lunedì 20 febbraio 2017

Ortigara: sacrificio annunciato ed inutile - seconda parte

52° divisione.
Ore 1. Il generale Di Giorgio informa i comandanti in sottordine: col. brig. Probati. col. Ragni, col. Stringa, ten. col Cavandoli, c.te l'artiglieria del 22° Gruppo da montagna, che l'attacco inizierà alle ore 6, con qualunque tempo.
Ore 4. Il Generale espone al collega Como Dagna i dubbi dei comandanti di reparto sulla riuscita dell'azione. Como Dagna ritiene che i dubbi siano frutto di *Tormento morale e fisico”. La cima dell'Ortigara sarà presa solo un'ora dopo l'inizio dell'attacco, (pag. 227).
Ore 6.1 battaglioni ‘Valtellina' e ‘Monte Saccarello*. della colonna Gazagne, partono dal Costone dei Ponari e investono L’Ortigara a ondate. Nell'attacco il ‘Monte Saccarello’ perde 22 ufficiali. 162 alpini ed il comandante stesso, maggiore Firmino Favaro. Un anonimo alpino del ‘Valtellina* ha lasciato scritto: “...Si preparava intanto la gran prova contro M. Ortigara iniziata il 19 giugno 1917. Rimarrà per lungo tempo nelle memoria nostra quest'azione. Il “Valtellina” fermò la prima ondata d'assalto. Partì dalle posizioni di difesa alle ore 17 del giorno 18 per raggiungere Costone dei Ponari, punto di partenza per l'assalto. L’ordine venne. E Monte Ortigara, che sembrava inespugnabile, dovette cedere di fronte allo slancio, alla calma, all’audacia dell’alpino. Partirono le ondate una dopo l'altra, con precisione e ordine da piazza d'armi ed il nemico, sebbene annidato in caverne, dovette arrendersi. Con poche parole si narra l'azione di M. Ortigara. Altre parole sono inutili. Vi sono cose inenarrabili e tentandone la narrazione si deturpano la grandiosità e la bellezza. Tutti in questa giornata si distinsero: ufficiali, caporali, soldati, tutti, nessuno escluso.
Gloria a tutti, a tutti i caduti, feriti, illesi, usciti miracolosamente da quell'inferno. Ottocento furono i militari posti fuori combattimento''. (Pieropan. pag 227)
Ore 7. Il ‘Valtellina' prende il costone ovest dell'Ortigara; lo ‘Stelvio' conquista la vetta: in sequenza arrivano in vetta le compagnie: 137a, 113a e 89“. Il maggiore Faglia, comandante lo ‘Stelvio* ricorda: “Non è una'avanzata, è una corsa verso q. 2.105” . Gli alpini non si curano del micidiale fuoco nemico.
Ore 7. Dal fianco orientale della montagna avanza il ‘Verona', seguito dal ‘Sette Comuni', il cui comandante Milanesio, è gravemente ferito e ricorda. “Alle prime luci dell'alba il Sette Comuni è ammassato sotto i roccioni dell'Ortigara, alle ore 6, secondo l'ordine, i battaglioni riprendono risolutamente ma calmi la marcia verso l'aspra salita ..." (Pag. 229-230) La 145a Compagnia conduce la prima ondata con tale veemenza che il nemico in parte si ritira verso il Passo di Val Caldiera e in parte si arrende. Ricorda ancora Milanesio: “...dense colonne di prigionieri scesero sollecite nel vallone dell'Agnellizza... in quei primi momenti la fucileria nemica non dava segni di eccessiva reazione... i nostri alpini al massimo dell'entusiasmo per la conquista dell'agognata posizione... erano pronti a seguire i capi con irrefrenabile trasporto, avanti, avanti...” (Maggiore Ettore Milanesio. Battaglione Sette Comuni, a cura del 10° reggimento alpini. Roma 1934, in Pieropan, op cit. pag. 230)
Presa quota 2.105. la battaglia sembra finita.
Ore 6. Il battaglione ‘Monte Baldo*, alla destra del ‘Verona*, attacca: “Savoia!... è un urlo, un grido rombante col fragore dei grossi calibri... è un ondeggiare fantastico di baionette avanzanti, un formicolio di giovinezze italiche correnti alla vetta agognata.
L'Ortigara è presa...". Così il tenente Rigo.
(Tenente Rigo Firmino Gustavo, Il battaglione Monte Baldo nella guerra 1915-1918, Verona 1919; in Pieropan pagg. 230-231).
A sostegno del ‘Monte Baldo* giunge il ‘Bassano*.
Anche la brigata ‘Piemonte* registra “lo sbalzo magnifico*' delle sue tre colonne di testa, che giungono contemporaneamente su quota 2015. Si ha notizia che tra le ingiustamente rarissime decorazioni, è concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare al capitano Parolari. comandante la 137* compagnia, (pag 232) Secondo l'italico vizio della recriminazione, anche per questa medaglia si polemizzò su chi fosse arrivato veramente per primo. Tuttavia, il tumultuoso momento dell'arrivo su quella piatta sommità, salva la buona fede di ogni soldato, (cfr gen. Faldella in Pieropan. pag. 232) Il generale Cablati crede alla motivazione della decorazione che così si conclude: “...la conduceva |Parolari) di slancio alla conquista di importante posizione nemica, giungendovi per primo”, (pag 232) Secondo la Relazione ufficiale italiana le tre teste di colonna giunsero contemporaneamente sulla vetta. (Pieropan pag. 232) Presa la cima, catturiamo: 74 ufficiali e 944 soldati. Sono in nostre mani anche 5 cannoni e 14 mitragliatrici; in pratica il 11/4° Kaiserjàger, pur valoroso, non esiste più. (pag. 233) Mentre procedeva l'azione sull'Ortigara.
il colonnello Porta da quota 2101, conduceva le sue forze alla presadel Passo di Val Caldiera, fallita il 10 e li giugno, (pag 233). La prima ondata è fermata dagli Imperiali in posizione elevata. Il ‘Val Stura* perde quasi tutti gli ufficiali. Seguono gli altri battaglioni già provati. L'azione non riesce. Ore 9. Secondo Cabiati tutto finisce a quest'ora.
Ore 10,30. Secondo Como Dagna la colonna Probati ha perso 32 ufficiali e 1.033 fanti, (pagg. 234 -235)
Non c'è respiro. I reparti già colpiti: ‘Valtellina', ‘M. Stelvio', ‘M. Saccarello* etc.. vengono rischierati. L’artiglieria nemica li decima e poi inizia a spazzare quota 2.105. Gli alpini non schiodano: la 137" dello ‘Stelvio’ non lascia la vetta: intanto continua il tiro nemico dall'Altopiano e dalla Valsugana. Dello ‘Stelvio’, si constaterà il 20, mancano 7 ufficiali su 22 e 280 alpini su 600. Qui notevole l'impegno del sottotenente Bevilacqua, sacerdote, ma combattente, che al posto di medicazione proprio di questi alpini si occupa. Il maggiore Faglia ricorda che gli alpini: “sotto il fuoco dell’artiglieria e presi d'infilata da fitto fuoco di mitragliatrici che, da M. Campigoletti,
facevano scempio nelle file del battaglione. Anche qualche colpo troppo corto del nostro fuoco d'interdizione arrivava nella schiena della 137“ compagnia che coronava la vetta. Due, tre volte parve che la linea dei nostri uomini oscillasse sotto le mazzate dell’artiglieria e sotto la gragnuola delle mitragliatrici che falciavano e facevano rotolare i corpi dei soldati colpiti giù per la ripida china del monte; ma subito si riprendeva alla vista degli ufficiali che, magnifici e ovunque presenti, in quel vero cataclisma... ispiravano la fiducia che rinfresca e sprona fino all’eroismo.” «Lo “Stelvio” tenne duro.» (6)
I resti dei morti nemici erano frammisti ai nostri. Confusione e concitazione non impediscono agli alpini di fermare il nemico che arriva da Monte Campigoletti e Castelnuovo, anzi, secondo il generale Faldella la 113* compagnia che punta su Campigoletti, viene richiamata.
Non sapremo mai il perché di questo ordine assurdo, che permise agli Imperiali di chiudere la falla tra quota 2.060 e il Campigoletti. (pagg. 238-240) Il momento prezioso svanisce così. (pag. 241-243)
La sostanza è questa: l’Alto Comando della VI Armata, sistemato a Monte Bertiaga era troppo lontano e defilato dall’Ortigara, mentre quello austriaco era opportunamente vicino. Quelli non conoscevano il terreno, questi ultimi sì.
Ore 9,55. Il generale Di Giorgio ordina al col. brig. Probati di riordinare i reparti sull'Ortigara per proseguire l'azione.
