domenica 9 luglio 2017

Grande Guerra, quarta dell’indipendenza italiana.

                                                                                                                    
Aspre sono le guerre. Aspra è la Prima Guerra Mondiale. Questa nasce da un groviglio di interessi economici e coloniali, di errori diplomatici e di egoismi politici, di pesi e contrappesi nazionali ed internazionali e di guerre locali. Concetti dei quali non aveva idea Gravilo Princip, assassino per caso di Francesco Ferdinando e della sua consorte Sofia Chotek il 28 giugno 1914, dopo il fallito primo tentativo nella stessa mattinata. L’Attentatore pensava che la morte dell’Arciduca, peraltro aperto alle richieste degli slavi, avrebbe liberato la Serbia e gli slavi meridionali dal dominio austriaco. Ne nacque, invece, un infernale domino, con la seguente  scansione temporale:
23 luglio, ultimatum dell’Austria alla Serbia; 28 luglio, l’Austria dichiara guerra alla Serbia;
30 luglio, lo zar Nicola II, protettore degli slavi meridionali, ordina la mobilitazione generale;
31, Guglielmo II intima  alla Russia e alla Francia di interrompere la mobilitazione entro12 ore; 1 agosto, dichiara guerra alla Russia e il 2 invade il Lussemburgo; il 3  dichiara guerra alla Francia; nella notte tra il 3e il 4  invade il Belgio, il 7 i tedeschi entrano a Liegi.
Lo stesso 3 agosto, l’Italia dichiara la propria neutralità, in forza dell’art. VII del Trattato della Triplice Alleanza. 4 agosto, l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania; il 6 anche l’Austria dichiara guerra alla Russia; il 9 e il 13  rispettivamente Francia e Regno Unito dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico. Il 27, il Giappone interviene a fianco dell’Intesa; il 5 ottobre, la Bulgaria dichiara la propria alleanza con gli Imperi Centrali; il 31, la Turchia si schiera con l’Austria e la Germania.
Secondo una tesi propria anche di personalità come il  Premio Nobel Thomas Mann, la Germania aggredisce per non essere aggredita, come Federico II ai tempi della Grande Coalizione.
L’esercito tedesco il 20 agosto occupa Bruxelles, il 3 settembre giunge Senlis a 35 Km da Parigi. Il Governo francese si era già trasferito a Bordeaux.
Anche questa sconosciuta velocità  delle armate tedesche prelude e simboleggia le profonde trasformazioni  dell’assetto tecnico, geopolitico, sociale ed economico, e soprattutto mentale, del vecchio continente e delle sue colonie. Infatti,  la Grande Guerra sarà anche un conflitto coloniale; o, secondo Lenin, l’ultima frontiera del capitalismo.
Per tutti  i  Paesi europei la dichiarazione di guerra è quasi un automatismo; non così per l’Italia.

