lunedì 10 aprile 2017

Mio Padre, ragazzo del 99 in guerra

Mio padre, Battista Giacomino, si trovava in Calabria per lavoro con mio nonno quando era stato convocato per la visita di leva, ed era perfin stato considerato renitente. In seguito si era presentato il 4 giugno del 1917 alla visita per delegazione a Cosenza, dove era stato dichiarato abile dal Consiglio di leva e arruolato in prima categoria.
Egli, nato il 31 maggio del 1899, aveva appena compiuto 18 anni.
Io non ho notizie sicure, ma penso sia tornato a casa sua, a Sale Castelnuovo (TO), per salutare la madre, i fratelli e le sorelle, prima d’andare al fronte, perché i soldati si radunavano a Ivrea, distretto dove giungevano i giovani da tutto il Canavese. Mio padre era stato assegnato al Quarto Reggimento Alpino, Battaglione Ivrea, il 18 giugno del 1917.
Dopo un primo addestramento per apprendere l’uso delle armi, i soldati venivano portati nel Veneto, verso il fronte in treno e continuavano l’addestramento riservato ai battaglioni per le manovre militari. L’equipaggiamento consisteva in: divisa, armi, comprese bombe a mano, baionetta, munizioni ed anche la maschera per difendersi dai gas velenosi che i nemici buttavano sui nostri campi. Gli ufficiali, usavano un protocollo rigido, cercando di preparare le truppe per poi portarle al combattimento in prima linea. Una propaganda retorica voleva che questi ragazzi, che non avevano nessuna ragione per uccidere un nemico sconosciuto, combattessero per fare più grande il nostro Paese e per un avvenire che tanti non avrebbero poi visto.
Nessuno si rendeva conto che sarebbe stata una guerra lunga, faticosa, diversa da quelle combattute fino a quel momento, che avrebbe annientato civili innocenti e portato tanti morti e feriti in tutto il mondo.
Il 16 settembre mio padre era in territorio di guerra e faceva parte del Settimo Reggimento Alpini, Battaglione Monte Pavione. In questo posto c’erano stati tanti combattimenti; egli, poi a casa, raccontava poco della guerra, ma una volta aveva parlato delle posizioni nemiche in alto, sulle montagne, con fortificazioni e mitragliatrici. Per i nostri soldati era difficile conquistarle, sotto tiro come si trovavano, arrivando dalle vallate.
Anche i nostri soldati avevano bombe a mano, ma mio padre diceva che bisognava fare molta attenzione perché se si gettavano subito, il nemico poteva nuovamente buttarle ai nostri, dato che l’esplosione tardava.
Anche con tutti questi problemi e gli attacchi pesanti, un giorno, i nostri alpini erano riusciti a conquistare una collina vicino al Monte Grappa. Il loro capitano aveva avuto parole di lode e voleva proporli per la medaglia d’oro, per questo aveva scritto tutti i nomi dei valorosi, per poterli poi premiare. Ma una bomba era arrivata vicino a loro e lo scoppio aveva ucciso il capitano facendo perdere il suo corpo e così non era stato possibile, per quei valorosi, alcun premio; fra quei ragazzi coraggiosi c’era anche mio padre.
Penso che questo episodio sia avvenuto l’11 dicembre del 1917, perché in quella data c’era stato un lungo combattimento ed il suo capitano era morto.
Il fronte della guerra, dopo Caporetto, si era spostato dall’Isonzo alla linea del Piave e sul Grappa, i giovani combattevano con coraggio, tanto da meritare l’elogio del nemico che aveva riconosciuto l’ardimento dei soldati italiani.
Le battaglie erano tante e il 13 dicembre un’altra, molto sanguinosa; gli alpini erano andati all’assalto di corsa, e anche mio padre era corso incontro al nemico, senza sapere che da allora non avrebbe mai più potuto correre, dato che in questo combattimento era stato ferito da una bomba al ginocchio sinistro e al costato.
Senza potersi muovere aveva dovuto nascondersi in mezzo ai morti, con i tedeschi che passavano e finivano con un colpo di baionetta o con le mazze i feriti che erano a terra.
Era riuscito a salvarsi, ma era passato tanto tempo prima che qualcuno l’avesse poi soccorso e, caricato su un mulo, portato fino all’ospedale da campo di Crespano.
Lì era stato medicato, ma l’infezione al ginocchio aveva compromesso l’articolazione che era rimasta offesa e inservibile.
Il 9 gennaio del 1918 era stato trasferito all’ospedale militare di Pavia.
L’8 agosto era stato mandato in licenza straordinaria, così era tornato a casa vivo, ma a 19 anni mutilato e senza lavoro, primo di cinque figli, in un paese di montagna dove il mestiere del contadino comportava
tante fatiche e pochi denari perfino a chi era sano, figuriamoci a lui che aveva problemi nei movimenti e
ferite che l’hanno fatto soffrire per tutta la vita!
Mio padre aveva avuto qualche decorazione: la croce al merito di guerra, la medaglia in ricordo della guerra 1915-18 e la medaglia degli alleati.
A casa non si parlava della Prima guerra mondiale che aveva combattuto, egli diceva: “È qualcosa che non si può raccontare!..”. E non poteva guardare i film sulla guerra: “Non sanno ciò che vuol dire essere in guerra!”.
In effetti i governanti avevano portato in rovina un Paese causando povertà e lutti in tante famiglie.
Mio padre, Ragazzo del ‘99, in guerra

