venerdì 18 aprile 2014

VITTORIO EMANUELE III E LA POLITICA ESTERA



L’arrivo sul trono di Vittorio Emanuele III il 29 luglio 1900 segnava un cambiamento radicale nella vita politica italiana. Tenuto al di fuori degli affari di stato, lontano per carattere e stile di vita dal padre e dalla madre, il nuovo re aveva comunque qualità tali da permettergli di svolgere con competenza il suo ruolo. Colto, parlava diverse lingue, aveva viaggiato molto acquisendo una mentalità non provinciale, era di carattere fermo, deciso, alieno da retorica. Pur essendo un figlio rispettoso, dissentiva nel modo e nella sostanza dal padre.

Pronto, a differenza di Umberto, che prevaricava sul parlamento, ad essere un re costituzionale, aveva capito che il paese e la monarchia avevano bisogno di un periodo di quiete, in cui sovrano, ministri, parlamento si impegnassero al massimo per servire il paese, aprendosi alla partecipazione popolare.
Fin dai suoi primi provvedimenti apparve chiaro che si sarebbe mosso nel solco delle leggi (rifiutò di varare lo stato d'assedio, di riunire Senato e Camera in alta corte per giudicare il regicida). Volle assumere direttamente le proprie responsabilità, rifiutando di trincerarsi dietro i suoi ministri.

La caduta del governo Saracco il 6 febbraio 1901, originata dallo scioglimento della Camera dei Lavoro di Genova, fu subito un chiaro segnale di distacco dal passato. La nomina di Zanardelli, leader riconosciuto dei centro-sinistra, a Presidente del Consiglio indicava che il Re intendeva rispettare la costituzione e la volontà popolare.

Nel nuovo governo entrava come ministro degli interni Giolitti, che varava una serie di provvedimenti innovatori accolti senza obiezioni dal sovrano, che invece aveva avocato a sé la scelta dei ministri degli Esteri e della Guerra. Si apriva così un lungo sodalizio, destinato a durare quattordici anni, che vedrà una netta suddivisione dei compiti fra il re e il suo ministro: a Vittorio Emanuele la direzione della politica estera, a Giolitti la politica interna.

Di affari internazionali, per lui l'unica vera politica, il re si occuperà con acume, capacità di vagliare le situazioni, conoscenza delle lingue e degli altri paesi, giovandosi del clima di consenso che il presidente del Consiglio, per il quale invece vigeva in diplomazia la regola del non fare, seppe creare intorno alla monarchia con i suoi provvedimenti a favore delle classi lavoratrici. A sua volta Vittorio Emanuele appoggerà Giolitti, come lui convinto che lo stato dovesse restare neutrale, garantendo il rispetto della legge da parte dì tutte le classi sociali.

Ritenendo che la Triplice Alleanza, esaurito il suo scopo originario di rimedio all'isolamento internazionale dell'Italia, ne limitasse piuttosto la libertà d'azione, rendendo impossibile un'intesa con la Francia e impedendole di avanzare qualsiasi rivendicazione verso l'Austria, Vittorio Emanuele favorì la graduale apertura verso Parigi, avviata con gli accordi Visconti Venosta - Barrére del 1900 e Prinetti-Barrère dei 1902, volti a tranquillizzare i francesi sul carattere difensivo della Triplice Alleanza. Decaduta la convenzione militare del 1888 con l'Austria per volontà dei sovrano, l'alleanza verrà comunque rinnovata nel 1902, ma non impedirà nel 1905 ad Algesiras che l'Italia sostenga apertamente la Francia contro la Germania, dando via libera a Parigi in Marocco in cambio dei riconoscimento dell'interesse italiano sulla Libia.

I numerosi viaggi del sovrano, in Russia e a Berlino nel 1902, l'anno successivo a Londra e a Parigi, dove Vittorio Emanuele riscosse un successo personale grazie al suo impeccabile francese e alla sua semplicità, le visite dì Guglielmo II e di Edoardo VII indicano che l'Italia andava ampliando i propri orizzonti. La visita dei presidente francese Loubet nel 1904, accolto con particolare cordialità dal Sovrano, era un chiaro segnale per Berlino e Vienna che Roma non aveva rinunciato alle sue ispirazioni irredentiste e al contempo chiudeva in maniera definitiva la questione romana.

