giovedì 23 aprile 2020
mercoledì 8 aprile 2020
Gli Arditi
Il 26 giugno 1917
il Comando Supremo italiano ordinava l’istituzione di un reparto d’assalto per
ogni Armata: da tale disposizione si può far datare la nascita degli Arditi.
La
prima ad inquadrare nei propri organici tale reparto fu la 2^ Armata. Proponente
e sperimentatore della specialità era stato il tenente colonnello Giuseppe
Alberto Bassi, che il 14 maggio 1917, nell’attacco di Monte San Marco, aveva
messo alla prova, ancora col grado di maggiore, fondamentali innovazioni
tattiche, coadiuvato dall’impiego di mitragliatrici pesanti e dal fuoco di
appoggio dell’artiglieria.
Di lì a poco (29 luglio) ci sarebbe stata la visita
del Re e la sua personale approvazione della nuova uniforme, e il 18-19 agosto
il battesimo del fuoco del I reparto, a Monte Fratta, in occasione della 11^
battaglia dell’Isonzo. La genialità di una scelta come quella operata dal
Bassi, di costituire una specialità nuova di truppe d’assalto da impiegare per
lo sblocco di situazioni difficili, supportate dal resto dei combattenti (fanteria
ed artiglieria), nasce dalla necessità di risolvere lo stallo della guerra di
trincea, e ripropone l’ardimento italico al fante italiano, poco addestrato,
mal nutrito e pessimamente condotto, non fosse altro perché gli schemi del
Comando Supremo erano antiquati e non si adattavano alla distruttività delle
armi prodotte da una tecnologia industriale affatto diversa da quella dei conflitti
precedenti.
La logica dello scontro frontale, sia pure supportato
dall’artiglieria, non era idonea ad ottenere risultati che non fossero inutili
carneficine. Se si esamina il Decalogo dell’Ardito, a firma di Francesco
Saverio Grazioli, tenente generale del Corpo d’Armata d’Assalto (giugno 1918),
da ultimo, ma non da meno, si scopre che così recita l’art.10: “Corri alla
battaglia.
Tu sei la più fulgida espressione del genio di nostra razza …”.
Certamente è retorica, ma, nel nostro caso, di quella che sa vedere dentro la
storia, e non semplicemente dentro “una” storia, cioè dentro vicende di certo
tra loro diverse, che però si propone di accomunare, rendendo una sola la
pletora di stirpi della Penisola, e rendendo attuali tutte le epoche, che
quella storia hanno costruita, nel travaglio di guerre ora contro uno straniero
ora fratricide.
Negli Arditi rivive uno spirito unitario, che fonde le
esperienze della Compagnia della Morte di Legnano, dei feditori a cavallo di
Campaldino, degli archibugieri di Giovanni delle Bande Nere e, per venire a
tempi viciniori, degli stessi garibaldini – esempio non solo di valorosi combattenti
“politici”, ma, dal punto di vista tecnico, di truppe veloci e leggere use al
colpo di mano.
Purtroppo il cattivo coordinamento tra Comandi non sempre seppe
sfruttare il successo seguente all’impeto dell’attacco vittorioso, secondo
l’indicazione offerta dallo stesso Grazioli nell’art.3 del citato decalogo: “La
vittoria è al di là dell’ultima trincea del nemico, è nelle sue retrovie; per
giungervi adopera violenza e astuzia, né curare se nell’avanzata impetuosa
nuclei avversari ti resteranno alle spalle…”.
È un’indicazione “tecnica” più
che un articolo di fede da porsi in un decalogo che, come tutti i decaloghi, ha
peraltro un’ispirazione sfuggente alla comune manualistica di addestramento. Il
consiglio è semplice e brutale: sfondare, come si diceva in epoca napoleonica,
“alla solita vecchia maniera”, con la rapidità di romani velites che abbiano un
munizionamento di pistole mitragliatrici e bombe a mano, per passare dall’altra
parte dell’ultima linea difensiva avversaria, per irradiarsi alle spalle del nemico,
creare sconcerto, confusione, distruzione: “Se giungi nelle retrovie nemiche
gettavi lo scompiglio ed il terrore; un ardito può valere cento uomini…”
(art.6).
