano base in Adriatico per le azioni di corsa e di collegamento con la Libia, dove armi e tecnici tedeschi sbarcavano di continuo per alimentare la guerra degli insorti contro italiani e britannici in nord-Africa. 
Proprio l’affondamento del piroscafo italiano Ancona, carico di passeggeri statunitensi, nel novembre 1915, poco dopo quello del Lusitania in Atlantico, provocò una grave crisi diplomatica fra Stati Uniti e Austria. Gli italiani tentarono dapprima di attirare gli austriaci fuori da Pola con bombardamenti delle stazioni della costa istriana, senza risultato. Poi si passò a tentare il forzamento di alcuni porti mediante torpediniere veloci, ma le navi risultarono troppo grandi e poco maneggevoli per azioni simili. Non migliore risultato dettero i sommergibili, nella cui tecnologia gli italiani erano troppo addietro. Si ripiegò così su veloci motoscafi , le Motobarche Armate Svan (Società veneziana automobili nautiche) o MAS, concepiti inizialmente per la vigilanza anti-sommergibile, ai quali furono affidate incursioni nei porti nemici. Il primo attacco fu portato il 25 giugno a Durazzo, occupato dagli austriaci, affondando un piroscafo. Non furono raggiunti risultati esaltanti, ma gli italiani cominciarono a prendere le misure della basi nemiche e dei loro punti deboli. intanto però gli austriaci seguitavano a colpire: l’8 giugno il grosso piroscafo Principe Umberto fu silurato, con gravi perdite fra i soldati a bordo, il 2 agosto 1916 un’altra corazzata, la Leonardo da Vinci, esplodeva in porto. Fu presto accertato che si trattava di sabotaggio. 
Il vertice della Marina fu investito dalle critiche, che raggiunsero l’apice con l’affondamento, stavolta su di una mina, della corazzata Regina Margherita l’11 dicembre. Il Comandante della flotta, Duca degli Abbruzzi, fu quindi costretto a dimettersi venendo sostituito il 4 febbraio 1917 dall’Ammiraglio Thaon di Revel. La guerra proseguì nel 1917, segnata da una crescente iniziativa dei mezzi d’assalto italiani, coadiuvati dall’aviazione, e dalla ormai definitiva limitazione delle grandi navi alla sorveglianza del canale di Otranto. L’unico scontro fra le flotte alleate e l’austriaca, si verificò nella metà di maggio, fra la scorta di un convoglio la formazione austriaca inviata ad intercettarlo ed una formazione anglo-italiana inviata in soccorso. Chiuso senza grossi risultati, lo scontro confermava la reticenza delle due parti ad impiegare le grandi navi.
La vittoria di Caporetto sembrò però infondere alla flotta imperiale nuova aggressività. Stabilita la linea di resistenza italiana sul Piave, gli austriaci disposero l’utilizzo delle numerose corazzate costiere, fino ad allora tenute a difesa dei porti, per bombardare dal mare le posizioni italiane del basso Piave. Da parte italiana si dispose immediatamente la messa in difesa della base di Venezia, ora a ridosso del fronte, e l’impiego dei MAS in azioni di difesa costiera e interdizione al traffico navale. Il 16 novembre nelle acque di Cortellazzo le corazzate costiere Wien e Budapest, impegnate nel bombardamento delle posizioni tenute dal Reggimento di fanteria di Marina S. Marco sul basso corso del fiume, furono costrette alla ritirata dai MAS del tenente di vascello Costanzo Ciano. Il 10 dicembre la stessa Wien venne affondata dal MAS 9 del tenente di vascello Luigi Rizzo. 