L’avvicinamento alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia non comporterà la rottura con la Triplice, nonostante i sentimenti di antipatia che il sovrano nutriva per Francesco Giuseppe e Guglielmo II, ma la sua trasformazione da strumento di garanzia dello status quo in un accordo che potesse giovare agli interessi italiani, liberando Roma da un ruolo subordinato.     
Era in sostanza l'avvio di quella politica del peso determinante che in una situazione di equilibrio europeo consentiva all'Italia di giocare un suo ruolo e di perseguire i suoi interessi. Sempre mantenendo una posizione di equidistanza, nel 1904 Vittorio Emanuele inviterà sia Guglielmo II che il re d'Inghilterra a fare da padrini al piccolo Umberto. L’irritazione per l'annessione austriaca della Bosnia-Erzegovina porteranno nel 1909 all'accordo di Racconigi con lo zar, che impegnava i due paesi a svolgere un'azione diplomatica comune contro chiunque intendesse sovvertire lo status quo nei Balcani, accordo segreto voluto espressamente da Vittorio Emanuele, di cui saranno al corrente solo lui, Giolitti e Tittoni. La guerra di Libia, frutto di in un nazionalismo d'élite che riuscì a contagiare l'opinione pubblica, decisa pare da Giolitti e da San Giuliano, fu avallata dal re, cui spettava per statuto di dichiarare la guerra, senza che fosse necessaria la ratifica del parlamento. La conquista, lungi dal rivelarsi facile, oltre a mettere in luce l'impreparazione militare dei paese, ne indebolì la posizione internazionale. Se la conquista del Dodecaneso allarmerà l'Austria, timorosa di una riscossa dei paesi balcanici, l'incidente dei Carthage e dei Manouba creò infatti tensione fra Roma e Parigi, facilitando nel 1912 il rinnovo della triplice alleanza. Le dimissioni di Giolitti, battuto in parlamento su un progetto di legge concernente le spese belliche, daranno modo al re di assumere l'iniziativa in politica estera, riprendendo la tradizionale politica di Casa Savoia di trattare con le due parti in lotta per ottenere il più possibile, in attesa di schierarsi con il più forte. Da sempre antitriplicista, Vittorio Emanuele aveva registrato la crescente avversione popolare contro l'Austria, che andava ingrandendosi nei Balcani incurante degli interessi italiani. Rispettoso delle regole democratiche in politica interna, aveva comunque sempre considerato la politica estera come un campo a lui riservato. Il suo avvicinamento verso la Triplice Intesa fu aiutato dalle dimissioni di Giolitti, contrario alla guerra e pronto al negoziato con gli austriaci, e dalla morte del ministro degli Esteri, il triplicista di San Giuliano, cui successe Sonnino, e dalla debolezza del parlamento. La dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia, senza che sia previsto un compenso per l'Italia, consente al re, già deciso a intervenire a fianco dell'intesa, di temporeggiare, dichiarando la neutralità italiana, in attesa di trattare il prezzo dell'intervento e di vincere le resistenze interne dei neutralisti. Si tratta su due fronti, alzando sempre di più la posta con l'Austria. Il Re è in primo piano nelle trattative, d'accordo con Salandra e Sonnino conduce segretamente negoziati con gli inglesi, all'insaputa del parlamento e del governo. Il 26 aprile viene firmato il Patto di Londra, nonostante l'Austria avesse consentito in cambio della neutralità a tutte le richieste italiane. Restava da convincere governo e paese a rovesciare le alleanze. La campagna interventista, guidata dalla stampa, cresce di tono, Giolitti viene attaccato come traditore, il parlamento, ancora all'oscuro dei Patto di Londra, il 20 maggio vota i pieni poteri al governo in caso di guerra. Il 24 Maggio viene dichiarata guerra all'Austria, ma non alla Germania. Per tutto il tempo dei conflitto il Re rimase al fronte, seguendo direttamente le operazioni, fornendo osservazioni e commenti. Formalmente capo supremo delle forze armate, aveva delegato il comando al generale Cadorna, che di fatto non accettò mai suggerimenti e ordini né dal Re né dal governo. Il sovrano non riuscì mai a mediare fra Cadorna e i politici e, pur rendendosi conto delle manchevolezze del generale, non prese mai le parti dei suoi ministri, in particolare di Bissolati e dei ministro della Guerra Zupelli, rifiutandosi di sostituire Cadorna. Nella sconfitta di Caporetto non si può accusare il Re di inettitudine. Egli aveva visto e predicato invano che là si sarebbe dovuto attendere lo sforzo del nemico. Le rassicurazioni dei suoi generali non lo avevano convinto. Fu in quel tragico momento che Vittorio Emanuele diede il meglio di sé: a Roma affida il governo a Orlando, acconsente alla sostituzione di Cadorna con Diaz, torna al fronte a visitare le sedi dei nuovi comandi, approva la linea di difesa sul Piave. Al convegno di Peschiera l'8 novembre sarà il Re a difendere con competenza e perizia la causa italiana, senza gettare il biasimo sull'esercito italiano. Parlando in inglese e in francese con pacatezza e concisione, alieno da ogni retorica, analizza le ragioni della sconfitta e sostiene la linea di difesa del Piave. Impressionando favorevolmente gli alleati, ne incassa così la solidarietà e ottiene gli aiuti sperati. Con la Vittoria si conclude il ciclo delle guerre risorgimentali e la Corona sembra aver ricevuto nuovo lustro. La pace apre tuttavia subito una serie di problemi, primo fra tutti la questione di Fiume. Se dal punto di vista sentimentale il Re è con D'Annunzio e i legionari, il rispetto dei trattati e la legalità, i rapporti con gli alleati impongono al paese di sconfessare tale azione. Su sollecitazione del ministro degli Esteri Sforza il Re invia una lettera di suo pugno all'ammiraglio Millo, governatore della Dalmazia, per ricordargli la fedeltà al giuramento prestato, evitando che la sua squadra passi dalla parte di D'Annunzio. Dell'andamento delle trattative di pace a Parigi, il Re viene tenuto costantemente al corrente direttamente dal presidente dei Consiglio Orlando, che non gli nasconderà mai le sue perplessità sull'intransigenza di Sonnino. Oltre a Fiume, Vittorio Emanuele avrebbe visto di buon grado l'acquisizione di Zara, di varie città dalmate e del maggior numero possibile di isole dalmate, ma al tempo stesso si rendeva conto delle difficoltà che incontravano le rivendicazioni italiane. Costante nel sovrano sarà la preoccupazione di non inimicarsi gli alleati, inducendolo quindi a consigliare moderazione. Ben più preoccupante era la situazione interna, dove l'illegalità andava affermandosi. Già il discorso della Corona il 10 dicembre 1919 sarà disturbato dalle manifestazioni dei deputati socialisti. La difesa della dinastia diventa la preoccupazione preponderante di Vittorio Emanuele, che teme in una rivoluzione di tipo repubblicano, anarcoide, socialista, che gli faccia perdere il trono, le assicurazioni di Mussolini sulla monarchia, le simpatie degli Aosta per il fascismo saranno fondamentali a indurre il Re a dare il governo al Duce,nella convinzione di poter assorbire con il tempo il movimento, controllando il suo capo. Con Mussolini invece perderà ogni possibilità di svolgere un ruolo in politica estera. Fin dall'inizio il Duce avocherà a sé la condotta degli affari esteri, tenendo sotto scacco il Re con la minaccia di dare il trono agli Aosta. E se fino al 1935 Mussolini si muoverà nel solco tradizionale della politica italiana, mantenendo l'amicizia con la Gran Bretagna, con la guerra di Etiopia verrà avviata una politica che il Re non poteva condividere. Rimarrà infatti fuori da tutte le trattative e, pur non negando il proprio assenso a Mussolini, manterrà notevoli perplessità sulle difficoltà e sui costi ingenti della guerra e preoccupazione per l’attrito con la Gran Bretagna. Del pari non sarà favorevole all'avvicinamento e all'alleanza con la Germania, anche se non farà nulla per impedire il Patto d'Acciaio. Ambigua sarà poi la sua posizione in relazione all'entrata in guerra. Invano il ministro della Real casa Acquarone cercherà di convincerlo a separarsi da Mussolini per salvare la monarchia e propizierà i contatti con Dino Grandi e con Ciano in vista del mantenimento della neutralità. Prevarrà in lui ancora una volta il timore di una guerra civile e di un'occupazione tedesca. Sebbene conscio che il popolo non voleva la guerra e che contava su di lui, consapevole dei l'inadeguatezza delle forze armate, delle condizioni di vita precarie dei paese, delega a Mussolini il comando supremo e non impedisce la dichiarazione di guerra. Durante il conflitto il Re viene tagliato fuori da ogni decisione di tipo militare e politico. La paura delle reazioni tedesche continuerà a condizionare il sovrano, che solo nell'estate del 1942 comincia dubitare della vittoria. Nonostante le pressioni esercitate su di lui perché faccia qualcosa, bisogna aspettare il 25 luglio perché riprenda l'iniziativa politica e il comando delle forze armate. Vittorio Emanuele non è in grado di governare gli eventi. Si tratta con gli alleati e si cerca di ingannare i tedeschi, che di fatto vengono lasciati liberi di occupare l'Italia. Il Re appare soprattutto preoccupato di non cadere nelle mani dei tedeschi. La scelta di Badoglio, la fuga a Brindisi, l'ostinazione nel rifiutare l'abdicazione, il tardivo escamotage della luogotenenza determineranno la sorte della monarchia. Troppo poco sarà il tempo concesso a Umberto: tenuto sempre in disparte dal padre, costretto a seguirlo nella fuga da Roma, pur dando prova di correttezza e di equilibrio, non riuscirà a dare una nuova immagine di casa Savoia e a salvare la monarchia.