Si tratta di un principio che, sul medesimo fondamento dell’azione di
un’agguerrita truppa d’assalto, in grande stile avrebbero operato i reparti
tedeschi non dipendenti dalla Wehrmacht nei confronti dell’armata sovietica in
quanto truppe d’élite dalla solida preparazione. Nel 1918 non si arriva a
teorizzare una penetrazione in territorio occupato “dietro le linee”, ma
l’intuizione c’è tutta. Forse si sarebbe dovuto disporre di spazi più vasti,
come poteva avvenire nelle colonie, dove creare le condizioni di una efficace
guerriglia – e, si noti, l’azione degli Arditi, qualora si prescinda dalla frontalità
(trincea versus trincea), è in larga misura ispirata alla petite guerre di
sempre, a quella medesima realtà bellica che spesso, nella manualistica
regolamentare del Settecento, era, in definitiva, la guerre des postes, ora,
però, attuata con armi più distruttive, anche se il pugnale veniva annoverato
nella normale dotazione delle truppe d’assalto italiane e ne costituiva il
simbolo più appropriato e psicologicamente incisivo: più corto dell’arma breve
del legionario, più snello e maneggevole della baionetta, a metà tra il pugione
e la misericordia. Senonché un alto ufficiale dell’epoca non avrebbe mai potuto
ammettere un comportamento che si discostasse più di tanto da una ricevuta e
consolidata prassi regolamentare, e nulla di più alieno sarebbe stato per lui
la valenza “politica” accompagnata allo sforzo bellico.
Ci si batteva ancora
“per il Re e per la Patria”, al di fuori di schemi ideologici che non fossero
quelli della tradizionale fedeltà ad una dinastia, la quale ancora regnava,
anche se non più per esclusiva grazia di Dio. I contenuti impliciti
nell’arditismo avrebbero trasformato – ma solo dopo la conclusione della guerra
– tanti arditi in “soldati politici”, cioè in rivoluzionari, di destra o di
sinistra non importa, infatti per sua essenza la rivoluzione è una, e le sue
declinazioni sono, a ben vedere, legate solo ad occasionali contingenze. Ma,
come si dice in tali casi, questa è un’altra storia.
Dunque, se ci fermiamo al
4 novembre 1918, comprendiamo benissimo come il Comando Supremo fosse solo
attento alle conseguenze “tattiche” delle azioni arditesche, sorvolando (o
reprimendo) qualsiasi pulsione dettata da quelle che apparivano come fuorviate
visioni del mondo. “La simbiosi fra Arditismo e Futurismo ci parla da sola
dell’ideologia politica che innervava quel fenomeno combattentistico”.
L’osservazione di Luca Leonello Rimbotti è calzante ed appropriata, come le
caratteristiche implicate risultavano poco accettabili per chi avesse voluto
porsi come difensore dell’ordine politico e sociale: culto dell’azione,
esaltazione dell’aristocrazia guerriera, mito assoluto dell’italianità,
esaltazione della giovinezza, ostilità verso il modo borghese e conservatore,
verso la Chiesa e il dominio dei preti…
Credo che ce ne fosse abbastanza per diffi
dare delle conseguenze e delle implicazioni di chi, tornato dal fronte dopo
avere bene meritato della propria arditezza, rischiava di inserire nella
quotidianità elementi in stridente dissonanza col tranquillo tran-tran che ci
si ostinava a proclamare pace, comunque questa si volesse definire e valutare.
Per un vero ardito non si poteva invocare la compostezza del bravo filius
familias, che, reduce, si adattasse a finire gli studi, comparendo davanti a
commissioni d’esame composte da professori vecchi, occhialuti e bolsi
(all’epoca non si usavano ancora professoresse): in proposito Giovanni Comisso
ci ha lasciato pagine indimenticabili.
Mentre, dal canto loro, gli alti vertici
militari si erano lasciati sfuggire la formidabile innovazione, che pure si era
profilata ed in parte esplorata sul finire del conflitto, della costituzione,
in pianta stabile, di un’Armata d’Assalto. Perciò gli Arditi non giunsero mai
alla solidità dei granatieri, essendo nati per altri scopi ed in fondo troppo
tardi perché davvero potessero evolvere in Grandi Unità capaci di imprimere non
solo una drastica svolta alle operazioni, ma anche – e soprattutto – dare luogo
ad un Esercito Italiano dotato di caratteristiche nuove, al passo con i tempi,
e pronto ad effi caci cimenti.
Carlo Arrigo
Pedretti già Preside del Lic. Cl. St. “G. Parini” di Milano
mercoledì 11 marzo 2020
venerdì 6 marzo 2020
La febbre spagnola
Nel settembre 1918 un flagello
si abbatte sulle popolazioni stremate da cinque anni di guerra: la Febbre
Spagnola. Questa emergenza sanitaria, sino ad oggi, rimane la più grande
pandemia della storia. Essa, classificata oggi come “influenza”, in pochi
mesi,causò più morti della Grande Guerra stessa. Sono ancora incerte le cause
di questa pandemia: è documentato che i primi casi influenzali comparvero in
primavera presso il centro di reclutamento ed addestramento truppe americane
“Camp Riley”, nel Kansas. Le autorità sanitarie sottovalutarono il problema.