Il  giovane Regno, vincolato agli Imperi Centrali dall’Alleanza firmata  nel 1882 e confermata nel 1902, dovrebbe intervenire, ma non lo fa; motivo ufficiale: il patto è difensivo e non offensivo.
Nei fatti le cose stanno diversamente: l’Italia è un Paese di recente costruzione, ancora geograficamente incompleto, perché privo di alcune sue vaste regioni, sintetizzate, nella memoria collettiva, nei nomi di Trento e Trieste, perle dell’Impero. Le popolazioni della Penisola non sono amalgamate; milioni di cittadini, nonostante l’impegno della Monarchia, non sanno  nemmeno leggere e scrivere. Gli italiani sono cattolici e rifiutano lo spargimento di sangue, anche se tra i cattolici emergono frange interventiste, che fanno capo a don Romolo Murri. La diplomazia è delusa dall’altalenare del Governo Salandra. Questa amarezza è manifesta in molta corrispondenza tra i vari Ambasciatori; un esempio: l’ambasciatore a Vienna Avarna il 5 ottobre 1914 rispondendo al collega di Berlino, Bollati, che gli aveva scritto il 25 settembre, lamenta che il Corpo Diplomatico “sia tenuto interamente all’oscuro del vero pensiero del Governo” e preannuncia  l’intenzione di voler    lasciare l’incarico “… non volendo rendermi  complice dell’atto di slealtà che sta maturando”, ovviamente verso l’Austria-Ungheria. (Documenti Diplomatici Italiani)
Violente fibrillazioni scuotono il mondo politico: i socialisti e le Sinistre in generale pensano prima ad uno sciopero contro la guerra, poi si dividono in interventisti democratici e tradizionali. Benito Mussolini cambierà fulmineamente idea e campo: espulso dal P.S.I.   fonda  il Popolo d’Italia il 14 novembre 1914  e lancia una specie di grido di battaglia con l’articolo “Audacia!”. Il mondooperaiosi riunirà a Zimmerwald, presso Berna, tra il 5 e l’8 settembre 1915; con un proprio  Manifesto, detto appunto  di Zimmerwald, contesterà la scelta dei socialisti europei di partecipare alla guerra ciascuno per il proprio Paese, in nome del sacro egoismo nazionale; ma il loro grido:”Proletari di tutti i paesi unitevi!”, cadde nel vuoto.
 I socialisti italiani, in tale consesso, sono rappresentati da Lazzari, Serrati, nuovo direttore dell’Avanti! e Modigliani. I Futuristi, primo fra tutti Marinetti, ma anche Papini, Curzio Malaparte, le riviste La Voce, Lacerba, … i pittori Carrà, Carlo Erba, i  matematici come Eugenio Elia Levi, architetti come Antonia Sant’Elia, scrittori come Serra,  che cadranno in battaglia; gli irredenti Battisti ed i fratelli  Filzi, si schierarono per l’intervento. Quasi superfluo ricordare Giuseppe Ungaretti e l’indigesto D’Annunzio. Tanti altri ancora come Monelli, Papini, Omodeo,  Pertini, Lombardo Radice, Parri, Calamandrei, Pieri, Cecchi, Rebora, Volpe, l’anziano Bissolati, Amendola  … non tutti  futuristi e neanche nazionalisti, per dovere civico o libera scelta, parteciparono al conflitto, con diverse funzioni . Anche i repubblicani mazziniani sono per la guerra. Ogni nome rappresenta una storia diversa, ma un ideale comune: quello di Patria, pur diversamente declinato.
 A fronte di queste minoranze più che vivaci, la classe politica liberale, che fa capo a Giovanni Giolitti, tiene un contegno molle ed incerto, segno di decadenza. Il Re tace. La Camera, contraddicendo un suo precedente e recente atto, il 20 maggio 1915 vota l’intervento  contro l’Austria-Ungheria con 407 sì e 74 no; ma solo il 28 agosto 1916 dichiareremo guerra all’Impero germanico, segno che il secolare nemico è uno solo. Antonio Salandra, che si era dimesso il 13, viene riconfermato Presidente del Consiglio ed ottiene  i pieni poteri. Il 22 maggio il Re firma il decreto di mobilitazione generale, il 23 l’ambasciatore a Vienna Avarna, consegna la dichiarazione di guerra al ministro Burian. Il 26 il Re, dal quartier generale Martignacco di Udine,  lancia il suo primo Proclama ai soldati. Vittorio Emanuele III lascerà il fronte solo per risolvere le crisi di governo.
Il giovane Regno ha un’occasione ed una speranza: accreditarsi tra le potenze continentali ed intercontinentali anche e proprio perché fu presto chiaro, forse non a tutti, che l’eurocentrismo stava scomparendo e che il conflitto ne avrebbe accelerato la fine.
La guerra fu luogo di scontro e d’incontro, per l’Italia, di uomini di regioni, civiltà, costumi e lingue diverse. I nostri soldati analfabeti  cominciarono ad imparare a leggere e scrivere in una lingua sino ad allora sconosciuta: l’italiano (De Mauro). 
La guerra è una costante del genere umano: da Socrate a Karl von Clausewitz i conflitti armati sono la continuazione della politica, quando questa e la diplomazia non hanno più niente da dire.
Guerra e pace sono intimamente connesse. Solo dallo scontro cruento nascono nuove realtà sociopolitiche, anche se a volte peggiori di quelle soppiantate.
Aree di frizioni geopolitiche divennero, lentamente e poi sempre più rapidamente, origine di frattura ideologica e sociale. Ozioso è chiedersi se un conflitto sia giusto o ingiusto, morale o immorale. Pungente ed equilibrata la tesi di  Benedetto Croce  in  L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra ha scritto: “… quando la guerra scoppia (e che essa scoppi o no, è tanto poco morale e immorale quanto un terremoto o altro assestamento tellurico) i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della Patria … Solo a questo modo l’individuo è giusto, sebbene, a questo modo, giusto sia anche l’avversario e, per questa via giusto sarà per un tempo più o meno lungo, l’assetto che si formerà dopo la guerra”.
Tra questa tesi e quella di von Clausewitz si dispiega una serie quasi infinita di livelli e di interpretazioni polemologiche. Sta di fatto che la Grande Guerra è il displuvio tra il nuovo e l’antico, processo di trasformazione al quale l’Italia non poteva sottrarsi.
I  belligeranti respinsero con fastidio l’appello di Benedetto XV, dell’uno agosto 1917, concordato con l’imperatore Carlo, per porre fine all’inutile strage, tanto si erano identificati nei propri interessi e nelle proprie ragioni, e pure, proprio in agosto a Torino era scoppiata la sanguinosa  ‘rivolta del pane’.
                                                                                                                                                        
