domenica 15 gennaio 2017

La Strafexpedition ed il contesto internazionale

La Strafexpedition -Offensiva di primavera (Fruhjahrsoffensive) nella storiografia di lingua tedesca -si snoda su uno sfondo internazionale mutevole e ricco di complessità. Al suo inizio, alla metà dei maggio 1916, la situazione su tutti i fronti sembrava essere tornata a un sostanziale stallo. A occidente, la spallata tedesca nel settore di Verdun, stava inchiodando sul terreno quantità crescenti di uomini e mezzi. Più a nord, dopo le sanguinose sconfitte dei mesi precedenti, le forze britanniche erano passate a una postura più apertamente difensiva, in attesa dell'entrata in linea dei reparti della nuova “Kitchener's Army” e di accumulare le risorse necessarie a lanciare quella che sarebbe stata l'offensiva della Somme (10 luglio-18 novembre 1916). Anche sul fronte orientale dopo il successo delle offensive austro-tedesche dell'inverno 1915, la situazione pareva essersi stabilizzata. L’azione russa nel settore di Vilnius (offensiva di Naroch, marzo 1916) aveva rappresentato, infatti, solo un sanguinoso alleggerimento della posizione francese, costato all'esercito imperiale una cifra compresa fra i 70.000 e i 100.000 morti.

La situazione, tuttavia, era assai meno semplice di quanto non apparisse. Cambiamenti al vertice avevano interessato molti dei belligeranti. In Germania Erich von Falkenhayn aveva sostituito Helmuth von Moltke alla guida dello Stato Maggiore imperiale già nel settembre 1914. Alla fine del 1915, sir Douglas Haig, aveva sostituto sir John French alla guida della British Expeditionary Force, (B.E.F) dopo le pesanti sconfitte subite a Neuve Chapelle (10-13 marzo), Yipres (22 aprile-25 maggio), nell'Artois (9 maggio-4 giugno) e a Loos (25 settembre-19 ottobre). Nello stesso periodo, in Russia, le sconfitte dell'estate 1915 avevano portato lo zar Nicola II ad assumere direttamente la guida del Comando Supremo (Stavka) al posto del Granduca Nicola, che aveva assunto l'incarico allo scoppio delle ostilità. In Francia, infine, nonostante il 'ricompattamento nazionale' seguito ai successi della Marna e dell'Aisne, l'offensiva tedesca a Verdun aveva innescato un processo di messa in discussione dei ruolo fin lì rivestito dal generale Joseph Joffre.

Dietro all'apparente stasi dei fronte, tutti i belligeranti si stavano, quindi, preparando in vista di quella che- negli auspici - sarebbe stata l’offensiva decisiva; un'offensiva che avrebbe dovuto iniziare nella primavera 1916. Su tale sfondo, Verdun interviene a sparigliare molte attese. Nelle prime fasi della battaglia, l'attacco dei III, VII e XVIII corpo tedesco finisce per risucchiare in teatro un numero crescente di forze francesi, imponendo una revisione delle priorità degli alti comandi. Un aspetto più noto di questo processo è forse l'avvio anticipato dall'offensiva della Somme e il suo ridimensionamento a causa della sopravvenuta impossibilità dell'esercito francese a sostenere il grosso dello sforzo. Gli effetti, tuttavia, si sentono anche sul fronte italiano. Le necessità della campagna di Verdun spingono, infatti, i vertici dei Grosse Generalstab a rifiutare il sostegno più volte richiesto dal feldmaresciallo Conrad per lanciare la sua offensiva primaverile sulle Alpi, che finirà così per imperniarsi sulla sola azione dei trecento battaglioni dell'11° e della 3° armata austro-ungariche.

Da questo punto di vista, la Strafexpedition rappresenta uno dei tanti punti di crisi nelle relazioni militari austro-tedesche; un punto di crisi che sarà superato davvero solo alla fine dell'anno successivo, quando il contributo tedesco si dimostrerà fondamentale nel tentativo di sfondamento fra Plezzo e Tolmino poi sfociato nella crisi di Caporetto. In tale occasione, non solo i reparti tedeschi avrebbero svolto un ruolo centrale nello sfondamento e nello sfruttamento del successo iniziale, ma, più in generale, tutto il corpo di tattiche e conoscenze travasato dall'esercito tedesco in quello austro-ungarico si sarebbe dimostrato importante, soprattutto di fronte a un nemico che sembrava faticare ad apprendere le lezioni dell'infiltrazione e della difesa in profondità. Nella primavera del 1916, tuttavia, il mancato sostegno tedesco si traduce - per Conrad - nella necessità di disimpegnare dal fronte orientale - senza possibilità di rimpiazzarle - parte delle forze da schierare nel settore dei Trentino; un fatto, questo, che avrebbe finito per favorire la penetrazione russa in Galizia nel corso dell'offensiva Brusilov.

Comunque, già prima dell'avvio dell'offensiva Brusilov (4 giugno) la spinta dei reparti austro-ungarici si era esaurita, da un lato a causa della penuria di materiali, dall'altro delle difficoltà logistiche, in parte derivanti dalla rapida avanzata precedente. Se, entro la fine di giugno, il fronte poteva considerarsi, dunque, consolidato lungo la linea Coni Zugna - Pasubio - Monte Majo - Vai Posina - Monte Cimone - Vai d'Astico - Vai d'Assa - Monte Mosciagh - Monte Zebio - Colombara - Ortigara, i successi di Conrad sugli Altipiani avevano fatto assumere alla guerra italiana un'importanza nuova agli occhi degli alleati.


La caduta dei governo Salandra e la formazione dell'esecutivo di unità nazionale retto dal settantottenne Paolo Boselli (18 giugno) avevano, infatti, posto in luce, ancor più che la presunta fragilità militare dei Paese, la sua effettiva fragilità politica. Una fragilità i cui effetti rischiavano di riverberarsi sullo sforzo bellico di tutta l'intesa, in un contesto nel quale il coordinamento che si stava faticosamente cercando di realizzare fra le parti era espressione della crescente integrazione esistente fra i vari fronti.

Da questo punto di vista, il grumo di eventi che caratterizza la primavera/estate del 1916 rappresenta un passaggio-chiave nella trasformazione di quella che era cominciata come l'ultimo prodotto delle 'guerre di Cancelleria' ottocentesche in qualcosa di radicalmente diverso. L’allargamento del confronto a nuovi attori e nuovi teatri, l'accresciuta interdipendenza strategica, il rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali all'interno dell'intesa e il progressivo emergere dalla natura 'totale' del confronto in atto sono alcuni elementi che caratterizzano questa evoluzione. Non è, dunque, senza significato che, proprio alla fine dei 1916, la richiesta statunitense ai belligeranti perché rendessero noti i propri 'scopi di guerra' (19 dicembre) e la risposta dei governi dell'intesa (riassunta, il 10 gennaio 1917, nel telegramma dell'ambasciatore di Washington a Parigi) si impongano come un punto di svolta nel processo di radicalizzazione dello scontro e di elaborazione dei mito della 'guerra per porre fine a tutte le guerre' destinato a culminare, due anni e mezzo dopo, nell'insostenibile 'diktat' di Versailies.


