domenica 10 giugno 2018

Guerra e ideologia della guerra nell’antichità


Nella società occidentale odierna si nutrono molti dubbi sulla legittimità della guerra in quanto tale, anche in caso di guerre difensive o “umanitarie”; e al rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle contese fra i popoli corrisponde l’idea che morire in guerra è crudele e inutile: benché ormai quella del soldato sia quasi sempre una figura professionale, l’opinione pubblica non accetta più che si muoia combattendo.
Nel mondo antico la situazione era molto diversa. La guerra era un evento, se non “normale”, ritenuto comunque necessario. Combattere faceva parte dei doveri del cittadino: in un certo senso, era sentito anche come un diritto, perché servire nell’esercito era un privilegio che garantiva promozione sociale e politica. Morire in guerra era un rischio che il cittadino antico riteneva doveroso affrontare. Certo anche gli antichi cercavano di evitare la guerra, ricorrendo alla diplomazia e agli arbitrati, ma la consideravano legittima, almeno in linea generale, quando altre vie, giuridiche o diplomatiche, non sembravano più percorribili. Nel mondo greco, che non produsse (o non ha conservato) una riflessione articolata sul tema della legittimità della guerra, erano considerate “giuste” la guerra difensiva, compresa quella originata dall’appello degli alleati, e la guerra generata dalla violazione di un accordo. La legittimità della guerra è spesso invocata dai contendenti, che rivendicavano di avere la ragione dalla loro parte sia di fronte alla divinità, protettrice dei patti giurati e garante della giustizia nei rapporti internazionali, sia di fronte all’opinione pubblica, cui ci si rivolgeva, con pubblici scambi di accuse, nella speranza che riconoscesse il proprio diritto, soprattutto quando la guerra aveva origine dalla rottura di un accordo. Vere e proprie dichiarazioni formali di guerra erano rare nel mondo greco; più spesso, fallita la via diplomatica, le parti passavano ai fatti e le relazioni diplomatiche venivano sospese.
Fin dai tempi più antichi sono inoltre presenti tracce di un’etica della guerra, che si esprime nelle norme volte ad umanizzare i conflitti (come il divieto di utilizzare alcuni tipi di armi, di avvelenare le acque o di attaccare durante un’epidemia), nel rispetto dei santuari e nel trattamento umano del nemico sconfitto.
Anche lo scontro militare, del resto, obbediva a regole precise. L’oplita greco, protagonista della forma di combattimento affermatasi con l’avvento della cosiddetta falange oplitica (VII sec. a.C.), era un fante armato con armatura pesante comprendente elmo, scudo, corazza, schinieri, lancia e spada corta; poteva avere tra i 20 e i 60 anni e in genere non era un soldato di professione (solo nel IV secolo iniziò la diffusione di mercenari anche negli eserciti cittadini). L’oplita combatteva inserito in uno schieramento costituito da almeno otto file di soldati: suo compito principale era mantenere disciplinatamente il posto accanto ai compagni, in modo che la coesione aumentasse la forza d’urto della falange. La falange attaccava frontalmente il nemico, prima marciando, poi caricandolo con una breve corsa finale; lo scontro aveva come scopo di costringere il nemico a cedere terreno e ad abbandonare il campo. Se non si riusciva ad aprire una breccia nella falange nemica (era questo il compito delle prime linee) e a costringerla ad arretrare, il combattimento corpo a corpo tra gli opliti finiva in un vero e proprio massacro. Ma più spesso una delle due parti cedeva: in questo caso, la falange poteva ritirarsi compattamente, riuscendo a mantenere l’ordine e limitando le perdite, o disperdersi. Alla fine, è stato calcolato che i caduti erano circa il 5% per i vincitori e il 15% per i vinti. Questo sistema di combattimento restò sostanzialmente stabile per molti secoli; innovazioni successive, come l’approfondimento dei ranghi e l’introduzione di nuove armi (per esempio la sarissa, la lancia lunga macedone), cercarono di aumentare la capacità
d’urto della falange, ma non cambiarono in modo significativo il modo di combattere. Chi, a battaglia conclusa, si dichiarava sconfitto, si ritirava e chiedeva una tregua per raccogliere i morti (che era doveroso concedere); viceversa, chi restava padrone del campo si dichiarava vincitore innalzando il trofeo.
L’idea della legittimità della guerra non implica, per i Greci, indifferenza ai problemi etici che la guerra porta con sé. Ricerche recenti hanno messo in evidenza che dare la morte in guerra comportava per il soldato una sorta contaminazione sacrale (il miasma), collegata con il versamento del sangue, che richiedeva purificazione, non diversamente da quella che colpiva chi uccideva in altre circostanze. Ovviamente il soldato non era perseguibile per aver ucciso il nemico in guerra, e neppure per aver ucciso un compagno per errore in contesto bellico; erano, questi, casi di omicidio cosiddetto “legittimo”, cioè non perseguibile. Allo stesso modo, la legislazione in difesa dei regimi costituzionali contro la tirannide e le diverse forme di autocrazia considerava legittimo l’assassinio dell’aspirante alla tirannide o al regnum, equiparato al nemico esterno. Non perseguibilità non significa, però, che il versamento del sangue fosse irrilevante: le cerimonie di purificazione degli eserciti, note sia per la Grecia (la Macedonia ellenistica) che per Roma (Varmilusirium), sembrano confermare l’esistenza di un miasma anche per chi uccideva in guerra.