Caporetto e Vittorio Veneto  sono due metafore che rappresentano l’Italia, sempre caricate di significati estranei alla loro natura di fatti bellici. Mercoledì 24 ottobre 1917 alle ore 2 del mattino gli austro-tedeschi investono, con i gas, gli avamposti della conca tra Plezzo a Tolmino.
Hanno in mente un’operazione di ordine tattico, condotta su tre colonne che attaccano contemporaneamente sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Il progetto  divenne via  via strategico, quando il nemico si  rese conto che i nostri Comandi  al più alto livello nelle prime ore non riuscivano ad organizzare alcun contrasto in profondità, poiché la loro filosofia era sempre stata solo di attacco e non anche di difesa in profondità.  La 14ª Armata austro-tedesca, 15 divisioni, investì tre nostre divisioni prive di riserve. In sintesi, il nemico avanzò lungo la linea Isonzo-Tagliamento-Udine- Belluno- Piave nel vuoto, per tutta la prima giornata.  Il piano di contrasto  fu preparato da Cadorna  tra il 28 e il 30 ottobre. I reparti in linea, nel frattempo, si ritiravano combattendo. Pochi esempi: il 24 stesso alle ore 14 nel comune di Idersko si combatte casa per casa e solo alle 16 i battaglioni slesiani occuperanno Caporetto.
il 25 ottobre: “… ufficiali della brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima del Podklabuk … L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”. Così Guido Sironi, I vinti di Caporetto.
Il Diario del  LI Corpo d’Armata tedesco conferma: “Gli italiani difesero lo Jeza con straordinario valore”.
Il 27 ottobre il Bollettino austriaco afferma: “ Gli italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo”.
E ancora: “Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe”. Generale Enrico Caviglia in La dodicesima battaglia – Caporetto pag 93.
La travolgente avanzata dopo le prime 24 ore andò gradatamente rallentando sino a spegnersi del tutto sulle rive del Piave il 9 novembre; tra il 10 e l’11 dicembre 1917, si spensero anche le ultime spallate di Conrad.
L’arretramento sulla linea del Piave era previsto sin dai tempi di Odoacre, di Napoleone e del generale Cosenz. Cadorna il 27 ottobre giunge a Treviso e  predispone il rischieramento dell’esercito sulla riva destra del Piave; il 30 il nuovo progetto è pronto. Sarà attuato da Diaz. Purtroppo, alle ore 13 del 28 il Generalissimo aveva emanato l’infelice Bollettino n.° 887, che accusava di viltà la II Armata. Cadorna avrebbe spiegato la sua accusa nel volume Pagine polemiche Garzanti 1951. (D. D. I.) Un po’ tardi!
Sul fronte politico il Re, tornato a Roma il 26, risolve la crisi di governo sostituendo  Boselli con Orlando e nominando, poi,  il generale Diaz al posto di Cadorna. Il 5 e il 6 novembre si svolse a Rapallo la riunione preparatoria del convegno dell’8 a Peschiera. Qui Vittorio Emanuele III sostenne le ragioni del soldato italiano e la sua capacità di resistenza. Non sbagliò. Il Piave, quindi, fu un disegno netto e meditato, che riduceva la linea del fronte da 650 a 300 km, e ci consentiva un rafforzamento fondamentale nell’immediato e nella prospettiva.
                                                                                                                                                        
L’altra metafora è Vittorio Veneto. Per taluni è  modesta  battaglia enfatizzata dalla propaganda governativa. Falso. Le tre battaglie del Piave, che a Vittorio Veneto si conclusero il 31 ottobre, ci costarono 36.000 perdite, delle quali 7.000 morti accertati. Vero è, invece, che l’implosione dell’Impero asburgico non aveva intaccato  la capacità di resistenza e offesa dell’ esercito, fedele all’Imperatore.
Non possiamo descrivere l’andamento degli scontri sul Piave e sul Grappa,  dove già il 24 eravamo partiti all’attacco e dove i combattimenti saranno più sanguinosi che sulle rive del Piave e sugli Altipiani, ma la montagna non ebbe un Cantore; diremo soltanto che il  nemico organizzò la propria manovra su tre momenti: a. superare il Piave;  b. prendere Venezia; c. dilagare nella Pianura Padana.
La massima penetrazione del nemico si ferma sull’ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli.  Lo storico londinese Erbert A. L. Fisher nella sua  Storia d’Europa, a pag 401, aveva scritto:“Che, dopo simile disfacimento del morale militare,[Caporetto ndr] il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”. Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altri 102 bocche di fuoco, il 19 settembre 1917, non credendo all’imminente attacco degli Imperiali. Non  solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Gli Stati Uniti entrati un guerra il 6 aprile del 1917,  ci manderanno un solo reggimento. Astuti!
Epitome della guerra italiana è il passaggio del Piave. Sera del 26 ottobre 1918: “Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”.   Le tre battaglie del Piave (pagg. 174-175)  Così il Generale Enrico Caviglia, comandante l’VIII Armata, che condusse la manovra.
Da questo momento le truppe italiane proseguiranno in profondità riprendendo uno per uno tutti i centri occupati dal nemico. Il 3 novembre alle 15,15, i nostri primi reparti entrano a Trento.  Alle 16,30 dal caccia “Audace”, i bersaglieri sbarcano a Trieste. Sempre il 3 novembre, alle 18,20, i generali Badoglio e Webenau, a Villa Giusti, firmano l’armistizio. Questo atto stroncò la nostra avanzata verso Vienna. Nessuno, amici ed alleati, voleva che l’Italia andasse oltre.
Tuttavia, l’esperienza bellica modifica le coscienze e testimonia l’esaltazione della storia di  un popolo, ignaro, sino a quel momento, di quanto sapesse fare e sconosciuto a se stesso. I nostri giovani chiusero un’epoca e ne iniziarono un’altra. Diedero prova di virtù civiche prima ancora che militari. Si identificarono nello Stato Nazionale. Cianciare di “generazione perduta” significa negare noi stessi.
 