Nel settembre dello stesso anno una epidemia molto più intensa si verificò
presso i campi di addestramento della East Cost, dai quali partivano le truppe
per l’Europa. Nel nostro continente il conflitto si era ormai trasformato in
guerra di trincea ed i militari, di qualunque parte belligerante, vivevano a
stretto contatto, in condizioni igieniche precarie. I soldati erano ammassati
in trincee fangose, infestate da topi ed insetti. Gli ammalati ed i feriti
portati nelle retrovie, i militari addetti alla logistica, i soldati inviati in
licenza rappresentarono pericolosi veicoli di trasmissione e diffusione della
malattia anche alla popolazione civile. In poche settimane dalla Francia il contagio
si diffuse alle altre nazioni, comprese quelle neutrali. In Italia i primi casi
della pandemia febbrile si verificarono nel settembre 1918 in Emilia, nel
Reggiano, ove erano di stanza gli Ospedali Militari diretti dal Tenente
Colonnello Medico Francesco Astengo. In breve il contagio si diffuse anche a
Milano. In questa città, anch’essa sede di importante Ospedale Militare
Principale, in 180 giorni si registrarono approssimativamente 10.000 casi di
febbre influenzale, con picchi di mortalità del 34 per mille. Vittime preferite
dal morbo erano i soggetti maschili nelle truppe. Nell’ambito civile erano al
contrario più colpite le donne, la maggior parte delle quali era addette alla
assistenza dei malati ed agli approvvigionamenti. Più colpiti erano i soggetti
giovani e quelli già affetti da patologie polmonari. Le Autorità Sanitarie di
tutti i paesi belligeranti sottovalutarono il problema, sia per le scarse
conoscenze scientifiche, sia per la censura dei vari Governi che, in un periodo
di guerra, cercavano di nascondere la verità. Furono le Autorità Sanitarie
Spagnole, di un Paese neutrale, a divulgare per prime la notizia della
pandemia, e per questo motivo essa fu definita “Febbre Spagnola”. Questo
ritardo di comunicazione aggravò la diffusione della epidemia. Una volta
divulgatasi la notizia anche in Italia, le Autorità sanitarie emanarono
disposizioni sanitarie e suggerimenti di comportamento anche per la popolazione
civile. Vennero imposti diversi divieti: di visitare i malati ricoverati, di
riunirsi in adunate pubbliche, di fare cortei funebri. Furono somministrati
farmaci di vario tipo, ma tutto questo fu inutile. La realtà è che la classe
medica del tempo, non avendo conoscenze di virologia, era nella totale
impossibilità di gestire e contenere il diffondersi dell’epidemia. Dal punto di
vista clinico la malattia colpiva prevalentemente in modo grave l’età tra i
18-40 anni, mentre gli anziani erano in parte risparmiati. Questa particolarità
è stata attribuita di recente al fatto che molte delle persone più anziane
avevano sviluppato una risposta immunitaria in passato. In particolare il
maggior numero di questi soggetti era sopravvissuta ad un’altra epidemia
influenzale, di minore portata verificatasi tra il 1889-1890. L’esordio con
febbre elevata era seguito, dopo pochi giorni, da polmonite massiva e cianosi;
a questo punto subentrava una insufficienza respiratoria che portava quasi
sempre al decesso. Pressocché inesistente la terapia farmacologica, che si
basava sui soli farmaci disponibili all’epoca, quali acido acetilsalicilico,
Sali di bismuto, iodoformio, olio di ricino. I
pazienti che superavano i primi giorni, andavano incontro quasi sicuramente a
guarigione spontanea. Nel 1919, improvvisamente la pandemia influenzale si
attenuò e si arrestò spontaneamente. Vennero globalmente censiti approssimativamente
21 milioni di ammalati di febbre spagnola. Studi di revisione epidemiologica
più recenti sono propensi a sostenere che il numero dei pazienti colpiti
raggiunse anche i 100 milioni. Data l’emergenza del momento, all’epoca non
vennero adeguatamente accertate la cause dei decessi ed i dati furono
sicuramente sottostimati. Limitatamente all’Italia furono censiti
approssimativamente 700 000 decessi per cause dirette legate all’influenza dal
settembre 1918 ai primi mesi del 1919. Il loro numero in un periodo così breve,
è nettamente superiore ai 660 000 morti per cause belliche dal 1915 al 1918.
Claudio Maria Cumetti Medico, U.N.U.C.I., Milano
martedì 21 gennaio 2020
Wilson e Orlando
Dopo il discorso di Wilson
al Congresso dell’8 gennaio 1918 i 14 punti del presidente americano divennero
i fini di guerra degli Stati Uniti e dettero al suo autore una straordinaria
popolarità. Piacquero alle minoranze degli Imperi centrali e dell’Impero russo
a cui offrivano la speranza di uno Stato nazionale. Piacquero in particolare ai
serbi, ansiosi di realizzare, con le provincie croate e slovene
dell’Austria-Ungheria, un regno degli slavi del sud. Piacqero a un poeta,
Gabriele D’Annunzio, che definì il presidente americano “cavaliere
dell’umanità”. Piacquero agli italiani che vedevano in quel documento l’eco del
sogno politico di Giuseppe Mazzini (Wilson si fermò a Genova per rendere
omaggio al suo monumento durante il viaggio in Italia nel gennaio del 1919).