Il concetto di “guerra giusta” era chiaramente presente nel mondo romano, in cui l’ideologia della guerra è dominata, specie nei primi secoli, da uno stretto rapporto con la sfera del sacro e in cui l’idea di bellum iustum ac pium investiva sia l’aspetto formale (i riti di dichiarazione compresi nel cosiddetto ius fetiale), sia quello giuridico (il rispetto dei patti di alleanza tra popoli), sia quello religioso (la violazione dei patti giurati costituiva anche una colpa di carattere religioso). Dall’inizio del III secolo a.C. questi rituali cominciarono a semplificarsi: ma restarono intatte la dimensione sacrale della guerra, la convinzione che il rispetto della fides garantisse il favore divino e di conseguenza la vittoria, la convinzione di essere un popolo eletto dagli dei ed il timore di perdere il loro favore, cioè la pax deorum. Proprio per rispetto della fides i Romani non ricorrevano «a imboscate e a combattimenti notturni, a finte fughe e a ritorni improvvisi addosso a un nemico che non se lo aspettava, né combattevano in maniera da doversi gloriare della propria astuzia invece che del proprio valore» (Livio XLII47,5). Una svolta si verificò durante la guerra contro Annibaie, quando i Romani dovettero adattarsi
alla tattica del logoramento, inaugurata da Quinto Fabio Massimo (detto per questo cunctator, “temporeggiatore”); e fu dopo la battaglia di Canne (216 a.C.) che i Romani non solo cominciarono ad organizzare un primo, rudimentale sistema “spionistico”, ma fecero ricorso all’inganno in diverse occasioni. Un momento di ulteriore cambiamento dio mentalità fu individuato dalla tradizione antica nelle trattative con il re di Macedonia Perseo, condotte da Quinto Marcio Filippo in modo ingannevole, con una nova sapientia, per usare le parole di Livio (XLI1 47), che non corrispondeva alla migliore tradizione romana.
Quanto alle regole dello scontro militare, i Romani combattevano in origine in modo simile ai Greci: l’originario ordinamento falangitico giunse infatti a Roma dall’Etruria, grazie a Servio Tullio, nella li metà del VI sec. a.C. Il primo esercito romano fu costituito da una legione di 3000 uomini.
All’epoca delle guerre sannitiche, nella seconda metà del IV secolo, le legioni divennero quattro e fu introdotto l’ordinamento manipolare: la legione romana si organizzò in 30 manipoli di 100 uomini ciascuno, schierati su tre file (bastati, principes,trioni) e disposti a scacchiera. Rispetto alla falange oplitica greco-macedone, tale ordinamento era più flessibile e rapido nei movimenti, e dunque più adatto alle guerre non combattute in campo aperto (come appunto quelle contro i Sanniti, che furono combattute in zone montagnose). Al tempo delle guerre puniche l’ordinamento manipolare cominciò a mostrare i suoi limiti e i manipoli vennero sostituiti da reparti più compatti di 300-400 uomini, le coorti. Anche l’armamento del legionario romano deve molto al modello dell’oplita greco; anch’egli aveva come strumenti di difesa elmo, scudo, corazza, schinieri e come armi principali giavellotto, spada e pugnale. L’esercito romano conobbe poi, dall’epoca di Mario (console nel 107 a.C.), una progressiva professionalizzazione, che portò alla formazione di eserciti legati da vincoli di fedeltà personale ai propri condottieri. Fra questi capi militari emerse Cesare, pur, non essendo un innovatore, fu la massima espressione della scienza militare romana, espressa nelle battaglie campali, in cui fu sempre vittorioso, negli assedi (in particolare in quello di Alesia, nel 52 a.C.) e nell’abile uso delle riserve tattiche. In seguito vennero introdotte diverse riforme, man mano che l’impero si espandeva e le esigenze militari cambiavano (si pensi per esempio, alla crescente necessità di muoversi rapidamente nel territorio di un impero vastissimo a difesa dei confini).
Dopo le guerre civili, alla fine del I secolo a.C., si trova per la prima volta chiaramente formulata nei poeti augustei, da Orazio a Virgilio, un’ideologia della pace. Specialmente nelle province, Augusto aveva giustificato il suo potere con il fatto di avere posto fine a tutte le guerre: nel 9 a.C. l’inaugurazione dell’Ara pacis volle esaltare la pax Augusta come valore supremo del principato. In Virgilio la missione che gli dei hanno
affidato a Roma è di diffondere la pace, anche imponendola, eventualmente, con la forza. Da un lato, questa visione implicava l’approvazione per le guerre di conquista, che caratterizzarono buona parte del principato augusteo; dall’altro, la sola pace possibile, in tale contesto, era la pax Romana, conforme
cioè alle regole dettate da Roma.
Molti altro si potrebbe dire a proposito della guerra nell’antichità. Accontentiamoci per ora di aver attirato l’attenzione su questioni cruciali allora come ora, come la guerra giusta, l’imperialismo, l’etica della guerra. Le preoccupazioni morali o, per contro, la spregiudicatezza con cui gli antichi le hanno affrontate non sono molto diverse dalle nostre: conoscere la loro esperienza può aiutarci ad avere uno sguardo più consapevole sul nostro tempo.