                                                                                                                               Michele D’Elia

domenica 11 giugno 2017

Luca Beltrami


di Amedeo Bellini

Avevamo dedicato un articolo all’opera del milanese Luca Beltrami per l’assistenza ai soldati reduci dal fronte accolti in un centro organizzato alla stazione centrale di Milano, con
qualche cenno al suo atteggiamento politico che univa ad un fervente patriottismo una fede monarchica incondizionata, caratterizzata anche da una fedeltà alla casa Savoia non troppo frequente nell’ambiente milanese; non a caso la società anonima che egli aveva fondato per offrire conforti materiali e morali ai soldati, di cui era unico socio e generoso finanziatore, si intitolava “Sempre Avanti Savoia”. Ben inserito nell’ambiente dei liberali moderati milanesi, profondamente convinto della bontà di un atteggiamento cautamente riformatore nel solco della tradizione, della lenta modificazione, senza strappi, nella fedeltà alle istituzioni, nemico quindi di ogni scelta rivoluzionaria o anche soltanto di progressismo radicale, tuttavia Beltrami non mancava di essere critico verso la sua stessa parte politica quando intravvedeva atteggiamenti affaristici, o anche semplicemente una disattenzione verso i valori della cultura.
Personalità schiva e riservata non sopportava la mondanità, l’esibizione affettata, la ricerca della notorietà, gli atteggiamenti superficiali. Nella sua straordinaria attività, un migliaio di pubblicazioni oltre alla progettazione di importanti edifici e di decine di restauri, hanno posto non secondario le collaborazioni al Guerin Meschino, il notissimo giornale satirico (di cui tracciò anche la storia in un volumetto ricco di osservazioni politiche, di costume, di aneddoti) con poemetti di satira politica riferita al presente, attraverso le avventure del prode cavaliere che dava titolo al giornale, in un immaginario e comico medioevo. In questa produzione si inserisce una poesiola, un inedito che offriamo ai lettori di “Nuove Sintesi”, che stigmatizza l’atteggiamento di certi personaggi aristocratici, fatui appartenenti al cosiddetto “bel mondo” capaci di recarsi al posto di ristoro della stazione purché fossero presenti compiacenti giornalisti che ne avessero poi dato notizia nelle cronache cittadine.


ALLA STAZIONE CENTRALE / ESTATE 1915
Venite, o genti grame
le gesta ad ammirar
del damo e della dama
e quel che sanno far
I fatti veritieri
son scritti sul giornale
col conto dei bicchieri
lavati mica mal
Passa il cronista e ascolta
- Marchesa, a me la pentola
- (anche il fregone a me)
- Jenny, dal fuoco hai tolta
- La già bollente cogoma ?
- Fanny, il Barone dov’è ?
Ascolta il popol gramo
con grande devozion
la dama insieme al damo
che stanno alla stazion
La dama in scossolino
netta le tazze inver:
il damo a lei vicino
l’aiuta nel mestier
Passa il cronista, e intorno
a lui s’aduna il nobile
stuolo della carità:
- Laveremo in un sol giorno
Trecentottanta ciotole con
acqua e con pietà.
Chi di conoscere brama
tutta la descrizione
del damo e della dama
legga le relazioni.
La relazione adorna
La trova sul giornal
ché quella del Cadorna
ci lustran gli stivai.
Passa il cronista, e tosto
lo ajuta il damo a stendere
l’elenco del buffet:
- Il cavaiier del Rosto
Donna Maria de’ Pifferi...
Mi raccomando neh ...
Come gli agoni all’amo
accorron al buffet
la dama col suo damo
se la gran cassa c’è:
la dama con la scopa
il damo al lavandin
la guerra dell’Europa
è uno sport assai carin.
Che zelo ardente e santo !
Nomi e cognomi titoli ...
Quanta pubblicità !
Se tanto mi da tanto
Morire per la patria
Che merito sarà ?
Chi poi saper volesse
il cancro roditor
di nobili e contesse
al posto di ristor
guardi la concorrenza
che semplici villan
al treno eh’è in partenza
senza cronisti fan.
S.A.S.
[Sempre Avanti Savoia]

sabato 3 giugno 2017

Il Re al campo

Vittorio Emanuele III - Il Re soldato.
Un giaciglio prezioso
Per quanto siano numerosi gli episodi su la vita del nostro Re alla fronte, molti di essi e forse i più belli e i più significativi, sono sfuggiti al pubblico, certo senza dispiacere di Sua Maestà, che desidera si parli il meno possibile di lui.
Questo che segnaliamo lo abbiamo tolto da una lettera di un caporale che si trova nel Trentino, lettera indirizzata alla moglie. «È stato a trovarci il Re e alla sua vista l’entusiasmo ci ha invaso. Sai, ho parlato con lui per più di mezz’ora con grande affabilità come parlassi col mio tenente. Egli mi ha chiesto notizie su tutto e specie sui soldati, sulla loro vita e come erano trattati. A sera, mentre stava per lasciarci, un terribile uragano arrestò la sua partenza.
Il Re volle fermarsi con noi e dormì nella nostra baracca e proprio nella mia cuccia. Volevo preparargli un letto meno duro con delle coperte, ma Vittorio Emanuele non volle». Sai cosa mi rispose? “Avete dormito voi per tanto tempo, posso ben dormire io pure. Sono come voi un soldato d’Italia”. Così per una notte dormii con Sua Maestà, il quale riposò come se da tempo fosse abituato a dormire sulla paglia e dormì come dormiremmo noi, senza nessuna differenza.
Vicino al mio giaciglio ho messo una scritta: Qui riposò Vittorio Emanuele III la sera del 9-1-916, ospite mio illustre».