Suscitarono qualche speranza, infine, persino nel campo dei Paesi che di lì a
poco avrebbero perduto la guerra.
Diffuso in Europa durante l’ultima fase del
conflitto, mentre Austria e Germania combattevano sempre più faticosamente le
loro ultime battaglie, il programma di Wilson creò infatti nei due Paesi, al
momento dell’armistizio, l’illusione di una pace non punitiva. In un documento
austriaco del 7 ottobre del 1918, trasmesso al segretario di Stato americano
dal ministro di Svezia a Washington, si legge che l’Austria-Ungheria era pronta
a iniziare negoziati di pace “sulla base dei 14 punti”. I negoziati dell’Italia
con gli Alleati furono complicati da una sorta d’incompatibilità caratteriale
fra Wilson e il presidente del Consiglio italiano.
Vittorio Emanuele Orlando
era un eccellente giurista, esperto di diritto amministrativo e costituzionale,
formato nelle università italiane e tedesche. Quando fu eletto alla Camera dei
deputati, nel 1895, si sedette a Montecitorio fra i liberali e fu apprezzato
soprattutto per i suoi interventi nelle grandi questioni istituzionali che il
Paese dovette affrontare agli inizi del secolo: il diritto di sciopero, la
riforma della scuola elementare, quella dell’ordinamento giudiziario, la
statuto giuridico degli impiegati dello Stato.
Fu ministro della Giustizia nel
governo di Giolitti dal 1907 al 1909 e più tardi, nel governo di Antonio
Salandra dal 1914 al 1916 quando preparò un disegno di legge per la “difesa
economica e militare dello Stato” con cui venivano attribuiti all’esecutivo i
pieni poteri in numerose materie. Quando Salandra fu sostituito da un vecchio
uomo politico, Paolo Boselli, Orlando divenne ministro degli Interni e difese
le libertà costituzionali contro il comandante supremo Luigi Cadorna. Fu quindi
l’uomo politico che seppe adattare l’ordinamento dello Stato alle esigenze del
conflitto, ma anche quello che non cedette alle tendenze autoritarie dei
comandi militari. È questa la ragione per cui, dopo la rottura del fronte
italiano a Caporetto, gli fu affidato il compito di formare un nuovo governo.
La riorganizzazione delle forze armate fu dovuta al nuovo comandante supremo,
Armando Diaz, ma Orlando grazie alla sua eloquenza e al calore mediterraneo dei
suoi discorsi divenne alla fine della guerra il “presidente della Vittoria”,
l’uomo che meglio incarnava, agli occhi della maggioranza degli italiani lo
spirito dell’”Italia risorta” e che avrebbe meglio rappresentato il suo Paese
al tavolo della pace.
Con Wilson in particolare sembrava fatto per intendersi.
I due uomini di Stato avevano fatto studi giuridici, avevano un passato
accademico, avevano trattato questioni di diritto costituzionale ed erano stati
brillanti riformatori. Ma i loro caratteri e il loro stile erano alquanto
diversi: Wilson saccente, insofferente e altero, Orlando troppo incline ad
atteggiamenti retorici ed emotivi. Ma al presidente del Consiglio italiano
nocque soprattutto l’ambiguità di una linea negoziale che chiedeva
contemporaneamente due cose difficilmente compatibili: la piena esecuzione del
Patto di Londra, firmato con gli Alleati nell’aprile del 1915, in nome della
diplomazia tradizionale, e Fiume in nome del principio di autodeterminazione.
Wilson propose una soluzione che prevedeva per Fiume l’autonomia nell’ambito
del sistema doganale jugoslavo, il governo italiano respinse il progetto e il
presidente americano, a sua volta, scavalcò Orlando per indirizzare un pubblico
appello alla nazione italiana. Era il 23 aprile 1919. Il giorno dopo Orlando e
il suo ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, rientrarono a Roma.
Il presidente
del Consiglio sostenne che aveva l’obbligo, in quelle circostanze, di accertare
la fiducia del Parlamento, ma è probabile che sperasse di costringere la
Francia e la Gran Bretagna a fare pressioni su Wilson perché modificasse la sua
posizione. Ebbe l’approvazione della Camera dei deputati, ma Clemenceau e Lloyd
George gli ricordarono che gli Alleati si erano impegnati a non firmare paci
separate e che la sua assenza a Parigi in occasione del primo incontro con i
plenipotenziari tedeschi, austriaci e ungheresi, avrebbe fatto decadere le
clausole del Patto di Londra relative all’Italia. Tornò a Parigi il 7
maggio, quindi, ma ancora più debole di quanto fosse al momento della partenza.