Cinzia Bearzot


Università Cattolica, Milano
Bibliografia
G. Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, 11 Mulino, Bologna 20 082.
H. Sidebotlom, La guerra nel mondo antico, II Mulino, Bologna 2014 (= 2004).
M. Sordi (a cura di), Il pensiero sulla guerra nel mondo antico (CISA, 27),
Vita & Pensiero, Milano 2001.

giovedì 12 aprile 2018

L’ATTIVISMO DEGLI ARTISTI NEL CONTESTO INTERVENTISTA


Le tensioni che portarono, in Italia, fra il luglio 1914 e il maggio 1915, alla costituzione di un frastagliato ed eterogeneo schieramento interventista coinvolsero inevitabilmente anche il mondo dell’arte. Ciò avvenne però con due modalità profondamente diverse. Da una parte vi fu l’immediato pronunciamento pubblico a favore dell’intervento, con i toni spesso enfatici desunti da una retorica dell'azione che si andava costruendo
nell'ambito di un settore dell'intellettualità italiana tendente ad amplificare le tematiche risorgimentali in una prospettiva nazionalistica e per alcuni aspetti addirittura colonialista. 1 primi e i più diretti rappresentanti di tale opzione nel modo della letteratura e dell'arte furono, sia pure in modi diversi, D'Annunzio, i Futuristi e i redattori della rivista fiorentina “Lacerba", tutti sostenitori di un’estetica che esaltava “l’amore del pericolo”, “l’abitudine alla temerarietà”, “il coraggio”, “l'audacia”, “il carattere aggressivo”, “il violento assalto”, espressioni riprese testualmente dal Manifesto del Futurismo stilato da Marinetti nel 1909; in particolare per i Futuristi la partecipazione dell'Italia a quello che si stava rivelando come il primo conflitto mondiale,
avrebbe consentito di tradurre in pratica concreta quanto asserito nel famosissimo punto nono del già citato Manifesto: "Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna collettività, in questo caso rappresentato dal popolo italiano. Per molti di questi artisti l’opzione interventista non ebbe dirette ricadute sulla pratica artistica in termini di temi e di soggetti delle loro opere ma spesso ebbe come diretta conseguenza la scelta dell'arruolamento volontario fin dal giugno 1915, mese immediatamente successivo alla dichiarazione di guerra da parte dell'Italia.
Non stupisce il fatto che quasi tutti gli artisti del gruppo protofuturista (Marinetti, Boccioni, Piatti, Russoio, Sant’Elia) e i loro più prossimi interlocutori (Bucci, Erba, Sironi) decisero di arruolarsi, fra l'agosto e il dicembre 1914, nel Battaglione Lombardo dei Volontari Ciclisti e Automobilisti per poi passare nelle file regolari del Regio Esercito Italiano; indubbiamente meno prevedibile fu la scelta dell'arruolamento volontario intrapresa da artisti come Giorgio De Chirico e Alberto Savinio, Ubaldo Oppi, Ottone Rosai e Cipriano Elìsio Oppo, pittorintellettuali la cui attività segnerà in modo indelebile i decenni successivi alla conclusione della guerra. Fra chi scelse lo schieramento interventista vi furono anche Giulio Aristide Sartorio, nome prestigioso nell’ambito della pittura europea dell’epoca, arruolatosi volontario a 55 anni, e Ludovico Pogliaghi, insegnante presso l’Accademia di Brera e arredatore-decoratore di alcuni fra i più importanti palazzi milanesi (tra cui il Palazzo Turati e il Museo Poldi-Pezzoli), partito volontario per il fronte all’età ragguardevole di 59 anni. Fra gli artisti sostenitori della scelta interventista risultarono particolari le situazioni dei pittori Tullio Garbari,Umberto Moggioli e Massimo Campigli. 11 primo, nato a Pergine Valsugana in Trentino, e dunque di nazionalità austriaca, emigrò clandestinamente in Italia nell’agosto del 1914 per sottrarsi alla chiamata alle armi nell’esercito austro-ungarico, si stabilì a Milano dove “secondo la testimonianza di Carrà” organizzò una sorta di quartier generale dell’irredentismo nella saletta superiore del Caffè Campari in Galleria, frequentata anche da Cesare Battisti; dopo aver falsificato i propri documenti personali, si arruolò volontario nel Quinto Reggimento Alpini nel maggio 1915. Umberto Moggioli, nato a Trento ma trasferitosi a Venezia nel 1911, si arruolò volontario proprio grazie alla fraterna amicizia con Cesare Battisti che gli consentì di entrare nel Regio Esercito Italiano nonostante la sua cittadinanza austriaca, per essere poi trasferito, nel 1917, nella Legione Trentina, associazione di supporto ai molti volontari trentini impegnati sul fronte italiano. Infine Massimo Campigli, pseudonimo di Max Ihlenfeldt, nato a Berlino nel 1895 da una ragazza madre tedesca poi sposatasi con un cittadino britannico, vissuto fin dall’infanzia in Italia (Firenze e Milano), divenne sostenitore della causa interventista dopo essere entrato in contatto con Papini e Soffici e con l’ambiente culturale gravitante intorno alla rivista “Lacerba”; nel maggio 1915 si arruolòvolontario nel Regio Esercito avendo fatto domanda per ottenere quella cittadinanza italiana che gli venne concessa solo nel 1918, alla fine della guerra, per meriti al valor militare. La storia personale di Campigli potrebbe fare supporre una motivazione patriottica molto forte e un culto della guerra altrettanto salda. In realtà Campigli nelle sue memorie, scritte presumibilmente dopo il 1950 e pubblicate postume nel 1995 col titolo “Nuovi scrupoli”, ci fornisce una visione disincantata del suo arruolamento volontario, tutta articolata sulla necessità interiore di superare la dimensione dell’individualità a favore della relazione con gli altri; una scelta a cui giunge con un misto di sollievo e di sofferenza perché Io porta, lui così riservato al limite dell’introversione, a un impegno in cui il patriottismo assume la sfumatura della condivisione della propria esperienza di vita con quella del popolo italiano.
Le chiassose manifestazioni futuriste, le loro opere grafiche e pittoriche, le loro azioni nella vita quotidiana furono spesso all’insegna di una provocazione scientemente perseguita per  scuotere l’opinione pubblica e orientarla in una prospettiva filobelligerante.
Un’altra parte dell’ambiente artistico italiano sviluppò una posizione interventista con una maggiore gradualità nel tempo e con toni meno plateali e meno trionfalistici; questa posizione scaturiva da motivazioni molto diverse che a volte si integravano completandosi a vicenda: spesso si trattò di una scelta patriottica di stampo più emotivo che razionale, influenzata da una propaganda che usava con indiscussa abilità il linguaggio visivo (cartoline e vignette satiriche, in particolare quelle falsamente infantili diBertiglia e le due prime serie della “Danza macabra europea” di Alberto Martini); in alcuni casi lo stimolo iniziale fu una sorta di imperativo morale che induceva l’artista alla lotta contro le forze oppressive e liberticide incarnate nell’immagine degli Imperi austro-ungarico, tedesco e ottomano; in altri casi all’origine della scelta interventista vi fu una maturazione personale, anche di tipo introspettivo, della propria dimensione esistenziale che sfociava nella necessità di un impegno concreto del singolo a favore della “Sono anni, quelli della guerra, che rappresentano per me una netta sospensione della vita intima, della vita profonda, una sospensione della mia individualità, ma il trionfo, finalmente, dell'uomo sociale. (...) Guarigione dunque dalle mie aberrazioni, dalla mia introversione?
E’ chiaro che no. Fu una lunga inutile sospensione. Fu dapprincipio un occasione che mi parve meravigliosa di essere uno fra tanti: non si dimentichi il mio latente senso sociale. Entravo in una grande famiglia di uguali e di
poveri. Con slancio imitai i compagni, pensai come gli altri, non pensai nulla. Ebbe peso il mio odio dei tedeschi? Non credo. Gli austriaci non erano ancora i tedeschi. Ma intervenne certo la passione di sentirmi interamente italiano, ciò che nessuno mi contestava ma che qui diveniva lampante per me. Mi comportai normalmente, forse meglio di altri, non lo dico per vantarmi: sono pacifista a un punto da non sopportare gli eroi (...) ”.
Salvatore Paolo Genovese

Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto", Milano

sabato 10 marzo 2018

Luca Beltrami, Patriota.


Avevamo visto l’attività di Luca Beltrami a favore dei feriti di guerra attraverso una società da lui fondata e finanziata dal nome rivelatore (“Sempre Avanti Savoia”) ed in seguito una poesia satirica pubblicata sul Guerin Meschino, in questa rivista in una variante, che derideva quei nobili che si recavano al punto di raccolta dei reduci dal fronte, alla stazione centrale, esibendosi in umili servizi a patto che un codazzo di giornalisti fosse presente a testimoniare alla città la loro premurosa presenza. Luca Beltrami offriva ai soldati viveri, generi di conforto, cartoline illustrate perché potessero scrivere ai familiari, e ricordiamoci che allora il loro costo non era irrisorio.