Rita Giacomino, Torino

lunedì 3 aprile 2017

Quando la guerra si fa più cinica e spietata

C’è chi può credere che la prima guerra mondiale differisse in modo meno peggiore dalla seconda. Si pensa che dal 1914 gli eserciti si combattessero con un senso più marcato dell’onore e con un rispetto maggiore del nemico. Ciò in quanto tra gli antagonisti non vi erano ancora i nazionalsocialisti e i bolscevichi sovietici.
Certamente le due dittature recitarono ruoli che arrivavano dalla follia delle rispettive ideologie e dall’umore dei capi che detenevano le leve del comando.
Non per nulla la seconda guerra mondiale nasce dalla reazione dell’Inghilterra e della Francia contro la Germania, nonostante l’accordo di questa con l’Unione Sovietica per invadere e spartirsi la Polonia.
Evidentemente inglesi e francesi ritennero eccessivo il loro sforzo bellico qualora diretto anche contro il colosso russo e malgrado i due invasori apparissero gareggiare su chi commetteva i delitti e i genocidi più infami.
Ma torniamo alla prima guerra mondiale e, senza soffermarci sull’uso dei gas asfissianti, apprendiamo che il padre di Rita Giacomino, vedi la testimonianza che segue, Battista, ferito nell’assalto degli alpini il 19 dicembre 1917, era rimasto ben immobile in mezzo ai morti perché i tedeschi, ritenendolo vivo, non lo finissero con le baionette o a colpi di mazza.
Battista poi, rimasto invalido al ginocchio, a casa non raccontava mai di quei momenti terribili e neppure assisteva ai film di guerra, sostenendo che chiunque
non vi avesse partecipato non avrebbe potuto capire tanta tragedia.
Per fortuna non sempre è stato così e nostro padre avviatosi nel giugno del 1940, nei primi giorni di partecipazione al conflitto dell’Italia, alla ricerca sul fronte occidentale di soldati della sua compagnia, non rientrati, ferito dal fuoco francese, era stato soccorso dal nemico e, trasportato in un loro ospedale, operato, salvato e in seguito trasferito all’ospedale militare di Torino. Pure lui entrava a far parte della schiera degli invalidi, ma non ci avrebbe quasi mai parlato neanche della prima guerra mondiale, alla quale aveva preso parte da giovanissimo.
La guerra rimane in ogni caso un evento orribile e da noi, in famiglia, si è sempre condivisa la tesi giolittiana di un tentativo ostinato di accordo con l’Austria sulle terre irredente, che ci avrebbe evitato quella che la saggezza di Benedetto XV definì un’«inutile strage».

Vincenzo Pich
Unione delle Ass.ni piemontesi nel mondo, Torino

lunedì 27 marzo 2017

I costi della Grande Guerra Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori - II parte

