domenica 1 luglio 2012

Per un Re




Certi giornali di regime, che non potevano ignorare la morte di Umberto di Savoia, per l'ondata di interesse spontaneo, che si è levata dal popolo, hanno scritto tutto su di lui, a patto che fossero considerazioni meschine, e negative: dalla frivolezza galante al sospetto di omosessualità artificiosamente propalata dai repubblicani di Salò ed al suo essere "straniero”. Gli uomini politici, sempre di regime, salvo le poche e sincere eccezioni liberali, hanno recitato la parte contrita di chi si e si arrendere alle lungaggini procedurali e burocratiche sulla questione del rientro in Italia; mentre proprio essi, con volute diatribe sono i responsabili del ritardo inammissibile. E, comunque, per pensarci avevano avuto trentasette anni d'esilio. La Repubblica ha così perso un'altra occasione per dimostrare la sua pretesa superiorità.

Non conobbi di persona Re Umberto. Tuttavia, egli fu presente direttamente nella mia vita due volte: come mio testimone di nozze per delega all'avv. Sodano e quando mi fece cavaliere della corona, su proposta di un comune amico, militante socialista. Ma la sua vera dimensione mi sfuggiva: non volendo intrupparmi nei numerosi gruppi di Italiani che andavano a trovarlo in Portogallo, nè potendo permettermi di andarci da solo, per i soliti motivi economici, rimandai sempre quel viaggio che avrebbe dovuto avere un significato politico e non di semplice visita di saluto. Ora che il Re è morto e ha donato allo Stato repubblicano tutto quanto poteva, ed alla Chiesa la Sacra Sindone, intuisco la sua dimensione storica e giustifico i giornalisti che nelle pieghe della sua vita hanno voluto trovare solo appigli per dirne male: il suo distacco dalla polemica e dalla miseria che investe tutti i giorni gli uomini era tale da non consentire altro che parlarne male. E più semplice e non si rischia di passare per servi di corte. Inoltre è meno faticoso, perché non ci sono ricerche storiche da fare sul personaggio.

Si affollano, allora, nella mente di un monarchico giovane i pensieri più disparati e all'apparenza insignificanti. dalla cartolina del Re alle polemiche nell'UMI, alle cariche della polizia durante le nostre manifestazioni, di anni ormai lontani, in cui in piazza sventolavamo la Bianca Croce.

Non ci sono libri che insegnino a fare il Re, come non ce ne sono che insegnino, più modestamente, a fare il dirigente statale, o il capo di un'azienda o il capo di partito, ma il principio dev'essere lo stesso: il continuo sacrificio del proprio io e dei propri sentimenti perché gli altri che dal capo aspettano qualcosa stiano sempre meglio. Ma, se nella gerarchia comune è concesso a tutti di rivolgersi a chi sta più in alto e su questi far ricadere anche colpe non sue, il Re non può e non deve parlare con nessuno, Egli si carica delle colpe di tutti. Ai Savoia . a si può rimproverare tutto; meno che non abbiano saputo fare il Re, quando è stato necessario. Per questo Umberto non fece mai distinzioni tra monarchici e repubblicani: quelli con cui parlava erano italiani e basta, e la scelta del partito era affare loro. Non così per i Presidenti di Repubblica che proprio dai partiti traggono i voti per l'elezione e quindi non hanno in sé il fondamento della suprema magistratura dello Stato.

Umberto fu vicino ai giovani sin da quando, Luogotenente del Re, aprì il Quirinale ai piccoli mutilati di guerra, agli sfollati ed ai reduci dal fronte e mi raccontano che anche nei suoi incontri di Cascais preferiva far aspettare i dignitari e gli anziani piuttosto che i ragazzi.

Ai dolori familiari si aggiunsero per lunghi anni-quelli causati dai monarchici, che proprio quando la Nazione li premiava con milioni di voti, si divisero e chiesero al Re un'investitura che egli rifiutò di concedere perché assurda. Vennero con la scissione di Lauro e Covelli e la nascita di gruppetti e personaggi sempre più squalificati politicamente, che del nome dei Savoia si servono senza servirlo.