Un’ulteriore testimonianza della sua benefica attività, frammento non insignificante di un fattivo patriottismo, è costituita da un ingenuo disegno (nelle carte di Luca Beltrami di proprietà privata, epistolario, XXV, 6, conservato nella cartella di disegni 19 bis, n.° 54) inviatogli dai feriti di guerra ricoverati all'ospedale Victor De Marchi di Milano, che lo ringraziano “per le tante ore di svago loro procurate e sperano di essere presto onorati da una sua visita”. Vi si vede un cartiglio con il nome dell'ospedale, affiancato da una immagine del Castello Sforzesco di Milano e di un edificio civile, forse lo stesso ospedale; a discendere un insieme di cartigli e di simboli militari a imitazione di quelli in uso negli apparati decorativi; seguono 41 firme, alcune al retto, la maggior parte al verso, dove si trova anche una nota di Luca Beltrami il quale ricorda che Luigi Regis, l'autore del disegno e primo firmatario, aveva compiuto la sua opera nonostante fosse costretto a letto.
Interessante osservare che ai feriti ricoverati in ospedale, a cui non mancavano vitto ed alloggio, l'austero Senatore, alieno da qualsiasi
forma di vita mondana e da tutto quanto apparisse futile, aveva tuttavia ritenuto offrire qualche svago, non un momento ma “tante ore”; resta il rammarico di non sapere in cosa esso sia consistito.
Amedeo Bellini
Emerito del Politecnico, Milano