Ore 11,42. Probati obbedisce ma presenta, con risposta tramite portaordini, le sue osservazioni circa le difficili condizioni dei reparti e sulla necessità di un nuovo intervento di artiglieria, né sa quando potrà riprendere l'avanzata, (pag. 245).
Ore 15. Di Giorgio risponde e consiglia di rinviare la ripresa dell'avanzata. .Stranamente il generale Montuori. comandante il Corpo d’Armata, si assenta dal suo comando, ma lascia al suo sottoposto Como Dagna. l'ordine di trasferire sull'Ortigara tre batterie da montagna. I messaggi sono affidati ad un portaordini che riesce nell'impresa. Spesso però ci lasciava la pelle.
Ore 12. Una ricognizione iniziata alle 6 da alcune pattuglie conferma a Como Dagna che le mitragliatrici del Campigoletti ci colpiscono da quota 2.105. Secondo un nuovo rapporto le difese nemiche del Campigoletti sono tanto malconce da non poter resistere ad un nostro attacco. In più la brigata ‘Regina' potrebbe attaccare guidata da alpini della zona. Il Comandante del Corpo d* Armata nega il permesso: bastava l'artiglieria a neutralizzare il Campigoletti. Siamo ormai sulla difensiva.
Ore 16. Il Di Giorgio dispone l’avvicendamento dei battaglioni più prov ati con tre del 10° fanteria, col. Pizzarello.
Ore 16,30. Como Dagna comunica che la ‘Regina' è a disposizione della 52'*. Ma il movimento era già avvenuto alle 16! Ciò la dice lunga sulla collaborazione tra i comandi, (cfr Pieropan. Pag 246-249) Il comandante della ‘Regina’, col. brig. Biancardi. Informa che i suoi fanti da due mesi “marciano e dormono per terra e non sono in grado di operare in alta montagna."
Ore 20,45. Mambretti con il fono n°. 456 informa Cadorna che non prevede progressi sull'Altopiano; pertanto sospende le operazioni offensive. Solo alle 17,15 del 20 giugno Cadorna risponderà: “Prendo atto approvo disposizioni comunicatemi con fonogramma 456 data ieri”. (Pieropan. pag 252) Mambretti. invece, ordina all'ala destra del XX Corpo, cioè alla 52a divisione, di continuare con attacchi locali. Contraddizione.
Ore 22. Como Dagna risponde al fono di Di Giorgio delle 16: prigionieri informano circa un imminente contrattacco nemico, il 10° fanteria sostituirà i battaglioni alpini più provati; Di Giorgio chiede l'elenco delle perdite.
Ore 23. Il generale Di Giorgio, con fono recapitato da un portaordini, informa il collega d'aver suddiviso la linea di difesa di quota 2.105 in tre settori, (pagg. 249-251) A fine giornata le perdite: Caduti 28 ufficiali e 450 alpini: feriti 115 ufficiali e 326 alpini.
51“ divisione. Conduce solo inteneriti d'artiglieria; le sue truppe essendo mancata l’occupazione di Passo Caldiera, da parte della 52a, non si muovono.
Balletto di responsabilità. L'offensiva, nel suo complesso, deve procedere o no? Né Mambretti né Montuori né Cadorna decidono. I soldati restano in mezzo al guado. (Pieropan. pag 252-253)
Gli Imperiali.
Il 19 giugno se lo ricorderanno anche loro, ma per ragioni opposte alle nostre: quasi annientati come forza organica sul terreno, improvvisamente si trovano di fronte soldati fermati dai loro stessi comandanti. Cronologia essenziale dei mov ¡menti del nemico.
Ore 7,30. Osservatorio di Monte Campigoletti.
Il VII Feldjäger informa i comandi sulla nostra avanzata. Preoccupa la ‘Colonna Porta’, diretta a Passo Caldiera. A Cima Ortigara occupata, il Comandante della 6a div isione, teme che gli italiani oltrepassino il monte e dilaghino nell'Altopiano. Egli chiede rinforzi dall'osservatorio Como di Campov erde. Il generale comandante il III Corpo d'Armata invia tre reggimenti di fanteria ed uno di Schützen.
Ore 10. Krautvvald comunica al Comando dell* 1 la Armata che 5-6 battaglioni italiani sono a 500 metri da Monte Castelnuovo e una parte di loro dirige su Campigoletti. La 6a divisione si sta dissanguando, la 22" .Schützen è allo stremo, priva di riserve. Krautvvald “...per rimediare i danni dell'irruzione italiana, e poter poi mantenere la nostra posizione, non vi è altro mezzo che un contrattacco tendentea ripristinare la situazione iniziale. Le previsioni per questo contrattacco sono oggi migliori che dopo il primo attacco italiano del giorno 70”. (Pieropan, pag. 254). Donde nasce questa certezza? Forse il Generale conosce l'arte div ¡natoria? No: l’osservatorio di Campoverde gli ha comunicato che gli italiani presa quota 2.105, si sono fermati. Ma il pericolo resta: se le fanterie italiane procedessero?
Ore 12. Il generale Conrad von Hötzendorff, comandante il gruppo eserciti del Tirolo - sede a Bolzano -, è richiesto di nuove fanterie e artiglierie poiché: “Il consumo delle forze all'ala sinistra della 6° divisione è enorme; i battaglioni ritirati da quell'inferno sono ridotti a scorie”. Così il generale Scheuchenstuel. comandante l'11° Armata. Per esempio il 111/14° era rimasto con circa ottanta fucili ed il 11/4° Kaiserjäger, come abbiamo visto, non esisteva più. Conrad ottiene la 73a divisione di fanteria nella quale ripone molta fiducia; infatti, si tratta di esperti soldati di montagna comandati da un generale altrettanto esperto, Ludwig Goiginger. che aveva fermato gli italiani sulle Dolomiti; in riserva la II brigata di fanteria.
Ore 15. Il III Corpo d* Armata approva il contrattacco proposto da Krautvvald. A sera sono rimpiazzate le truppe ad ovest dell'Ortigara. (pag. 255) La Relazione ufficiale austriaca pone in evidenza tre punti a favore degli italiani: - la superiorità numerica. - l'apporto dell’aviazione. - lo sforzo della divisione alpini. La lotta a “15 - 20" passi dai reticolati austriaci tenuti dal 14° ovvero il reggimento della città di Linz. (pag. 258) Stoccata finale. Il col. brig. Von Sloninka così opina in una sua memoria: “Quali possibilità di successo si sono lasciati sfuggire gli italiani!” Gli italiani si accontentarono di un “... successo iniziale di per se stesso insignificante... essi dimostrarono di essere padroni del mestiere delle armi, ma non dell'arte della guerra”. (in Pieropan. pag 258) Per il nemico ed in parte anche per noi i comandi italiani non vedono oltre il proprio naso.
Mambretti.
La giornata non è ancora finita. A Monte Bertiaga al gen. Mambretti. gli echi della lotta giungono ovattati, quando giungono.
Ore 19. Gli attacchi alle difese austriache sono respinti con gravi perdite sia sul Monte Forno sia sull’Ortigara. Mambretti, con una riserva intatta di 36.000 uomini ed altri 12.000 poco provati e non impiegati, come se la battaglia fosse altro da sé. emana questo ordine: “Mentre tutti gli altri Corpi d'Armata passeranno ad una salda difesa, il XX Corpo si sistemerà come meglio crede opportuno per quello che riguarda l’Ortigara”, (cfr. Pieropan pag 260).
Mambretti e Montuori stanno vedendo un film?
Ore 21. L'ordine è diramato, ma lo scontro durerà sino al 29.
Conclusione.
Dalla Relazione Ufficiale austro-ungarica:
«La 52° divisione perse da sola 660 ufficiali e 15.000 uomini; sul resto del fronte le altre divisioni persero 350 ufficiali e 7.000 uomini.
Con 1.000 ufficiali e 22.000 uomini (i dati ufficiali italiani ancora non erano stati pubblicati), le perdite italiane raggiungevano così quelle di una battaglia dell’Isonzo; i 2 terzi peri) furono contati su un fronte lungo soltanto 2 Km. Bisogna aver presente questo particolare per capire il dolore e l'orrore per il sangue inutilmente versato soprattutto dagli alpini; questi sentimenti hanno sempre contraddistinto in Italia il nome di Ortigara.» (Pieropan, pag 350) .
In Italia si tacque e si tace.
Michele D ’Elia