Gianfuca Pastori Università Cattolica

lunedì 7 novembre 2016

1915 - 1918 PROFILO DELLA GRANDE GUERRA DEGLI ITALIANI

NUOVE SINTESI
trimestrale di cultura e politica
Direttore Responsabile Michele D’Elia
con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria

1915 - 1918
PROFILO DELLA GRANDE GUERRA
DEGLI ITALIANI
Dalla Strafexpedition alla battaglia dell’Ortigara



Sabato 26 novembre 2016
Istituto Zaccaria, Aula Magna - ore 15.00
Via della Commenda, 5 – Milano, MM 1



La invitiamo al convegno nazionale di studi storici
organizzato da
NUOVE SINTESI
trimestrale di cultura e politica
con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria

1915 - 1918
PROFILO DELLA GRANDE GUERRA
DEGLI ITALIANI
Dalla Strafexpedition alla battaglia dell’Ortigara


Il Direttore Responsabile Michele D’Elia
  

PER INFORMAZIONI: 02.68.08.13 – granduca9@tin.it




P R O G R A M M A


Presentazione del Convegno

Saluti istituzionali

La Strafexpedition e il contesto internazionale
Gianluca Pastori, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Ortigara: sacrificio annunciato ed inutile
Michele D’Elia, Direttore di Nuove Sintesi, Milano

Bombe sulle città. E la cronaca scopre la guerra
Giorgio Guaiti, giornalista e scrittore, Milano

Il 1916 in Medio Oriente
Giovanni Parigi, Università degli Studi, Milano

Il governo debole e l’«uomo forte»
Damiano Palano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

I costi della Grande Guerra. Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori
Salvatore Sfrecola, Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma

Carlo Erba: il pittore milanese che morì sull’Ortigara
Salvatore Genovese, Docente di Disegno e Storia Dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano                                                          

Luca Beltrami: il canto del Damo e della Dama al posto di ristoro
Amedeo Bellini, Emerito del Politecnico di Milano

Dal 1916 al 1917: il vissuto drammatico del sociologo francese Émile Durkheim
Roberto Cipriani, Università Roma Tre

Dibattito

Conclusioni: Michele D’Elia


Coordina i lavori
Paola Manara, Biblioteca Sormani, Milano



Ingresso libero

lunedì 11 aprile 2016

La Stampa scopre la Guerra Mondiale, dopo l'entrata nel conflitto

Sartorio. Movimento di truppe nell'estuario
"L'attività delle artiglierie, normale nella zona montuosa, si mantenne ieri più viva nella zona ad oriente di Gorizia e sul Carso, dove i nostri tiri fecero esplodere un deposito di munizioni dell'avversario. CADORNA". 
Il 1917 si apre così su tutti i giornali italiani. Come ogni mattina, il V gennaio i quotidiani pubblicano in prima pagina il bollettino ufficiale del Comando Supremo, firmato dal generale.

Ormai da tre anni la stampa è impegnata a seguire gli eventi bellici su tutti i fronti e dall'ingresso dell'Italia nel conflitto deve e fare i conti cori l'Ufficio Stampa del Comando Supremo, vale a dire con la censura, che spesso interviene con tagli e soppressioni quando i giornali sono già in macchina, costringendo le tipografie a scalpellare dalle matrici i testi non autorizzati e obbligando i giornali ad uscire con intere colonne bianche.

A leggere quei giornali (o spesso a farseli leggere, data l'altissima percentuale di analfabeti) sono milioni di italiani. All'inizio dei conflitto nel Paese si vendono 5 milioni di copie al giorno, ma negli anni della guerra la diffusione è andata ancora aumentando, anche grazie alle migliaia di copie distribuite direttamente al fronte, dove i soldati vogliono avere notizie su come procedono le operazioni.

Il primo giorno dell'anno presenta un quadro complessivo relativamente tranquillo. Il Resto del Carlino, ad esempio, parla di “Situazionestazionaria su tutti i fronti”, ma segnala l'affondamento di una corazzata francese e propone ai lettori "Le prime impressioni sul nuovo imperatore d'Austria", segnalando la diffidenza registrata in Austria e in Ungheria fra gli elementi l'estremi, radicali" e vicini alla massoneria per un sovrano formato in ambienti conservatori. Francesco Giuseppe era morto da un mese (il 21 novembre 1916) e sul trono era salito il pronipote Carlo I, sulla cui figura si concentravano le attenzioni degli osservatori internazionali, anche, ovviamente, per cercare di capire il suo atteggiamento nei confronti della guerra.

Il 1917 infatti è l'anno della battaglia della Bainsizza e di Caporetto, ma è anche l'anno di grandi eventi internazionali che proietteranno le loro conseguenze su tutto il secolo: è l'anno della successione sul trono degli Asburgo, della Rivoluzione Russa e dell'intervento degli Usa nel conflitto. Per la prima volta gli Stati Uniti decidono di uscire dal loro splendido isolamento e si affacciano sul teatro mondiale come grande potenza. E proprio a Russia e Usa sono riservate le attenzioni dei quotidiani nei primi mesi dell'anno. La sollevazione popolare di Pietrogrado, di fatto ignorata dai giornali italiani, approda improvvisamente sulle prime pagine a metà marzo. Il 17 il Corriere annuncia a tutta pagina "L'insurrezione russa per la libertà e per la guerra", rilevando che "L'esercito e i suoi capi si uniscono ai liberali". L'indomani tutte le prime pagine sono occupate dalla notizia dell'abdicazione dello Zar. Il Corriere scrive che "Nicola Il rinunzia al trono anche per il figlio, benedicendo il fratello erede", con una scelta che nel fondo di prima pagina viene definita "Il magnanimo gesto". Lo stesso giorno il Carlino annuncia le dimissioni e spiega che "un movimento politico iniziato a Pietrogrado si estende a Mosca e alla Russia meridionale". Un movimento di cui – si legge nel fondo- "si era avuto qualche incerto sentore non controllato da nessuna notizia ufficiale".

Da quel momento la preoccupazione fondamentale è scoprire le intenzioni dei nuovo governo sul proseguimento o meno della guerra e quando, il 19 agosto, il generale Kornitov lascia Riga ai Tedeschi per puntare su Pietrogrado e tentare la controrivoluzione, il timore che i Tedeschi, alleggeriti dalla chiusura del fronte russo, possano dirottare forze verso occidente, è chiaramente visibile.