venerdì 16 febbraio 2018

IL GENERALE LUIGI CADORNA E IL DUCA TOMMASO GALLARATI SCOTTI



Il Duca Tommaso Fulco Gallarati Scotti
Dal sitro http://www.ambrosiana.eu
Tommaso Fulco Gallarati Scotti (1878-1966) apparteneva all’alta nobiltà lombarda, figlio primogenito di Gian Carlo, Principe di Molfetta, e di Maria Luisa Melzi d’Eril dei Duchi di Lodi. Cattolico liberale, vicino al modernismo ma ossequiente all’autorità del Papa, in coerenza con la sua posizione ispirata all’interventismo democratico ma anche a quello del Direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, vide nella Grande Guerra l’occasione di una conciliazione tra coscienza religiosa, unità nazionale e senso dello Stato. Nell’imminenza del conflitto, si presentò quindi volontario, ottenendo il decreto di nomina a Sottotenente di Fanteria il 9 maggio 1915.
Assegnato al 5° Reggimento Alpini (il cui Battaglione Morbegno fu il primo a sperimentare nel 1907 la divisa grigio-verde poi adottata da tutto il Regio Esercito), tradizionalmente legato alla città di Milano, su richiesta del Sottocapo di Stato Maggiore Generale Carlo Porro dei Conti di Santa Maria della Bicocca, amico della famiglia di Antonio Fogazzaro al quale il Duca era assai
vicino, e del Col. Andrea Graziani, fu però subito chiamato al comando del V corpo d’armata, prestandovi servizio come ufficiale ricognitore dal giugno 1915 al giugno 1916. Partecipò ad azioni belliche ottenendo una promozione a Tenente per meriti di guerra e un Encomio solenne. Dal giugno all’ottobre 1916 fu ufficiale di collegamento presso il Comando del XXII Corpo d’Armata. Il 23 settembre 1917 il Generale Luigi Capello gli concesse direttamente la medaglia d’argento al Valor Militare per le azioni del 12-17 maggio precedente. Il Decreto del 20 giugno 1918 recita: «Nei giorni che precedettero e seguirono la conquista di Monte Cucco, in accompagnamento di un autorevole personaggio [il Generale Cadorna] portava alle truppe, nelle zone avanzate, sotto violento bombardamento, il contributo di fede: animatore delle truppe stesse e sprezzante del pericolo, si spingeva sino alle prime linee, dando esempio di coraggio personale e chiare virtù militari» (1).
Forse su suggerimento del Generale Porro, Cadorna lo chiamò come proprio Ufficiale d’Ordinanza al Comando supremo, dove prestò servizio dal 26 novembre 1916 al 9 novembre 1917. Il Duca era vicino a Cadorna anche per la sua amicizia con la figlia Carla, «donna di superiore carattere e di forte cultura», già simpatizzante per il movimento modernista. Al Comando Supremo Gallarati Scotti svolse un ruolo sicuramente assai importante. Si legge nel Rapporto personale a lui relativo stilato da Cadorna il 22 giugno 1918: «Il Tenente Gallarati-Scotti Tomaso (sic) ha prestato servizio presso di me circa un anno e mezzo quale Ufficiale d’ordinanza. Egli è persona di molta intelligenza, di vasta coltura, noto in Italia come distinto scrittore. Per questa sua qualità nella quale l’ho largamente impiegato, per la signorilità dei modi, per il tatto, per la devozione che mi ha costantemente dimostrata, io non posso che esprimere la più larga ed ampia soddisfazione per il servizio a lui prestato. Egli si è guadagnata una medaglia al valor militare, e, son certo che nel suo nuovo servizio presso le truppe Alpine, farà largamente onore al suo nome».
Dopo Caporetto, Gallarati Scotti segui Cadorna, destinato a Versailles come rappresentante italiano presso il Consiglio Supremo di guerra interalleato, dal novembre 1917 al febbraio 1918. Quando il 17 febbraio Cadorna fu sostituito in tale ufficio dal Sottocapo di Stato Maggiore Gaetano Giardino, Gallarati Scotti dal 5 giugno al 18 settembre prestò servizio nel Battaglione Alpino sciatori Monte Ortler (così era chiamato allora l’Ortles), poi fino al congedo il 17 dicembre nel Battaglione Alpino Val d’Orco, entrambi del 5° Reggimento Alpini. Decorato nel 1919 di Croce al Merito di Guerra e nel 1931 della Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-18, promosso Capitano nel 1929, Maggiore della riserva nel 1934 e infine Tenente Colonnello nel 1939.
Dalle lettere di Cadorna emerge un rapporto assai affettuoso con il suo Ufficiale d’ordinanza, alla cui madre, scriveva il 25 ottobre 1918: «A Tommasino mi legano vincoli indissolubili di affetto e di riconoscenza per tutto ciò che ha fatto per me nelle fortunose vicende che si son svolte da un anno in qua». Ancora alla stessa il 22 aprile 1922: «Il bravo suo figlio Tommasino non deve
nulla a me. Sono io, invece, che debbo molto a lui, il quale, negli “indimenticabili giorni” mi dimostrò tanto interesse ed amicizia, nel momento in cui, a disdoro dell’umanità - ma senza sorpresa alcuna - dovetti assistere a tanti tradimenti! Sono quelli i momenti, “quando si cangia in tristo il lieto stato”, in cui si distinguono i falsi dai veri amici. Fu allora che mi affezionai vivamente al di lei figliolo e che lo annoverai fra i miei migliori amici».
Il rapporto stretto e affettuoso tra i due si costruì sulla base delle comuni idee che per brevità definirò cattolico-liberali, si rafforzò nel periodo in cui Gallarati Scotti fu collaboratore prezioso al Comando Supremo e divenne ancora più forte quando dopo Caporetto egli si schierò fermamente a fianco di Cadorna, collaborando attivamente alla difesa della sua immagine e del
suo operato. Tale difesa non verteva tanto sulla condotta militare della guerra, campo nel quale Gallarati Scotti non aveva evidentemente particolare competenza, anche se nei suoi taccuini non mancano acute osservazioni, quanto sul carattere del Generale, sulle sue doti di Comandante, sul suo chiudersi in uno sdegnoso silenzio senza entrare pubblicamente in polemiche, atteggiamento molto apprezzato dal Duca, sulla sua sobria e virile
personalità aliena da compromessi: «maschia figura ascetica con una impronta tra militare e sacerdotale», lo aveva definito in un appunto del 16 maggio 1916.
Gallarati Scotti si offrì di dare la sua testimonianza alla Commissione d’inchiesta su Caporetto. 11 Duca riferì tra l’altro queste parole dettegli dal Comandante Supremo: «Io non voglio commissari civili in zona di guerra; se hanno fede in me mi tengano, altrimenti mi mandino via, ma non tollero che un ministro incompetente venga a controllare l’opera mia e a lavorare nascostamente contro di me». Domenica 10 aprile 1921 un lungo articolo di Gallarati Scotti dal titolo Cadorna comparve su La Perseveranza, il vecchio quotidiano conservatore di Milano, ancora pregevole per qualità ma di modesta diffusione, che traeva spunto dalla pubblicazione dell’opera di Cadorna La guerra alla fronte Italiana fino all’arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917). «Tacque. Dolorosamente, fieramente si impose silenzio. - scriveva il Duca riferendosi a Cadorna - Non parlò nelle ore amare in cui dopo gli esaltamenti senza misura, le classi dirigenti, che hanno un fondo idolatrico e alzano sugli altari con onori divini quando la fortuna è propizia, concentravano tutte le ire e tutte le responsabilità sul suo nome.
Non parlò di fronte agli ambigui accorgimenti degli uomini politici che, temendolo, per allontanarlo lo pregarono in nome degli interessi supremi del Paese di rappresentare l’Italia nel Consiglio supremo di guerra di Versailles, e lo consegnarono, pochi giorni dopo, come un accusato, nelle mani di una Commissione d’inchiesta. Obbedì tacendo, [...] e il suo silenzio fu pieno di una dignità austera che impose rispetto ai suoi stessi avversari». Ora finita la guerra, ha pubblicato: Gallarati era stato tra quelli «che più dubitarono dell’opportunità che il suo silenzio fosse rotto», tuttavia «dobbiamo subito convenire che la sua parola è degna del suo silenzio perché ispirata da uno stesso sentimento dell’onore nazionale». «È una rivendicazione appassionata e convinta» della sua opera nei tre anni di Comando Supremo, evitando «salvo qualche eccezione per l’estero, qualsiasi accenno polemico che non sia strettamente indispensabile all’esatta comprensione dei fatti”». «Cadoma deve giustificare sé (sic) stesso, non tanto di fronte ai critici militari, agli uomini politici, alla stampa e all’opinione pubblica italiana ed estera; quanto a ciascuno dei vivi e dei morti, di cui tenne il destino nelle sue mani». Lo definiva «un uomo nato per i supremi cimenti». Passate in rassegna le principali fasi della neutralità e della guerra, Gallarati Scotti concludeva che Cadorna «può in coscienza affermare che la sua azione nella guerra non finisce a Caporetto, ma al Piave».
Gallarati Scotti fu poi oppositore del Fascismo, mentre il fratello Gian Giacomo fu Senatore del Regno (2)e Podestà di Milano dal 1938 al 1943. Nel dopoguerra fu Ambasciatore a Madrid (1944-46) e a Londra (1947-51) e successivamente uno dei protagonisti della vita intellettuale (3) e pubblica milanese, ricoprendo tra l’altro gli incarichi di presidente dell’Ente Fiera (1954-58) e del Banco Ambrosiano (1954-65).
Massimo De Leonardis
Università Cattolica, Milano


1 Salvo altra indicazione, le citazioni sono da documenti dell’Archivio Tom-
maso Gallarati Scotti, presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.
2 Alla sua morte nel 1983 era l’ultimo rimasto, come pure, alla vigilia della
scomparsa, fu tra gli ultimi insigniti dal Re Umberto II del Collare dell’Or-
dine Supremo della SS. Annunziata.
3 Tra le sue opere principali: La vita di Antonio Fogazzaro, Milano 1920,
Storie dell’amore sacro e dell’amore profano, Milano, 1924, Vita di Dante,
Milano 1957, Interpretazioni e memorie, Milano 1961, La giovinezza del
Manzoni, Milano 1982.