Bibliografia
(1) Peter Ilari. la grande storia della Prima Guerra Mondiale, Ed. Newton Compton, Roma 2014, pag. 425. Titolo originale: The Great war.
(2) Peter Hart, op cit. pag. 429
(3) Peter Hart, op cit. pag. 429
(4) National Archives: cab 2522. CN Buzzard. Italian Army: Impressions of Lt Col. Buzzard, RN p.4. In Peter Hart, op cit. pag. 430
(5) Enrico Caviglia, la dodicesima battaglia - Caporetto, Ed. A. Mondadori, Verona XI-1933 XII pagg. 39-41)
(6) Umberto Paglia, Battaglione Stelvio, a cura del 10° Alpini, Roma 1935, in Pieropan pag. 136
* In col. A. Bronzuoli La guerra e la vittoria
Tip. A Matteucci - Roma 1934 - XIII - pag. 114

venerdì 10 febbraio 2017

Ortigara: sacrificio annunciato ed inutile - prima parte

di Michele D'Elia

31 luglio 1916
: fine della Strafexpedition.

8 agosto 1916: prendiamo Gorizia. Gli Austroungarici si attestano sulle alture a nordest della città. È il momento di andare avanti; via obbligata: la conquista dell’Ortigara; obiettivo ultimo: la poderosa testa di ponte di Tolmino, ancora più a nordest.
Ragioni tattico-strategiche: 1 - aggirare da nord il sistema difensivo nemico, incombente sull’Altopiano dei Sette Comuni e sulla Valsugana; 2 - sbarrare al nemico la strada per le valli sottostanti.
Questo il corretto pensiero del Capo di Stato Maggiore, generale Luigi Cadorna. Disastrosa ne sarà l’attuazione.
Domenica 10 giugno 1917, ore 5 del mattino. Dopo la settima, ottava, nona e decima battaglia dell’Isonzo, la neocostituita VI Armata, gen. Ettore Mambretti, attacca. Sono il XXII Corpo d’A., gen. Capello; il XX, generale Montuori ed il XVIII, gen. Etna.
Martedì 19 giugno la 52a divisione, interamente di alpini, prende la cresta dell’Ortigara; il nemico si ritira sulla corona di cime circostanti. Bisognerebbe andare avanti: né Mambretti né Cadorna impartiscono l’ordine; e nemmeno quello di ritirarsi. Su quell’acrocoro i nostri diventano bersaglio fisso per l’artiglieria nemica.
“L’on. Bissolati afferma che la sospensione di ulteriori azioni offensive nel Trentino, dopo la sanguinosa esperienza dell'Ortigara, fu dovuta a un discreto intervento di re Vittorio Emanuele III”. (Pieropan, pagg. 357-358)
La nostra narrazione sceglie come paradigma la giornata del 19 giugno 1917, nella quale fu conquistata l’Ortigara.
Seguiamo la traccia segnata da Gianni Pieropan, nel suo volume Ortigara 1917, seconda edizione, Mursia, Milano 1976.

19 giugno. Martedì.
Premessa.
L’inizio degli attacchi non è simultaneo, perché dipende dalle posizioni di partenza delle diverse unità. Da sud a nord dello schieramento:
12a divisione. Gli Arditi del 27° fanteria scendono sull’Assa per penetrare in Val Gabro e in Val Martello. Vengono respinti.
30a divisione. Alba. Il 21° e il 22° reggimento riprendono gli assalti falliti lunedì 18. Uguale risultato.
57a divisione. Azione dimostrativa in contrada Bosco.
25a divisione, XXII Corpo d’Armata.
Ore 14. Cessa il tiro di preparazione per i deludenti risultati. Da Monte Catz parte all’attacco del M. Rotondo il 112° fanteria, ma il reggimento è fermato davanti alle trincee nemiche dal fuoco d’interdizione, che si allunga anche sui rincalzi.
La brigata del col. brigadiere Conti e i bersaglieri del 5° reggimento giungono d’impeto alle trincee di quota 1.626 di Monte Zebio, ma le mitragliatrici da nord li colpiscono d’infilata.
Ore 13,30. Inutile il trasferimento in zona del 14° bersaglieri.
Ore 16,30. Stallo.
Ore 17,45. Fallisce un ulteriore attacco della 25a.
Perdite: caduti 6 ufficiali e 97 fanti; feriti 33 ufficiali e 513 fanti; dispersi, 151. Il sistema difensivo è ancora più che solido, ma si continua a prenderlo a testate.

13a divisione. Il 1/256° parte dalla Lunetta, di Monte Zebio, tra quota 1.626 e 1.673, alla testa vi è il suo comandante, col. Cavarzerani, poi creato dal Re, Conte di Nevea per l’azione di Sella Nevea. La prima ondata del I e III battaglione è infranta, così le successive, dal fuoco combinato delle Swarzlose (nome delle mitragliatrici austriache) e dell’artiglieria. Scrive il sottotenente Castelli del 256°: “«... il tiro ben centrato di mortai e un nutrito lancio di bombe a mano da parte dei fucilieri nemici, balzati fuori dai rifugi blindati, fanno subito paurosi vuoti e gravi perdite infliggono ai miei uomini, mentre tre mitragliatrici vengono prese in pieno da bombe e messe fuori uso.
Nel contempo le batterie avversarie volgono il loro fuoco micidiale sul nostro battaglione di prima schiera che ha iniziato il suo lento movimento su per le pendici del monte; compietamente allo scoperto, è preso ancora d’infilata dal fuoco delle mitragliatrici, di fucileria e di altre batterie avversarie in posizione ad occidente e ad oriente del possente loro sistema difensivo». Tuttavia l’eroico comportamento dei pochi uomini disponibili, che il Castelli chiama «giapponesi» perché tutti bassi di statura e piuttosto maturi d’età per essere stati a suo tempo riformati, gli consente di porre in azione le tre armi rimaste efficienti, costringendo così gli avversari a rintanarsi nei loro rifugi.
Ciò che naturalmente non arresta il tiro della loro artiglieria, una vera e propria cortina di fuoco calata sulle pendici del monte. I battaglioni avanzati, ormai decimati dalle forti perdite, rimangono fermi, inchiodati sul terreno; il battaglione di rincalza ancora su posizione sul vecchio trincerone, viene quasi annientato dal fuoco di repressione di altre batterie entrate nel frattempo in azione. In un momento di tregua. .. ispeziono la linea per trovare in qualche nicchia munizioni che cominciano a scarseggiare. .. sono come un automa che va... Scorgo invece con mia meraviglia il colonnello Cavarzerani e un trombettiere, unica persona del suo seguito... Egli mi parla, mi conforta con parole buone e con tanta affettuosità che mi commuove: mi sento scuotere, rivivere, riempire il cuore e l’anima di calore, di energia e di coraggio nuovo. A sera un colonnello, un sottotenente, una ventina di fanti... presidiano la prima linea di M. Zebio ormai divenuto ombra muta, tomba di tanti umili eroi...”, (in Pieropan pag. 224)
Ore 15,30. Arriva il 11/239°, che migliora la situazione.
Perdite: caduti 10 ufficiali e 337 fanti; feriti: 52 ufficiali e 1.126
fanti; dispersi, 1 ufficiale e 121 fanti. Nella maggior parte dei casi,
disperso vuol dire morto.
29a divisione. Generale Caviglia.
Ore 6. Il 214°reggimento punta su Monte Forno: I, II e III battaglione. Il I battaglione raggiunge e supera la prima linea di resistenza e nota che i pezzi in caverna, hanno resistito all’artiglieria italiana.
Il II è fermato dall’artiglieria, che spara da Monte Colombara e dal Corno di Montebianco. Il III li sostiene alle spalle, interverrà in un secondo momento.
Ore 7,45. Il generale Caviglia sale a quota 1.791 e si rende conto della situazione.
Ore 9. Il nemico si rafforza; arriva, però, la notizia che gli alpini hanno preso e superato l’Ortigara. Ciò impone alla 29a di persistere nell’attacco.