A compensare queste preoccupazioni arrivano le notizie dall'America. Il 4 aprile il Corriere annuncia che "Wilson chiede al Congresso di dichiarare lo stato di guerra con la Germania" e il 7, dopo il voto della Camera dei rappresentanti, arriva la formalizzazione dell'entrata in guerra degli Usa. Per la prima volta sui giornali si parla di guerra mondiale, anche perché, per qualche tempo, i quotidiani riservano grande attenzione anche alla posizione del Brasile, a un passo dalla rottura diplomatica con la Germania. Sono i giorni dei grande entusiasmo per l'allargamento dell'alleanza, ma anche della conferma del valore "morale" del conflitto che (lo ribadiscono fondi e commenti di tutti i quotidiani) vede lo scontro fra i paladini della libertà e della democrazia e le forze reazionarie e oscurantiste degli Imperi centrali. E in questa chiave qualcuno vuole leggere anche gli avvenimenti russi: la caduta dello Zar consente di inserire anche la Russia fra i Paesi democratici in lotta contro l'assolutismo tedesco e austriaco.

Sul fronte (il termine usato spesso dai giornali è però la fronte, italiano ovviamente si concentra il massimo delle attenzioni di tutta la stampa nazionale. Il 25 maggio, all'indomani del secondo anniversario dell'entrata in guerra, tutti i giornali riempiono le prime pagine con le notizie della trionfale avanzata sul Carso. Le linee austriache sfondate dalla III Armata sul Carso, da Castagnevizza al mare". E nell'articolo del Corriere si parla dei 9000 nemici, fra cui 300 ufficiali, fatti prigionieri e si sottolinea la partecipazione di "300 velivoli italiani alla battaglia”: il neologismo dannunziano si è ormai affermato nell'uso comune.

E di nuovo si tornano ad annunciare grandi vittorie in agosto. L'avanzata della Bainsizza, iniziata il 17, approda sui giornali soltanto il 20, quando si comincia a parlare di "Formidabile offensiva iniziata su tutto il fronte dal Monte Nero al mare". Il 21 il Corriere annuncia a tutta pagina: “Attacco in massa delle fanterie italiane appoggiate da 208 aeroplani” e parla di 7600 prigionieri. L'indomani il titolo di prima pagina Precisa che "Quasi tutto l'altipiano di Bainsizza è conquistato: l'avanzata raggiunge i 9 km. I prigionieri saliti a 23.600". E i bollettini ufficiali, firmati Cadorna, forniscono quotidianamente i dettagli dei successi ottenuti. Sono i giorni della gloria e della speranza che la vittoria sia più vicina. Ma non è così.

Il 24 ottobre gli austro-tedeschi sfondano il fronte fra Tolmino e Plezzo e già quella mattina sui giornali si possono leggere i primi segnali di pericolo (il Corriere in prima pagina scrive: "I tedeschi compaiono sulla fronte italiana") Il 26 li titolo di apertura dei quotidiano (L'inizio dell'offensiva austro tedesca") lascia appena intuire cosa sta succedendo e il giorno dopo si passa a "La violenza dell'offensiva austro-tedesca”.La notizia dello sfondamento arriva il 30:---Lo bocco austro tedesco nella pianura rallentato dalla resistenza delle truppe italiane". Bisognerà aspettare il 2 gennaio del '18 per poter leggere:”Il nemico ricacciato sulla riva sinistra del Piave". Ma nessun corrispondente ha potuto seguire direttamente i giorni della ritirata. Fin dai primi momenti del cedimento del fronte i giornalisti sono stati bloccati, allontanati dalla zona delle operazioni, raggruppati e sorvegliati a Udine prima e a Padova poi, all'Hotel del Corso, dove possono lavorare soltanto su notizie parziali e bollettini ufficiali.

L'anno si chiude con le cronache del Natale in trincea, fra resistenza e contrattacchi, e con le "Voci della riscossa", affidate dal Corriere alle nuove reclute: i Ragazzi del '99. 
Giorgio Guaiti

Giornalista e scrittore, Milano

martedì 8 marzo 2016

LA CLASSE DIRIGENTE LIBERALE NEL 1916-17. DA SALANDRA A ORLANDO

Negli anni centrali della Grande guerra italiana, 1916 e 1917, si succedono tre governi guidati da personalità liberali tra loro diverse per formazione e metodi, ma concordi    nel non sovvertire il quadro e le fondamentali garanzie costituzionali con il pretesto della straordinarietà della situazione. A differire furono piuttosto i criteri   di composizione dei ministeri e il loro rapportarsi alla Nazione in guerra. La crisi dei governo guidato dal pugliese Antonio Salandra, espressione di un liberalismo conservatore e 'moderatamente' interventista, appare essenzialmente determinata dal mutare, dei carattere e delle prospettive dei conflitto. La guerra di Salandra, degli altri liberali interventisti e anti-giolittiani e degli stessi stati,maggiori doveva essere una guerra breve e una guerra nazionale, i cui obiettivi essenziali erano l'annessione delle terre irredente (Trentino, Venezia Giulia, lstria) e un'auspicata espansione italiana sulla sponda orientale dell'Adriatico, e come tale poteva essere politicamente condotta dal solo partito liberale.
     Non a caso la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia, nel maggio 1915, era stata indirizzata al l'Austria- Ungheria, non anche alla Germania, come avrebbero voluto gli interventisti 'di sinistra'. Presto però ci si accorse che la guerra non sarebbe stata breve come quelle dei Risorgimento, che avrebbe comportato sacrifici di vite umane e finito con l'alimentare malcontento e distacco fra il popolo e le istituzioni monarchiche. Gli stessi vantaggi promessi all'Italia dal patto di Londra non avrebbero potuto essere assicurati se non al prezzo di una maggiore convergenza del nostro Paese sugli obiettivi delle altre potenze dell'intesa, tesi a ridisegnare gli equilibri europei, sconfiggendo i due Imperi centrali, ben oltre le limitate aspettative 'patriottiche' dei governo italiano. A ciò si aggiunga il crescente distacco fra ceto politico e comando militare. Luigi Cadorna, di fatto comandante supremo dell'esercito (sottoposto soltanto al Re che lo era di diritto), nel mentre adottava tattiche e strategie discusse e che procuravano scarsi risultati, era insofferente rispetto a qualsiasi 'controllo' politico. E a lui Salandra finì con l'attribuire il fallimento dell'ipotesi di guerra breve nella quale aveva creduto.