sabato 10 febbraio 2018

La fronte orientale Alpina nella grande guerra e le sue fortificazioni



Alla vigilia dell'entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria nella primavera del 1915, tra i due stati correva un confine terrestre di oltre 600 km, tra il giogo dello Stelvio e la Laguna di Marano, la cui linea appariva alquanto articolata, attestata com’era lungo valli e dorsali montuose, e considerando che In linea d’aria essa scendeva, tra il Lago di Garda e II Golfo di Trieste, a circa 300 km.
Topograficamente, dallo Stelvio al Lago di Garda, il confine si snodava lungo i rilievi delle Alpi e delle Prealpi Rètiche (con il Tonale e l’Adamello) scendendo poi nelle Valli Giudicarie a lambire il Lago d’Idro e attraversando il Garda nella sua estremità settentrionale. Dalla riva gardesana orientale il confine risaliva quindi al crinale del Monte Baldo per ridiscendere nella Val Lagarina superando l’Adige e risalendo sulla sommità dei Lessini. Da qui dopo aver attraversato il massiccio calcareo del Pasubio e contornato l’altopiano di Asiago, scendeva in Valsugana per risalire, attraverso le Prealpi Bellunesi fino alla Marmolada nel cuore delle Dolomiti.
Proprio sul ghiacciaio della Marmolada correva la linea divisoria tra Italia e Austria. Quindi, aggirando a sud la conca di Cortina d’Ampezzo si inerpicava lungo le tre Cime di Lavaredo per scendere poi al Passo di Monte Croce di Comèlico e proseguire poi lungo il crinale delle Alpi Càrniche e scendere a Pontebba, tagliare la Val Canale e risalire al Jóf di Montàsio. Quindi, zigzagando attraverso le Prealpi Friulane e tenendosi sempre sulla destra della valle dell’Isonzo, il confine arrivava all’Adriatico attraverso la pianura friulana fino a Palmanova e alla Laguna di Marano.
Visto dalla parte italiana questo andamento della linea di confine appariva in un certo senso alquanto sfavorevole, considerata l’asperità delle condizioni topografiche e, più in generale, ambientali.
Dal 1866 numerosi forti erano stati costruiti dall’Austria oltre il passo del Tonale, mentre in Val Camonica, poco a nord di Ponte di Legno era posizionato l’unico forte italiano, il Corno d'Aula.
In territorio austriaco, a sud di Trento, si distingueva  il complesso di fortificazioni disseminate sugli altopiani di Lavarone (tra i 1200 e i 1400 metri) e del Pasubio (tra i 1600 e i 1800 metri) ubicati tra le valli dell’Adige e dell’Astico. Sull’altopiano di Lavarone erano dislocati ben sette forti, dalla Cima di Vezzena (1908 m) alla località di Serrada (1250 m sull’altopiano di Folgaria) ancora oggi inframmezzati da numerosi resti di trinceramenti. La più importante di queste strutture era senza dubbio il forte Belvedere (1177 m) costruito a guardia della sottostante Val d’Astico e del vicino altopiano di Asiago. Ai limiti di quest’ultimo (noto anche come altopiano dei Sette Comuni), in territorio italiano, vennero costruite, già in previsione del conflitto, ben quattro fortezze, le principali delle quali erano rappresentate dal Forte Verena (sulla cima del monte omonimo a 2015 m di quota), incombente sulla Val d’Assa ad est, e dal Forte Campolongo, anch’esso sulla cima dell’omonima montagna (1720 m) e dominante il versante orientale della valle dell’Astico. Essi si contrapposero egregiamente ai tre forti austriaci di Verle, Spitz di Vezzena e Luserna, situati a quote più basse.
Ai limiti dell’altopiano di Asiago erano state costruite altre due fortificazioni: il forte Corbin, sul versante orientale della Val d’Astico a breve distanza dal M. Cengio, e il forte User sulla cima del monte omonimo (1633 m). Quest’ultimo a sua volta può considerarsi parte di un complesso sistema difensivo, situato alla confluenza nella Brenta del fiume Cismòn, con numerose strutture fortificate (Cima di Campo, Tombiòn, Còvolo S. Antonio, Cima di Lan, Tagliate delle Scale e delle Fontanelle), generalmente noto come Forti Brenta-Cismòn. Esso aveva anche lo scopo di sbarrare l’accesso al sottostante massiccio del Grappa (1775 m), trasformato in una vera e propria fortezza naturale, che rimase saldamente in mano italiana anche dopo la disastrosa ritirata di Caporetto.
Nella bassa pianura friulana sono da segnalare le  piazzeforti di Latisana (con i forti di Precenicco e di Rivarotta lungo il fiume Stella e poco a nord della laguna di Marano) e di Codròipo, a sud ovest di Udine (con i forti di Beano, Rivalta e Sedigliano). Molto più a nord, allo sbocco del Tagliamento nell’alta pianura friulana, dalla Testa di Ponte di Pinzano dipendevano i forti di Ragogna, di Fagagna, di Col Roncone e di Monte Lanza. Ancora più a nord ecco infine i forti del Ridotto Carnico, con Osoppo sul largo e piatto fondovalle del Tagliamento, quindi poco più su il forte di Ospedaletto, il forte di Monte Festa presso Cavazzo Carnico e quello di Chiusaforte nel Canale del Ferro percorso dal fiume Fella principale affluente del Tagliamento.

Lamberto Laureti
Già docente all’Università di Pavia

giovedì 1 febbraio 2018

I NOSTRI CORRISPONDENTI DI GUERRA


Per i corrispondenti di guerra italiani l’impegno dal fronte termina cinque mesi dopo l’armistizio di novembre. Molti di loro a quel punto erano già rientrati nelle loro redazioni, mentre un gruppo di inviati era rimasto aggregato al Comando supremo per fornire notizie e servizi dalle “Terre redente”. Il congedo ufficiale arriva per tutti in forma solenne il 3 aprile 1919 con un ordine del giorno del generale Diaz.
I testi di storia del giornalismo dicono che nel conflitto persero la vita 84 giornalisti italiani. Il dato però va aggiornato e quasi raddoppiato. Un’accurata ricerca condotta proprio in occasione del centenario della guerra dice che i morti furono 166. Fra i corrispondenti che presero parte anche ai combattimenti vennero attribuite tre Medaglie d’Argento (una a Antonio Baldini e due a Achille Benedetti). Dieci giornalisti, fra i quali Guelfo Civinini e Arnaldo Fraccaroli, furono decorati con la Croce di Guerra.