Ore 12-13,30. Nostro tiro di preparazione
Ore 13,30. Il 214° riparte all’assalto. Il I battaglione perde il suo comandante, capitano D’Auce, lo sostituisce il maggiore Asinari di Bemezzo. Nell’azione il reggimento perde 700 uomini.
Ore 15,30. Il generale Caviglia sospende l’azione.
Perdite: morti 9 ufficiali; 176 fanti, feriti 33 ufficiali; 1.092 feriti; dispersi 150. Il Monte Forno resta in mano austriaca. (Pieropan, op.cit. pagg. 225-226)
I nostri fanti.
Un antico detto ricorda: ‘La fanteria è la regina delle battaglie’. Ma sempre per le ragioni di modaiola correttezza politica, tale massima pare applicarsi solo ai soldati stranieri, alleati o no; non anche agli italiani. Peter Hart afferma ambiguamente “L’esercito italiano era numeroso... ma aveva gravi problemi sia di equipaggiamento sia di addestramento... gli ufficiali erano reclutati ancora su base regionale relativamente ristretta e in genere mancavano di professionalità.
Formalmente il Comandante in Capo era Re Vittorio Emanuele, ma... il comandante de facto era il generale Luigi Cadorna... un teorico di strategia militare, molto rispettato anche se non aveva esperienze di rilievo come comandante sul campo. I ranghi inferiori dell’esercito erano in gran parte reclutati fra i contadini, dove il livello di analfabetismo era molto elevato, un fatto che ostacolò la formazione di sottufficiali competenti. Avrebbero comunque dimostrato una forte capacità di resistenza sia alle difficili condizioni, sia alle pesanti perdite del servizio attivo” P
Una spigolatura di coraggio viene riconosciuta al nostro soldato quando vengono lanciate la 6a, 7a, 8° e 9a offensive dell’Isonzo: “Nell’insieme Cadorna stava spingendo avanti i suoi uomini, fissando per le operazioni offensive un ritmo più elevato di quello previsto dai generali inglesi, francesi o russi. Le unità venivano impiegate in battaglia con frequenza molto più regolare, anche nel corso dell’inverno, cosa che favoriva ben pochi momenti di respiro a causa dei rigori del clima. Cadorna era un rigido fautore della disciplina e sosteneva con entusiasmo l’uso della minaccia della pena di morte per mantenere i suoi uomini all’altezza delle prestazioni richieste. Il 12 maggio 1917 le operazioni ripresero con un bombardamento in occasione della decima battaglia dell’Isonzo” (2)
Su nostra richiesta gli Alleati inviarono altri pezzi di artiglieria e al loro arrivo gli inglesi scoprirono che, per loro, il soldato italiano era una enigma ”.
(3) Infatti, così lo vede il ten. col Charles Buzzard: “Direi che, di tutti gli eserciti, lo standard più difficile da valutare è quello degli italiani. Ci si trova sempre di fronte a qualche sorpresa. L’italiano è capace di fare tutto, ed è un maestro del far niente. Quanto al fisico penso che, nonostante sia insuperabile in quanto a bassa statura, abbia una forza notevole. Può infatti trasportare più di un soldato inglese o francese. Si potrà anche vedere la fanteria sparpagliarsi lungo una strada... ma camminerà tutto il giorno nutrendosi di poco. Praticamente non è mai ubriaco e, seppur analfabeta, è estremamente abile e ingegnoso. Non ha idea di cosa sia la puntualità... Quando lavora, però, lo fa eccezionalmente bene. Il morale degli italiani è facilmente influenzabile. Come mi disse un ufficiale italiano: «Gli dica che è coraggioso e lo diventerà!». Quindi i reggimenti di buona tradizione sono eccellenti, quelli privi di tradizioni o con una cattiva reputazione sono pessimi...”(4)
Delle nostre fanterie così scrive il gen. Enrico Caviglia: “Le truppe sottoposte a gravi sacrifìci, senza corrispondenti successi, si convincono dell’inutilità dei loro sforzi e mal si prestano a nuovi olocausti. Nell’ultima grande guerra nessun esercito ha portato le sue fanterie a dar di cozzo per anni contro le stesse posizioni, soffrendo gravissime perdite, senza il sorriso visibile della vittoria, come noi facemmo sulla fronte giulia. I nomi di alcune località del Carso e dell’Isonzo onorarono altamente, ma solamente il valore delle truppe.
Il principio dell’economia delle forze ci può fare ammettere che nelle prime battaglie dellTsonzo si potessero lanciare all’attacco le nostre fanterie con generosa larghezza, se si sperava di sfondare la fronte nemica e venire ad una vittoria decisiva. Ma uguali sacrifìci non erano più militarmente giustificati, quando l’impostazione del concetto direttivo, l’impiego delle truppe e lo svolgimento dell’azione miravano a piccole conquiste territoriali... In molti tratti della nostra fronte orientale, sul Carso, intorno a Gorizia, intorno a Tolmino i nemici vedevano le nostre trincee sotto di loro, contavano i nostri uomini, conoscevano le nostre abitudini, sorvegliavano i nostri movimenti, mentre essi se ne stavano a loro agio in trincee dominanti e non visti da noi. In quelle loro trincee essi dovevano spendere poco più delle energie necessarie alla vita nelle seconde linee. Se si fossero ritirati, non avremmo potuto accorgercene. Le nostre fanterie erano invece immerse nella peggiore vita di guerra.
Si trovavano in condizioni materiali di inferiorità rispetto ai nemici, e dovevano sopportare e vincere i disagi e le sofferenze morali e fisiche d’ogni genere che la guerra crea e addensa sui combattenti per abbattere la volontà di lottare. Esse dettero prova di possedere le vecchie qualità della razza: di pazienza, di sopportazione dei disagi e delle privazioni, di resistenza fisica e morale a tutti i fattori deprimenti naturali e bellici”.(5) E in altro suo testo: ”... si è detto che la nostra fanteria non era manovriera. Invece si può affermare che, con i nostri metodi tattici d'ali ora. non v'era la possibilità di manovrare per i reparti di frontiera in linea. Chi non ne è convinto, deve aver visto la guerra col cannocchiale. Le nostre trincee erano in generale a meno di un ettometro da quelle nemiche, talvolta a pochi metri, e lo spazio intermedio conteneva due linee di reticolati.
Tuttavia la manovra consisteva nel lasciare la nostra trincea per andare in quella austriaca nel più breve tempo possibile, quando era venuto il momento dello scatto, il quale momento non era mai stabilito dagli ufficiali di fanteria. Né vi era la possibilità di manovrare. Quando nell'avvicinamento alla prima linea si insaccavano le truppe in camminamenti, conosciuti e battuti dall’artiglieria nemica, dove le nostre belle brigate erano demolite nell'attesa del momento dello scatto. Eppure anche in quelle condizioni la nostra fanteria, per riuscire ad avanzare, studiava numerosi artifìci ed ingegni, che certamente nessun regolamento o trattato di tattica aveva mai consigliato. Talvolta da lontano furono visti dei nostri battaglioni rimanere a terra immobili sotto il tiro dell'artiglieria nemica che li decimava, e pareva agli osservatori e critici che, se quei battaglioni si fossero spostati, avrebbero potuto evitare quelle perdite.
Ma gli osservatori non sapevano che, se i battaglioni si fossero alzati, sarebbero stati falciati dalle mitragliatrici nemiche, e che solo per questa essi rimanevano a terra immobili... resistenti alle fatiche ed alle privazioni, e convinti che la loro vita valga meno della nostra, e si possa spendere come moneta corrente. Ed attaccati, come essi sono, alla loro terra, sentono istintivamente la necessità di sacrificarsi per difenderla, senza nessuna speranza di premio, senza nessun diritto ad un premio. Nulla di più generoso esiste al mondo!
(Enrico Caviglia. La battaglia della Bainsizza, Ed A. Mondadori, Milano 20 febbraio 1930. pagg. 42-44).


domenica 15 gennaio 2017

La Strafexpedition ed il contesto internazionale

La Strafexpedition -Offensiva di primavera (Fruhjahrsoffensive) nella storiografia di lingua tedesca -si snoda su uno sfondo internazionale mutevole e ricco di complessità. Al suo inizio, alla metà dei maggio 1916, la situazione su tutti i fronti sembrava essere tornata a un sostanziale stallo. A occidente, la spallata tedesca nel settore di Verdun, stava inchiodando sul terreno quantità crescenti di uomini e mezzi. Più a nord, dopo le sanguinose sconfitte dei mesi precedenti, le forze britanniche erano passate a una postura più apertamente difensiva, in attesa dell'entrata in linea dei reparti della nuova “Kitchener's Army” e di accumulare le risorse necessarie a lanciare quella che sarebbe stata l'offensiva della Somme (10 luglio-18 novembre 1916). Anche sul fronte orientale dopo il successo delle offensive austro-tedesche dell'inverno 1915, la situazione pareva essersi stabilizzata. L’azione russa nel settore di Vilnius (offensiva di Naroch, marzo 1916) aveva rappresentato, infatti, solo un sanguinoso alleggerimento della posizione francese, costato all'esercito imperiale una cifra compresa fra i 70.000 e i 100.000 morti.

La situazione, tuttavia, era assai meno semplice di quanto non apparisse. Cambiamenti al vertice avevano interessato molti dei belligeranti. In Germania Erich von Falkenhayn aveva sostituito Helmuth von Moltke alla guida dello Stato Maggiore imperiale già nel settembre 1914. Alla fine del 1915, sir Douglas Haig, aveva sostituto sir John French alla guida della British Expeditionary Force, (B.E.F) dopo le pesanti sconfitte subite a Neuve Chapelle (10-13 marzo), Yipres (22 aprile-25 maggio), nell'Artois (9 maggio-4 giugno) e a Loos (25 settembre-19 ottobre). Nello stesso periodo, in Russia, le sconfitte dell'estate 1915 avevano portato lo zar Nicola II ad assumere direttamente la guida del Comando Supremo (Stavka) al posto del Granduca Nicola, che aveva assunto l'incarico allo scoppio delle ostilità. In Francia, infine, nonostante il 'ricompattamento nazionale' seguito ai successi della Marna e dell'Aisne, l'offensiva tedesca a Verdun aveva innescato un processo di messa in discussione dei ruolo fin lì rivestito dal generale Joseph Joffre.

