giovedì 29 maggio 2014

CITTADINO E RE -IV parte

"L'11 mattina, lo Stato italiano iniziava la sua fragile vita nella nuova e incerta capitale. Come scrisse un giornalista americano, il maresciallo Badoglio, con poco più di una matita ed un pezzo di carta, si accinse, assieme ai suoi collaboratori a salvare lo Stato italiano" (degli Espinosa).

Proclama del Re agli Italiani.

L'11 sera, da radio Bari, Vittorio Emanuele si rivolge alla Nazione: "Per il supremo bene della Patria che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo colle Autorità Militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale. Italiani, faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare sino all'estremo sacrificio sul vostro Re. Che Iddio assista l'Italia in quest'ora grave della sua storia".

Italiani, tedeschi, americani, inglesi ed il mondo intero sapevano, senza ombra di dubbio, dove il Re fosse e che cosa facesse. Il Re-soldato svolge i suoi compiti sul campo

Due giudizi sul trasferimento del Re e del Governo.

Ernesto Ragionieri: "La teoria di berline nere che aveva lasciato Roma aveva portato in salvo la continuità dello Stato attraverso una guerra perduta, un cambiamento di regime ed un rovesciamento di alleanze: non era un risultato di poco conto!"

Augusto Del Noce: "La tesi della «fuga ignominiosa» è calunnia priva di fondamento: era proprio, invece, il dovere del Sovrano a esigere la «fuga di Pescara» per la salvezza della continuità dello Stato. Quel dovere che può talvolta esigere da un Re la morte eroica, può tal'altra richiedere di salvarsi, magari nelle vesti di fuggiasco e col rischio di essere giudicato tale.
Gli stessi Alleati avevano più volte insistito presso il Re perché lasciasse la Capitale, come documenta Vanna Vailati.
L’11 settembre sera, Vittorio Emanuele III lancia un messaggio agli Italiani; spiega perché ha lasciato Roma e comunica dove si trova. Tutto avviene alla luce del sole. Dov'è la "fuga ignominiosa"?

Il Regno del Sud.

Re e Governo a Brindisi hanno un solo compito: ricostruire di fronte al mondo l'immagine dello Stato e del Paese; e lo devono fare giocando le poche carte che hanno in mano. Essi sono l'unica difesa non tanto del presente, quanto del futuro della Nazione ma giuridicamente era legittimo questo governo?

".. Questa legittimità giuridica [del Governo dei Re]... era stata affermata e comprovata dall'ubbidienza degli uomini dello Stato che la prolungavano: ove questo non fosse avvenuto, e la flotta invece di ubbidire si fosse affondata nei porti, e le forze di polizia si fossero sbandate e i funzionari si fossero dispersi al primo silenzio di radio Roma, o disanimati da un insorgere di popolo, gli Alleati avrebbero semplicemente preso atto del venir meno dell'altro contraente per dichiarare nullo l'armistizio, e governare l'Italia come più tardi avrebbero governato la Germania. Così Manlio Lupinacci.

Il 22 febbraio 1944 Churchill, in un importante discorso pronunciato ai Comuni. riconobbe il Regno del Sud come realtà imprescindibile. Citiamo:  “Abbiamo firmato l'Armistizio con l'Italia, stella base della resa incondizionata, con Re Vittorio Emanuele III e il Maresciallo Badoglio che costituivano e costituiscono finora, il governo legittimo dell'Italia... d'altra parte non sono convinto che si potrebbe formare, attualmente in Italia un qualsiasi altro governo capace di ottenere la stessa obbedienza dalle Forze Armare italiane”.

A questo nobile riconoscimento non seguiranno comportamenti coerenti né da parte degli anglo-arnericani. né dello stesso Churchill. Anzi si verificherà una loro costante doppiezza. Non solo, ma il 13 ottobre 1943, il Governo è costretto dagli Alleati a dichiarare guerra alla Germania. Il Re si era opposto inutilmente, prevedendo le tragiche conseguenze della decisione. Gli Alleati vogliono sfruttare l’Italia sotto ogni profilo. Sono liberatori o conquistatori?

La politica estera.

Il 14 marzo 1944, la Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica: "In seguito al desiderio a suo tempo ufficialmente espresso da pane italiana, il Governo dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ed il Regio Governo hanno convenuto di stabilire relazioni dirette tra i due Paesi. In conformità a tale decisione sarà proceduto tra i due Governi senza indugio allo scambio di Rappresentatiti muniti dello statuto diplomatico d'uso".

Questo successo diplomatico acuisce l’antagonismo tra Unione Sovietica e Potenze occidentali, tanto che il 14 marzo 1944 il Times pubblica il fondo "Russia and Italy" nel quale il suo corrispondente diplomatico accusa i governi alleati di non aver saputo elaborare un progetto politico per l'Italia, mentre Stalin l'aveva pensato per tempo.