Precisazioni forse necessarie visto che da più parti, sia all’epoca, sia successivamente da alcuni storici, i giornalisti impegnati nelle corrispondenze dal fronte sono stati anche pesantemente criticati e accusati di raccontare gli eventi standosene al calduccio e al sicuro negli alberghi. Per dirla a chiare lettere i corrispondenti sono stati spesso bollati come imboscati. In realtà, fatta salva l’ovvia certezza che fra i giornalisti, come in qualsiasi altra categoria di professionisti, ci sarà stato chi si impegnava con maggiore o minore serietà nella sua attività, le cifre relative ai morti e ai decorati dovrebbero bastare come risposta alle critiche. Ma, al di là di quelli che forse sono stati casi particolari di attaccamento alla professione e all’ideale patriottico, c’è una considerazione più generale, che consente di dare una diversa valutazione sull’impegno degli inviati al fronte.
Le disposizioni ministeriali per l’accreditamento come corrispondente di guerra fissavano tre requisiti fondamentali: fedina penale pulita, esperienza militare e età non inferiore ai 40 anni. La mobilitazione generale del maggio 1915 interessò tutte le classi fino al 1874 (41 anni), ma gli uomini di età superiore ai 34 anni venivano destinati alla Milizia Territoriale o a servizi di terza linea. In pratica ciò significa che tutti i coetanei degli inviati al fronte (fatta eccezione per il personale dell’Esercito Permanente) erano tranquillamente a casa propria o, al massimo, destinati a servizi di retrovia.
Loro invece, con maggiore o minore coraggio, maggiore o minore capacità, seguivano la guerra dal 1914: prima da rappresentanti di un Paese neutrale, spediti un po’ su tutti i fronti. Poi, dal fatidico 24 maggio, a raccontare le vicende dei soldati italiani. Per loro è definita una sorta di inquadramento nei ranghi dell’esercito: vestono in divisa, col grado di capitano, ma senza mostrine, hanno a disposizione un autiere che però deve essere pagato dal gior-nale, così come la benzina per le macchine. Fanno capo a un ufficiale di collegamento, si devono attenere alle disposizioni del Comando e, soprattutto, della censura che spesso interviene direttamente sui giornali, facendo  letteralmente scalpellare dalle matrici i pezzi considerati non pubblicabili. Quando il Comando Supremo lo ritiene opportuno, come dopo Caporetto, vengono allontanati dal fronte, spostati e sorvegliati, dapprima a Udine e poi concentrati all’Hotel del Corso di Padova, dove non arrivano notizie se non i bollettini ufficiali del Comando. Una zona buia dell’informazione, che lascia poi il posto a nuove cronache, anche se in una prima fase la censura impone di non trasmettere dispacci di oltre 500 parole.
Tutti, da Barzini a Fraccaroli, da Civinini a Morandotti, a Gino Piva (straordinaria la sua cronaca della battaglia dell’Ortigara),) sono chiamati a raccontare l’impegno, la fatica e il dolore dei soldati in situazioni drammatiche, da riportare con realismo, ma facendo sempre attenzione alle direttive della censura: vietato parlare di morti, feriti, prigionieri. Inutile dunque cercare sui giornali traccia di episodi di diserzione o di ammutinamento, né delle decimazioni che ne furono la conseguenza. Ne parleranno i libri di storia.
La guerra, dunque, viene raccontata dal fronte, ma nelle pagine dei giornali ci sono anche cronache politiche, notizie sportive, programmi di teatri e cinema che continuano a disegnare una quotidianità lontana dai combattimenti. I piccoli fatti di cronaca, i resoconti dai Consigli comunali, le polemiche politiche, ma anche le pubblicità e gli annunci personali (con galanti inviti ad una risposta o a un incontro) disegnano l’immagine di un Paese, che, lontano dal fronte, riesce tutto sommato a condurre una vita normale, nonostante l’ansia per i tanti ragazzi in divisa e per le vicende belliche. E sono, ovviamente, altri giornalisti che raccontano questa altra faccia della nazione. Qualche volta però anche a loro, rimasti nelle redazioni, capita di dover fare i contri con la guerra. Succede quando la guerra si sposta sulle città con i primi bombardamenti aerei.
In Italia l’obiettivo maggiormente colpito dall’Aeronautica austriaca fu Padova, con 129 morti e 104 feriti nei diversi raid succedutisi fra il 1915 e il ’18. Altri episodi di attacchi aerei furono registrati nelle città del litorale adriatico, come Pescara e Ravenna (15 morti) e nelle zone industriali lombarde. Fra questi ultimi si inserisce l'attacco aereo del 14 febbraio 1916 che colpisce Milano, Monza, Treviglio e Bergamo.
La notizia fa il giro del mondo: 12 morti a Milano (saliranno a 18 nei giorni successivi), due a Monza, decine di feriti a Bergamo e a Treviglio. Le cronache milanesi precisano che verso le 7 e 30 “venivano segnalati dai posti di osservazione due apparecchi nemici. Un Albatros e un Taube che si dirigevano sulla città . Le bombe cadono a Porta Volta, Porta Romana e Porta Venezia. Secondo altre fonti i tre aerei (due su Milano, uno su Monza) erano aerei Aviatik versione Taube. Il Taube, in tedesco “colomba”, era un monoplano dotato  i motore Mercedes, velocità massima 100 km l’ora,  quando la gran parte degli aerei erano biplani e triplani, con le ali (14 metri di apertura) realizzate secondo un disegno aereodinamico che le faceva assomigliare alle ali di un uccello. Da qui il nome, anche se l’idea di una colomba non sembra la più azzeccata per un aereo da guerra. Uno dei tre apparecchi, inseguiti dagli aerei (Breda) alzatisi in volo da Taliedo, fu abbattuto dall’artiglieria italiana in Val di Chiese, poco prima di raggiungere l’Austria.
Le bombe sui centri urbani non erano comunque una
novità assoluta ed è logico supporre che azioni analoghe vennero compiute anche dai nostri aerei, ma sui giornali dell’epoca è difficilissimo trovarne traccia. Sicuramente all’indomani dell’attacco su Milano, il 18 febbraio, nostri velivoli raggiunsero e bombardarono Lubiana. Secondo il bollettino ufficiale furono colpiti obiettivi militari e strategici, ma i giornali sloveni parlarono di vittime civili, comprese donne e bambini. Dell’operazione si occupò anche la Domenica del Corriere, ma solo per dedicare il tradizionale disegno di copertina all’eroico rientro del capitano Oreste Salomone, che, ferito e con l’apparecchio danneggiato, riuscì comunque ad atterrare in territorio italiano. La censura funzionava anche così.
Giorgio Guaiti