Per fronteggiare la situazione che si era andata creando, e tenuto conto che, almeno per il momento, Vittorio Emanuele IlI non intendeva destituire Cadorna, Salandra e i liberali a lui vicini pensarono a una crisi 'pilotata'. La guerra di logoramento che si andava delineando, la sua estensione temporale e spaziale esigevano, nel rigoroso rispetto della prassi statutaria, un più ampio coinvolgimento di forze interventiste o comunque non 'disfattiste', espressione di tradizioni diverse rispetto a quella liberale risorgimentale che aveva fino ad allora costituito il perno politico dei Regno d'Italia. Innanzitutto si trattava di recuperare allo sforzo comune gli altri liberali, gli amici di Giovanni Giolitti, che avevano sostenuto fino all'ultimo la tesi della neutralità e delle trattative diplomatiche con l'Austria. Data l'incompatibilità personale con lo statista di Dronero, Salandra si rendeva conto di non poter essere lui il presidente dei Consiglio di un nuovo governo nel quale i giolittiani tornassero ad avere voce in capitolo. Ma oltre ai liberali in precedenza neutralisti, l'obiettivo era quello di coinvolgere nelle responsabilità politiche gli interventisti democratici, radicali, repubblicani e socialisti riformisti, e i cattolici politici non pregiudizialmente ostili alla guerra in corso. Del resto l'integrazione dei socialisti e dei, cattolici nel sistema aveva rappresentato un obiettivo pressoché costante della politica giolittiana di inizio Novecento e su questo versante era particolarmente impegnato, nella sua capacità di mediazione, il guardasigilli uscente, il siciliano Vittorio Emanuele Orlando, che manteneva contatti sia con Claudio Treves e Filippo Turati, sia Oltretevere.

Salandra si dimise il 10 maggio 1916 in concomitanza con l'offensiva austriaca nel Trentino, la Stratexpedition (spedizione punitiva contro l'ex alleata Italia). A succedergli fu chiamato in giugno il decano della Camera, il settantottenne Paolo Boselli, che era stato l'anno prima relatore per il conferimento al governo Salandra dei pieni poteri in vista della guerra. Il suo governo detto di "unità nazionale" contò, rispetto ai precedenti, un numero inusitato di ministri senza portafoglio. Come tali vi entrarono fra gli altri il repubblicano Ubaldo Comandini e il socialriformista Leonida Bissolati; il liberale giolittiano Gaspare Colosimo; il radicale Ettore Sacchi alla Giustizia mentre Orlando, veniva spostato al più importante dicastero degli Interni. Il giornalista e deputato milanese Filippo Meda, fu il primo cattolico a entrare esplicitamente come tale, nonostante la contrarietà di papa Benedetto XV, in un governo a guida liberale e divenne ministro delle Finanze; il giurista e storico piemontese Francesco Ruffini, liberale interventista, ebbe il ministero della Pubblica istruzione; mentre il socialista riformista lvanoe Bonomi tenne quello dei Lavori pubblici; ministro della Guerra fu nominato Paolo Morrone, gradito a Cadorna, che sarà sostituito, nel rimpasto di un anno dopo, dal generale Gaetano Giardino. Unica conferma di rilievo quella, al ministero degli Esteri, di Sidney Sonnino.

La prima conseguenza pratica più evidente fu il 28 agosto 1916 la dichiarazione di guerra alla Germania. Ma gli alleati chiedevano all'italia, lo fece esplicitamente il comandante francese, il generale Cesar Joffre, il contributo di almeno una divisione italiana sul fronte greco di Salonicco. E senza le loro pressioni non si sarebbe arrivati, nel febbraio 1917, alle dimissioni indotte dei duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, dal comando dell'Armata navale, sostituito da Paolo Thaon di Revel.

Nel richiamo ideale al lascito risorgimentale, Boselli cercò di indirizzare tutte le forze che avevano concorso alla composizione dei suo governo (non gli votarono la fiducia soltanto i socialisti) a supportare lo sforzo bellico. Ma non riuscì  a comporre il dissidio fra classe politica e comando militare. Cadorna non aveva dubbi sul fatto che il potere civile doveva rimanere sottoposto a quello militare; Bissolati, e gli interventisti democratici in genere, la pensavano all'opposto. Orlando, dal canto suo, lamentava che il comandante in capo continuasse ad essere arbitro di ogni cosa, mentre i ministri rimanevano completamente all'oscuro dei suoi propositi. Dei resto Cadorna, nonostante la conquista di Gorizia, era oggetto di contestazioni anche per la tattica delle offensive frontali, non meno che per l'imposizione di una disciplina spietata ai soldati trattati
da numeri (processi ed esecuzioni sommarie, decimazioni, eccetera). Solo dopo il cosiddetto scandalo Douhet, dal nome dei colonnello dei comando supremo che aveva preparato un dossier segreto anti-Cadorna da trasmettere al governo, Boselli riuscì a far riconciliare Bissolati e il Comandante in capo, nell'intento che l'avversione reciproca non degenerasse in modo irreparabile con grave pericolo delle istituzioni, oltre che per l'esito stesso della guerra.

Il ministero Boselli resse la situazione fino alla tragedia di Caporetto dopo la quale, alla fine di ottobre 1917, l'incarico di presidente dei Consiglio passò a Orlando, che continuò a mantenere anche il portafoglio degli Interni. D'intesa con il sovrano, ma anche su pressione degli alleati (convegni di Rapallo e di Peschiera), la sostituzione di Cadorna, già ipotizzata da oltre un anno, fu decisa nel giro di una decina di giorni con la nomina dei più duttile generale napoletano

Armando Diaz, che comandava il XXIII Corpo d'armata. Il governo provvide poi alla costituzione della commissione d'inchiesta su Caporetto. Orlando era per temperamento piuttosto incline a esitare e prendere tempo. ma dovette avallare, in novembre a Peschiera, la determinazione dei Re e di Diaz di attestare la resistenza italiana sulla linea - destinata a diventare un simbolo - dei Piave, del Monte Grappa e degli Altipiani, mentre molti consigliavano di ritirarsi fino al Mincio, se non al Po. Il dimissionario Boselli confidava a un amico neutralista: "Quanto avevi ragione quando dicevi che non si doveva fare la guerra'". Il 22 dicembre 1917 Orlando, pronunciò alla Camera uno dei suoi discorsi rimasti famosi, quasi una sintesi dell'impegno dei suo governo e dei riscatto dell'intera Nazione:”La voce dei morti e la volontà dei vivi, il senso dell'onore e la ragione dell'utilità, concordemente, solennemente ci rivolgono adunque un ammonimento solo, ci additano una sola via di salvezza: Resistere! Resistere! Resistere!*. Destinato a lunga vita - morirà ultranovantenne nel 1952 - e a passare alla storia come il "presidente della Vittoria”. Orlando. alla conferenza di pace di Parigi, nel 1919, si scontrerà con il presidente americano Woodrow Wilson abbandonando platealmente i lavori di fronte alla mancata piena soddisfazione delle attese con le quali l'Italia aveva partecipato alla Grande Guerra.