Donatella Bolech, Università di Pavia 

da Nuove Sintesi

sabato 16 novembre 2013

Vittorio Emanuele III di fronte alla storia.

Convegno nazionale di studi storici organizzato da 


Nuove Sintesi

Trimestrale di cultura e politica 

Direttore Michele D'Elia





Sabato 30 novembre 2013

Palazzoo isimbardi, Sala degli affreschi, ore 15.00

Corso Monforte 35, Milano (M1 San Babila)



PROGRAMMA

Saluti istituzionali
Bruno Dapei,  Presidente del Consiglio Provinciale di Milano

Interventi

Michele D'Elia, Direttore responsabile di "Nuove Sintesi" 

Vittorio Emanuele III, Cittadino e Re


Donatella Bolech, Università di Pavia

Vittorio Emanuele III e la politica estera


Roberta Cipriani, Università di Roma Tre

Sviluppi della sociologia italiana nella prima metà del XX secolo


Salvatore Genovese,  Docente di Disegno e Storie dell’Arte Liceo  “Vittorio Veneto”,  Milano

Le arti durante il Regno di Vittorio Emanuele III


Giorgio Guartì, Giornalista e scrittore, Milano

L'informazione al tempo di Vittorio Emanuele III


Giampiero Goffi, Giornalista di La Provincia, Cremona
La politica ecclesiastica di Vittorio Emanuele III


Marco Cuzzzi, Università degli studi Milano
La Massoneria italiana nell'ultima fase dello Stato Liberale (1993 - 1925)


 Lamberto Laureti,  Università degli studi Pavia
Scienza e tecnica nel tempo di Vittorio Emanuele III

Giovanna Bardone, già insegnante , Pavia
Testimonianze


Seguirà dibattito


martedì 5 febbraio 2013

Manigoldi e tirapiedi



Chi ci mette un laccio al collo e chi dà una mano al boia

Piegiulio Sodano

Il panorama economico e politico mondiale (ed in particolare quello del mondo occidentale) appare, nelle prospettazioni dei mass-media, disastroso: ma una lettura più attenta delle informazioni e l'analisi dei dati reali, rilevabili da pubblicazioni specializzate, induce a ritenere eufemistica l'immagine della situazione proposta da radio, televisione e giornali, sulla base, rispettata rigorosamente, del "pensiero unico", della Finzione dei "neoliberalismo" della efficienza salvifica dei mercato: il mercato. in realtà. così come teorizzato da Adamo Smith, non esiste più.