Poco più di un mese dopo il suo governo cadde alla Camera dopo un dibattito nel
corso del quale il presidente del Consiglio aveva chiesto che le discussioni
sulla politica estera avessero luogo a porte chiuse. Divenne presidente della
Camera e fu sempre, anche durante il fascismo, una rispettabile personalità
nazionale, ma nei negoziati per la pace non ebbe da allora alcun ruolo.
Sergio Romano Ambasciatore
Tratto da: AA.VV. « Ils Ont
fait la paix. Le Traité de Versailles vu de France et d’ailleurs, a cura di
Serge Berstein, Paris Les Arènes 2018
domenica 10 novembre 2019
Pace di Parigi: cadono le monarchie e nascono le dittature
NUOVE SINTESI
trimestrale
di cultura e politica
Direttore
Responsabile Michele D’Elia
con la
collaborazione dell’Istituto Zaccaria
Anselmo Bucci, San Marco Risorge,
Venezia, 1918
(dal catalogo della
mostra “Tempo di guerra”, Monza, 10 ottobre 2014)
1915 - 1918
PROFILO
DELLA GRANDE GUERRA
DEGLI
ITALIANI
Pace di Parigi:
cadono le monarchie e nascono le
dittature
Sabato 16
novembre 2019
Istituto Zaccaria, Aula
Magna - ore 15.00
Via della
Commenda, 5 – Milano, MM 1 - 3
organizzato
da
NUOVE
SINTESI
trimestrale
di cultura e politica
con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria
1915 - 1918
PROFILO DELLA GRANDE GUERRA DEGLI ITALIANI
Pace di Parigi:
cadono le monarchie e nascono le
dittature
Il
Direttore Responsabile Michele D’Elia
PER INFORMAZIONI:
02.68.08.13 – michele.inhostem@gmail.com
P R O G R A M M A
Presentazione
del Convegno
Saluti
istituzionali
RELAZIONI
Jugoslavia: una
rivoluzione illuminata – la monarchia unisce
Michele
D’Elia, Direttore R. di Nuove Sintesi,
Milano
La crisi di Fiume: una
sfida politica e ideologica all’ordine costituito
Gianluca
Pastori, Università Cattolica, Milano
Occasioni mancate – I trattati
di pace nell’antica Grecia
Cinzia
Bearzot, Università Cattolica, Milano
La Stampa tra gli
armistizi e la pace
Giorgio
Guaiti, Giornalista e scrittore, Milano
Grande Guerra e teatro –
Milano e la Scala anticipano i tempi e costituiscono l’Ente Morale Autonomo del
Teatro
Sergio
Rizza, Giornalista, Metro, Milano
Vittoria e pace nelle
tematiche artistiche degli anni 1919-1920
Salvatore
P. Genovese, Ordinario di Disegno e
Storia dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano
Nazionalismo nel restauro
dei monumenti
Amedeo
Bellini, Emerito di Restauro
architettonico del Politecnico, Milano
La difficile statistica
dei costi umani della Grande Guerra
Salvatore
Sfrecola, Presidente dell’Associazione
Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma
Per una sociologia della
pace
Roberto
Cipriani, Emerito di Sociologia,
Università Roma 3
Coordinano i lavori
Paola Manara, Direzione Cultura del Comune di
Milano, Area Biblioteche
Mario Garassino, Presidente della Commissione studi
ALDAI
Ingresso libero
Si ringraziano quanti hanno collaborato
per la buona riuscita del convegno.
giovedì 10 ottobre 2019
La Regia Marina nella Grande Guerra
All’atto dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915
la Regia Marina godeva di una vasta popolarità nel Paese, e poteva essere
considerata una forza moderna e relativamente cospicua. Oggetto di numerose
cure da parte dei Governi fin dall’indomani dell’Unità, nonostante la grossa
delusione del 1866, la Marina da guerra fu sempre considerata come uno degli
orgogli da esibire per il giovane Regno d’Italia, sia per il suo essere erede
delle glorie delle Repubbliche Marinare, sia per lo stretto legame che la
legava alle nascenti industrie pesanti nazionali. La guerra di Libia del
1911-12 aveva segnato un successo clamoroso per la flotta italiana, penetrata
fin dentro i Dardanelli, sia pure macchiato dalla parziale inefficacia del
blocco della Libia, dovuto alla opposizione francese. Parigi fu infatti assai
contrariata dall’attivismo della flotta italiana e, a dispetto della ritrovata
cordialità diplomatica con Roma, dette segnali minacciosi.