Gianpiero Goffi

Capo servizio de La Provincia, Cremona

venerdì 4 marzo 2016

ANCHE LE PAROLE SONO ARMI

Tra il 1914 e il 1915 in Italia si apre un intenso dibattito in merito alla partecipazione al conflitto mondiale. Lo scontro tra interventisti e neutralisti si svolse soprattutto sulle pagine dei quotidiani. Di fronte ad una popolazione che si dimostrava prevalentemente indifferente o contraria alla causa bellica la maggior parte delle testate a tiratura nazionale, il Secolo, la Gazzetta dei Popolo, Il Resto dei Carlino, Il Giornale d'Italia, il Popolo d'Italia, il Messaggero, ma soprattutto il Corriere della Sera, si schierano a favore della discesa in campo dell'Italia spinti anche dalle pressioni dei mondo industriale, specie quello siderurgico, che vedeva nella guerra una importante opportunità di crescita. La stampa così detta "antagonista" si ridusse a pochissime testate tra cui L'Avanti, mentre tra i neutralisti troviamo i giornali cattolici oltre alla Stampa, la Tribuna e la Nazione. Il dibattito sulla Prima guerra mondiale rappresenta quindi una svolta fondamentale nel concetto di comunicazione: da questo momento in avanti, e per tutto il conflitto, la carta stampata avrà un ruolo da protagonista, diventando una componente essenziale della progressione dell'evento bellico. Tutti gli Stati protagonisti dei conflitto in qualche modo dovranno confrontarsi con la stampa: il giornalismo moderno era diventato parte della vita sociale dei paesi. L’importanza della carta stampata era materia ben nota ai governi e ai militari. In Italia, già dal marzo dei 1915, cioè ancor prima di entrare in guerra, furono emanati una serie di decreti volti a "controllare" la libertà di stampa; ricordiamo prima il divieto di pubblicazione di notizie di carattere militare, successivamente la proibizione di riportare sulle pagine dei quotidiani l'elenco dei morti e dei feriti e infine un dispaccio dei generale Cadorna, rivolto ai giornalisti, contenente la diffida di accedere ai campi di battaglia. Nella prima fase della guerra entrò quindi in vigore, a tutti gli effetti la censura militare, coordinata dal Comando Supremo delle Forze Armate. Gli stessi giornali che si erano impegnati nel sostenere la causa della guerra venivano sempre più esclusi dalla realtà dei fronte e diventarono collaboratori passivi dello sforzo bellico nazionale, narratori enfatizzanti di una realtà che nessun giornalista aveva avuto modo di conoscere direttamente.

13 settembre 1915. L'Italia è in guerra da pochissimi mesi e il Corriere della Sera pubblica un articolo dal titolo: "Anche le parole sono armi": Il quotidiano a maggiore diffusione nazionale richiama l'attenzione dei governo e dei militari sull'importanza della comunicazione come mezzo di compartecipazione e di condivisione tra lo stato e il suo popolo. Il pezzo, che non è firmato, giustifica il silenzio dei governo definito " muto e operoso" ma contemporaneamente ricorda che i divieti da soli non sono proficui: " ... Non si dà un motto d'ordine in principio e si abbandona la psicologia di un popolo a questo solo motto d'ordine... Ma di un popolo si premia la fiducia quando il governo vive con esso tutta quella patte del pensiero che non è indispensabile celare e si tempra la costanza quando gli uomini più autorevoli danno, parlando, un linguaggio a ciò che vive nella stessa coscienza nazionale".

Il Corriere ha compreso che la guerra sarà lunga e dura e che il coinvolgimento della popolazione alle politiche governative e alle strategie militari può rappresentare un elemento fondamentale per dare la giusta spinta agli eventi che si succederanno.

Con la diffusione della radio infatti i giornali hanno perso l'esclusività dell'attualità e pertanto i lettori sono attratti da un "racconto" diverso, da una testimonianza più moderna fatta non solo di parole ma anche di immagini che suscitino emozioni. L il momento dei rotocalchi che, per alleggerire la pressione psicologica che la guerra stava portando sui militari e sulla popolazione civile, si orientano su contenuti un po' frivoli, come i romanzi d'appendice, rubriche per signore ecc.. Ma la vera novità di questi periodici è il grande spazio che essi destinano alle foto, diventando così strumenti privilegiati per comunicare, in modo diretto, a quella parte della popolazione maggiormente impreparata. Testate come l'illustrazione Italiana, che pubblicherà circa 1800 immagini della guerra, o La Domenica del Corriere e la Tribuna Illustrata, entrambi supplementi di quotidiani, che dedicheranno ogni settimana la propria copertina ad enfatizzare con preziosi disegni gli eroici episodi dei soldati al fronte, rappresentano, un nuovo modello di informazione, che lascia maggiormente spazio alle emozioni personali.

Ancora una volta la guerra rappresenta un'occasione utile all'evoluzione della comunicazione.

La nuova propaganda

La vasta produzione editoriale che ruotava attorno alla guerra in realtà non aveva prodotto gli effetti sperati: confortare l'opinione pubblica, sostenere l'esercito al fronte, dare una giustificazione patriottica alla causa erano obiettivi troppo ambiziosi per una stampa completamente controllata.

Nel 1916 nasce l'Ufficio Stampa che, a seguito di una intesa con il Ministero degli Interni, accredita come corrispondenti di guerra Luigi Barzini dei Corriere della Sera, Luigi Ambrosini della Stampa, Rino Alessi dei Messaggero. Ma anche questi giornalisti sono soggetti alla censura. I loro articoli, ancora una volta, non rappresentano la fedele cronaca dei fronte ma rielaborano quanto il Reparto Operazioni dei Comando Supremo ritiene di rendere a loro noto.

E a seguito della sconfitta di Caporetto (ottobre 1917) che verrà finalmente compreso che la comunicazione doveva essere un coadiuvante dell'azione di guerra: "Dopo Caporetto la Nazione prese coscienza del disastro della guerra e molte cose cambiarono. Il nuovo capo di Governo, Orlando, riuscì ad intuire la tragedia di un popolo in guerra e venne creato Il servizio P a cui fu affidato il compito di propaganda presso i combattenti ma anche verso il fronte interno affinché la guerra diventasse la battaglia di tutto un popolo (1).

Il 9 gennaio 1918 l'Ufficio Informazioni dei Comando Supremo istitutiva in tutto l'esercito un "Servizio informazioni sul "morale delle truppe" sotto la direzione dei Comando d'Armata, definito Servizio R, con il compito di vigilanza (prevenire cioè i moti antibellici o pacifisti in generale), assistenza (intesa come attività rivolta soprattutto alle famiglie dei combattenti) e propaganda (attraverso azioni mirate e non più lasciate alla iniziativa dei singoli). La funzionalità dell'Ufficio P era basata su alcuni principi evidenziati dal Comando Supremo: - Il soldato non deve mai avere l'impressione che si dubiti dei suo valore militare o della sua onestà di cittadino.

- Il soldato deve però capire che il concetto di Patria non è qualcosa di astratto, ma che sta combattendo anche per salvare la sua famiglia;

- Le conferenze devono essere limitate, l'educatore deve essere l'ufficiale con il quale il soldato vive e, per quanto la sua parola possa essere disadorna, è quello a cui più dà fiducia.