La Domenica del Corriere, 12-19 marzo 1916 

lunedì 10 aprile 2017

Mio Padre, ragazzo del 99 in guerra

Mio padre, Battista Giacomino, si trovava in Calabria per lavoro con mio nonno quando era stato convocato per la visita di leva, ed era perfin stato considerato renitente. In seguito si era presentato il 4 giugno del 1917 alla visita per delegazione a Cosenza, dove era stato dichiarato abile dal Consiglio di leva e arruolato in prima categoria.
Egli, nato il 31 maggio del 1899, aveva appena compiuto 18 anni.
Io non ho notizie sicure, ma penso sia tornato a casa sua, a Sale Castelnuovo (TO), per salutare la madre, i fratelli e le sorelle, prima d’andare al fronte, perché i soldati si radunavano a Ivrea, distretto dove giungevano i giovani da tutto il Canavese. Mio padre era stato assegnato al Quarto Reggimento Alpino, Battaglione Ivrea, il 18 giugno del 1917.
Dopo un primo addestramento per apprendere l’uso delle armi, i soldati venivano portati nel Veneto, verso il fronte in treno e continuavano l’addestramento riservato ai battaglioni per le manovre militari. L’equipaggiamento consisteva in: divisa, armi, comprese bombe a mano, baionetta, munizioni ed anche la maschera per difendersi dai gas velenosi che i nemici buttavano sui nostri campi. Gli ufficiali, usavano un protocollo rigido, cercando di preparare le truppe per poi portarle al combattimento in prima linea. Una propaganda retorica voleva che questi ragazzi, che non avevano nessuna ragione per uccidere un nemico sconosciuto, combattessero per fare più grande il nostro Paese e per un avvenire che tanti non avrebbero poi visto.
Nessuno si rendeva conto che sarebbe stata una guerra lunga, faticosa, diversa da quelle combattute fino a quel momento, che avrebbe annientato civili innocenti e portato tanti morti e feriti in tutto il mondo.
Il 16 settembre mio padre era in territorio di guerra e faceva parte del Settimo Reggimento Alpini, Battaglione Monte Pavione. In questo posto c’erano stati tanti combattimenti; egli, poi a casa, raccontava poco della guerra, ma una volta aveva parlato delle posizioni nemiche in alto, sulle montagne, con fortificazioni e mitragliatrici. Per i nostri soldati era difficile conquistarle, sotto tiro come si trovavano, arrivando dalle vallate.
Anche i nostri soldati avevano bombe a mano, ma mio padre diceva che bisognava fare molta attenzione perché se si gettavano subito, il nemico poteva nuovamente buttarle ai nostri, dato che l’esplosione tardava.
Anche con tutti questi problemi e gli attacchi pesanti, un giorno, i nostri alpini erano riusciti a conquistare una collina vicino al Monte Grappa. Il loro capitano aveva avuto parole di lode e voleva proporli per la medaglia d’oro, per questo aveva scritto tutti i nomi dei valorosi, per poterli poi premiare. Ma una bomba era arrivata vicino a loro e lo scoppio aveva ucciso il capitano facendo perdere il suo corpo e così non era stato possibile, per quei valorosi, alcun premio; fra quei ragazzi coraggiosi c’era anche mio padre.
Penso che questo episodio sia avvenuto l’11 dicembre del 1917, perché in quella data c’era stato un lungo combattimento ed il suo capitano era morto.
Il fronte della guerra, dopo Caporetto, si era spostato dall’Isonzo alla linea del Piave e sul Grappa, i giovani combattevano con coraggio, tanto da meritare l’elogio del nemico che aveva riconosciuto l’ardimento dei soldati italiani.
Le battaglie erano tante e il 13 dicembre un’altra, molto sanguinosa; gli alpini erano andati all’assalto di corsa, e anche mio padre era corso incontro al nemico, senza sapere che da allora non avrebbe mai più potuto correre, dato che in questo combattimento era stato ferito da una bomba al ginocchio sinistro e al costato.
Senza potersi muovere aveva dovuto nascondersi in mezzo ai morti, con i tedeschi che passavano e finivano con un colpo di baionetta o con le mazze i feriti che erano a terra.
Era riuscito a salvarsi, ma era passato tanto tempo prima che qualcuno l’avesse poi soccorso e, caricato su un mulo, portato fino all’ospedale da campo di Crespano.
Lì era stato medicato, ma l’infezione al ginocchio aveva compromesso l’articolazione che era rimasta offesa e inservibile.
Il 9 gennaio del 1918 era stato trasferito all’ospedale militare di Pavia.
L’8 agosto era stato mandato in licenza straordinaria, così era tornato a casa vivo, ma a 19 anni mutilato e senza lavoro, primo di cinque figli, in un paese di montagna dove il mestiere del contadino comportava
tante fatiche e pochi denari perfino a chi era sano, figuriamoci a lui che aveva problemi nei movimenti e
ferite che l’hanno fatto soffrire per tutta la vita!
Mio padre aveva avuto qualche decorazione: la croce al merito di guerra, la medaglia in ricordo della guerra 1915-18 e la medaglia degli alleati.
A casa non si parlava della Prima guerra mondiale che aveva combattuto, egli diceva: “È qualcosa che non si può raccontare!..”. E non poteva guardare i film sulla guerra: “Non sanno ciò che vuol dire essere in guerra!”.
In effetti i governanti avevano portato in rovina un Paese causando povertà e lutti in tante famiglie.
Mio padre, Ragazzo del ‘99, in guerra