Il lavoro della Commissione sarà complesso e tormentato. Saranno sostituiti presidenti, molte le resistenze, "al limite del boicottaggio, costituirono un ostacolo oggettivo spesso insormontabile.
Il fatto apparve ancora più grave quando la Commissione parlamentare cercò di comprendere quante commissioni ministeriali fossero state costituite e avessero funzionato appena prima, durante gli anni di guerra e subito dopo. I risultati furono impressionati: i ministeri ne dichiaravano complessivamente 90 e la Commissione parlamentare ne scoprì 297. Per i funzionari ministeriali e per i consulenti le commissioni rappresentarono l’Eldorado nel quale le loro competenze e compresenze erano infinite” (V. Gigante, cit., 41).
Si parte di tante e svariate e tra loro disparate commissioni che solo se fossero onniscienti, e solo se potessero disporre di un tempo dieci volte maggiore di quello che è a disposizione di ogni mortale potrebbero attender con coscienza agli incarichi assunti. Vi sono commissioni la cui inutilità sorge dalla loro stessa denominazione e la cui efficienza induce semplicemente al riso” (Relazione generale. 37).
Un commento: “il proliferare di inutili e costose commissioni mostra la farraginosità della burocrazia della Pubblica amministrazione e ne segna anche la vulnerabilità, dalla negligenza degli omessi controlli fino alla conclamata corruzione” (V. Gigante, cit. 42).
“Emerge un quadro impietoso, in base al quale la cupidigia e la spregiudicatezza di tanti imprenditori e intermediari privati coinvolti (le cui innegabili responsabilità, con buona pace della Confindustria e dei suoi difensori e sostenitori, ben risaltano di volta in volta nelle indagini sui singoli contratti) poterono incontrare il successo auspicato grazie alla connivenza di gran parte dei responsabili delle pubbliche amministrazioni (senza tanto distinguere tra politici e funzionari) a sua volta resa possibile da strutturali carenze organizzative (aggravate dal venir meno delle norme di controllo contabile)” (F. Mazzonis, Un dramma borghese. Storia della Commissione parlamentare d’inchiesta, in C. Croccila-F. Mazzonis (a cura di) L’inchiesta, cit.. 225).
Da notare il “venir meno del controllo contabile”, la deroga utilizzata in tutte le emergenze, la porta aperta per ogni possibile illecito.
Corruzione, improvvisazione, imperizia. Le vicende iniziano nel 1914 con i primi approvvigionamenti di materiali. Un caso emblematico e quello di muli e cavalli sul mercato degli Stati Uniti. Gli ufficiali incaricati si recano in America, i più non conoscono la lingua inglese e in ogni caso non sono in grado di leggere e capire contratti e clausole. Gli incaricati decidono di non appoggiarsi all’Ambasciata italiana ma di muoversi autonomamente. Ricorrono a mediatori e a sensali italoamericani di dubbia moralità di cui diversi appartenenti della criminalità. I risultati sono disastrosi. Prima della partenza, a causa del mancato acclimatamento, più della metà dei cavalli muore. Sopravvivono cavalli bolsi e vecchi fisicamente inadatti all'uso militare. Le navi utilizzate per il trasporto erano inadeguate, spesso vecchi rottami, come nel caso della Evelyn che si incaglia nei fondali dell’Oceano Atlantico e che per disincagliarsi sacrifica 900 cavalli, gettati a mare.
L’Ilva e l'Ansaldo. La prima imponeva i prezzi che desiderava e, libera dalla concorrenza straniera, si era impegnata in una estesa campagna di finanziamento di giornali e talvolta di acquisto degli stessi. L’impegno economico aveva scopi strategici capaci di garantire di fatto il pieno controllo dei mezzi di informazione. L’elenco dei giornali finanziati è impressionate: 221 testate nazionali, locali e straniere con contributi in due anni dalla fine del 1917 e la fine del 1919 di ben 4 miliardi.
Si legge nella relazione finale della Commissione: "l’acquisizione delle azioni delle società editrici di molti giornali, nelle diverse città d'Italia non fu certamente compiuta per collocare in imprese redditizie dei milioni rimasti inoperosi ed infruttuosi nelle casse dell’Uva: bisognava aumentare intorno alla società, che viveva e prosperava a spese dello Stato, il coro delle voci dei grandi giornali ed il plauso compiacente dei piccoli, della platea. Bisognava, mediante la sapiente propaganda giornalistica, persuadere l’opinione pubblica del paese che la siderurgia è un dono offerto dalla provvidenza alla nostra vita nazionale... (I rapporti dello Stato con la società Ilva. in Camera dei deputati. Atti parlamentari. XXL Relazioni della Commissione parlamentare delle spese di guerra. 233).
E in questo contesto di sovraesposizione mediatica che l’
Ilva ha avanzato richieste di liquidazione di pagamenti infondati o irregolari. A guerra finita lo Stato, che pure era in credito, si sentì richiedere ben 131 milioni.
E non è stato un caso isolato. "Disorganizzazione, incompetenza, negligenza” in ogni settore. Anche l'Ansaldo non fu estranea ad illeciti. In particolare avendo venduto le stesse armi (cannoni) due volte. Fu per "pura distrazione”, si disse, e la società ammise la frode e restituì 9 milioni di lire. Anche nel settore aeronautico ci furono “irregolarità”, sia per la Caproni che per la FiatSia. La prima ricevette somme per aerei mai consegnati, la seconda ebbe somme per aerei inadatti al volo ma regolarmente pagati.
Anche in materia di forniture si ebbero sprechi e illeciti, come nell’acquisto di trattori, vecchi rottami inadatti ai terreni italiani. Scadenti erano le scarpe, il vestiario, le coperte, inservibili e pagate a caro prezzo. Un caso emblematico quello del panno grigioverde che avrebbe dovuto avere caratteristiche idrorepellenti. Invece il tessuto era scadente e si imbeveva di acqua.
Insomma la corruzione dilagò sovrana. Neppure Mussolini mandò avanti la Commissione d'inchiesta. Forse alcuni degli industriali coinvolti avevano finanziato il suo movimento, insomma si fece di tutto perché non venisse alla luce "quel mondo di vaste e ramificate collusioni e di giganteschi sperperi in cui sono state ampiamente coinvolte fette consistenti delle classi dirigenti e della pubblica amministrazione (compresi i militari)” (F. Mazzonis. Un dramma borghese. Storia, cit.. 209-4).
Insomma, una storia ignobile accanto ad eroismi ed a sacrifici inenarrabili di quanti nelle trincee combatterono per l’onore della Patria e della Bandiera, bagnati fino all’osso perché qualcuno aveva fornito panno grigioverde inadatto e qualche altro aveva chiuso un occhio e pagato somme non dovute, certamente intascando una ricca “provvigione”.
Salvatore Sfrecola

Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione. Roma

lunedì 20 marzo 2017

I costi della Grande Guerra. Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori - prima parte