Dietro all'apparente stasi dei fronte, tutti i belligeranti si stavano, quindi, preparando in vista di quella che- negli auspici - sarebbe stata l’offensiva decisiva; un'offensiva che avrebbe dovuto iniziare nella primavera 1916. Su tale sfondo, Verdun interviene a sparigliare molte attese. Nelle prime fasi della battaglia, l'attacco dei III, VII e XVIII corpo tedesco finisce per risucchiare in teatro un numero crescente di forze francesi, imponendo una revisione delle priorità degli alti comandi. Un aspetto più noto di questo processo è forse l'avvio anticipato dall'offensiva della Somme e il suo ridimensionamento a causa della sopravvenuta impossibilità dell'esercito francese a sostenere il grosso dello sforzo. Gli effetti, tuttavia, si sentono anche sul fronte italiano. Le necessità della campagna di Verdun spingono, infatti, i vertici dei Grosse Generalstab a rifiutare il sostegno più volte richiesto dal feldmaresciallo Conrad per lanciare la sua offensiva primaverile sulle Alpi, che finirà così per imperniarsi sulla sola azione dei trecento battaglioni dell'11° e della 3° armata austro-ungariche.

Da questo punto di vista, la Strafexpedition rappresenta uno dei tanti punti di crisi nelle relazioni militari austro-tedesche; un punto di crisi che sarà superato davvero solo alla fine dell'anno successivo, quando il contributo tedesco si dimostrerà fondamentale nel tentativo di sfondamento fra Plezzo e Tolmino poi sfociato nella crisi di Caporetto. In tale occasione, non solo i reparti tedeschi avrebbero svolto un ruolo centrale nello sfondamento e nello sfruttamento del successo iniziale, ma, più in generale, tutto il corpo di tattiche e conoscenze travasato dall'esercito tedesco in quello austro-ungarico si sarebbe dimostrato importante, soprattutto di fronte a un nemico che sembrava faticare ad apprendere le lezioni dell'infiltrazione e della difesa in profondità. Nella primavera del 1916, tuttavia, il mancato sostegno tedesco si traduce - per Conrad - nella necessità di disimpegnare dal fronte orientale - senza possibilità di rimpiazzarle - parte delle forze da schierare nel settore dei Trentino; un fatto, questo, che avrebbe finito per favorire la penetrazione russa in Galizia nel corso dell'offensiva Brusilov.

Comunque, già prima dell'avvio dell'offensiva Brusilov (4 giugno) la spinta dei reparti austro-ungarici si era esaurita, da un lato a causa della penuria di materiali, dall'altro delle difficoltà logistiche, in parte derivanti dalla rapida avanzata precedente. Se, entro la fine di giugno, il fronte poteva considerarsi, dunque, consolidato lungo la linea Coni Zugna - Pasubio - Monte Majo - Vai Posina - Monte Cimone - Vai d'Astico - Vai d'Assa - Monte Mosciagh - Monte Zebio - Colombara - Ortigara, i successi di Conrad sugli Altipiani avevano fatto assumere alla guerra italiana un'importanza nuova agli occhi degli alleati.


La caduta dei governo Salandra e la formazione dell'esecutivo di unità nazionale retto dal settantottenne Paolo Boselli (18 giugno) avevano, infatti, posto in luce, ancor più che la presunta fragilità militare dei Paese, la sua effettiva fragilità politica. Una fragilità i cui effetti rischiavano di riverberarsi sullo sforzo bellico di tutta l'intesa, in un contesto nel quale il coordinamento che si stava faticosamente cercando di realizzare fra le parti era espressione della crescente integrazione esistente fra i vari fronti.

Da questo punto di vista, il grumo di eventi che caratterizza la primavera/estate del 1916 rappresenta un passaggio-chiave nella trasformazione di quella che era cominciata come l'ultimo prodotto delle 'guerre di Cancelleria' ottocentesche in qualcosa di radicalmente diverso. L’allargamento del confronto a nuovi attori e nuovi teatri, l'accresciuta interdipendenza strategica, il rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali all'interno dell'intesa e il progressivo emergere dalla natura 'totale' del confronto in atto sono alcuni elementi che caratterizzano questa evoluzione. Non è, dunque, senza significato che, proprio alla fine dei 1916, la richiesta statunitense ai belligeranti perché rendessero noti i propri 'scopi di guerra' (19 dicembre) e la risposta dei governi dell'intesa (riassunta, il 10 gennaio 1917, nel telegramma dell'ambasciatore di Washington a Parigi) si impongano come un punto di svolta nel processo di radicalizzazione dello scontro e di elaborazione dei mito della 'guerra per porre fine a tutte le guerre' destinato a culminare, due anni e mezzo dopo, nell'insostenibile 'diktat' di Versailies.


Gianfuca Pastori Università Cattolica

lunedì 7 novembre 2016

1915 - 1918 PROFILO DELLA GRANDE GUERRA DEGLI ITALIANI

NUOVE SINTESI
trimestrale di cultura e politica
Direttore Responsabile Michele D’Elia
con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria

1915 - 1918
PROFILO DELLA GRANDE GUERRA
DEGLI ITALIANI
Dalla Strafexpedition alla battaglia dell’Ortigara



Sabato 26 novembre 2016
Istituto Zaccaria, Aula Magna - ore 15.00
Via della Commenda, 5 – Milano, MM 1



La invitiamo al convegno nazionale di studi storici
organizzato da
NUOVE SINTESI
trimestrale di cultura e politica
con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria

1915 - 1918
PROFILO DELLA GRANDE GUERRA
DEGLI ITALIANI
Dalla Strafexpedition alla battaglia dell’Ortigara


Il Direttore Responsabile Michele D’Elia
  

PER INFORMAZIONI: 02.68.08.13 – granduca9@tin.it




P R O G R A M M A


Presentazione del Convegno

Saluti istituzionali

La Strafexpedition e il contesto internazionale
Gianluca Pastori, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Ortigara: sacrificio annunciato ed inutile
Michele D’Elia, Direttore di Nuove Sintesi, Milano

Bombe sulle città. E la cronaca scopre la guerra
Giorgio Guaiti, giornalista e scrittore, Milano

Il 1916 in Medio Oriente
Giovanni Parigi, Università degli Studi, Milano

Il governo debole e l’«uomo forte»
Damiano Palano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

I costi della Grande Guerra. Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori
Salvatore Sfrecola, Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma

Carlo Erba: il pittore milanese che morì sull’Ortigara
Salvatore Genovese, Docente di Disegno e Storia Dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano                                                          

Luca Beltrami: il canto del Damo e della Dama al posto di ristoro
Amedeo Bellini, Emerito del Politecnico di Milano

Dal 1916 al 1917: il vissuto drammatico del sociologo francese Émile Durkheim
Roberto Cipriani, Università Roma Tre

Dibattito

Conclusioni: Michele D’Elia


Coordina i lavori
Paola Manara, Biblioteca Sormani, Milano



Ingresso libero

lunedì 11 aprile 2016

La Stampa scopre la Guerra Mondiale, dopo l'entrata nel conflitto

Sartorio. Movimento di truppe nell'estuario
"L'attività delle artiglierie, normale nella zona montuosa, si mantenne ieri più viva nella zona ad oriente di Gorizia e sul Carso, dove i nostri tiri fecero esplodere un deposito di munizioni dell'avversario. CADORNA". 
Il 1917 si apre così su tutti i giornali italiani. Come ogni mattina, il V gennaio i quotidiani pubblicano in prima pagina il bollettino ufficiale del Comando Supremo, firmato dal generale.

Ormai da tre anni la stampa è impegnata a seguire gli eventi bellici su tutti i fronti e dall'ingresso dell'Italia nel conflitto deve e fare i conti cori l'Ufficio Stampa del Comando Supremo, vale a dire con la censura, che spesso interviene con tagli e soppressioni quando i giornali sono già in macchina, costringendo le tipografie a scalpellare dalle matrici i testi non autorizzati e obbligando i giornali ad uscire con intere colonne bianche.

A leggere quei giornali (o spesso a farseli leggere, data l'altissima percentuale di analfabeti) sono milioni di italiani. All'inizio dei conflitto nel Paese si vendono 5 milioni di copie al giorno, ma negli anni della guerra la diffusione è andata ancora aumentando, anche grazie alle migliaia di copie distribuite direttamente al fronte, dove i soldati vogliono avere notizie su come procedono le operazioni.