Le grandi Banche e non i singoli privati risparmiatori (che, per operare, debbono comunque affidarsi a Istituti finanziari) decidono, in base a proprie politiche, se comprare o vendere azioni o titoli di Stato e, quindi, data l'entità di questi interventi, se far salire o scendere il loro valore e la fiducia dei "risparmiatori- nei confronti delle imprese quotate in borsa o degli stessi Stati: risparmiatori e speculatori si identificano dunque nel mercato reale.

Le agenzie di 'reting' si limitano a sostenere le decisioni dei propri soci, emanazione sempre delle stesse finanziarie con scarsa attenzione a valutazioni ed a parametri obiettivi, come è stato regolarmente verificato a posteriori: del resto. le previsoni degli economisti subiscono variazioni quotidiane ed appaiono chiaramente suggestionate da interessi di parte. I produttori di petrolio o quelli di derrate agricole e di alimentari. di fatto coordinati ed in base ad accordi preventivi, fanno affluire le quantità di merci che ritengono più vantaggiose indipendentemente dalla produzione reale; le ditte farmaceutiche o manifatturiere spesso tolgono dal commercio propri prodotti di successo per sostituirli con altri che affermano essere più efficienti e moderni ma che, generalmente, sono solo più cari di quelli obsoleti.
La legge della domanda e dell'offerta viene così manipolata facilmente dalle grandi multinazionali dominanti: tutto ciò. per tacere dell'influenza della pubblicità e della distribuzione sugli acquisti. In definitiva, la concorrenza si limita alle strategie dei pesci più grossi per divorarsi i pesci più piccoli. impadronendosi dei loro spazi vitali: sotto questo aspetto. la crisi sembra fatta apposta per favorire quelli che hanno le spalle coperte da uno Stato generoso di soldi pubblici rispetto a chi deve invece affrontare il confronto privo di sponsor adeguati; confronto che è quindi destinato a risolversi nel monopolio dei vincitore (o dei cartello dei vincitori), a conclusione di una fase di cannibalismo reciproco. Ovviamente, nel gioco intervengono o lo subiscono le imprese multinazionali e le stesse nazioni formalmente sovrane. Come è stato illustrato efficacemente da esperti indipendenti internazionali (vedi, fra tutti, Loretta Napoleoni Il Contagio" Rizzoli) lo strumento utilizzato per raggiungere questi risultati è costituito dalle agenzie e dalle organizzazioni internazionali, composte da 'tecnici' e da 'esperti', tutti cooptati e provenienti dalle società finanziarie, industriali, commerciali e via dicendo, specificatamente interessate al settore: l'economia mondiale è, dunque, gestita di fatto da istituzioni il cui management non è certamente stato scelto democraticamente, ma è delegato da soggetti, il cui personale dirigente è a sua volta cooptato in funzione degli interessi che rappresenta. I risultati storici sono chiari: la Russia di Eltsin, l'Argentina, il Brasile, l'Islanda sono precipitati in un baratro per essersi scrupolosamente attenuti alle prescrizioni della Banca Mondiale e delle altre organizzazioni internazionali e ne sono poi usciti solo disattendendo a tali prescrizioni, che, invece, ora, viene chiesto di attuare a soggetti deboli quali Italia, Grecia, Spagna: un paese in ginocchio è, in effetti, un luogo ideale per chi intende fare shopping a prezzi di saldo delle sue eccellenze; la Fiat ormai se ne è andata e vediamo chi verrà a prendersi gli altri PEZZI pregiati; a questo saccheggio, però, potranno essere interessate anche imprese dei paesi emergenti (oltre la Russia, Brasile, Indonesia, Cina, India, Australia, ecc.) movimentando finalmente la concorrenza.

Il principio proclamato e imposto (ai deboli) del pareggio del bilancio nazionale è disatteso proprio dalle nazioni più potenti, a cominciare dagli Stati Uniti, che vantano il più grande debito pubblico mondiale (finanziato soprattutto da Cina, Giappone e Paesi Arabi) e la stessa Germania si è affrettata a finanziare le proprie banche così come la Francia e l'Inghilterra.

In effetti, se uno Stato deve essere considerato come un'azienda, occorre ricordare che un'impresa alla quale sia vietato ricorrere al credito (obbligazioni o Banche) non avrebbe la possibilità non solo di investire e di aggiornarsi e progredire, ma neppure di sopravvivere alla concorrenza. Solo nazioni con scarsa popolazione possono ottenere uno stabile pareggio di Bilancio, che non ne pregiudichi l'efficienza e la capacità di progettazione (a condizione, sempre, che i cittadini paghino le tasse dovute o qualora dispongano di fonti alternative di redditi statali), così come solo aziende di nicchia possono sopravvivere esclusivamente con l'autofinanziamento.