La politica interna.

A Bari il 28 e 29 gennaio 1944, i partiti che costituiscono l'Esarchia celebrano il loro primo ed ultimo congresso antifascista.

La discussione s'incentra subito sulla necessità di 'defascistizzare lo Stato', che significava prima di tutto cacciare il Re fascista. Infatti sotto la regia del conte Carlo Sforza, il Congresso divenne un processo al Re, sostenuto anche dal professor Omodeo, il quale “dalla radio invitava cortesemente Vittorio Emanuele a spararsi un colpo per farla finita". Nel consesso, De Nicola, appoggiato da Croce, escogitò la “luogotenenza del Regno” da affidare al Principe ereditario. Il Re fece sapere che avrebbe delegato i suoi poteri solo in Roma liberata.

Togliatti smentiva l'Esarchia nell'intervista al giornale comunista algerino 'Liberté': "... La politica dei comunisti italiani è una politica di unità nazionale nella lotta per la liberazione e per la rinascita del Paese... "
Anche per i comunisti il Re restava il Re. Opportunismo, come il riconoscimento sovietico? Forse, ma i due fatti restano.

Il Regio Esercito e l'attività di Vittorio Emanuele III

Secondo l'articolo 5 dello Statuto Albertino, il Re " ... è il Capo supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra..." Per i Savoia questo articolo non è mai stato mera petizione di principio.

27 settembre 1943 - San Pietro Vernotico

Nasce il primo nucleo del ricostruendo Regio Esercito, dericiminato "Primo raggruppamento motorizzato". In tutto 5.000 uomini. Gli Alleati non concedono di più. Loro comandante fu designato il generale di brigata Vincenzo Cesare Dapino.

Il 18 ottobre il Re passa in rassegna il 67' Reggimento di Fanteria, che entrato in linea il 7 dicembre, l'8 dicembre a Montelungo si sacrificherà quasi interamente. L’operazione fu preceduta da un volo di ricognizione del Principe Umberto. Nei primi giorni di novembre, di ritorno da Napoli, tra Mesagne e San Vito, il Re vedendo un "colossale deposito di munizioni" degli Alleati, esclama: "con tanta dovizia di materiale non fanno [gli Alleati] un passo avanti. Sembra che abbiano paura di farsi male". Le nuove Forze Armate svolsero anche una fondamentale funzione di coesione sociale: perché non erano di parte: gli ultimi soldati del Re furono borghesi, nobili, persone dei popolo, che si riconoscevano in una sola bandiera e collaborarono con i Partigiani delle diverse formazioni. Il 14 marzo 1958 Cesare Degli Occhi, deputato del P.N.M., ricordò alla Camera: 'L’esercito regio, l'esercito fedele che risalì di tappa in tappa verso la capitale d'Italia perché la Patria venisse liberata anche dalla paurosa antitesi civile".

6 gennaio 1944 Vittorio Emanuele III riceve Badoglio il quale gli riferisce che, a Napoli, De Nicola ha insistito nuovamente sull'abdicazione del Re, per il quale sostiene che l'atto deve maturare "in un clima di estrema lealtà ... soltanto dopo la riconquista di Roma". li Re si illude..

Il 20 gennaio 1944. La 'Gazzetta del Mezzogiorno pubblica l'intervista rilasciata a Cecil Sprigge, corrispondente della 'Reuter', dal sottosegretario repubblicano Oronzo Reale, che dichiara: "l'abdicazione non si può compiere se non a Roma, con l'aiuto di tutti i partiti nazionali ... si dica quello che si vuole della Monarchia ma è indiscutibile che la Marina naviga, che l'Aviazione vola, che l'Esercito, sia pure in piccola parte e non per colpa sua, si batte in nome del Re. Io credo che ogni discussione indebolisce questi sforzi".

Il 27 gennaio il Governo firma, con gli Alleati, l'accordo per il quale i territori liberati tornavano all'Amministrazione italiana. Il 2 febbraio, il Re visita i militari rientrati dall'Albania e ricoverati nell'ospedale "Acanfora” di Taranto.


L’11 febbraio Badoglio si insedia nel municipio di Salerno, nuova capitale del Regno, è questa la 'svolta di Salemo'. Poco tempo dopo il Re si trasferirà a Ravello; forse è giunto il momento di formare un governo politico. Il Re chiede a De Nicola di accettarne la presidenza; ma l'8 aprile questi rifiuta. il giorno dopo il Re confida a Punton: "La situazione, ormai, è senza vie d'uscita. Per di più sono costretto a constatare che molti uomini per viltà, al primo sentore di pericolo m'abbandonano. Non so più in chi credere ".

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