di Salvatore Sfrecola, Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma

Abituati a pensare alla Grande Guerra come ad uno scontro di popoli e di eserciti sullo sfondo di una ridefinizione della geografia dell’Occidente e della mappa delle potenze europee ed a considerare soprattutto l'importanza delle operazioni militari e le gesta di generali e soldati, tendiamo a dare poco rilievo all'economia, cioè ai costi della guerra, alla acquisizione delle risorse necessarie, ai prestiti interni ed internazionali, alle imposte ed alle tasse con le quali è stato alimentato il bilancio dello Stato. e ancora alla regolamentazione dei consumi ed alla disciplina dei prezzi che ha interessato le popolazioni civili, in sostanza alle condizioni di vita di chi non era al fronte ma doveva contribuire, affrontando gravi sacrifici, all'impegno della Nazione in guerra.
La guerra ha avuto costi altissimi. Tuttavia non sono solamente questi i costi finanziari. Perche vanno considerate in primo luogo le perdite umane. ingentissime, ed i connessi oneri per l'assistenza degli invalidi, degli orfani e delle vedove, gli oneri per la ricostruzione delle infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, distrutte dalle operazioni militari, la riconversione dell’industria bellica. Per non dire del disagio e dei disordini sociali dovuti alle rivendicazioni di chi era al fronte ed ha perduto le attività professionali coltivate con personale sacrificio ma anche di coloro che si sono impegnati nelle fabbriche a guerra finita in fase di riconversione ed hanno perduto il lavoro.
Ogni calcolo è. dunque, necessariamente parziale ed inadeguato, come dimostra la varietà delle cifre che si leggono nei libri, anche perché i costi globali della guerra vanno depurati degli oneri ordinari, quelli che lo Stato avrebbe comunque dovuto sostenere anche in tempo di pace. Non tutti i costi, inoltre, sono stati registrati nelle contabilità dello Stato e degli enti pubblici.
Accanto ai costi “ordinari”, ingenti ma legittimamente pagati, vanno calcolati quelli conseguenti agli illeciti. che come sempre, e dovunque, sia pure in misura diversa, hanno soddisfatto interessi privati indebiti, a cominciare da quelli della grande industria. Guadagni andati spesso oltre il dovuto, essendosi instaurato un meccanismo di “corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate attraverso merce non consegnata, ma fatturata: merce avariata o scadente: merce pagata più volte: merce pagata tre o quattro volte
Il valore di mercato” (V. Gigante - L. Kocci - S. Tanzarella. La grande menzogna, Il Giornale - Biblioteca storica. 2015. 36). E’ stato accertato, infatti, che sul debito prodotto dai costi della guerra, che peserà per decenni sulla vita della Nazione, molto ha influito la corruzione.
“Si può dire che non vi fu nella vita dell'Italia un fenomeno corruttivo di pari dimensioni se non forse per la ricostruzione del terremoto dell'Irpinia 1980''(Ivi).
Il fatto è che, finita la guerra, la vittoria ed il successivo cambio di regime hanno messo la sordina su questi scandali.
Il coinvolgimento negli illeciti di vasti settori dell’amministrazione civile c militare rese difficile l’avvio delle indagini, così il materiale è rimasto per molto tempo accantonato e soltanto all'inizio degli anni ‘90 raccolto, catalogato e inventariato ha dato luogo al primo studio complessivo su una selezione del materiale disponibile sulla base di un lavoro pubblicato dalla Camera dei deputati (C. Croccila - F. Mazzonis (a cura di). L’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra ( 1920-1923), voi. I-III, Camera dei deputati. Roma 2002). È solo uno stralcio del grande materiale disponibile. Significativi, alcuni passaggi del famoso discorso del 12 ottobre 1919 con il quale Giovanni Giolitti, parlando a Dronero, si era impegnato ad affrontare il problema. Partendo dai costi della guerra, dal valore economico delle vittime. “Valutando a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel pieno del suo vigore un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all'anno. Vengono in seguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di 20 miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese: il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiari, approvvigionamenti automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.: il valore degli impianti per industria di guerra non utilizzabili per industrie di pace: le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte guerra: la distruzione di oltre la metà della marina mercantile: la rovina del materiale ferroviario, l'abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia: le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni: la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà: la grande diminuzione del patrimonio forestale: la scomparsa quasi totale di importazione d'oro da parte di forestieri e migranti, il disastroso rialzo del costo della vita, per la mancata produzione e della svalutazione della moneta. Non e possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano” (Discorso di S.E. Giovanni Giolitti pronuncialo in Dronero il 12 ottobre 1919 agli elettori della provincia di Cuneo. Tipografia Artale, Torino, 1919. 13-14).
Tutto questo va aggiunto al costo per la finanza dello Stato che si legge nel l'esposizione fatta dal Ministro del Tesoro alla Camera dei deputati il 10 luglio 1919. Cifre di tutto rispetto, le quali segnalano che al 31 maggio 1919 i debiti contratti per la guerra ammontavano a 64.166 milioni; a questi vanno aggiunti 8.378 milioni per le spese di guerra dell’escrcizio 1919-20 ed ancora 6 miliardi di debiti che il governo prevede di dover contrarre all'estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio (1919) sicché, spiega Giolitti a commento di quelle cifre, nei 12 mesi dal
1 luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato sette mesi dopo la firma dell'armistizio, “noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti. Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio” (Ivi, 14-15).
Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque l'Italia alla fine del 1919 ha un debito di 94 miliardi.
Torniamo alla corruzione, a quella “crudele e delittuosa avidità di denaro - sono ancora parole di Giolitti - che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese: a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture condanno dei combattenti: e a giunger fino all'infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito. La Camera nuova sentirà certamente la voce del Paese, che reclama giustizia” (Ivi. 21 -22).