Costruita del resto
fin dall’inizio in un’ottica antifrancese, la Marina italiana rappresentava
però una fonte di angosce anche per un potenza tradizionalmente terrestre come
l’Austria, che dovette a propria volta dotarsi dal finire dell’Ottocento di una
moderna marina, molto al di là dei propri reali bisogni, non potendo sperare
nel ripetersi delle circostanza che avevano permesso il successo di Lissa.
Alla
vigilia del conflitto gli italiani disponevano di dieci corazzate e nove
incrociatori corazzati, diciotto fra incrociatori leggeri ed esploratori,
sessanta cacciatorpediniere, cinquantatré torpediniere e ventuno sommergibili.
Gli si opponevano tredici corazzate, tre incrociatori corazzati, undici
incrociatori leggeri e esploratori, nove corazzate costiere, ventisei
cacciatorpediniere, ventiquattro torpediniere, quarantacinque siluranti minori
e quattordici sommergibili oltre ad altrettanti di imminente consegna. Il
Mediterraneo era quindi già prima del 1914 un mare militarizzato in cui quattro
flotte si osservavano guardinghe non troppo sicure di chi sarebbe stato
l’alleato e chi il nemico di domani.
La decisione del governo italiano nel 1915
portò definitivamente gli equilibri navali mediterranei a favore dell’Intesa.
La flotta austriaca era rinserrata nell’Adriatico, le cui chiavi, Valona e Brindisi,
erano entrambe in mani italiane, quella ottomana era chiusa nel Bosforo.
Compito delle marine alleate era di tenervele rinchiuse e scortare i numerosi
trasporti che transitavano per il Mediterraneo, da e per Suez, arteria vitale
della guerra. All’Italia spettava però anche di proteggere il proprio traffico
navale e difendere la lunghissima costa dalle offese del nemico, che poteva
contare sui numerosi e protetti ancoraggi della costa dalmata e istriana. La
geografia da questo punto di vista aveva sfavorito il Regno d’Italia.
Sull’Adriatico esso non aveva che tre grandi ancoraggi: Venezia, Ancona e
Brindisi, di cui il primo inadatto alle grandi navi e l’ultimo troppo distante
dal nemico.
Fu proprio su Ancona infatti che gli austriaci aprirono la loro
guerra sul mare contro l’Italia, bombardandola, come aveva fatto Teghettoff nel
1866, la notte prima dell’apertura delle ostilità. Anche altre città costiere
della Puglia furono colpite, ed un caccia italiano affondato. Comandava la flotta
imperiale l’ammiraglio Njegovan, che, esaurita questa fiammata iniziale impose
ai suoi una guerra di attesa che massimizzava i vantaggi sugli italiani: una
migliore rete di informatori e sabotatori, numerose basi protette da Pola fino
a Cattaro, ed il concorso preziosissimo dei sommergibili tedeschi.
Da parte
italiana il capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Paolo Thaon di
Revel, ambiva ad una battaglia navale per vendicare Lissa ed in questa ottica
aveva ottenuto il comando unico delle forze dell’Intesa in Adriatico, e aveva
concentrato a Taranto il meglio della flotta da battaglia, lasciando agli
incrociatori, ai sommergibili e alle unità sottili la sorveglianza del Canale e
la scorta dei convogli in Mediterraneo. L’ammiraglio Enrico Millo tuttavia, l’eroe
della guerra di Libia al comando della squadra navale di Brindisi, non rinunciò
però ad attirare fuori dalle basi il nemico nell’Adriatico, con piccole
operazioni di bombardamento delle coste.
Disapprovata da Thaon di Revel, e
probabilmente minata dallo spionaggio, la strategia di Millo fallì. Dopo la
sorpresa di Ancona, cui si rimediò con la creazione dei treni armati della
Marina che pattugliarono fino all’ultimo giorno di guerra tutta costa
adriatica, gli italiani dovettero subire una serie di delusioni e di
insuccessi: l’incrociatore Amalfi fu silurato il 7 luglio, seguito il 18 dal
Garibaldi e il 27 settembre dalla corazzata Brin, saltata in aria in porto,
forse per sabotaggio.
Già la flotta francese del resto, che operava in Adriatico
dal porto montenegrino di Bar fin dal 1914, aveva perduto nei mesi avanti un
incrociatore, un caccia e un sommergibile ed aveva avuto la corazzata Jean Bart
gravemente danneggiata. L’Adriatico era insomma un luogo estremamente
pericoloso e sottovalutare la marina di Vienna poteva essere fatale. Da parte
italiana si era replicato, su iniziativa del solito Millo, l’11 luglio con
l’occupazione dell’isoletta di Pelagosa, difesa vittoriosamente da un
contro-tentativo di sbarco nemico ma poi abbandonata il 18 agosto. Per altro,
l’attività dei sommergibili tedeschi in Mediterraneo costrinse gli alleati a
dedicarsi alla loro minaccia al traffico mercantile, che assunse tinte
allarmanti. A dispetto di ciò, comunque, l’Italia riuscì comunque a far
giungere entro il 1918 nei propri porti oltre 50 milioni di tonnellate di
merci.