Nella fase attuale, l'attacco è rivolto a beni comuni non ancora adeguatamente sfruttati, come per esempio sta avvenendo con l'applicazione di brevetti alle specie di prodotti agricoli: l'acqua è oggetto di attenzioni interessate di multinazionali, certamente non scoraggiatesi per la volontà popolare chiaramente manifestatasi, ma surrettiziamente favorite da provvedimenti governativi, presentati come di ordine 'tecnico'(cfr. Marco Manuti "Fuori i mercanti dall'acqua" Ed. M.C.).

Chi abbia la pazienza di consultare qualche recente annata di pubblicazioni, come il Calendario Geografico De Agostani, scoprirà che, negli ultimi lustri, i governi italiani si sono diligentemente dedicati a partecipare ad ogni tipo di aggressione nei confronti di paesi dei quali siamo tra i principali partner commerciali (Serbia, Irak, Iran, Tunisia, Libia Egitto, Siria etc.) provocandone - o tentando di provocarne - l'instabilità politica e, quindi, l'inaffidabilità commerciale.

Sembra quasi che l'Italia aspiri ad infilare il collo nel cappio offertole dal manigoldo; quale tirapiedi provvederà poi a fare in modo che il nodo scorsoio si stringa in maniera efficace e definitiva a. Non e ancora comparso all'orizzonte. purtroppo, l'arciere in grado di recidere la corda con una precisa frecciata.

La politica intesa a favorire l'incremento degli occupati e l'ingresso dei giovani al lavoro, inoltre, in forza delle sottili strategie sulla flessibilità escogitate dai lavoristi, ha ottenuto il risultato di aumentare la disoccupazione, soprattutto giovanile e di deprimere il valore reale dei salari, che forse costituiva il vero obbiettivo. Gli interessati a spartirsi le spoglie del nostro Paese sono molti (alcuni non stanno meglio di noi), ed è ora davvero impossibile salvare l'Italia e non solo lei.

Allo stato delle cose, le considerazioni di cui sopra comportano conclusioni molto preoccupanti sul piano politico e istituzionale. La delega ad organismi tecnici non elettivi, di decisioni determinanti non per una sola nazione ma per le condizioni complessive economico-sociali, planetarie e locali; e per le libertà individuali e collettive è strategica ed è destinata a sottrarre al controllo delle popolazioni interessate le scelte che loro competono in forza di trattati, convenzioni, principii fondamentali da tutti o quasi proclamati.

L'intero mondo (finanziario, industriale ed economico), a partire ovviamente, per il nostro Paese, dai 'poteri forti', ha stabilito che il sistema in generale dei partiti. essendosi, orinai da tempo, costituitosi come soggetto parassitario, rivolto a difendere prima di tutto i propri interessi corporativi (anziché svolgere le funzioni attribuitegli di 'comitato d'affari della borghesia') è diventato troppo costoso ed inefficiente e deve quindi essere sostituito da manager non condizionati da esigenze elettorali o da problemi di clientele proprie.

La 'congrega' ha fatto di tutto per favorire il discredito dei quale è oggetto e che finisce per coinvolgere le stesse istituzioni. Nella Cina di 50 anni fa, il Presidente Mao anticipò la contromossa alla formazione di una 'nuova classe' tesa al consolidamento dei propri privilegi con la rivoluzione culturale, che certamente ha avuto costi elevati, ma che ha evitato al Paese di finire nel pantano, consentendogli poi di raggiungere gli attuali risultati (obbiettivo questo - mancato dal '68 occidentale).

Naturalmente, la soluzione non potrà essere definitiva ed attendiamo di vedere come gli attuali dirigenti cinesi affronteranno il problema nelle sue attuali forme dato che le nuove classi tendono sempre a riformarsi. Ci preoccupa ora di più sapere in che modo il mondo occidentale affronterà la crisi del parlamentarismo, visti i disastrosi risultati delle soluzioni adottate nel corso del 'secolo breve'. C'è chi ottimisticamente ripone grande fiducia nel fatto che effettivamente la gente cominci man mano a rendersi consapevole della situazione e che spontaneamente nascano movimenti, quali gli 'indignados', in grado di mobilitarsi e rendersi visibili; ma non bastano certamente le azioni spontanee e non coordinate né munite di un chiaro progetto comune e della strategia per attuarlo, a contrastare chi della strategia e del progetto dispone, così come degli strumenti economici e repressivi per imporlo.

martedì 1 gennaio 2013

La nostra classe politica

Scrive Gaetano Mosca:
" ... in tutte le società a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate... sino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e l'altra dei governati... ciò che costituisce la vera superiorità della classe politica, come base di ricerche scientifiche, è l'importanza preponderante che la sua varia costituzione ha nel determinare il tipo politico ed anche il grado di civiltà dei diversi popoli".