Tornato al governo il 24 giugno 1920 Giolitti presenta un disegno di legge che istituisce la Commissione parlamentare d'inchiesta per le spese di guerra. L'iter parlamentare sarà breve ma si cercherà con ogni mezzo di limitarne i compiti.

lunedì 13 marzo 2017

Il 1916 in Medio Oriente


di Giovanni Parigi, Università degli Stadi di Milano


Il Medio Oriente, insieme al fronte occidentale e a quello orientale, fu il terzo grande fronte della Prima Guerra Mondiale. Il conflitto investì l’est dell’Anatolia, il Caucaso, la Mesopotamia. Suez, il Sinai, la penisola Arabica e la Palestina, per poi arrivare sino a Baghdad e Damasco. Però, a differenza dei fronti europei, oltre che un conflitto tra  imperi e fra stati, fu anche un conflitto tra popoli, come arabi, turchi, curdi e armeni.
Nel 1916. sul fronte Occidentale, si verificarono tre delle più grandi battaglie della guerra: Verdun, la Somme e lo scontro navale dello Jutland. Senonché. nessuna di queste battaglie ebbe un esito decisivo. Anche sul fronte orientale, nonostante gli iniziali successi dell'offensiva del generale Brusilov, il 1916 non fu un anno di svolta.
In Medio Oriente invece, nel medesimo anno, oltre ad una serie di battaglie comunque non decisive, si verificarono eventi che impressero poi una svolta al conflitto. Infatti, sul Sinai i turchi lanciarono una seconda grande offensiva diretta a conquistare il canale di Suez o, addirittura, arrivare al Cairo: però, i britannici resistettero e contrattaccarono avanzando in Palestina. Qui furono fermati sulla linea fortificata di Gaza, e questo stop spinse gli inglesi a riorganizzarsi, facendo affluire rinforzi e passando il comando al generale Allenby. Invece in Mesopotamia, risalendo il Tigri, i britannici furono fermati ad Al Kut, dove circondati subirono una gravissima sconfitta ad opera dei turchi e delle milizie tribali.
Intanto, sul fronte caucasico, i russi otterranno qualche successo prendendo Erzurum e Trebisonda, e poi attestandosi a Erzincan.
Senonché, nel 1916 in Medio Oriente si verificarono anche due eventi - uno militare e uno politico - di portata storica le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Da un lato, infatti, fomentata dagli inglesi scoppiò la Grande Rivolta Araba, dall'altro Londra e Parigi conclusero un accordo segreto, noto come accordo “Sykes-Picot” per la spartizione del Medio Oriente, una volta terminata la guerra.
Infatti, lo sceicco hashemita della Mecca Hussein era stato allettato dalle vaghe promesse dell’Alto Commissario britannico in Egitto, sir Mc Mahon, in merito alla futura creazione di un grande regno arabo che sarebbe sorto dalle ceneri dell’Impero Ottomano. Di conseguenza, anche grazie alla presenza dell’agente inglese Lawrence d’Arabia, si decise a radunare una annata tribale, e insieme ai figli Abdullah e Faisal, di attaccare gli ottomani; dopo un iniziale insuccesso a Medina, nel luglio del 1916 cadeva la guarnigione ottomana della Mecca e lo sceicco successivamente si impadronì del porto di Gedda, strategico perché permise l’arrivo di consistenti rifornimenti britannici provenienti dall’Egitto. I contrattacchi del comandante ottomano Fakhri Pasha. che manteneva forze consistenti a Medina, furono altresì sconfitti grazie all’appoggio aereo-navale inglese.
Nel frattempo, francesi e inglesi stavano negoziando in segreto le reciproche sfere di influenza in Medio Oriente, dove peraltro non prevedevano affatto la nascita del grande stato arabo per cui lo sceriffo Hussein stava combattendo. E da notare che, all'inizio delle trattative, era previsto che anche i russi dovessero ottenere una ampia fascia di territorio nel nord-est della penisola Anatolica; però poi la Rivoluzione bolscevica fece decadere ogni relativa ipotesi.
Furono dunque il britannico Sykes ed il francese Picot a tracciare i confini attuali degli stati del Medio Oriente, ma lo fecero secondo le esigenze di controllo e influenza di Parigi e Londra, e non certo tenendo conto della complessa realtà sociale, religiosa ed etnica mediorientale.
Fu Sykes che, nel dover trovare un confine tra la zona d’influenza britannica e quella francese, guardando una cartina del Medio Oriente disse “Vorrei tirare una riga dalla “i” di Acri all'ultima “k” di Kirkuk. Forse, questa frase basta da sola a spiegare le origini profonde degli attuali conflitti etnici e settari in Turchia, Siria, Iraq, Libano, Palestina e Israele.
Per inciso, alla fine lo sceicco Hussein ebbe un suo regno, ridimensionato a parte della penisola Arabica; il suo regno però durò poco, infatti gli fu strappato da un altro sceicco arabo Abd al Aziz ibn Saud, che nel 1932 si proclamò re dell'Arabia Saudita. Quanto ai figli dello sceriffo, Abdallah diverrà il capostipite della dinastia hashemita tutt'ora regnante in Giordania; suo fratello Faisal, invece, dopo essersi autoproclamato re di Siria, ne sarà cacciato dai francesi. Sarà poi "ripescato” dagli inglesi che lo insedieranno quale re di Iraq.



domenica 5 marzo 2017

Il governo debole e l'"uomo forte"