Giornalista e scrittore, Milano

lunedì 29 gennaio 2018

Il fronte orientale nel 1915

In contrasto con l’immobilismo del fronte occidentale, su quello orientale la Prima guerra mondiale mantiene ancora per tutto il 1915 un carattere più dinamico. L’entità delle forze in campo, l’estensione del fronte, lo sforzo di spostare risorse da un punto all’altro di questo sono alcuni dei fattori che concorrono a spiegare questo fatto. Su questo teatro si scontrano vari attori: da una parte, le forze tedesche, austro-ungariche, ottomane e bulgare; dall’altro quelle serbe e russe, cui si sarebbero affiancate quelle montenegrine (gennaio 1916), rumene (agosto 1916) e greche (giugno 1917), senza contare la presenza di Francia, Gran Bretagna e Italia sul fronte di Salonicco, aperto nell’autunno 1915 per sostenere l’esercito serbo. Le vicende del fronte orientale sono, quindi, estremamente frammentate. In questa sede, si tratterà soprattutto del confronto fra gli Imperi centrali e la Russia zarista, che con i suoi alti e bassi rappresenterà il perno della guerra a Est fino al fallimento dell’offensiva Kerenskij (luglio 1917).
Il 1915 è l’anno in cui l’Alto comando tedesco decide di concentrare contro la Russia i maggiori sforzi. L’estate prima aveva visto le forze zariste penetrare nei territori della Prussia orientale e in quelli della Galizia asburgica. Se la prima puntata si era infranta a Tannenberg contro l’Ottava armata di Hindenburg (26-30 agosto) ed era stata respinta nella prima battaglia dei Laghi Masuri (7-14 settembre), la seconda si era tradotta nella sostanziale perdita della regione da parte di Vienna. Per la fine dell’anno, le truppe russe avevano occupato tutta la Galizia, nonostante gli sforzi della Nona armata tedesca e l’ostinata difesa della piazza di Przemy’l. Nonostante il vantaggio di cui godevano in termini di numero (a fine mobilitazione, le forze russe si sarebbero attestate intorno ai 3,5 milioni di uomini), i problemi nella parte settentrionale del fronte avrebbero impedito loro di sfruttare tale risultato, anche se fra la fine del 1914 e gli inizi del 1915, le forze di Brusilov si sarebbero affacciate in più occasioni alla linea dei Carpazi.
Se si esclude il successo dello stesso Brusilov nell’estate 1916, è questa la fase in cui l’esercito russo porta la maggiore pressione suiranello debole’ dello schieramento nemico. Una pressione che è alleggerita con la seconda battaglia dei laghi Masuri (7-22 febbraio 1915) prima che l’offensiva di Gorlice-Tarnów (maggio-giugno) respinga le forze russe oltre il confine orientale della Galizia e porti alla sostanziale dissoluzione della Terza armata. In entrambi i casi, un ruolo centrale è svolto dalle forze tedesche: nel primo caso, l’Ottava (Hindenburg) e la Decima (Eichhorn) armata; nel secondo, l’Undicesima armata (Mackensen), a sostegno della Seconda (Bòhm-Ermolli), Terza (Boroevic'; dal 25 maggio: Puhallo von Brlog) e Quarta (Giuseppe Ferdinando) armata asburgiche. Un ruolo riconosciuto da Vienna, che, in cambio del sostegno dell’alleato, avrebbe accettato di subordinare la Quarta armata agli ordini di Mackensen, aprendo, così, uno spiraglio all’istituzione di un comando unificato, caldeggiata dal Capo di Stato Maggiore tedesco, Falkenhayn, ma rigettata dal suo omologo austriaco, Conrad.
Lo sfondamento di Gorlice-Tarnów avrebbe segnato le vicende della guerra sul fronte orientale. Dopo la perdita dei territori polacchi, alla fine dell’anno questo si sarebbe attestato lungo la linea Riga-Tarnopol, varie centinaia di chilometri a est della frontiera degli Imperi centrali. Uno stato di cose che nemmeno i successi dell’offensiva Brusilov — quando fra giugno e settembre le forze zariste avrebbero rioccupato quasi 25.000 chilometri quadrati di fronte fra le paludi del Pripyat e la frontiera rumena — sarebbero riusciti a cambiare. Le cause sono molte e vanno dai limiti di un esercito numeroso ma male addestrato ed equipaggiato, alla flebile della base industriale del Paese, alle rivalità fra i comandanti che avrebbero spesso ostacolato un’azione veramente coordinata. Le predite elevate (stimate, alla fine del conflitto nell’ordine di 1,8 milioni di morti; 4,9 milioni di feriti; 2,4 milioni fra dispersi e prigionieri) avrebbero inoltre aggravato i problemi legati all’estensione del Paese, ai limiti della sua rete infrastrutturale e a un meccanismo di mobilitazione farraginoso e poco efficiente.
Anche nel Caucaso, le forze russe riescono solo in parte a sfruttare i successi conseguiti e a beneficiare della disorganizzazione della Terza armata turca dopo la battaglia di Sarikamish (dicembre 1914-gennaio 1915). Per i primi mesi dell’anno, le truppe di Yudenich mantengono, infatti, una postura essenzialmente difensiva, iniziando solo a maggio ad avanzare verso Trebisonda (Trabzon), Erzurum e Van, quest’ultima occupata il giorno 17. Tuttavia, già alla metà di giugno la reazione turca le avrebbe respinte sulle posizioni iniziali. Fra agosto e settembre, Van sarebbe stata persa e riconquistata più volte senza che nessuno dei contendenti riesca ad ottenere un successo chiaro e già in ottobre — anche a causa delle difficili condizioni climatiche — le operazioni si fermano per l’inverno.
Nemmeno l’arrivo al comando delle truppe del Granduca Nicola, cugino dello Zar (ma il comando operativo sarebbe rimasto nelle mani di Yudenich) influisce su questa situazione, che dura sino agli inizi del 1916 quando la battaglia di Koprukoy (10-18 gennaio) segna il ritorno delle forze russe all’offensiva.
È questa la fase in cui si compie il nucleo di quello che è stato definito il genocidio della popolazione armena locale da parte delle autorità ottomane. La portata degli eccidi e delle deportazioni è tuttora oggetto di dibattito, con cifre che oscillano fra 800.000 e 1.500.000 vittime. È però chiaro il nesso fra l’inizio dei massacri e delle deportazioni di massa e la sconfitta di Sarikamish, che il Ministro della guerra, Enver Pasha avrebbe imputato esplicitamente al sostegno dato dalla popolazione armena al nemico. Il fatto che le operazioni si concentrino territori dell’Armenia occidentale concorre al perdurare di una violenza che aveva comunque le sue radici in anni che precedono l’arrivo al potere del triumvirato Talat-Enver-Cemal. Note (anche se non inGtutti i loro dettagli) sia in Germania e in Austria-Ungheria, sia alle Potenze dell’Intesa, oltre che alla Santa Sede e agli ancora neutrali Stati Uniti, le atrocità del genocidio armeno avrebbero svolto un ruolo di rilievo nella propaganda di guerra e influito molto sull’atteggiamento dei vincitori verso l’Impero ottomano e la nuova Turchia repubblicana.
Gianluca Pastori
Università Cattolica, Milano