Migliori risultati ottennero gli italiani nelle operazioni di
evacuazione dai porti albanesi dei resti dell’esercito serbo, incalzato dalle
truppe austro-bulgaro-tedesche nel dicembre 1915. Coadiuvata dalle navi
francesi e britanniche la flotta italiana portò in salvo 115.000 dei 170.000
uomini evacuati, subendo perdite relativamente lievi a dispetto della vicinanza
della base austriaca di Cattaro.
Furono perduti due piroscafi e due sommergibili, oltre a
naviglio minore, ma gli austriaci ebbero due caccia affondati dalle mine poste
a protezione dei porti di imbarco. La difficile operazione fu gestita dal nuovo
capo di Stato Maggiore della Marina, Luigi di Savoia, Duca degli Abbruzzi,
subentrato l’11 ottobre all’ammiraglio Thaon di Revel. Il 1916 trascorse con
gli italiani in attesa, studiando le strategie per il nuovo tipo di guerra che
si era presentata, mentre gli austriaci badavano soprattutto ad appoggiare i
sommergibili tedeschi che facevano base in Adriatico per le azioni di corsa e
di collegamento con la Libia, dove armi e tecnici tedeschi sbarcavano di
continuo per alimentare la guerra degli insorti contro italiani e britannici in
nord-Africa.
Proprio l’affondamento del piroscafo italiano Ancona, carico di
passeggeri statunitensi, nel novembre 1915, poco dopo quello del Lusitania in
Atlantico, provocò una grave crisi diplomatica fra Stati Uniti e Austria. Gli
italiani tentarono dapprima di attirare gli austriaci fuori da Pola con
bombardamenti delle stazioni della costa istriana, senza risultato. Poi si
passò a tentare il forzamento di alcuni porti mediante torpediniere veloci, ma
le navi risultarono troppo grandi e poco maneggevoli per azioni simili. Non
migliore risultato dettero i sommergibili, nella cui tecnologia gli italiani
erano troppo addietro. Si ripiegò così su veloci motoscafi , le Motobarche
Armate Svan (Società veneziana automobili nautiche) o MAS, concepiti
inizialmente per la vigilanza anti-sommergibile, ai quali furono affidate incursioni
nei porti nemici. Il primo attacco fu portato il 25 giugno a Durazzo, occupato
dagli austriaci, affondando un piroscafo. Non furono raggiunti risultati
esaltanti, ma gli italiani cominciarono a prendere le misure della basi nemiche
e dei loro punti deboli. intanto però gli austriaci seguitavano a colpire: l’8
giugno il grosso piroscafo Principe Umberto fu silurato, con gravi perdite fra
i soldati a bordo, il 2 agosto 1916 un’altra corazzata, la Leonardo da Vinci,
esplodeva in porto. Fu presto accertato che si trattava di sabotaggio.
Il
vertice della Marina fu investito dalle critiche, che raggiunsero l’apice con
l’affondamento, stavolta su di una mina, della corazzata Regina Margherita l’11
dicembre. Il Comandante della flotta, Duca degli Abbruzzi, fu quindi costretto
a dimettersi venendo sostituito il 4 febbraio 1917 dall’Ammiraglio Thaon di
Revel. La guerra proseguì nel 1917, segnata da una crescente iniziativa dei
mezzi d’assalto italiani, coadiuvati dall’aviazione, e dalla ormai definitiva
limitazione delle grandi navi alla sorveglianza del canale di Otranto. L’unico
scontro fra le flotte alleate e l’austriaca, si verificò nella metà di maggio,
fra la scorta di un convoglio la formazione austriaca inviata ad intercettarlo
ed una formazione anglo-italiana inviata in soccorso. Chiuso senza grossi
risultati, lo scontro confermava la reticenza delle due parti ad impiegare le
grandi navi.
La vittoria di Caporetto sembrò però infondere alla flotta
imperiale nuova aggressività. Stabilita la linea di resistenza italiana sul
Piave, gli austriaci disposero l’utilizzo delle numerose corazzate costiere, fino
ad allora tenute a difesa dei porti, per bombardare dal mare le posizioni
italiane del basso Piave. Da parte italiana si dispose immediatamente la messa
in difesa della base di Venezia, ora a ridosso del fronte, e l’impiego dei MAS
in azioni di difesa costiera e interdizione al traffico navale. Il 16 novembre
nelle acque di Cortellazzo le corazzate costiere Wien e Budapest, impegnate nel
bombardamento delle posizioni tenute dal Reggimento di fanteria di Marina S.