Damiano Palano, Universi Cattolica 

Già alla vigilia della Prima guerra mondiale il vecchio blocco politico giolittiano aveva in larga parte smarrito il controllo del «Paese reale», senza che però fosse contemporaneamente emerso un nuovo blocco, capace almeno temporaneamente di stabilizzare il sistema. Se l'ingresso in guerra, come ha scritto Antonio Varsori, «fu in qualche modo la sconfitta del ‘sistema giolittiano'», è infatti «difficile sostenere che esso fu la vittoria di Salandra e dei liberali consenatori», perché «troppo diviso era il fronte antigiolittiano creatosi nelle giornate 'radiose' maggio 1915». L’eterogeneo fronte interventista si dimostrò infatti sin dai primi mesi di guerra estremamente fragile al proprio interno e politicamente debole, specialmente dopo che l'attesa di una di una rapida vittoria prese a scontrarsi contro la realtà della guerra di posizione. Ma la debolezza del governo guidato da Antonio Salandra fu enfatizzata anche dai conflitti con i vertici militari, in ordine a questioni tutt'altro che marginali. Già negli anni che avevano preceduto il conflitto mondiale i rapporti tra la classe politica liberale e gli ambienti militari erano stati piuttosto problematici, se non addirittura conflittuali, non tanto per il forte legame esistente tra le forze armate e la Corona, quanto per l'evidente - talvolta persino ostentato - disinteresse di molti uomini di governo per le questioni strettamente militari. Il generale Cadorna, fin dal 1908, aveva d'altronde precisato che, in caso, di guerra, avrebbe assunto il comando solo a condizione che gli fosse concessa una piena libertà d'azione nella preparazione e nella conduzione delle operazioni. .Via la situazione cambiò nel momento in cui divenne chiaro che la guerra si sarebbe protratta ben oltre le iniziali previsioni.
La prima rilevante incrinatura nella fiducia concessa a Cadorna emerse infatti nel dicembre 1915, quando le operazioni militari furono sospese senza che Gorizia fosse stata conquistata. Nel gennaio dell'anno seguente il ministro della Guerra, generale Zupelli, espose al Consiglio dei ministri un piano alternativo, che avrebbe consentito di isolare Trieste. A seguito dei rilievi avanzati da Zupelli, il Consiglio dei ministri formulò inizialmente la proposta di affiancare a Cadorna un Consiglio di difesa, composto da civili e militari, che però era un organo previsto solo in tempo di pace. La costituzione in tempo di guerra di un simile comitato avrebbe così richiesto uno specifico decreto, che non Hi però mai approvato, probabilmente perché ciò avrebbe comportato le immediate dimissioni di Cadorna. Salandra non nascose al sovrano la gravità della situazione che si era andata delineando, e «Tutti gli ufficiali che sono venuti dal fronte», scrisse per esempio in una lettera al re del 30 gennaio 1916, «hanno diffuso l'impressione che ricominciare, come pare si prefigga il Comando supremo, prcss'a poco negli stessi luoghi e nelle stesse forme, l'attacco alla linea dell'Isonzo sia come dare della testa al muro». In realtà il piano di Zupelli non ottenne un sostegno da parte del governo e fu rapidamente accantonato. Prendendo atto dell'ostilità dell'esecutivo nei suoi confronti, Cadorna iniziò però a organizzare una vera e propria campagna giornalistica - a dir poco celebrativa della figura del generale - che doveva sostenerlo nella battaglia contro Zupclli e che si valse per esempio delle firme di Ugo Ojetti e Luigi Barzini.
Alla fine del mese di febbraio il contrasto raggiunse il punto culminante, perché Cadorna - anche a seguito degli insuccessi delle operazioni italiane in Albania, di cui proprio Zupelli era stato sostenitore, contro il parere del capo di stato maggiore - chiese al presidente del consiglio l'allontanamento del ministro della Guerra. Dopo pochi giorni, il 9 marzo, Zupelli abbandonò effettivamente l’incarico di ministro della Guerra, sostituito dal generale Morrone. E proprio l'esito dello scontro certificò - anche agli occhi dell’opinione pubblica - che Cadorna si collocava in una posizione di sostanziale supremazia dinanzi all'esecutivo. 1 dissidi tra vertici militari e politici, rimarginati dalla nomina di Morrone, dovevano riaffiorare circa due mesi dopo, quando, il 15 maggio 1916, gli austriaci diedero l'avvio alla Strafexpedition, avanzando in territorio italiano.