- La vendita dei giornali deve essere fatta nelle Case del Soldato da militari mutilati e da soldati utilizzati per la propaganda;

- La maggioranza dei soldati è indifferente a foglietti volanti, quindi bastano poche pubblicazioni, ma che siano stampate nitidamente e con copertina a colori e con illustrazioni immediatamente comprensibili;

- Si deve favorire la stampa di grossi manifesti a colori vivaci, che contengano poche parole di testo alla portata di tutti. Il grande manifesto attira l'attenzione e spinge i soldati a leggerlo o a farselo leggere.

In breve tempo. Il Servizio P. costituito dagli ufficiali più colti e preparati si attivò per attuare tutta una serie di attività volte a migliorare e alleggerire le condizioni morali dei soldati e dei loro familiari. Una delle prime azioni fu quella di favorire la diffusione dei così detti "Giornali di Trincea." pubblicazioni prodotte direttamente nella zona di guerra.

I giornali di trincea erano nati già nel 1917, compilati per lo più a mano o con ciclostili, e venivano distribuiti in genere nel battaglione o nel reggimento di appartenenza. Il Servizio P ebbe il merito di comprendere che il fenomeno delle pubblicazioni di guerra poteva rappresentare un forte veicolo di svago e di interesse: tali pubblicazioni vennero pertanto sovvenzionate dalle autorità militari affinché le tirature aumentassero favorendone anche una diffusione capillare e lo scambio tra i diversi corpi d'armata. Inoltre la composizione grafica e la responsabilità intellettuale venne affidata ai numerosi soldati-intellettuali quali giornalisti, scrittori, artisti che affollavano le trincee: Prezzolini, Calamandrei, Volpe, Soffici, Jahier, De Chirico. Sironi, ecc. aumentando così il livello qualitativo delle pubblicazioni. In Italia le riviste di questo tipo furono più di una decina e fra le più popolari ricordiamo La Trincea Quotidiana Resistere, La Tradotta (compilata da Arnaldo Fraccaroli e Antonio Rubino), la Ghirba (a cui collaborava Ardengo Soffici) e Sempre Avanti (con gli interventi dei poeta Giuseppe Ungaretti). Seppure con modalità diverse, i giornali di trincea non furono un fenomeno puramente italiano: in Francia, in Inghilterra e in Austria venivano stampati e recapitati alle truppe giornali appositamente prodotti dagli stessi corpi d'armata.

Il servizio P, oltre alla diffusione dei giornali di trincea, si impegnò a promuovere anche altre forme di intrattenimento e di svago come sostegno da destinare ai militari: troviamo così spettacoli teatrali itineranti con musica e danze rivolti alle truppe... Gli effetti di questa nuova campagna di propaganda furono così commentati da Giuseppe Prezzolini:

"Una parte del merito ce l'ha avuta anche il Servizio P Sì, in coscienza quegli uomini che seppero crearlo, che gli dettero, come in talune armate ha veramente avuto, quel carattere d'umanità profondo e di simpatia, di cordiale interessamento e di altezza morale che esso ha raggiunto, sì, in coscienza quegli uomini possono dire di avere contribuito largamente alla vittoria (2).

Paola Manara

Responsabile servizio periodici, Biblioteca Sormani, Milano

(1) " Ridere è guerra" di C. Bibolotti e F.A.Calotti in: I giornali satirici di trincea e delle retrovie durante la prima guerra mondiale - Museo della satira e della caricatura - Forte dei Marmi

(2) G. Prezzolini, Tutta la guerra. Antologia del popolo italiano sul fronte e nel Paese - Longanesi, Milano 1968

venerdì 26 febbraio 2016

La battaglia della Bainsizza e lo scenario internazionale

Copertina di Tribuna Illustrata settembre 1917
Sul piano operativo, la battaglia della Bainsizza (undicesima battaglia dell'Isonzo, 18 agosto - 12 settembre 1917) costituisce la prosecuzione naturale dell'offensiva voluta dal Comando supremo italiano nella primavera precedente (decima battaglia dell'Isonzo, 12 maggio - 5 giugno) e che - nonostante il dispendio di mezzi e di vite (430 battaglioni e 3.800 pezzi d'artiglieria impiegati; 160.000 vittime fra morti e feriti) - si era conclusa con limitati benefici territoriali. Sul lato dei risultati, la battaglia della Bainsizza porta all'occupazione da parte delle forze della II Armata (generale Capello) dell'altipiano omonimo e del rilievo strategico del Monte Santo. La strenua difesa, da parte dei reparti austro-ungarici, della testa di ponte di Tolmino (nella parte settentrionale del fronte), delle postazioni del San Gabriele (al centro) e di quelle dell'Hermada (a sud) impedisce, tuttavia, che si realizzi il previsto scardinamento della linea del Carso e lo sfondamento strategico in direzione di Trieste da parte della III armata (generale Emanuele Filiberto di Savoia Aosta) che, nelle intenzioni del Comando supremo, avrebbe dovuto condurre a una svolta nel conflitto. Sul piano diplomatico, la battaglia rappresenta, invece, l'esito finale di un complesso intreccio di pressioni iniziate ai primi del 1917 e intensificatesi dopo che la c.d. 'rivoluzione di febbraio' (23-27 febbraio secondo il calendario giuliano; 8-12 marzo secondo quello gregoriano) aveva portato alla fine dell'autocrazia zarista e aperto la strada a un'uscita anticipata della Russia dal conflitto.

Da questo punto di vista, il 1917 assiste, infatti, a uno spostamento dell'attenzione degli alleati verso il fronte italiano, spostamento sancito alla conferenza interalleata di Roma del 5-7 gennaio. Le ragioni di ciò sono molteplici e solo in parte legate alle esigenze del conflitto. La nascita del gabinetto Lloyd George, nel dicembre 1916, porta, infatti, a una rivalutazione, da parte di Londra, di una strategia 'orientalista' vista dai vertici militari come il tentativo del Primo ministro di ridimensionare il loro ruolo nella condotta delle operazioni. La scelta di destinare più risorse (umane e materiali) al fronte dell'Isonzo è contrastata in particolare dal comandante della British Expeditionary Force, generale Haig, e dal Capo dello Stato Maggiore Imperiale, generale Robertson. Gli esiti insoddisfacenti delle offensive del 1916 giustificano in parte l'atteggiamento di Lloyd George. Nello stesso senso si muove il sostegno offerto dal Primo ministro al nuovo Comandante in capo delle forze francesi sul fronte occidentale. generale Nivelle, anche se le promesse di quest'ultimo di conseguire uno sfondamento strategico delle linee tedesche a quarantotto ore dal lancio di una nuova offensiva congiunta  avrebbero portato solo alle pesanti perdite di Arras (da parte britannica 158,000 uomini fra il 9 aprile e il 16 maggio 1917) e dello Chemin des Dames (seconda battaglia dell'Aisne: da parte francese: circa 187.000 uomini fra il 16 aprile e il 9 maggio).