Da noi questa risorsa non esiste più.
Il declino dell'Italia e della sua classe politica, degradatasi a 'casta', esplode con "mani pulite" e continua ancora oggi.
Sull'onda di raffazzonate pulizie di stagione, dopo i ladri di un tempo ne sono arrivati altri, più raffinati e muniti di strumenti come le leggi ad personam' che un parlamento, eletto di nome ma nominato di fatto, ha votato passivamente.
Gli artifizi burocratici tengono in vita il finanziamento pubblico dei partiti, abolito dal referendum popolare.
Le cronache ci informano in quali tasche finiscano i soldi dei contribuenti.
Gli affaristi della politica, mala genia di parassiti, spolpa l'Italia e la svende pezzo per pezzo.
Il nostro Paese, ormai terra di conquista per il capitale straniero, che compra a prezzi stracciati progetti e strutture ma soprattutto idee e cervelli, reagisce con l'antipolitica, vale a dire con il rifiuto di partecipare alla amministrazione della cosa pubblica.
I partiti come luogo di elaborazione dei pensiero politico e di formazione della classe dirigente e luogo di ideologie, invece di purificarsi, espellendo dal proprio corpo tossine e veleni, si sono suicidati.
Sulle loro ceneri è germinata e prospera una nutritaschiera di "nani e ballerine" senz'arte né parte nella nostra società; oscuri personaggi dietro i quali se ne celano - ma non troppo - altri, ben più pericolosi ed autoreferenti, come la stampa c'informa.
L'abolizione delle preferenze, gli eccessivi poteri dei sindaci e dei presidenti di provincia, la scientifica demolizione della scuola pubblica e la sua denigrazione costante negli ultimi decenni. Lo smantellamento della sanità pubblica, le liste civiche in un numero eccessivo, l’ubriacatura delle primarie e funghi velenosi come i rottamatori di professione, sono solo alcuni dei limiti dell'Italia contemporanea.
Scimmiottare Paesi e popoli diversi dal nostro, con strutture e costumi ben assorbiti dal corpo sociale, disorienta il cittadino e crea il vuoto in cui prosperano i saprofiti.
L'unica soluzione è questa: trovare la forza di ricostruire un apparato di partiti, facilmente riconoscibili da parte degli italiani, che hanno il diritto-dovere di scegliere chi deve guidarli e di punirli, quando occorra; il popolo può farlo solo con un voto consapevole.
Un governo di tecnici non è capace intrinsecamente di garantire questa espressione di libertà; la Corte dei Conti l'ha detto chiaramente.
A fronte di miseri risparmi che insistono sempre sulle stesse fasce sociali e sugli stessi ambiti, il Paese perde energie, competenze ed entusiasmi, ovvero competitività e fierezza. Un tale governo, lo dimostra la sua scriteriata politica di tagli, priva il Paese delle sue uniche risorse: intelligenza creativa ed esperienza di lavoro.
I tecnici favoriscono una burocrazia apicale, ottusa, che dovrebbe essere guidata dalla politica, poiché è suo il primato in qualunque nazione, che voglia progredire.
Liberare l'Italia dai falsi idoli è la nostra battaglia.
Note
(1) Gaetano Mosca, "La classe politica " cap. secondo pagg. 61-63 Universale Laterza Bari, 1996.

venerdì 26 ottobre 2012

Luigi Einaudi: Perché voterò per la Monarchia

Non voterò per la monarchia perché io pensi che il Re possa salvare gli averi di coloro che posseggono. Costoro sono bensì moltitudine in Italia: di soli proprietari di terreni si contano 13 milioni uno ogni tre abitanti e mezzo, più di uno per famiglia. Ma gli averi non si salvano facendo in una forza esteriore. Si salvano solo con il lavoro, coll'iniziativa, col risparmio, rinunciando ad ogni monopolio, ad ogni privilegio dannoso alla collettività. Né voterò per la monarchia perché pensi che il Re possa essere le roi des gueux. 

Non devono più esistere in Italia, come un tempo accadeva, straccioni di cui il Re possa dire di essere il difensore contro la prepotenza dei grandi. Non voterò neppure per la monarchia perché speri che essa ci salvi dal salto nel buio di una repubblica comunista o socialista. Nessuno può salvare gli italiani dal salto nel buio o nell'abisso se non gli italiani stessi.


Se non volessi, assai più che la vittoria della monarchia, la vittoria del bene comune, dovrei augurare alla repubblica di iniziare il suo corso nel travagliato momento odierno: col 20 per cento della ricchezza nazionale distrutta, col reddito nazionale totale, ossia coll'insieme della produzione annua totale di beni e servizi, dalla quale soltanto si ricavano salari, stipendi, interessi, guadagni, imposte, ridotto del 45 per cento in confronto all'anteguerra, colle disponibilità liquide (massa totale dei depositi presso le casse di risparmio e le banche di ogni specie) nominalmente cresciute, ma in realtà ridotte ad un terzo di quelle esistenti nel 1938.
La impossibilità fisica assoluta di mantenere le promesse che a gara i partiti vanno facendo, le prove della dura fatica che tutti, appartenenti a tutte le classi sociali, dovremo sostenere, saranno causa di disillusioni acerbissime, delle quali la colpa sarà fatta risalire da molti, forse dai più, all'istituto che avremo scelto per dar forma allo stato.