Anche in questo caso, la proposta del governo di convocare un consiglio comprendente, oltre ai ministri coinvolti, i generali Cadorna, Porro e i comandanti delle armate, fu respinta, sempre nel timore che una forzatura avrebbe provocato le dimissioni del capo di stato maggiore. All'inizio del mese di giugno le gravi ripercussioni che la violazione dei confini nazionali andava producendo presso l'opinione pubblica indusse però il governo a valutare seriamente l'ipotesi di sostituire Cadorna. Ciò nonostante, il Consiglio dei Ministri deliberò all'unanimità di lasciare il generale al suo molo.
In quel momento Salandra stava d’altronde già per uscire di scena, e la composita coalizione che lo aveva sostenuto al momento dell'entrata in guerra si era ormai dissolta. Il fronte degli interventisti - tenuto insieme soprattutto dall'anti-giolittismo e composto da conservatori, liberali nazionali, nazionalisti, democratici, mazziniani, anarcosindacalisti, anarchici - era evidentemente troppo eterogeneo per reggere dinanzi agli sforzi di una guerra di posizione. Ma il nuovo esecutivo, presieduto dall'ormai anziano Paolo Boschi, pur potendo contare sull'appoggio di un'«unione nazionale», non si rivelò né più forte, né più energico del precedente. Come ebbe modo di rilevare sarcasticamente Francesco Saverio Nitti, «era il ministero della debolezza che simulava la forza».
La presenza nel governo di Leonida Bissolati, ministro senza portafoglio ma incaricato di fatto di formare una sorta di collegamento tra il governo e il Capo di Stato Maggiore, fu però all'origine di tensioni piuttosto rilevanti. Nel corso del primo anno di guerra, gli interventisti non avevano esitato a celebrare in Cadorna l'«uomo forte», contro le esitazioni di un governo debole. Ma quando Salandra rassegnò le proprie dimissioni da Presidente del Consiglio, l'atteggiamento degli ambienti più radicalmente interventisti stava già cambiando, perché, in seguito al trauma della Strafexpedìtion, Cadorna stava incominciando a perdere buona parte del proprio prestigio. Già dalle primissime fasi della guerra, il Generale aveva guardato d’altronde con molto sospetto quei deputati che si erano arruolati ufficiali e che, in zona di guerra, potevano rivelarsi potenzialmente come ‘controllori politici' dell'autorità militare. E proprio questo atteggiamento doveva condurre Cadorna a diffidare fin dall'inizio del ruolo di Bissolati. Quest'ultimo, espulso dal Psi nel 1912, allo scoppio della guerra si era arruolato nell'esercito, a dispetto della sua non più giovane età. Insieme a Benito Mussolini rappresentò così agli occhi dell'opinione pubblica la componente più nota dell'interventismo ‘rivoluzionario’, un fronte piuttosto eterogeneo che però aveva assunto un molo politico significativo in occasione della formazione del ministero Boselli. E forse anche per questo Cadorna rifiutò in termini netti, nell'agosto 1916, di riconoscere a Bissolati un qualsiasi ruolo di intermediazione. La posizione di Bissolati nei mesi seguenti fu però minata dal processo contro il colonnello Giulio Douhet, perché risultò evidente che il militare – nel mese di ottobre condannato per avere redatto un memoriale 'anticadorniano' - aveva avuto frequenti contatti con il ministro.
Contro Bissolati si avviò dunque una energica campagna stampa, che sancì la sconfitta del tentativo del governo Boselli di esercitare un seppur minimo controllo dell'attività del Comando supremo. Come ha scritto Piero Melograni, Cadorna «aveva dimostrato ancora una volta di possedere un'energia ben diversa da quella della maggioranza dei politici del suo tempo: di essere, in altre parole, ‘l’uomo forte’ della situazione». Nel corso della prima metà del 1917 la posizione degli interventisti venne d'altronde a convergere nuovamente con quella del capo di stato maggiore, soprattutto in ordine alla convinzione che fosse necessario combattere i «nemici interni». Nel clima creatosi in seguito alle notizie della rivoluzione russa, gli interventisti iniziarono infatti a guardare con sempre maggiore insistenza a Cadoma e al «governo di Udine» come a un'alternativa auspicabile. E i sospetti che nella primavera del 1917 presero a circolare intorno alle «aspirazioni dittatoriali» del Generale non fecero che acuire la diffidenza reciproca, rendendo sempre più problematici i rapporti tra il governo e i vertici militari.