Il primo giorno dell'anno presenta un quadro complessivo relativamente tranquillo. Il Resto del Carlino, ad esempio, parla di “Situazionestazionaria su tutti i fronti”, ma segnala l'affondamento di una corazzata francese e propone ai lettori "Le prime impressioni sul nuovo imperatore d'Austria", segnalando la diffidenza registrata in Austria e in Ungheria fra gli elementi l'estremi, radicali" e vicini alla massoneria per un sovrano formato in ambienti conservatori. Francesco Giuseppe era morto da un mese (il 21 novembre 1916) e sul trono era salito il pronipote Carlo I, sulla cui figura si concentravano le attenzioni degli osservatori internazionali, anche, ovviamente, per cercare di capire il suo atteggiamento nei confronti della guerra.

Il 1917 infatti è l'anno della battaglia della Bainsizza e di Caporetto, ma è anche l'anno di grandi eventi internazionali che proietteranno le loro conseguenze su tutto il secolo: è l'anno della successione sul trono degli Asburgo, della Rivoluzione Russa e dell'intervento degli Usa nel conflitto. Per la prima volta gli Stati Uniti decidono di uscire dal loro splendido isolamento e si affacciano sul teatro mondiale come grande potenza. E proprio a Russia e Usa sono riservate le attenzioni dei quotidiani nei primi mesi dell'anno. La sollevazione popolare di Pietrogrado, di fatto ignorata dai giornali italiani, approda improvvisamente sulle prime pagine a metà marzo. Il 17 il Corriere annuncia a tutta pagina "L'insurrezione russa per la libertà e per la guerra", rilevando che "L'esercito e i suoi capi si uniscono ai liberali". L'indomani tutte le prime pagine sono occupate dalla notizia dell'abdicazione dello Zar. Il Corriere scrive che "Nicola Il rinunzia al trono anche per il figlio, benedicendo il fratello erede", con una scelta che nel fondo di prima pagina viene definita "Il magnanimo gesto". Lo stesso giorno il Carlino annuncia le dimissioni e spiega che "un movimento politico iniziato a Pietrogrado si estende a Mosca e alla Russia meridionale". Un movimento di cui – si legge nel fondo- "si era avuto qualche incerto sentore non controllato da nessuna notizia ufficiale".

Da quel momento la preoccupazione fondamentale è scoprire le intenzioni dei nuovo governo sul proseguimento o meno della guerra e quando, il 19 agosto, il generale Kornitov lascia Riga ai Tedeschi per puntare su Pietrogrado e tentare la controrivoluzione, il timore che i Tedeschi, alleggeriti dalla chiusura del fronte russo, possano dirottare forze verso occidente, è chiaramente visibile.

A compensare queste preoccupazioni arrivano le notizie dall'America. Il 4 aprile il Corriere annuncia che "Wilson chiede al Congresso di dichiarare lo stato di guerra con la Germania" e il 7, dopo il voto della Camera dei rappresentanti, arriva la formalizzazione dell'entrata in guerra degli Usa. Per la prima volta sui giornali si parla di guerra mondiale, anche perché, per qualche tempo, i quotidiani riservano grande attenzione anche alla posizione del Brasile, a un passo dalla rottura diplomatica con la Germania. Sono i giorni dei grande entusiasmo per l'allargamento dell'alleanza, ma anche della conferma del valore "morale" del conflitto che (lo ribadiscono fondi e commenti di tutti i quotidiani) vede lo scontro fra i paladini della libertà e della democrazia e le forze reazionarie e oscurantiste degli Imperi centrali. E in questa chiave qualcuno vuole leggere anche gli avvenimenti russi: la caduta dello Zar consente di inserire anche la Russia fra i Paesi democratici in lotta contro l'assolutismo tedesco e austriaco.

Sul fronte (il termine usato spesso dai giornali è però la fronte, italiano ovviamente si concentra il massimo delle attenzioni di tutta la stampa nazionale. Il 25 maggio, all'indomani del secondo anniversario dell'entrata in guerra, tutti i giornali riempiono le prime pagine con le notizie della trionfale avanzata sul Carso. Le linee austriache sfondate dalla III Armata sul Carso, da Castagnevizza al mare". E nell'articolo del Corriere si parla dei 9000 nemici, fra cui 300 ufficiali, fatti prigionieri e si sottolinea la partecipazione di "300 velivoli italiani alla battaglia”: il neologismo dannunziano si è ormai affermato nell'uso comune.

E di nuovo si tornano ad annunciare grandi vittorie in agosto. L'avanzata della Bainsizza, iniziata il 17, approda sui giornali soltanto il 20, quando si comincia a parlare di "Formidabile offensiva iniziata su tutto il fronte dal Monte Nero al mare". Il 21 il Corriere annuncia a tutta pagina: “Attacco in massa delle fanterie italiane appoggiate da 208 aeroplani” e parla di 7600 prigionieri. L'indomani il titolo di prima pagina Precisa che "Quasi tutto l'altipiano di Bainsizza è conquistato: l'avanzata raggiunge i 9 km. I prigionieri saliti a 23.600". E i bollettini ufficiali, firmati Cadorna, forniscono quotidianamente i dettagli dei successi ottenuti. Sono i giorni della gloria e della speranza che la vittoria sia più vicina. Ma non è così.

Il 24 ottobre gli austro-tedeschi sfondano il fronte fra Tolmino e Plezzo e già quella mattina sui giornali si possono leggere i primi segnali di pericolo (il Corriere in prima pagina scrive: "I tedeschi compaiono sulla fronte italiana") Il 26 li titolo di apertura dei quotidiano (L'inizio dell'offensiva austro tedesca") lascia appena intuire cosa sta succedendo e il giorno dopo si passa a "La violenza dell'offensiva austro-tedesca”.La notizia dello sfondamento arriva il 30:---Lo bocco austro tedesco nella pianura rallentato dalla resistenza delle truppe italiane". Bisognerà aspettare il 2 gennaio del '18 per poter leggere:”Il nemico ricacciato sulla riva sinistra del Piave". Ma nessun corrispondente ha potuto seguire direttamente i giorni della ritirata. Fin dai primi momenti del cedimento del fronte i giornalisti sono stati bloccati, allontanati dalla zona delle operazioni, raggruppati e sorvegliati a Udine prima e a Padova poi, all'Hotel del Corso, dove possono lavorare soltanto su notizie parziali e bollettini ufficiali.

L'anno si chiude con le cronache del Natale in trincea, fra resistenza e contrattacchi, e con le "Voci della riscossa", affidate dal Corriere alle nuove reclute: i Ragazzi del '99. 
Giorgio Guaiti

Giornalista e scrittore, Milano

martedì 8 marzo 2016

LA CLASSE DIRIGENTE LIBERALE NEL 1916-17. DA SALANDRA A ORLANDO

Negli anni centrali della Grande guerra italiana, 1916 e 1917, si succedono tre governi guidati da personalità liberali tra loro diverse per formazione e metodi, ma concordi    nel non sovvertire il quadro e le fondamentali garanzie costituzionali con il pretesto della straordinarietà della situazione. A differire furono piuttosto i criteri   di composizione dei ministeri e il loro rapportarsi alla Nazione in guerra. La crisi dei governo guidato dal pugliese Antonio Salandra, espressione di un liberalismo conservatore e 'moderatamente' interventista, appare essenzialmente determinata dal mutare, dei carattere e delle prospettive dei conflitto. La guerra di Salandra, degli altri liberali interventisti e anti-giolittiani e degli stessi stati,maggiori doveva essere una guerra breve e una guerra nazionale, i cui obiettivi essenziali erano l'annessione delle terre irredente (Trentino, Venezia Giulia, lstria) e un'auspicata espansione italiana sulla sponda orientale dell'Adriatico, e come tale poteva essere politicamente condotta dal solo partito liberale.
     Non a caso la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia, nel maggio 1915, era stata indirizzata al l'Austria- Ungheria, non anche alla Germania, come avrebbero voluto gli interventisti 'di sinistra'. Presto però ci si accorse che la guerra non sarebbe stata breve come quelle dei Risorgimento, che avrebbe comportato sacrifici di vite umane e finito con l'alimentare malcontento e distacco fra il popolo e le istituzioni monarchiche. Gli stessi vantaggi promessi all'Italia dal patto di Londra non avrebbero potuto essere assicurati se non al prezzo di una maggiore convergenza del nostro Paese sugli obiettivi delle altre potenze dell'intesa, tesi a ridisegnare gli equilibri europei, sconfiggendo i due Imperi centrali, ben oltre le limitate aspettative 'patriottiche' dei governo italiano. A ciò si aggiunga il crescente distacco fra ceto politico e comando militare. Luigi Cadorna, di fatto comandante supremo dell'esercito (sottoposto soltanto al Re che lo era di diritto), nel mentre adottava tattiche e strategie discusse e che procuravano scarsi risultati, era insofferente rispetto a qualsiasi 'controllo' politico. E a lui Salandra finì con l'attribuire il fallimento dell'ipotesi di guerra breve nella quale aveva creduto.