Di fronte al sostanziale fallimento dell'offensiva di Nivelle, un'azione sul fronte italiano avrebbe consentito da un lato di dare fiato alle forze anglo-francesi: dall'altro di sostenere quelle russe, scosse dagli eventi politici dei mesi precedenti e dalle conseguenze che questi avevano avuto sulla loro organizzazione e la loro operatività. Alla luce dell'avvio, di lì a poco, di quella che sarebbe stata la fallimentare 'offensiva Kerenskij' (“offensiva di luglio” o “offensiva della Galizia”; 1 - 19 luglio), l'azione italiana acquisiva, inoltre, un importante valore diversivo, contribuendo a immobilizzare lungo l'Isonzo importanti aliquote dell'esercito austro-ungarico (210 battaglioni e 1.400 pezzi d'artiglieria durante la decima battaglia dell'Isonzo e 250 battaglioni e 2.200 pezzi d'artiglieria durante l'undicesima). Il crollo delle truppe russe di fronte alla controffensiva della Sudarmee austro-tedesca e della 3° e 7° armata austro-ungariche (18 luglio) e l'avanzata di queste fino alla linea del fiume Zbruc (nell'attuale Ucraina), al confine fra la Galizia austro-ungarica e i territori dell'ex impero zarista, aggiunse ai preparativi per l'ennesima “spallata” di Cadorna un ulteriore senso d'urgenza. Questo senso d'urgenza è ampiamente enfatizzato, fra l'altro, nelle due conferenze interalleate di Parigi (25 luglio) e di Londra (7-8 agosto).

Sul piano concreto, la collaborazione fra i belligeranti rimase comunque limitata. Le richieste del Comando supremo italiano rimasero. di fatto, inevase. L'inizio della campagna britannica di Passchendacle, con il suo ambizioso obiettivo o di dare agli alleati il controllo completo delle Fiandre, pose, la parola “fine” a un dibattito destinato a riaprirsi dopo lo sfondamento di Caporetto. Alla vigilia dell'undicesima battaglia dell'Isonzo, la presenza alleata in Italia era, quindi, limitata - oltre che ai reparti della Croce Rossa - a dieci batterie di obici da 152 mm della Royal Garrison Artillery (schierate nella primavera precedente fra la zona del Vipacco e il vallone di Gorizia, a supporto dell’azione della III Armata da una parte verso  il Carso settentrionale, dall'altra verso l'Hermada e alle unità francesi ottenute da Cadorna. In seguito all'incontro del 25 giugno con il generale Foch a San Giovanni di Moriana: sei batterie da 155 mm e dieci batterie pesanti, oltre a dieci batterie di mortai pesanti britanniche. Tuttavia  essendo la fornitura di tali unità vincolata  al loro impiego in funzione offensiva, la postura di difesa a oltranza assunta dalle forze italiane dopo il 18 settembre portò alla richiesta, sia da parte francese, sia britannica, che esse fossero nuovamente – e immediatamente trasferite - sul fronte occidentale.

Questa richiesta avanzata alla vigilia dello sfondamento di Caporetio e nonostante i segnali che forze dell'Intesa stessero riposizionandosi in vista di una manovra offensiva sul fronte italiano - lasciò dietro di sé una scia di polemiche e risentimenti, soprattutto fra Cadorna e Robertson. che avrebbero finito per coinvolgere anche le rispettive Cancellerie. Dietro queste riposava, comunque, un'incomprensione di fondo. Agli occhi degli alleati, nonostante l'usura subita (circa 400.000 uomini fra morti e feriti dalla metà di maggio alla fine di settembre a fronte di 230/240.000 austro-ungarici), il Regio Esercito rimaneva, infatti, quello meno provato in termini umani e materiali. Questa convinzione, unita a quella (condivisa dell'Alto comando tedesco) che lo scontro decisivo sarebbe stato combattuto sul fronte occidentale, concorre a spiegare una scelta la cui conseguenze appaiono, in ogni caso, marginali rispetto alle evoluzioni successive. Più in generale, il coordinamento dello sforzo bellico appare il vero punto critico delle relazioni interalleate. Un punto critico che non sarà superato nemmeno con la costituzione del Comando supremo di guerra voluto da Lloyd George dopo Caporetto (conferenza di Rapallo. novembre) e che, al contrario, sarà reso più scottante dalla entrata in linea delle forze statunitensi, fra l'inverno 1917 e la primavera del 1918. Non a caso Washington, per rimarcare anche in questo campo il proprio status di Potenza associata, non avrebbe partecipato all'attività 'politica' del Comando e avrebbe limitato il proprio ruolo a un lasco coordinamento dell'azione militare.


Gianluca Pastori
Università Cattolica

domenica 7 febbraio 2016

LA TRASFORMAZIONE DELLA GRANDE GUERRA

di Massimo De Leonardis

Nel 1914 l'Europa era la «cittadella orgogliosa» all'apogeo del potere mondiale: controllava il 60% dei territori, il 65% degli abitanti, il 57% della produzione di acciaio, il 57% del commercio. Era consapevole e orgogliosa della sua missione civilizzatrice, della quale era parte rilevante l'opera delle missioni cattoliche, sostenute anche da governi laicisti come quello francese, sia pure per meri fini di prestigio e influenza politica. Tutto ciò fu distrutto con il «suicidio dell'Europa civile», come fin dal 1916 il Papa Benedetto XV definì la guerra, riprendendo poi l'espressione nella famosa nota dei l' agosto 1917 che conteneva anche l'altra più conosciuta, «inutile strage».

Causa scatenante della crisi fu l'assassinio a Sarajevo il 28 giugno 1914 da parte dei rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip, la cui mano fu armata da circoli dirigenti serbi, dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono Austro-ungarico, fautore di progetti di riorganizzazione dell'impero che avrebbe consolidato la fedeltà alla dinastia degli slavi del sud, tarpando le ali alla Serbia, che voleva invece essere il «Piemonte dei Balcani». Il 23 luglio Vienna inviò un ultimatum a Belgrado chiedendo una severa inchiesta e la punizione dei colpevoli. Ciò mise in moto un meccanismo diplomatico e militare che in poco più di dieci giorni precipitò nella guerra gran parte dell'Europa. Ciascun Paese ritenne fosse in gioco un proprio vitale interesse nazionale:

1. L'Austria-Ungheria non poteva perdere l'occasione di regolare i conti con la Serbia, che si poneva come punto di riferimento per gli slavi del sud all'interno dell'impero.
2. La Russia, protettrice della Serbia, non poteva lasciare campo libero nei Balcani alla sua rivale Austria-Ungheria.
3. La Francia non poteva abbandonare la sua alleata Russia, perdendo così l'occasione di riconquistare Alsazia-Lorena.
4. La Germania doveva appoggiare la sua unica alleata sicura, l'Austria-Ungheria, sperando anche che dichiararle il suo appoggio potesse servire a localizzare il conflitto.
5. La Gran Bretagna intervenne perché riteneva che la potenza dell'impero Tedesco stesse alterando l'equilibrio europeo, al quale era da almeno due secoli attenta; l'intervento britannico fu facilitato dalla violazione tedesca della neutralità del Belgio, necessaria per attuare il "piano Schlieffen".