domenica 26 febbraio 2017

E la cronaca scopre la guerra

di Giorgio Guaiti, Giornalista e scrittore, Milano

Bombe sulle città


Bombe austriache su Treviso (foto trovata in rete)
Si chiamava Giuseppe Crippa. Aveva 31 anni e faceva il calzolaio a Monza. Il suo destino, purtroppo, era quello di passare alla storia come una delle prime vittime di un bombardamento aereo.
La mattina del 14 febbraio 1916, poco dopo le 9, era nella sua bottega, a due passi dalla chiesa di San Biagio, quando un solo aereo austriaco cominciò a lasciar cadere le poche bombe che gli apparecchi dell’epoca erano in grado di trasportare: un paio finirono fra orti e campi, una sulla caserma dei Carabinieri, senza però provocare grandi danni, una nel recinto della Cappella Espiatoria e una proprio sull’edificio in cui si trovava il giovane artigiano, uccidendolo sul colpo.
La sua storia è raccontata dalle pagine de II Cittadino, storico settimanale monzese, che il 17 febbraio, sotto il titolo “Vandali!” diede voce all’indignazione di Monza e di tutta la Lombardia per le bombe, che, nella mattina di San Valentino, avevano colpito anche Milano, Bergamo e Treviglio. “Non bastavano alla malvagità dei nostri avversari - si legge sulla prima pagina – i lutti profondi che le moderne e potenti armi disseminano nelle file degli eserciti combattenti, occorreva far sentire la brutalità della guerra pur  rammezzo alla popolazione civile: fra questa popolazione che non aveva fin qui ansie che pei figliuoli e fratelli lontani”. “E sia. La popolazione monzese, come quella di Milano e come le altre già provate, non si è affatto lasciata sgomentare dalla minaccia che per una buona mezz’ora le incombeva, ma è accorsa  remurosa e solidale, in uno slancio di fraterna solidarietà, laddove più gravi erano le notizie dei danni”.
La notizia era già stata riportata il 15 febbraio sulle prime pagine di tutti i giornali italiani e da molti  quotidiani stranieri (New York Times compreso): 12 morti a Milano (saliranno a 18 nei giorni successivi), due a Monza (a Giuseppe Crippa, dopo una breve agonia, si aggiunse Maria Galliani, di 36 anni), decine di feriti a Bergamo e a Treviglio. Per una volta a raccontare il dramma della guerra non erano però i corrispondenti dal fronte, ma i giornalisti fino ad allora impegnati nelle normali cronache cittadine. “lncursione di areoplani austriaci sulla Lombardia. Bombe su Milano, Monza Treviglio e Bergamo. Morti e feriti fra la popolazione civile” titola in prima pagina il Resto del Carlino. E nel testo si assiste ad una originale (forse unica) collaborazione fra tre testate normalmente in aspra concorrenza. “Il Secolo e il Corriere della Sera - scrive il quotidiano bolognese - pubblicano i seguenti particolari sull’incursione degli aeroplani austriaci.
Questa mattina verso le 7 e 30 venivano segnalati dai posti di osservazione due apparecchi nemici. Un Albatros e un Taube che si dirigevano sulla città” e “si librarono anche su Greco, Turro, Sesto San Giovanni e Monza”. Le bombe cadono a Porta Volta, Porta Romana e Porta Venezia. “Nelle scuole comunali e alle medie - scrive ancora il cronista - furono fatti uscire immediatamente gli alunni e le alunne dalle aule e fatti rifugiare nei piani inferiori. I maestri e i professori mostrarono un contegno ammirevole”. Poi spazio ai nomi dei morti e dei feriti, al discorso del sindaco Caldara e alla denuncia di un’azione dal chiaro sapore  strategico: colpire le città non tanto per provocare danni materiali, quanto per seminare il panico.
Le bombe sui centri urbani non erano una novità assoluta: dall’inizio dell’anno erano già state colpite città del Veneto e della costa adriatica, che continueranno ad essere gli obiettivi privilegiati degli aerei imperiali. Rimarranno però casi piuttosto rari nell’intero corso del conflitto. Così, all’indomani del bombardamento, le prime pagine dei giornali tornano ad essere occupate dalle cronache dal fronte, a cominciare dai resoconti della battaglia di Verdun.
Tre mesi dopo a prendere spazio sono gli articoli su quella che passerà alla storia come Strafexpedition. Le prime notizie compaiono sul Corriere della Sera del 17 maggio con il titolo: “L’offensiva austriaca s’inizia nel Trentino” e soltanto il 27 maggio si comincia a parlare di “Austriaci respinti a Coni Zugna e in Valsugana”, ma si dà anche notizia di una “Accanita lotta sull’Altipiano di Asiago”. Il 3 giugno sono i “Sanguinosi scacchi inflitti al nemico” a tenere banco, per lasciare posto,  il 4 giugno, ad un più definitivo “L’offensiva austriaca nettamente arrestata”. La conclusione vera arriva però il 27 giugno con un titolo a tutta pagina: “Gli  austriaci costretti a ripiegare su tutta la fronte dalla Vallarsa alla Valsugana”.
L’Altipiano di Asiago torna ad essere protagonista delle cronache dal fronte circa un anno dopo, all’inizio della Battaglia dell’Ortigara. Il primo segnale dell'offensiva italiana arriva sul Corriere il 12 giugno con il titolo: “Le truppe italiane attaccano sull’altipiano di Asiago riconquistando il passo dell’Agnella e parte del monte Ortigara”. Una conquista che viene raccontata in tutta la sua drammaticità da Gino Piva (giornalista, poeta e scrittore) sulla prima pagina del Resto del Carlino del 13 giugno: “La battaglia diventò, in un momento, infernale. Per ogni varco aperto la fanteria scelta si gettava avanti e non retrocedeva contro ad alcuna insidia nemica. Brillavano delle mine, ma come si aprivano nei punti di scoppio dei crateri, questi erano improvvisamente occupati da mitragliatrici nemiche che contendevano il passo ai nostri che si slanciavano all’attacco arditamente. A loro volta i nemici facevano brillare delle altre mine e, mentre avevano fatto quasi tacere i loro cannoni, sullo spazio degli urti ricomparivano con tutta la loro violenza. La guerra ormai è tale: la caverna ha sostituito la trincea e non è più il superamento di linee ben demarcate sul terreno che costituisce lo sforzo degli attaccanti, ma una penetrazione terribile onde strappare il nemico dalle viscere della terra”. Difficile rendere meglio la violenza dello scontro rispettando le regole della censura: la morte, bandita per ordine superiore da ogni corrispondenza, è presente in ogni riga della narrazione.
La guerra, dunque, viene raccontata dal fronte, ma nelle pagine dei giornali ci sono anche cronache politiche, notizie sportive, spettacoli e pubblicità che continuano a disegnare una quotidianità lontana dai combattimenti, dal pericolo, dalla morte. Quella che ne esce è l’immagine di un Paese in ansia per le sorti dei propri cari e per l’andamento del conflitto, ma che riesce tutto sommato a proseguire una vita normale.
Tutti i giorni, ma non in quella mattina di San Valentino, quando la guerra arrivò dal cielo, sulle città.