Per fronteggiare la situazione che si era andata creando, e tenuto conto che, almeno per il momento, Vittorio Emanuele IlI non intendeva destituire Cadorna, Salandra e i liberali a lui vicini pensarono a una crisi 'pilotata'. La guerra di logoramento che si andava delineando, la sua estensione temporale e spaziale esigevano, nel rigoroso rispetto della prassi statutaria, un più ampio coinvolgimento di forze interventiste o comunque non 'disfattiste', espressione di tradizioni diverse rispetto a quella liberale risorgimentale che aveva fino ad allora costituito il perno politico dei Regno d'Italia. Innanzitutto si trattava di recuperare allo sforzo comune gli altri liberali, gli amici di Giovanni Giolitti, che avevano sostenuto fino all'ultimo la tesi della neutralità e delle trattative diplomatiche con l'Austria. Data l'incompatibilità personale con lo statista di Dronero, Salandra si rendeva conto di non poter essere lui il presidente dei Consiglio di un nuovo governo nel quale i giolittiani tornassero ad avere voce in capitolo. Ma oltre ai liberali in precedenza neutralisti, l'obiettivo era quello di coinvolgere nelle responsabilità politiche gli interventisti democratici, radicali, repubblicani e socialisti riformisti, e i cattolici politici non pregiudizialmente ostili alla guerra in corso. Del resto l'integrazione dei socialisti e dei, cattolici nel sistema aveva rappresentato un obiettivo pressoché costante della politica giolittiana di inizio Novecento e su questo versante era particolarmente impegnato, nella sua capacità di mediazione, il guardasigilli uscente, il siciliano Vittorio Emanuele Orlando, che manteneva contatti sia con Claudio Treves e Filippo Turati, sia Oltretevere.

Salandra si dimise il 10 maggio 1916 in concomitanza con l'offensiva austriaca nel Trentino, la Stratexpedition (spedizione punitiva contro l'ex alleata Italia). A succedergli fu chiamato in giugno il decano della Camera, il settantottenne Paolo Boselli, che era stato l'anno prima relatore per il conferimento al governo Salandra dei pieni poteri in vista della guerra. Il suo governo detto di "unità nazionale" contò, rispetto ai precedenti, un numero inusitato di ministri senza portafoglio. Come tali vi entrarono fra gli altri il repubblicano Ubaldo Comandini e il socialriformista Leonida Bissolati; il liberale giolittiano Gaspare Colosimo; il radicale Ettore Sacchi alla Giustizia mentre Orlando, veniva spostato al più importante dicastero degli Interni. Il giornalista e deputato milanese Filippo Meda, fu il primo cattolico a entrare esplicitamente come tale, nonostante la contrarietà di papa Benedetto XV, in un governo a guida liberale e divenne ministro delle Finanze; il giurista e storico piemontese Francesco Ruffini, liberale interventista, ebbe il ministero della Pubblica istruzione; mentre il socialista riformista lvanoe Bonomi tenne quello dei Lavori pubblici; ministro della Guerra fu nominato Paolo Morrone, gradito a Cadorna, che sarà sostituito, nel rimpasto di un anno dopo, dal generale Gaetano Giardino. Unica conferma di rilievo quella, al ministero degli Esteri, di Sidney Sonnino.

La prima conseguenza pratica più evidente fu il 28 agosto 1916 la dichiarazione di guerra alla Germania. Ma gli alleati chiedevano all'italia, lo fece esplicitamente il comandante francese, il generale Cesar Joffre, il contributo di almeno una divisione italiana sul fronte greco di Salonicco. E senza le loro pressioni non si sarebbe arrivati, nel febbraio 1917, alle dimissioni indotte dei duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, dal comando dell'Armata navale, sostituito da Paolo Thaon di Revel.

Nel richiamo ideale al lascito risorgimentale, Boselli cercò di indirizzare tutte le forze che avevano concorso alla composizione dei suo governo (non gli votarono la fiducia soltanto i socialisti) a supportare lo sforzo bellico. Ma non riuscì  a comporre il dissidio fra classe politica e comando militare. Cadorna non aveva dubbi sul fatto che il potere civile doveva rimanere sottoposto a quello militare; Bissolati, e gli interventisti democratici in genere, la pensavano all'opposto. Orlando, dal canto suo, lamentava che il comandante in capo continuasse ad essere arbitro di ogni cosa, mentre i ministri rimanevano completamente all'oscuro dei suoi propositi. Dei resto Cadorna, nonostante la conquista di Gorizia, era oggetto di contestazioni anche per la tattica delle offensive frontali, non meno che per l'imposizione di una disciplina spietata ai soldati trattati
da numeri (processi ed esecuzioni sommarie, decimazioni, eccetera). Solo dopo il cosiddetto scandalo Douhet, dal nome dei colonnello dei comando supremo che aveva preparato un dossier segreto anti-Cadorna da trasmettere al governo, Boselli riuscì a far riconciliare Bissolati e il Comandante in capo, nell'intento che l'avversione reciproca non degenerasse in modo irreparabile con grave pericolo delle istituzioni, oltre che per l'esito stesso della guerra.

Il ministero Boselli resse la situazione fino alla tragedia di Caporetto dopo la quale, alla fine di ottobre 1917, l'incarico di presidente dei Consiglio passò a Orlando, che continuò a mantenere anche il portafoglio degli Interni. D'intesa con il sovrano, ma anche su pressione degli alleati (convegni di Rapallo e di Peschiera), la sostituzione di Cadorna, già ipotizzata da oltre un anno, fu decisa nel giro di una decina di giorni con la nomina dei più duttile generale napoletano

Armando Diaz, che comandava il XXIII Corpo d'armata. Il governo provvide poi alla costituzione della commissione d'inchiesta su Caporetto. Orlando era per temperamento piuttosto incline a esitare e prendere tempo. ma dovette avallare, in novembre a Peschiera, la determinazione dei Re e di Diaz di attestare la resistenza italiana sulla linea - destinata a diventare un simbolo - dei Piave, del Monte Grappa e degli Altipiani, mentre molti consigliavano di ritirarsi fino al Mincio, se non al Po. Il dimissionario Boselli confidava a un amico neutralista: "Quanto avevi ragione quando dicevi che non si doveva fare la guerra'". Il 22 dicembre 1917 Orlando, pronunciò alla Camera uno dei suoi discorsi rimasti famosi, quasi una sintesi dell'impegno dei suo governo e dei riscatto dell'intera Nazione:”La voce dei morti e la volontà dei vivi, il senso dell'onore e la ragione dell'utilità, concordemente, solennemente ci rivolgono adunque un ammonimento solo, ci additano una sola via di salvezza: Resistere! Resistere! Resistere!*. Destinato a lunga vita - morirà ultranovantenne nel 1952 - e a passare alla storia come il "presidente della Vittoria”. Orlando. alla conferenza di pace di Parigi, nel 1919, si scontrerà con il presidente americano Woodrow Wilson abbandonando platealmente i lavori di fronte alla mancata piena soddisfazione delle attese con le quali l'Italia aveva partecipato alla Grande Guerra.

Gianpiero Goffi

Capo servizio de La Provincia, Cremona

venerdì 4 marzo 2016

ANCHE LE PAROLE SONO ARMI

Tra il 1914 e il 1915 in Italia si apre un intenso dibattito in merito alla partecipazione al conflitto mondiale. Lo scontro tra interventisti e neutralisti si svolse soprattutto sulle pagine dei quotidiani. Di fronte ad una popolazione che si dimostrava prevalentemente indifferente o contraria alla causa bellica la maggior parte delle testate a tiratura nazionale, il Secolo, la Gazzetta dei Popolo, Il Resto dei Carlino, Il Giornale d'Italia, il Popolo d'Italia, il Messaggero, ma soprattutto il Corriere della Sera, si schierano a favore della discesa in campo dell'Italia spinti anche dalle pressioni dei mondo industriale, specie quello siderurgico, che vedeva nella guerra una importante opportunità di crescita. La stampa così detta "antagonista" si ridusse a pochissime testate tra cui L'Avanti, mentre tra i neutralisti troviamo i giornali cattolici oltre alla Stampa, la Tribuna e la Nazione. Il dibattito sulla Prima guerra mondiale rappresenta quindi una svolta fondamentale nel concetto di comunicazione: da questo momento in avanti, e per tutto il conflitto, la carta stampata avrà un ruolo da protagonista, diventando una componente essenziale della progressione dell'evento bellico. Tutti gli Stati protagonisti dei conflitto in qualche modo dovranno confrontarsi con la stampa: il giornalismo moderno era diventato parte della vita sociale dei paesi. L’importanza della carta stampata era materia ben nota ai governi e ai militari. In Italia, già dal marzo dei 1915, cioè ancor prima di entrare in guerra, furono emanati una serie di decreti volti a "controllare" la libertà di stampa; ricordiamo prima il divieto di pubblicazione di notizie di carattere militare, successivamente la proibizione di riportare sulle pagine dei quotidiani l'elenco dei morti e dei feriti e infine un dispaccio dei generale Cadorna, rivolto ai giornalisti, contenente la diffida di accedere ai campi di battaglia. Nella prima fase della guerra entrò quindi in vigore, a tutti gli effetti la censura militare, coordinata dal Comando Supremo delle Forze Armate. Gli stessi giornali che si erano impegnati nel sostenere la causa della guerra venivano sempre più esclusi dalla realtà dei fronte e diventarono collaboratori passivi dello sforzo bellico nazionale, narratori enfatizzanti di una realtà che nessun giornalista aveva avuto modo di conoscere direttamente.