Un successivo tentativo di bombardamento fu controbattuto dalle batterie costiere della Marina negli ultimi giorni dell’anno. Screditato dall’insuccesso l’ammiraglio Njegovan cedette il posto a Miklos Horty di Nagybanya, un ungherese freddo e duro che avrà una poi un ruolo importante nella tragica storia del suo paese. Teorico, come tutti i suoi colleghi, della grande battaglia navale, Horthy progettò una grande operazione di forzamento del canale di Otranto che servisse a guadagnare un successo tale da spegnere sul nascere gli ammutinamenti che dalla fine del 1917 si cominciavano segnalare nella flotta imperiale, contagiati dall’esempio della recente rivoluzione russa. In attesa delle circostanze idonee Horthy non trascurò di riprendere anche le azioni contro la costa italiana, con scarso successo occorre aggiungere, e di tentare anche uno sbarco di sabotatori ad Ancona nel febbraio 1918, fallito per la pronta reazione della sorveglianza costiera. In febbraio, infine, una operazione del controspionaggio italiano a Zurigo consentì di mettere le mani sulla lista dei sabotatori e degli informatori austriaci in Italia, ponendo fine alla catena di sabotaggi e fughe di notizie che avevano segnato negativamente le operazioni italiane dall’inizio della guerra. Il peggioramento della situazione complessiva austriaca fu segnato dall’arrivo di forze navali statunitensi e giapponesi in mediterraneo, rendendo ai sommergibili più difficile il transito attraverso il Canale d’Otranto. 
Gli alleati per altro, proprio in virtù di questo aumento di forze, mostravano segni di scontento verso la marina italiana, e cercavano di forzarne un rischieramento verso l’Egeo, nell’ipotesi di una sortita congiunta delle flotte ottomana e ex-russa equipaggiata dai tedeschi. Venne anche proposto con insistenza la creazione di un comando unico mediterraneo a guida britannica cui assoggettare la Regia Marina. Fu in quella congiuntura che Horthy decise di tentare il forzamento del Canale. La sua flotta da battaglia, con sette corazzate, dislocata notoriamente in Alto Adriatico, avrebbe preso il mare segretamente nella notte del 9 giugno e si sarebbe riunita in mare aperto. Preceduta dagli incrociatori avrebbe fatto rotta sul Canale. Convinti di una delle solite incursioni di incrociatori, gli alleati avrebbero inviato una squadra per bloccarli e si sarebbero trovati sotto i cannoni da 305 delle modernissime corazzate austriache. Il piano fallì per la fortunosa coincidenza che portò la squadriglia di MAS di Rizzo, l’affondatore della Wien, sulla rotta degli austriaci presso l’isola di Premuda, dove l’ammiraglia austriaca Szent Istvan fu affondata all’alba del 10 giugno. Perso il vantaggio della sorpresa, Horthy decise di ripiegare. Il successo rinsaldò il prestigio italiano e creò una crisi in seno alla flotta imperiale, dove gli incidenti si moltiplicarono fra tedeschi e slavi. Negli ultimi mesi di guerra le operazioni navali ristagnarono, eccezion fatta per i soliti sommergibili tedeschi. 
Fu in queste condizioni, che una ulteriore specialità cui gli italiani si erano dedicati negli ultimi mesi ebbe il suo battesimo del fuoco. Per attaccare fin nei porti la flotta nemica, lo Stato Maggiore della Regia Marina aveva infatti studiato dei siluri sottomarini, a pilotaggio umano, atti a minare le navi nemiche in porto. Fu così che la notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 19118 Il capitano del genio Navale Raffaele Rossetti e il tenente di vascello Raffaele Paolucci penetrarono nel porto di Pola minando e affondando la corazzata nemica Viribus Unitis. 
Da alcune ore tuttavia, la nave era stata ceduta al neonato Stato degli sloveni, croati e Serbi dal defunto Impero Austro-ungarico. Vienna infatti aveva chiesto e ottenuto dall’Italia l’armistizio quello stesso giorno, con effettività 48 ore dopo. Al pomeriggio del 3 novembre, con l’ingresso del caccia Audace nel porto di Trieste la Grande Guerra italiana sul mare celebrava la sua fine.

Paolo Formiconi Collaboratore dell’Ufficio Storico della Difesa