Rita Giacomino, Torino

lunedì 3 aprile 2017

Quando la guerra si fa più cinica e spietata

C’è chi può credere che la prima guerra mondiale differisse in modo meno peggiore dalla seconda. Si pensa che dal 1914 gli eserciti si combattessero con un senso più marcato dell’onore e con un rispetto maggiore del nemico. Ciò in quanto tra gli antagonisti non vi erano ancora i nazionalsocialisti e i bolscevichi sovietici.
Certamente le due dittature recitarono ruoli che arrivavano dalla follia delle rispettive ideologie e dall’umore dei capi che detenevano le leve del comando.
Non per nulla la seconda guerra mondiale nasce dalla reazione dell’Inghilterra e della Francia contro la Germania, nonostante l’accordo di questa con l’Unione Sovietica per invadere e spartirsi la Polonia.
Evidentemente inglesi e francesi ritennero eccessivo il loro sforzo bellico qualora diretto anche contro il colosso russo e malgrado i due invasori apparissero gareggiare su chi commetteva i delitti e i genocidi più infami.
Ma torniamo alla prima guerra mondiale e, senza soffermarci sull’uso dei gas asfissianti, apprendiamo che il padre di Rita Giacomino, vedi la testimonianza che segue, Battista, ferito nell’assalto degli alpini il 19 dicembre 1917, era rimasto ben immobile in mezzo ai morti perché i tedeschi, ritenendolo vivo, non lo finissero con le baionette o a colpi di mazza.
Battista poi, rimasto invalido al ginocchio, a casa non raccontava mai di quei momenti terribili e neppure assisteva ai film di guerra, sostenendo che chiunque
non vi avesse partecipato non avrebbe potuto capire tanta tragedia.
Per fortuna non sempre è stato così e nostro padre avviatosi nel giugno del 1940, nei primi giorni di partecipazione al conflitto dell’Italia, alla ricerca sul fronte occidentale di soldati della sua compagnia, non rientrati, ferito dal fuoco francese, era stato soccorso dal nemico e, trasportato in un loro ospedale, operato, salvato e in seguito trasferito all’ospedale militare di Torino. Pure lui entrava a far parte della schiera degli invalidi, ma non ci avrebbe quasi mai parlato neanche della prima guerra mondiale, alla quale aveva preso parte da giovanissimo.
La guerra rimane in ogni caso un evento orribile e da noi, in famiglia, si è sempre condivisa la tesi giolittiana di un tentativo ostinato di accordo con l’Austria sulle terre irredente, che ci avrebbe evitato quella che la saggezza di Benedetto XV definì un’«inutile strage».

Vincenzo Pich
Unione delle Ass.ni piemontesi nel mondo, Torino

lunedì 27 marzo 2017

I costi della Grande Guerra Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori - II parte