Accusato ora di non aver contrastato il verdetto del due giugno, ora di aver lanciato al Paese un messaggio troppo polemico, Umberto troncò la rissa partendo per l'esilio e rendendo all'Italia ed alla stessa Repubblica un servigio di cui non si è ancora capita la profondità e la grandezza e di cui si tace opportunamente dovunque, poiché a nessuno conviene dire che questa seconda “fuga” evitò la guerra civile. E’ questo, appunto, un altro aspetto della regale dimensione, che anche alle analisi più obiettive e approfondite.

Noi monarchici democratici crediamo che egli abbia fatto bene a partire per l'esilio anche in presenza di risultati elettorali quanto mai incerti e discutibili, se non per le manipolazioni difficili da smentire, quanto per il momento in cui fu chiesto al popolo di pronunciarsi, come riconosce lo stesso Romita, nel suo libro Dalla Monarchia alla Repubblica. La vittoria risicata della Repubblica è una macchia per questa, non per la Monarchia.

Umberto ha consegnato agli Italiani un capitale di onestà e lealtà al quale essi potranno sempre ispirarsi nelle loro azioni solenni, come in quelle quotidiane.

Oggi è certo un fatto: la statura morale del Re, cui forse non fu dato di spiegarsi completamente negli anni della luogotenenza e nel solo mese di regno, si è rivelata nella sua completezza durante trentasette anni di esilio, nei quali egli fu Custode dello Statuto e Sovrano al servizio dei suo popolo, che lo ha ricambiato con un attaccamento tale da superare le menzogne e la propaganda di regime, ciò che anche i più arrabbiati nemici della Monarchia hanno dovuto riconoscere.

Il comunista Trombadori ha così commentato la morte di Umberto : «Pace alla anima sua: adesso siamo sollevati dal problema». Ecco: la Repubblica ha regalato all'Italia, culla del diritto e della civiltà, una di quelle frasi e di quelle azioni che in un attimo cancellano tremila anni di storia, invidiata da tutto il mondo. Noi crediamo che i più sinceri repubblicani se ne dolgano quanto noi, che senza mezzi ci batteremo sino a quanto tutti i Savoia non saranno tornati in Italia con la pienezza dei loro diritti civili, che non si negano nemmeno agli assassini pentiti. Ma il Re non può pentirsi di essere Re, perché dovrebbe anche pentirsi di essere Uomo.

Il principe non fa le rivoluzioni, ma se ne mette a capo quando queste, in atto, aprano al popolo nuovi orizzonti di democrazia e progresso. Umberto lo capì e negli anni più duri della guerra e del referendum seguì con attenzione quelle forze politiche che al nuovo si ispiravano; ma non rinnegò la tradizione, che lungi dall'essere qualcosa di pietrificato e stucchevole, come vorrebbero certe mummie monarchiche è la linfa che innerva di sé il futuro.

Chi accusò ieri come oggi il figlio di non essersi ribellato al padre e di avre con lui preso la strada di Pescara, non vuole capire che "la lunga teoria di berline nere portava con sa la continuità dello Stato” come ha riconosciuto lealmente il Ragioniere, storico marxista, nella Storia d'Italia di Einaudì. Il resto sono sciocchezze di cui la storia farà giustizia.


E' stato scritto da chi monarchico non è: « Nessuna dinastia, neanche quella Hoenzollern, ha avuto un epigono che all'impegno di onorarne il nome e il ricordo abbia saputo fare tanto sacrificio della propria vita, e con piena coscienza della sua assoluta inutilità». Speriamo che almeno i monarchici sappiano trarne insegnamento. Non possiamo dire che Re sarebbe stato Umberto, ma da come è vissuto e da come è morto possiamo immaginarlo. Il sette dicembre 1943, un piccolo e disarmato aereo da ricognizione volò senza scorta sulle posizioni tedesche di Montelungo, riportandone preziosi dati per gli imminenti attacchi delle nostre truppe, che da li a poco avrebbero conquistata la posizione, lo pilotava Umberto con un coraggio e una umiltà barattati per paura. Negli anni della pace, Egli inviava sempre un messaggio ai superstiti di quella battaglia. Ma il suo pensiero andava ai Caduti. Adesso li ha raggiunti e con loro starà molto meglio che con i vivi. Come il padre, che amò più di ogni altro abito la dimessa uniforme dei fanti.

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