13 settembre 1915. L'Italia è in guerra da pochissimi mesi e il Corriere della Sera pubblica un articolo dal titolo: "Anche le parole sono armi": Il quotidiano a maggiore diffusione nazionale richiama l'attenzione dei governo e dei militari sull'importanza della comunicazione come mezzo di compartecipazione e di condivisione tra lo stato e il suo popolo. Il pezzo, che non è firmato, giustifica il silenzio dei governo definito " muto e operoso" ma contemporaneamente ricorda che i divieti da soli non sono proficui: " ... Non si dà un motto d'ordine in principio e si abbandona la psicologia di un popolo a questo solo motto d'ordine... Ma di un popolo si premia la fiducia quando il governo vive con esso tutta quella patte del pensiero che non è indispensabile celare e si tempra la costanza quando gli uomini più autorevoli danno, parlando, un linguaggio a ciò che vive nella stessa coscienza nazionale".

Il Corriere ha compreso che la guerra sarà lunga e dura e che il coinvolgimento della popolazione alle politiche governative e alle strategie militari può rappresentare un elemento fondamentale per dare la giusta spinta agli eventi che si succederanno.

Con la diffusione della radio infatti i giornali hanno perso l'esclusività dell'attualità e pertanto i lettori sono attratti da un "racconto" diverso, da una testimonianza più moderna fatta non solo di parole ma anche di immagini che suscitino emozioni. L il momento dei rotocalchi che, per alleggerire la pressione psicologica che la guerra stava portando sui militari e sulla popolazione civile, si orientano su contenuti un po' frivoli, come i romanzi d'appendice, rubriche per signore ecc.. Ma la vera novità di questi periodici è il grande spazio che essi destinano alle foto, diventando così strumenti privilegiati per comunicare, in modo diretto, a quella parte della popolazione maggiormente impreparata. Testate come l'illustrazione Italiana, che pubblicherà circa 1800 immagini della guerra, o La Domenica del Corriere e la Tribuna Illustrata, entrambi supplementi di quotidiani, che dedicheranno ogni settimana la propria copertina ad enfatizzare con preziosi disegni gli eroici episodi dei soldati al fronte, rappresentano, un nuovo modello di informazione, che lascia maggiormente spazio alle emozioni personali.

Ancora una volta la guerra rappresenta un'occasione utile all'evoluzione della comunicazione.

La nuova propaganda

La vasta produzione editoriale che ruotava attorno alla guerra in realtà non aveva prodotto gli effetti sperati: confortare l'opinione pubblica, sostenere l'esercito al fronte, dare una giustificazione patriottica alla causa erano obiettivi troppo ambiziosi per una stampa completamente controllata.

Nel 1916 nasce l'Ufficio Stampa che, a seguito di una intesa con il Ministero degli Interni, accredita come corrispondenti di guerra Luigi Barzini dei Corriere della Sera, Luigi Ambrosini della Stampa, Rino Alessi dei Messaggero. Ma anche questi giornalisti sono soggetti alla censura. I loro articoli, ancora una volta, non rappresentano la fedele cronaca dei fronte ma rielaborano quanto il Reparto Operazioni dei Comando Supremo ritiene di rendere a loro noto.

E a seguito della sconfitta di Caporetto (ottobre 1917) che verrà finalmente compreso che la comunicazione doveva essere un coadiuvante dell'azione di guerra: "Dopo Caporetto la Nazione prese coscienza del disastro della guerra e molte cose cambiarono. Il nuovo capo di Governo, Orlando, riuscì ad intuire la tragedia di un popolo in guerra e venne creato Il servizio P a cui fu affidato il compito di propaganda presso i combattenti ma anche verso il fronte interno affinché la guerra diventasse la battaglia di tutto un popolo (1).

Il 9 gennaio 1918 l'Ufficio Informazioni dei Comando Supremo istitutiva in tutto l'esercito un "Servizio informazioni sul "morale delle truppe" sotto la direzione dei Comando d'Armata, definito Servizio R, con il compito di vigilanza (prevenire cioè i moti antibellici o pacifisti in generale), assistenza (intesa come attività rivolta soprattutto alle famiglie dei combattenti) e propaganda (attraverso azioni mirate e non più lasciate alla iniziativa dei singoli). La funzionalità dell'Ufficio P era basata su alcuni principi evidenziati dal Comando Supremo: - Il soldato non deve mai avere l'impressione che si dubiti dei suo valore militare o della sua onestà di cittadino.

- Il soldato deve però capire che il concetto di Patria non è qualcosa di astratto, ma che sta combattendo anche per salvare la sua famiglia;

- Le conferenze devono essere limitate, l'educatore deve essere l'ufficiale con il quale il soldato vive e, per quanto la sua parola possa essere disadorna, è quello a cui più dà fiducia.

- La vendita dei giornali deve essere fatta nelle Case del Soldato da militari mutilati e da soldati utilizzati per la propaganda;

- La maggioranza dei soldati è indifferente a foglietti volanti, quindi bastano poche pubblicazioni, ma che siano stampate nitidamente e con copertina a colori e con illustrazioni immediatamente comprensibili;

- Si deve favorire la stampa di grossi manifesti a colori vivaci, che contengano poche parole di testo alla portata di tutti. Il grande manifesto attira l'attenzione e spinge i soldati a leggerlo o a farselo leggere.

In breve tempo. Il Servizio P. costituito dagli ufficiali più colti e preparati si attivò per attuare tutta una serie di attività volte a migliorare e alleggerire le condizioni morali dei soldati e dei loro familiari. Una delle prime azioni fu quella di favorire la diffusione dei così detti "Giornali di Trincea." pubblicazioni prodotte direttamente nella zona di guerra.

I giornali di trincea erano nati già nel 1917, compilati per lo più a mano o con ciclostili, e venivano distribuiti in genere nel battaglione o nel reggimento di appartenenza. Il Servizio P ebbe il merito di comprendere che il fenomeno delle pubblicazioni di guerra poteva rappresentare un forte veicolo di svago e di interesse: tali pubblicazioni vennero pertanto sovvenzionate dalle autorità militari affinché le tirature aumentassero favorendone anche una diffusione capillare e lo scambio tra i diversi corpi d'armata. Inoltre la composizione grafica e la responsabilità intellettuale venne affidata ai numerosi soldati-intellettuali quali giornalisti, scrittori, artisti che affollavano le trincee: Prezzolini, Calamandrei, Volpe, Soffici, Jahier, De Chirico. Sironi, ecc. aumentando così il livello qualitativo delle pubblicazioni. In Italia le riviste di questo tipo furono più di una decina e fra le più popolari ricordiamo La Trincea Quotidiana Resistere, La Tradotta (compilata da Arnaldo Fraccaroli e Antonio Rubino), la Ghirba (a cui collaborava Ardengo Soffici) e Sempre Avanti (con gli interventi dei poeta Giuseppe Ungaretti). Seppure con modalità diverse, i giornali di trincea non furono un fenomeno puramente italiano: in Francia, in Inghilterra e in Austria venivano stampati e recapitati alle truppe giornali appositamente prodotti dagli stessi corpi d'armata.

Il servizio P, oltre alla diffusione dei giornali di trincea, si impegnò a promuovere anche altre forme di intrattenimento e di svago come sostegno da destinare ai militari: troviamo così spettacoli teatrali itineranti con musica e danze rivolti alle truppe... Gli effetti di questa nuova campagna di propaganda furono così commentati da Giuseppe Prezzolini:

"Una parte del merito ce l'ha avuta anche il Servizio P Sì, in coscienza quegli uomini che seppero crearlo, che gli dettero, come in talune armate ha veramente avuto, quel carattere d'umanità profondo e di simpatia, di cordiale interessamento e di altezza morale che esso ha raggiunto, sì, in coscienza quegli uomini possono dire di avere contribuito largamente alla vittoria (2).

Paola Manara

Responsabile servizio periodici, Biblioteca Sormani, Milano

(1) " Ridere è guerra" di C. Bibolotti e F.A.Calotti in: I giornali satirici di trincea e delle retrovie durante la prima guerra mondiale - Museo della satira e della caricatura - Forte dei Marmi

(2) G. Prezzolini, Tutta la guerra. Antologia del popolo italiano sul fronte e nel Paese - Longanesi, Milano 1968