Il lavoro della Commissione sarà complesso e tormentato. Saranno sostituiti presidenti, molte le resistenze, "al limite del boicottaggio, costituirono un ostacolo oggettivo spesso insormontabile.
Il fatto apparve ancora più grave quando la Commissione parlamentare cercò di comprendere quante commissioni ministeriali fossero state costituite e avessero funzionato appena prima, durante gli anni di guerra e subito dopo. I risultati furono impressionati: i ministeri ne dichiaravano complessivamente 90 e la Commissione parlamentare ne scoprì 297. Per i funzionari ministeriali e per i consulenti le commissioni rappresentarono l’Eldorado nel quale le loro competenze e compresenze erano infinite” (V. Gigante, cit., 41).
Si parte di tante e svariate e tra loro disparate commissioni che solo se fossero onniscienti, e solo se potessero disporre di un tempo dieci volte maggiore di quello che è a disposizione di ogni mortale potrebbero attender con coscienza agli incarichi assunti. Vi sono commissioni la cui inutilità sorge dalla loro stessa denominazione e la cui efficienza induce semplicemente al riso” (Relazione generale. 37).
Un commento: “il proliferare di inutili e costose commissioni mostra la farraginosità della burocrazia della Pubblica amministrazione e ne segna anche la vulnerabilità, dalla negligenza degli omessi controlli fino alla conclamata corruzione” (V. Gigante, cit. 42).
“Emerge un quadro impietoso, in base al quale la cupidigia e la spregiudicatezza di tanti imprenditori e intermediari privati coinvolti (le cui innegabili responsabilità, con buona pace della Confindustria e dei suoi difensori e sostenitori, ben risaltano di volta in volta nelle indagini sui singoli contratti) poterono incontrare il successo auspicato grazie alla connivenza di gran parte dei responsabili delle pubbliche amministrazioni (senza tanto distinguere tra politici e funzionari) a sua volta resa possibile da strutturali carenze organizzative (aggravate dal venir meno delle norme di controllo contabile)” (F. Mazzonis, Un dramma borghese. Storia della Commissione parlamentare d’inchiesta, in C. Croccila-F. Mazzonis (a cura di) L’inchiesta, cit.. 225).
Da notare il “venir meno del controllo contabile”, la deroga utilizzata in tutte le emergenze, la porta aperta per ogni possibile illecito.
Corruzione, improvvisazione, imperizia. Le vicende iniziano nel 1914 con i primi approvvigionamenti di materiali. Un caso emblematico e quello di muli e cavalli sul mercato degli Stati Uniti. Gli ufficiali incaricati si recano in America, i più non conoscono la lingua inglese e in ogni caso non sono in grado di leggere e capire contratti e clausole. Gli incaricati decidono di non appoggiarsi all’Ambasciata italiana ma di muoversi autonomamente. Ricorrono a mediatori e a sensali italoamericani di dubbia moralità di cui diversi appartenenti della criminalità. I risultati sono disastrosi. Prima della partenza, a causa del mancato acclimatamento, più della metà dei cavalli muore. Sopravvivono cavalli bolsi e vecchi fisicamente inadatti all'uso militare. Le navi utilizzate per il trasporto erano inadeguate, spesso vecchi rottami, come nel caso della Evelyn che si incaglia nei fondali dell’Oceano Atlantico e che per disincagliarsi sacrifica 900 cavalli, gettati a mare.
L’Ilva e l'Ansaldo. La prima imponeva i prezzi che desiderava e, libera dalla concorrenza straniera, si era impegnata in una estesa campagna di finanziamento di giornali e talvolta di acquisto degli stessi. L’impegno economico aveva scopi strategici capaci di garantire di fatto il pieno controllo dei mezzi di informazione. L’elenco dei giornali finanziati è impressionate: 221 testate nazionali, locali e straniere con contributi in due anni dalla fine del 1917 e la fine del 1919 di ben 4 miliardi.
Si legge nella relazione finale della Commissione: "l’acquisizione delle azioni delle società editrici di molti giornali, nelle diverse città d'Italia non fu certamente compiuta per collocare in imprese redditizie dei milioni rimasti inoperosi ed infruttuosi nelle casse dell’Uva: bisognava aumentare intorno alla società, che viveva e prosperava a spese dello Stato, il coro delle voci dei grandi giornali ed il plauso compiacente dei piccoli, della platea. Bisognava, mediante la sapiente propaganda giornalistica, persuadere l’opinione pubblica del paese che la siderurgia è un dono offerto dalla provvidenza alla nostra vita nazionale... (I rapporti dello Stato con la società Ilva. in Camera dei deputati. Atti parlamentari. XXL Relazioni della Commissione parlamentare delle spese di guerra. 233).
E in questo contesto di sovraesposizione mediatica che l’
Ilva ha avanzato richieste di liquidazione di pagamenti infondati o irregolari. A guerra finita lo Stato, che pure era in credito, si sentì richiedere ben 131 milioni.
E non è stato un caso isolato. "Disorganizzazione, incompetenza, negligenza” in ogni settore. Anche l'Ansaldo non fu estranea ad illeciti. In particolare avendo venduto le stesse armi (cannoni) due volte. Fu per "pura distrazione”, si disse, e la società ammise la frode e restituì 9 milioni di lire. Anche nel settore aeronautico ci furono “irregolarità”, sia per la Caproni che per la FiatSia. La prima ricevette somme per aerei mai consegnati, la seconda ebbe somme per aerei inadatti al volo ma regolarmente pagati.
Anche in materia di forniture si ebbero sprechi e illeciti, come nell’acquisto di trattori, vecchi rottami inadatti ai terreni italiani. Scadenti erano le scarpe, il vestiario, le coperte, inservibili e pagate a caro prezzo. Un caso emblematico quello del panno grigioverde che avrebbe dovuto avere caratteristiche idrorepellenti. Invece il tessuto era scadente e si imbeveva di acqua.
Insomma la corruzione dilagò sovrana. Neppure Mussolini mandò avanti la Commissione d'inchiesta. Forse alcuni degli industriali coinvolti avevano finanziato il suo movimento, insomma si fece di tutto perché non venisse alla luce "quel mondo di vaste e ramificate collusioni e di giganteschi sperperi in cui sono state ampiamente coinvolte fette consistenti delle classi dirigenti e della pubblica amministrazione (compresi i militari)” (F. Mazzonis. Un dramma borghese. Storia, cit.. 209-4).
Insomma, una storia ignobile accanto ad eroismi ed a sacrifici inenarrabili di quanti nelle trincee combatterono per l’onore della Patria e della Bandiera, bagnati fino all’osso perché qualcuno aveva fornito panno grigioverde inadatto e qualche altro aveva chiuso un occhio e pagato somme non dovute, certamente intascando una ricca “provvigione”.
Salvatore Sfrecola

Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione. Roma

lunedì 20 marzo 2017

I costi della Grande Guerra. Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori - prima parte

