lunedì 11 aprile 2016

La Stampa scopre la Guerra Mondiale, dopo l'entrata nel conflitto

Sartorio. Movimento di truppe nell'estuario
"L'attività delle artiglierie, normale nella zona montuosa, si mantenne ieri più viva nella zona ad oriente di Gorizia e sul Carso, dove i nostri tiri fecero esplodere un deposito di munizioni dell'avversario. CADORNA". 
Il 1917 si apre così su tutti i giornali italiani. Come ogni mattina, il V gennaio i quotidiani pubblicano in prima pagina il bollettino ufficiale del Comando Supremo, firmato dal generale.

Ormai da tre anni la stampa è impegnata a seguire gli eventi bellici su tutti i fronti e dall'ingresso dell'Italia nel conflitto deve e fare i conti cori l'Ufficio Stampa del Comando Supremo, vale a dire con la censura, che spesso interviene con tagli e soppressioni quando i giornali sono già in macchina, costringendo le tipografie a scalpellare dalle matrici i testi non autorizzati e obbligando i giornali ad uscire con intere colonne bianche.

A leggere quei giornali (o spesso a farseli leggere, data l'altissima percentuale di analfabeti) sono milioni di italiani. All'inizio dei conflitto nel Paese si vendono 5 milioni di copie al giorno, ma negli anni della guerra la diffusione è andata ancora aumentando, anche grazie alle migliaia di copie distribuite direttamente al fronte, dove i soldati vogliono avere notizie su come procedono le operazioni.

Il primo giorno dell'anno presenta un quadro complessivo relativamente tranquillo. Il Resto del Carlino, ad esempio, parla di “Situazionestazionaria su tutti i fronti”, ma segnala l'affondamento di una corazzata francese e propone ai lettori "Le prime impressioni sul nuovo imperatore d'Austria", segnalando la diffidenza registrata in Austria e in Ungheria fra gli elementi l'estremi, radicali" e vicini alla massoneria per un sovrano formato in ambienti conservatori. Francesco Giuseppe era morto da un mese (il 21 novembre 1916) e sul trono era salito il pronipote Carlo I, sulla cui figura si concentravano le attenzioni degli osservatori internazionali, anche, ovviamente, per cercare di capire il suo atteggiamento nei confronti della guerra.

Il 1917 infatti è l'anno della battaglia della Bainsizza e di Caporetto, ma è anche l'anno di grandi eventi internazionali che proietteranno le loro conseguenze su tutto il secolo: è l'anno della successione sul trono degli Asburgo, della Rivoluzione Russa e dell'intervento degli Usa nel conflitto. Per la prima volta gli Stati Uniti decidono di uscire dal loro splendido isolamento e si affacciano sul teatro mondiale come grande potenza. E proprio a Russia e Usa sono riservate le attenzioni dei quotidiani nei primi mesi dell'anno. La sollevazione popolare di Pietrogrado, di fatto ignorata dai giornali italiani, approda improvvisamente sulle prime pagine a metà marzo. Il 17 il Corriere annuncia a tutta pagina "L'insurrezione russa per la libertà e per la guerra", rilevando che "L'esercito e i suoi capi si uniscono ai liberali". L'indomani tutte le prime pagine sono occupate dalla notizia dell'abdicazione dello Zar. Il Corriere scrive che "Nicola Il rinunzia al trono anche per il figlio, benedicendo il fratello erede", con una scelta che nel fondo di prima pagina viene definita "Il magnanimo gesto". Lo stesso giorno il Carlino annuncia le dimissioni e spiega che "un movimento politico iniziato a Pietrogrado si estende a Mosca e alla Russia meridionale". Un movimento di cui – si legge nel fondo- "si era avuto qualche incerto sentore non controllato da nessuna notizia ufficiale".