Ma non voterò per la Repubblica, perché temo per l'Italia il pericolo dal quale a grande stento si salvò il 5 maggio la Francia, respingendo il progetto di costituzione che la maggioranza social-comunista aveva costruito. Quel progetto soddisfaceva alla logica astratta dei dottrinari. Se si parte dalla premessa che l'unica, la vera fonte del potere sia la volontà del popolo,è chiaro che da essa soltanto debbano provenire tutte le forze politiche esistenti nel paese. Quando i cittadini hanno eletto una assemblea a suffragio universale segreto, a che pro una seconda assemblea e un presidente eletti con metodi diversi, dallo stesso popolo, i quali altro non potrebbero fare, se volessero far qualcosa, se non frastornare o ritardare i deliberata della assemblea popolare?


Dunque sia unica l'assemblea, sia da questa eletto il capo dello stato e siano da essa e da essa sola dettate le norme relative al mantenimento della giustizia, alla libertà di religione, di pensiero, di stampa, di insegnamento, di associazione. I francesi ricordarono però che le assemblee, uniche sovrane sono dominate dai partiti, e che questi ubbidiscono, soprattutto in regime di rappresentanza proporzionale, a giunte le quali, impadronitesi della macchina dei partiti, fanno le elezioni; che perciò è sempre imminente la tirannia delle assemblee, non meno dura della tirannia di uno solo.
Ricordarono di aver preferito il tiranno alla strapotenza di una assemblea unica sovrana. Ricordarono la dominazione del primo Napoleone, seguita alla Convenzione ed al Terrore, da cui si poterono liberare soltanto grazie alla ritirata di Mosca, ed alle disfatte militari di Lipsia e di Waterloo; ricordarono la rinnovata tirannide del terzo Napoleone, anch'essa funesta a tutte le libertà politiche, seppure largitrice di tranquillità apparente e di prosperità economica. Anch'essa era finita nella sconfitta di Sedan e negli incendi della Comune. Non dimenticarono anche che il signor Lebrun, ultimo presidente eletto dalle assemblee elettive, firmò l'atto di morte della terza repubblica.
Neanche la elezione del capo dello stato da parte del suffragio universale diretto e segreto col sistema della repubblica presidenziale stabile. è garanzia di libertà. Conosciamo un solo esempio nella storia contemporanea di repubblica presidenziale stabile: ed è quello degli Stati Uniti.
Ma quello è un miracolo dovuto alla coincidenza di molteplici fattori storici, che sarebbe puro caso riprodursi altrove una ultrasecolare preparazione di governo indipendente nei tredici stati riunitisi nel 1787 in federazione; Washington, il ,generale fondatore, sceso volontariamente da presidente alla condizione di gentiluomo di campagna, allo scadere del secondo quadriennio; un grande giudice, il Marshall, che fondò e difese l'autorità della Corte suprema contro gli assalti di parlamentari e di presidenti e creò il vero ultimo presidio delle libertà dei cittadini. Le esperienze uniche nella storia non si ripetono.
Si ripetono invece le esperienze sfortunatamente ordinarie delle repubbliche centro e sudamericane, dove i pronunciamenti militari si succedono e le elezioni sono assalti al potere da parte di capi di fazioni e ove non sono rare le lunghe tirannie dei Rosas e dei Diaz. Accade anche che un presidente eletto dal popolo a tutore della costituzione, secondo i dettami della troppo sapiente carta di Weimar, il maresciallo Hindenburg, consegni il potere al signor Hitler, all'Attila moderno.
No; gli uomini trovano libertà solo in se stessi, nella loro forza d'animo, nella decisa volontà di resister e nelle carceri dello Spielberg all'austriaco dominatore, nei reclusori e nelle isole al nostro tiranno da palcoscenico, nelle carceri alle torture tedesche e neo-fasciste.
Ma perché dobbiamo creare nella carta costituzionale le garanzie della libertà di tutti i cittadini, anche per quelli che, senza essere eroi, servono umilmente la patria compiendo il proprio dovere, dico che, accanto alle due assemblee legislative, accanto ad un capo del governo, che goda la fiducia dell'assemblea popolare, perché la sua elezione è parte della elezione di questa, accanto ad una magistratura autoreclutantesi e indipendente da governi e da assemblee politiche, accanto ai consigli elettivi regionali, provinciali e comunali, forniti, nei limiti dei propri ben definiti e ben ragionati compiti, di piena autonomia dal governo centrale, accanto alle chiese e massimamente alla chiesa cattolica, accanto alle fondazioni ed accanto alla scuola, istituti tutti volti ad opere autonome di bene, deve esistere un capo di stato, il quale tragga ragioni di vita da una fonte diversa dalla elezione.
Questa fonte è una forza storica, costituita da tradizioni da opere compiute in passato attraverso secoli di lotte e che non possono essere distrutte da errori commessi in un tempo recente, che è un attimo nella vita dei popoli.


Noi non possiamo dimenticare che il Piemonte e la Casa Savoia con una lotta secolare avevano respinto, da un lato, sino al Ticino, spagnuoli e tedeschi e dall'altro lato, sino alle Alpi, i francesi, i quali pur vantavano diritti su Casale e su Asti e per lunghi anni avevano dominato la capitale dello stato sabaudo da Carmagnola e da Pinerolo, conquistando all'Italia quei confini naturali sulla cima delle montagne che oggi, per la sventura e la discordia delle due nazioni sorelle, ci sono nuovamente contesi.
Noi non possiamo dimenticare che fu così foggiata quella spada, furono fondati ed agguerriti quei reggimenti senza di cui la idea della unità d'Italia sarebbe rimasta vana aspirazione di pensatori e di poeti. Il patrimonio delle tradizioni e delle glorie avite è patrimonio di tutti, che dobbiamo trasmettere intatto ai figli e ai nipoti. Lo dobbiamo trasmettere cresciuto e rinnovato.