di Salvatore Sfrecola, Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma

Abituati a pensare alla Grande Guerra come ad uno scontro di popoli e di eserciti sullo sfondo di una ridefinizione della geografia dell’Occidente e della mappa delle potenze europee ed a considerare soprattutto l'importanza delle operazioni militari e le gesta di generali e soldati, tendiamo a dare poco rilievo all'economia, cioè ai costi della guerra, alla acquisizione delle risorse necessarie, ai prestiti interni ed internazionali, alle imposte ed alle tasse con le quali è stato alimentato il bilancio dello Stato. e ancora alla regolamentazione dei consumi ed alla disciplina dei prezzi che ha interessato le popolazioni civili, in sostanza alle condizioni di vita di chi non era al fronte ma doveva contribuire, affrontando gravi sacrifici, all'impegno della Nazione in guerra.
La guerra ha avuto costi altissimi. Tuttavia non sono solamente questi i costi finanziari. Perche vanno considerate in primo luogo le perdite umane. ingentissime, ed i connessi oneri per l'assistenza degli invalidi, degli orfani e delle vedove, gli oneri per la ricostruzione delle infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, distrutte dalle operazioni militari, la riconversione dell’industria bellica. Per non dire del disagio e dei disordini sociali dovuti alle rivendicazioni di chi era al fronte ed ha perduto le attività professionali coltivate con personale sacrificio ma anche di coloro che si sono impegnati nelle fabbriche a guerra finita in fase di riconversione ed hanno perduto il lavoro.
Ogni calcolo è. dunque, necessariamente parziale ed inadeguato, come dimostra la varietà delle cifre che si leggono nei libri, anche perché i costi globali della guerra vanno depurati degli oneri ordinari, quelli che lo Stato avrebbe comunque dovuto sostenere anche in tempo di pace. Non tutti i costi, inoltre, sono stati registrati nelle contabilità dello Stato e degli enti pubblici.
Accanto ai costi “ordinari”, ingenti ma legittimamente pagati, vanno calcolati quelli conseguenti agli illeciti. che come sempre, e dovunque, sia pure in misura diversa, hanno soddisfatto interessi privati indebiti, a cominciare da quelli della grande industria. Guadagni andati spesso oltre il dovuto, essendosi instaurato un meccanismo di “corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate attraverso merce non consegnata, ma fatturata: merce avariata o scadente: merce pagata più volte: merce pagata tre o quattro volte
Il valore di mercato” (V. Gigante - L. Kocci - S. Tanzarella. La grande menzogna, Il Giornale - Biblioteca storica. 2015. 36). E’ stato accertato, infatti, che sul debito prodotto dai costi della guerra, che peserà per decenni sulla vita della Nazione, molto ha influito la corruzione.
“Si può dire che non vi fu nella vita dell'Italia un fenomeno corruttivo di pari dimensioni se non forse per la ricostruzione del terremoto dell'Irpinia 1980''(Ivi).
Il fatto è che, finita la guerra, la vittoria ed il successivo cambio di regime hanno messo la sordina su questi scandali.
Il coinvolgimento negli illeciti di vasti settori dell’amministrazione civile c militare rese difficile l’avvio delle indagini, così il materiale è rimasto per molto tempo accantonato e soltanto all'inizio degli anni ‘90 raccolto, catalogato e inventariato ha dato luogo al primo studio complessivo su una selezione del materiale disponibile sulla base di un lavoro pubblicato dalla Camera dei deputati (C. Croccila - F. Mazzonis (a cura di). L’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra ( 1920-1923), voi. I-III, Camera dei deputati. Roma 2002). È solo uno stralcio del grande materiale disponibile. Significativi, alcuni passaggi del famoso discorso del 12 ottobre 1919 con il quale Giovanni Giolitti, parlando a Dronero, si era impegnato ad affrontare il problema. Partendo dai costi della guerra, dal valore economico delle vittime. “Valutando a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel pieno del suo vigore un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all'anno. Vengono in seguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di 20 miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese: il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiari, approvvigionamenti automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.: il valore degli impianti per industria di guerra non utilizzabili per industrie di pace: le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte guerra: la distruzione di oltre la metà della marina mercantile: la rovina del materiale ferroviario, l'abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia: le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni: la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà: la grande diminuzione del patrimonio forestale: la scomparsa quasi totale di importazione d'oro da parte di forestieri e migranti, il disastroso rialzo del costo della vita, per la mancata produzione e della svalutazione della moneta. Non e possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano” (Discorso di S.E. Giovanni Giolitti pronuncialo in Dronero il 12 ottobre 1919 agli elettori della provincia di Cuneo. Tipografia Artale, Torino, 1919. 13-14).
Tutto questo va aggiunto al costo per la finanza dello Stato che si legge nel l'esposizione fatta dal Ministro del Tesoro alla Camera dei deputati il 10 luglio 1919. Cifre di tutto rispetto, le quali segnalano che al 31 maggio 1919 i debiti contratti per la guerra ammontavano a 64.166 milioni; a questi vanno aggiunti 8.378 milioni per le spese di guerra dell’escrcizio 1919-20 ed ancora 6 miliardi di debiti che il governo prevede di dover contrarre all'estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio (1919) sicché, spiega Giolitti a commento di quelle cifre, nei 12 mesi dal
1 luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato sette mesi dopo la firma dell'armistizio, “noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti. Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio” (Ivi, 14-15).
Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque l'Italia alla fine del 1919 ha un debito di 94 miliardi.
Torniamo alla corruzione, a quella “crudele e delittuosa avidità di denaro - sono ancora parole di Giolitti - che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese: a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture condanno dei combattenti: e a giunger fino all'infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito. La Camera nuova sentirà certamente la voce del Paese, che reclama giustizia” (Ivi. 21 -22).

Tornato al governo il 24 giugno 1920 Giolitti presenta un disegno di legge che istituisce la Commissione parlamentare d'inchiesta per le spese di guerra. L'iter parlamentare sarà breve ma si cercherà con ogni mezzo di limitarne i compiti.