lunedì 23 luglio 2012

I funerali di Re Umberto II



La notizia della morte del Nostro Sovrano è giunta inattesa nelle nostre case anche se da tempo sapevamo che questo triste momento si stava avvicinando. Sabato 19 marzo io ed altri giovani universitari ci siamo recati nella sede romana dell'UMI per ritirare i manifesti da affiggere in Toscana. A Roma ci siamo trovati di fronte ad un cordoglio che ha, oscurato tutte le faziosità repubblicane; tutti volevano esprimere il loro dolore e lo hanno fatto nel modo migliore, ricordando cioè il nostro Re come l'ultimo gentiluomo italiano. Nel dolore dunque, a Roma, Firenze, a Torino e dovunque c'è una sede deII'UMI e del FMG (quanta importanza hanno queste sedi che dovrebbero esistere almeno in ogni provincia italiana!) abbiamo ritrovato quella concordia che è sempre mancata ai monarchici italiani; abbiamo capito che una pagina di storia si è chiusa ma che se ne apre ogdi un'altra affidata a tutti i monarchici democratici. La faziosità con cui siamo stati trattati, le menzogne che sono state scritte sono state sconfessate dal popolo italiano e vi assicuro da migliaia di giovani che sono in cerca di valori e che hanno trovato nella Monarchia la soluzione ai problemi e all'angoscia del consumismo.
La nostra fatica fisica è finita ad Hautecombe dove ci siamo recati provenendo da tutta Italia, dopo aver affrontato un viaggio massacrante ma che avremmo fatto anche a piedi; non certo per fanatismo però, ma per amore della giustizia, della verità e per ritrovare un po di Italia vera e vi assicuro che l'abbiamo non ritrovata ma scoperta.

Noi di Firenze siamo partiti per Hautecombe alle 24 di mercoledì 23 marzo, con un pullman organizzato dall'UMI e FMG di Firenze (molti altri vi si sono recati in macchina) ed eravamo 53 di cui 11 studenti universitari. In un clima di grande amicizia abbiamo passato la notte insonni per l'agitazione del momento, ma anche per l'amarezza nei confronti di questa repubblica che non ha voluto trasmettere in diretta la telecronaca del funerale e che dopo 2000 anni ha chiuso il Pantheon di Roma per paura di una manifestazione dei monarchici romani e di quanti volevano partecipare almeno con il pensiero alla morte di un Grande Re.
Giunti ad Hautcombe alle 10,30 abbiamo fatto subito conoscenza con il boicottaggio dei francesi che hanno fatto di tutto per farci perdere tempo e frapporci ostacoli. Un pullman navetta ci ha portato vicino all'Abbazia dove già centinaia di italiani erano raccolti in preghiera ed in devozione. L'Abbazia sulle sponde di un bellissimo lago, raccoglie le salme di Conti e Duchi di Savoia e quella di Re Carlo Felice. Tutta l'Italia piano piano giungeva (soprattutto, per motivi logistici, l'Italia settentrionale, più vicina alla Francia) a rendere omaggio ad un Re, ma anche a riaffermare la fedeltà alla Monarchia, che ogni giorno può vivere per mezzo del nostro comportamento, anche in repubblica. Noi giovani abbiamo atteso dalle 12 alle 16 l'inizio della cerimonia, sventolando la vera  bandiera italiana, e comunicandoci le nostre esperienze cittadine. Il dolore si confondeva coll'euforia, e quando è apparso il feretro di Sua Maestà, preceduto da tutti i monaci dell'Abbazia abbiamo chinato le nostre bandiere davanti a chi ha fatto della sua generosità l'unica bandiera di tutta la vita. Nello stesso momento, però, nel quale sono apparsi S.A.R. Vittorio Emanuele, il Principe Emanuele Filibero, il Duca Amedeo d'Aosta e il Duca delle Puglie Aimone, non ci siamo più contenuti e con tutto il fiato abbiamo gridato W il Re, Savoia, Monarchia; tanto che il piazzale ha risuonato delle nostre grida, mentre migliaia di persone erano nel piazzale antistante e cercavano di capire cosa stava succedendo. Le nostre grida sono state l'ultimo saluto al Re Umberto II, non quelle di un manipolo di nostalgici (come veniamo definiti in maniera offensiva dalla stampa) dato che saremmo stati proprio pazzi per ritrovarci a migliaia, trascurando studio e lavoro, soltanto perché frustrati politicamente. La nostra non è nostalgia perché siamo vissuti in repubblica; la nostra è la fiducia in un ideale e la manifestazione di questo è una attestazione di fedeltà a una famiglia, i Savoia, è l'avvertimento allo stato italiano, che non staremo più chiusi nelle nostre sedi, non ci lasceremo convincere di una nostra inferiorità presupposta, ma difenderemo con ogni mezzo democratico questo spazio che il paese reale vuole che abbiamo. Non ci importa che nessuno abbia parlato di noi, della nostra presenza, ma si sia parlato solo di pochi nostalgici ormai vicini alla morte. Noi amiamo e rispettiamo i nostri anziani, perché sono le nostre guide, rispettiamo le loro idee ma ne abbiamo di proprie, e l'amicizia che cerchiamo fra di noi cementa il nostro rapporto che non è altro che il riflesso della solidarietà che esiste nella Monarchia popolare fra Re e popolo.

La porta dell'Abbazia di Hautcombe si è chiusa per la celebrazione dell'ufficio religioso e le prime gocce di una pioggia incessante sono cominciate a cadere. Noi abbiamo cercato di assistere alla cerimonia riparandoci dall'acqua, mentre decine di pullman continuavano a portare persone che avevano affrontato viaggi stressanti per essere fermati a molti chilometri di distanza dall'abbazia dai gendarmi francesi, chiaramente amici del governo italiano, l'unico che non ha mandato una rappresentanza ufficiale al funerale. Questo è dunque ciò che si merita chi vive servendo umilmente la Patria, e rispettando leggi che hanno cancellato quelle della propria Famiglia che ha unificato l'Italia. La giornata è finita con il nostro omaggio alla famiglia Reale, che ci ha ricevuti vicino all'altare e alla Salma, e per tutti ci sono state parole di incoraggiamento, ringraziamento e commozione. Infine siamo ripartiti a piedi, sotto la pioggia, compiendo chilometri di marcia per raggiungere i nostri pullman; da lontano si vedeva una fila interminabile di esuli, per un solo giorno, vecchi, bambini, e giovani felici per aver capito che solo l'esilio ha vinto la meschina battaglia di deputati e sottosegretari. Il nostro paese ufficiale ci ha derisi o ignorati ma il popolo non ci ha dimenticati, e questo è ciò che più conta. L'ultimo avvertimento per chi non ha voluto ascoltare un appello umanitario e non ha rispettato la volontà di un popolo è venuto quando la porta dell'Abbazia si è chiusa per accogliere per sempre la salma di un uomo ma ne ha lasciati fuori migliaia, e molti di più in Italia, che da ora in poi sono pronti la lavorare seriamente per l'avvenire di una istituzione che ha innegabilmente le radici nell'animo dell'uomo. La nostra volontà non accetterà più promesse o interessi elettoralistici. Qualcuno in passato voleva fare del Parlamento italiano un accampamento per i suoi soldati, noi vogliamo renderlo un luogo più sano, umano e pluralista.
I monarchici ricominciano.
E' morto il Re, viva il Re.

Francesco CARPANELLI
aprile 1983


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