Rimase inizialmente fuori dei conflitto l'Italia, pur alleata di Vienna e Berlino; rovesciando tale posizione entrerà in guerra nel 1915 al fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, dopo aver valutato i compensi che la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza sarebbero state disposte a prometterle per ottenerne rispettivamente l'entrata in guerra al loro fianco o la continuazione della neutralità. Come ebbe a dire il 18 ottobre 1914 il presidente dei Consiglio Salandra, assumendo l'interim dei ministero degli affari esteri dopo la morte del titolare Marchese di San Giuliano il supremo criterio ispiratore dei suo governo era il «sacro egoismo per l'Italia».

I vari Paesi si aspettavano una guerra breve, che non provocasse sconvolgimenti politici e sociali, come era stato per le guerre post-napoleoniche; inoltre essendo venuto meno da secoli il riconoscimento del supremo Magistero pontificio, non ci si poneva più la questione della liceità di una guerra. E evidente quindi che la Prima Guerra Mondiale scoppiò per ragioni classiche di politica di potenza. La diplomazia segreta di guerra, come gli accordi tra le potenze dell'intesa relativi agli Stretti ed al Vicino e Medio Oriente, spartito in zone d'influenza tra Gran Bretagna e Francia, rivela chiaramente le ambizioni imperialiste dei contendenti. Difficile trovare una contrapposizione ideologica tra autoritarismo e democrazia, in una contesa che vedeva la Russia zarista come pilastro della Triplice Intesa. Il progredire del conflitto, la necessità di giustificare con ragioni più nobili i sacrifici richiesti alle popolazioni e di motivare, come richiesto dagli Stati Uniti, gli "scopi di guerra" pubblici, la caduta dello Zar fecero sì che alla fine la propaganda dell'intesa presentasse il conflitto come una lotta tra le democrazie e gli Imperi autoritari, una lotta per le nazionalità "oppresse", contro il multinazionale Impero asburgico.

Da non sottovalutare poi la direttiva ideologica cara alla Massoneria internazionale: il risultato del conflitto doveva innanzi tutto essere la "repubblicanizzazione" dell'Europa e soprattutto l'abbattimento dell'unica Grande potenza cattolica, l'Impero asburgico. Come scrive lo storico ungherese François Fejtó, l'Austria-Ungheria, incarnava insieme monarchia e cattolicesimo [ ... ] il grande disegno [ ... ] era di estirpare dall'Europa le ultime vestigia deli clericalismo e del monarchismo». «La monarchia, la nostra monarchia, è fondata sulla religiosità [ ... 1 il nostro Imperatore è un fratello temporale del Papa, è Sua Imperiale e Regia Maestà Apostolica, nessun altro è apostolico come lui, nessun'altra Maestà in Europa dipende a tal punto dalla grazia di Dio e dalla fede dei popoli nella grazia di Dio». Così il polacco Conte Chojnicki parla al Barone von Trotta nel famoso romanzo La Marcia di Radetzky di Joseph Roth. Il Congresso Internazionale Massonico dei Paesi Alleati e Neutrali, riunito a Parigi il 28, 29 e 30 giugno 1917, inserì tra le sue risoluzioni le rivendicazioni italiane, cecoslovacche e jugoslave, che, avendo come fine la distruzione della Monarchia, furono inviate ai Governi alleati e neutrali. André Lebey, relatore del Congresso, condannò l'Austria-Ungheria, colpevole, a suo dire, di tenere legate a sé, con la forza, diverse nazioni.

Di lì a poco, la Germania prese la decisione cinica e di corte vedute di inviare Lenin in Russia, allo scopo di farla uscire dalla guerra, che il governo borghese nato dalla rivoluzione di febbraio intendeva invece continuare. La Russia si ritirò dal conflitto, ma furono poste le basi per la creazione del primo Stato comunista. Nello stesso anno entrarono in guerra dalla parte dell'intesa gli Stati Uniti, portatori di un programma di sovvertimento del tradizionale ordine internazionale e di ostilità alle monarchie. Sempre nel 1917, vero anno chiave della guerra, l'intesa pose o completò le basi dei tuttora insolubile problema del Medio Oriente, dividendosi in zone d'influenza tale area, ma allo stesso tempo da un lato fomentando la rivolta araba dall'altro promettendo agli Ebrei un "focolare nazionale".

La ricordata iniziativa di pace dei Papa del 10 agosto cadde nel vuoto, poiché mancavano le condizioni minime necessarie per una pace di compromesso. Dopo le immani perdite provocate dalle inconcludenti offensive degli anni precedenti, era difficile constatarne l'inutilità rinunciando ad una vittoria totale. Dal lato degli Imperi Centrali, la Germania non era disposta nemmeno alla restaurazione della piena sovranità dei Belgio ed alla restituzione dell'Alsazia e della Lorena alla Francia. Dalla parte dell'intesa, nei 1917 la Gran Bretagna era ancora eventualmente disposta a negoziare con l'Austria-Ungheria, ma non con la Germania, della quale voleva distruggere la potenza. Nel 1917 la guerra stava poi assumendo un carattere ideologico che escludeva soluzioni negoziate: la Massoneria internazionale voleva la distruzione dell'Austria-Ungheria e il Presidente Wilson pose le premesse di quella che oggi si chiama la guerra di regime change, rifiutando nell'ottobre 1918 di negoziare un armistizio con i governi imperiali di Berlino e Vienna. Comunque nessuno dei belligeranti, soprattutto dalla parte dell'intesa, era disposto a riconoscere al Papa un ruolo nel porre fine alla strage; con il Patto di Londra l'Italia aveva ottenuto dai suoi alleati che la Santa Sede fosse esclusa da qualunque voce in capitolo riguardo a negoziati di pace. In effetti, a tutti coloro che vinsero, o meglio credettero di aver vinto, la guerra apparve per nulla «inutile».


Come altri grandi avvenimenti della storia, si pensi alla Rivoluzione Francese, la Grande Guerra iniziò senza un esplicito programma rivoluzionario, che però si impose in corso d'opera. Il risultato fu una trasformazione radicale dell'assetto geopolitico dell'Europa: la scomparsa di tre Imperi (Austro-Ungarico, Russo e Tedesco), sulle cui ceneri si sarebbero installati i totalitarismi comunista e nazista, ponendo le premesse della Seconda Guerra Mondiale.