Marco sul basso corso del fiume, furono costrette alla ritirata dai MAS del
tenente di vascello Costanzo Ciano. Il 10 dicembre la stessa Wien venne
affondata dal MAS 9 del tenente di vascello Luigi Rizzo.
Un successivo
tentativo di bombardamento fu controbattuto dalle batterie costiere della
Marina negli ultimi giorni dell’anno. Screditato dall’insuccesso l’ammiraglio
Njegovan cedette il posto a Miklos Horty di Nagybanya, un ungherese freddo e duro
che avrà una poi un ruolo importante nella tragica storia del suo paese.
Teorico, come tutti i suoi colleghi, della grande battaglia navale, Horthy
progettò una grande operazione di forzamento del canale di Otranto che servisse
a guadagnare un successo tale da spegnere sul nascere gli ammutinamenti che
dalla fine del 1917 si cominciavano segnalare nella flotta imperiale,
contagiati dall’esempio della recente rivoluzione russa. In attesa delle
circostanze idonee Horthy non trascurò di riprendere anche le azioni contro la
costa italiana, con scarso successo occorre aggiungere, e di tentare anche uno
sbarco di sabotatori ad Ancona nel febbraio 1918, fallito per la pronta
reazione della sorveglianza costiera. In febbraio, infine, una operazione del
controspionaggio italiano a Zurigo consentì di mettere le mani sulla lista dei
sabotatori e degli informatori austriaci in Italia, ponendo fine alla catena di
sabotaggi e fughe di notizie che avevano segnato negativamente le operazioni
italiane dall’inizio della guerra. Il peggioramento della situazione
complessiva austriaca fu segnato dall’arrivo di forze navali statunitensi e
giapponesi in mediterraneo, rendendo ai sommergibili più difficile il transito
attraverso il Canale d’Otranto.
Gli alleati per altro, proprio in virtù di
questo aumento di forze, mostravano segni di scontento verso la marina
italiana, e cercavano di forzarne un rischieramento verso l’Egeo, nell’ipotesi
di una sortita congiunta delle flotte ottomana e ex-russa equipaggiata dai
tedeschi. Venne anche proposto con insistenza la creazione di un comando unico
mediterraneo a guida britannica cui assoggettare la Regia Marina. Fu in quella
congiuntura che Horthy decise di tentare il forzamento del Canale. La sua flotta
da battaglia, con sette corazzate, dislocata notoriamente in Alto Adriatico,
avrebbe preso il mare segretamente nella notte del 9 giugno e si sarebbe
riunita in mare aperto. Preceduta dagli incrociatori avrebbe fatto rotta sul
Canale. Convinti di una delle solite incursioni di incrociatori, gli alleati
avrebbero inviato una squadra per bloccarli e si sarebbero trovati sotto i
cannoni da 305 delle modernissime corazzate austriache. Il piano fallì per la
fortunosa coincidenza che portò la squadriglia di MAS di Rizzo, l’affondatore
della Wien, sulla rotta degli austriaci presso l’isola di Premuda, dove
l’ammiraglia austriaca Szent Istvan fu affondata all’alba del 10 giugno. Perso
il vantaggio della sorpresa, Horthy decise di ripiegare. Il successo rinsaldò
il prestigio italiano e creò una crisi in seno alla flotta imperiale, dove gli
incidenti si moltiplicarono fra tedeschi e slavi. Negli ultimi mesi di guerra
le operazioni navali ristagnarono, eccezion fatta per i soliti sommergibili
tedeschi.
Fu in queste condizioni, che una ulteriore specialità cui gli
italiani si erano dedicati negli ultimi mesi ebbe il suo battesimo del fuoco.
Per attaccare fin nei porti la flotta nemica, lo Stato Maggiore della Regia
Marina aveva infatti studiato dei siluri sottomarini, a pilotaggio umano, atti
a minare le navi nemiche in porto. Fu così che la notte fra il 31 ottobre e il
1° novembre 19118 Il capitano del genio Navale Raffaele Rossetti e il tenente
di vascello Raffaele Paolucci penetrarono nel porto di Pola minando e
affondando la corazzata nemica Viribus Unitis.
Da alcune ore tuttavia, la nave
era stata ceduta al neonato Stato degli sloveni, croati e Serbi dal defunto
Impero Austro-ungarico. Vienna infatti aveva chiesto e ottenuto dall’Italia
l’armistizio quello stesso giorno, con effettività 48 ore dopo. Al pomeriggio
del 3 novembre, con l’ingresso del caccia Audace nel porto di Trieste la Grande
Guerra italiana sul mare celebrava la sua fine.
Paolo Formiconi Collaboratore dell’Ufficio Storico della
Difesa
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