La monarchia, forza storica, potere al di sopra delle parti, deve diventare quell'istituto di cui in Inghilterra si dice che non se ne parla mai. Se ne parlò un giorno, quando nel 1649 la testa di Carlo I cadde nella sala dei banchetti di Wesminster, e di nuovo quando nel 1689 Giacomo II fu costretto a prender la via dell'esilio.


Ma nel 1689 un parlamentare, cappello in testa, lesse a Guglielmo, nipote del re decapitato ed a Maria, figlia del re esiliato, una dichiarazione nella quale era detto che mai più gli inglesi avrebbero tollerato che il loro re esigesse imposte non votate dal parlamento, traesse in arresto cittadini senza il mandato ed il giudizio del magistrato ordinario, sospendesse l'applicazione delle leggi senza il consenso del Parlamento, intralciasse la libertà di voto dei membri delle due camere.
Sono passati 256 anni da quel giorno memorando; e i re inglesi hanno imparato la lezione e sono oggi il simbolo della unità della comunità delle nazioni britanniche, un simbolo di cui non si parla mai e che non si invoca se non quando accade che una Camera dei comuni divisa e discorde in se stessa non riesca a designare chiaramente al capo dello stato colui che dovrà essere il primo ministro. 


Questa è la monarchia per la quale noi votiamo; una monarchia la quale nei giorni ordinari sia il simbolo rappresentativo dell'unità della patria e della concordia dei cittadini, circondata da una corte austera, i cui membri siano scelti dal Re e dalla Regina sentito il parere conforme del primo ministro, ed adempia all'ufficio di tutrice della costituzione e di organo della volontà del popolo nei momenti supremi della vita della nazione, quando le altre forze politiche si dimostrano incapaci ad esprimere un governo stabile.
A quel re, memori delle parole che un tempo i compagni delle battaglie comuni contro gli arabi indirizzavano in terra di Spagna ai sovrani nuovamente assunti al trono, noi diciamo, cappello in testa: "Noi, ognuno dei quali è uguale a te e che tutti insieme siamo più di te, dichiariamo e vogliamo che tu sia Re per la difesa di tutti contro chiunque di noi si eriga ad oppressore nostro e contro la follia di noi stessi se per avventura ci persuadessimo a rinunciare alla nostra libertà. Se tu sarai Re per difendere noi e le libertà, noi ti saremo fedeli perché saremo, così facendo, fedeli a noi stessi, ai nostri avi ed ai nostri figli. Ma se tu non sarai il Re che noi vogliamo, sappi che non basterà più l'oblio dell'esilio volontario a lavare le tue colpe". Così e non altrimenti ha il dovere di parlare chi si accinga a dare il suo voto per la conservazione della monarchia.

giovedì 11 ottobre 2012

PROGETTO UNITARIO DEI MONARCHICI ITALIANI
ASSEMBLEA COSTITUENTE MONARCHICA
13 OTTOBRE 2012 ORE 9,30 - 19,30
SALA OLIMPO, HOTEL de la MINERVE
PIAZZA DELLA MINERVA N. 69 - ROMA




- Inizia con noi la controrivoluzione tranquilla per abbattere un sistema che ha
istituzionalizzato la corruzione e diffuso l’insicurezza.
- Non è importante cambiare maggioranza: è importante cambiare sistema. Ripensare lo Stato e porre un freno ad una super Europa di tecno-burocrati che fanno gli affari loro e colpiscono i risparmi delle famiglie.
- Per dire basta ai privilegi di una classe politica che non rinuncia a nulla ma non garantisce lavoro e futuro.
- Per dire basta ad un sistema che vede sviluppare la miseria e la povertà, la disoccupazione e i suicidi a causa di un fisco esoso e incontrollato: le tasse debbono colpire i redditi, mai la proprietà in quanto tale.
- Per difendere la nostra identità nazionale e quella delle Comunità locali, contro la globalizzazione e i poteri forti dell’economia mondialista.
- Per porre la famiglia al centro della Società ed attuare una politica di aiuti finanziari a favore di chi si occupa di anziani e bambini in modo sussidiario allo Stato.
- Per pretendere sicurezza nei posti di lavoro: l’Italia, in Europa, ha il numero maggiore di incidenti sul lavoro. I salari più bassi e i contributi più alti.
- Per restituire l’Italia agli Italiani e ricreare un collegamento tra il popolo e la politica: basta alle liste bloccate volute per defraudare il popolo dei propri diritti di scelta.

PER PROPORRE LA MONARCHIA COME PROGETTO POLITICO A “CORONAMENTO” DI UN VASTO PROGRAMMA DI RINNOVAMENTO ISTITUZIONALE, SOCIALE ED ECONOMICO.

Roberto Vittucci Righini, Gian Piero Covelli, Andrea di Gropello, Angelo Novellino, Massimo Mallucci, Antonio Buccioni, Alberto Claut, Franco Ceccarelli, Lorenzo Beato, Ugo D’Atri.

NOI VOGLIAMO SCENDERE IN CAMPO, UNISCITI A NOI!