Da quel momento la preoccupazione fondamentale è scoprire le intenzioni dei nuovo governo sul proseguimento o meno della guerra e quando, il 19 agosto, il generale Kornitov lascia Riga ai Tedeschi per puntare su Pietrogrado e tentare la controrivoluzione, il timore che i Tedeschi, alleggeriti dalla chiusura del fronte russo, possano dirottare forze verso occidente, è chiaramente visibile.

A compensare queste preoccupazioni arrivano le notizie dall'America. Il 4 aprile il Corriere annuncia che "Wilson chiede al Congresso di dichiarare lo stato di guerra con la Germania" e il 7, dopo il voto della Camera dei rappresentanti, arriva la formalizzazione dell'entrata in guerra degli Usa. Per la prima volta sui giornali si parla di guerra mondiale, anche perché, per qualche tempo, i quotidiani riservano grande attenzione anche alla posizione del Brasile, a un passo dalla rottura diplomatica con la Germania. Sono i giorni dei grande entusiasmo per l'allargamento dell'alleanza, ma anche della conferma del valore "morale" del conflitto che (lo ribadiscono fondi e commenti di tutti i quotidiani) vede lo scontro fra i paladini della libertà e della democrazia e le forze reazionarie e oscurantiste degli Imperi centrali. E in questa chiave qualcuno vuole leggere anche gli avvenimenti russi: la caduta dello Zar consente di inserire anche la Russia fra i Paesi democratici in lotta contro l'assolutismo tedesco e austriaco.

Sul fronte (il termine usato spesso dai giornali è però la fronte, italiano ovviamente si concentra il massimo delle attenzioni di tutta la stampa nazionale. Il 25 maggio, all'indomani del secondo anniversario dell'entrata in guerra, tutti i giornali riempiono le prime pagine con le notizie della trionfale avanzata sul Carso. Le linee austriache sfondate dalla III Armata sul Carso, da Castagnevizza al mare". E nell'articolo del Corriere si parla dei 9000 nemici, fra cui 300 ufficiali, fatti prigionieri e si sottolinea la partecipazione di "300 velivoli italiani alla battaglia”: il neologismo dannunziano si è ormai affermato nell'uso comune.

E di nuovo si tornano ad annunciare grandi vittorie in agosto. L'avanzata della Bainsizza, iniziata il 17, approda sui giornali soltanto il 20, quando si comincia a parlare di "Formidabile offensiva iniziata su tutto il fronte dal Monte Nero al mare". Il 21 il Corriere annuncia a tutta pagina: “Attacco in massa delle fanterie italiane appoggiate da 208 aeroplani” e parla di 7600 prigionieri. L'indomani il titolo di prima pagina Precisa che "Quasi tutto l'altipiano di Bainsizza è conquistato: l'avanzata raggiunge i 9 km. I prigionieri saliti a 23.600". E i bollettini ufficiali, firmati Cadorna, forniscono quotidianamente i dettagli dei successi ottenuti. Sono i giorni della gloria e della speranza che la vittoria sia più vicina. Ma non è così.

Il 24 ottobre gli austro-tedeschi sfondano il fronte fra Tolmino e Plezzo e già quella mattina sui giornali si possono leggere i primi segnali di pericolo (il Corriere in prima pagina scrive: "I tedeschi compaiono sulla fronte italiana") Il 26 li titolo di apertura dei quotidiano (L'inizio dell'offensiva austro tedesca") lascia appena intuire cosa sta succedendo e il giorno dopo si passa a "La violenza dell'offensiva austro-tedesca”.La notizia dello sfondamento arriva il 30:---Lo bocco austro tedesco nella pianura rallentato dalla resistenza delle truppe italiane". Bisognerà aspettare il 2 gennaio del '18 per poter leggere:”Il nemico ricacciato sulla riva sinistra del Piave". Ma nessun corrispondente ha potuto seguire direttamente i giorni della ritirata. Fin dai primi momenti del cedimento del fronte i giornalisti sono stati bloccati, allontanati dalla zona delle operazioni, raggruppati e sorvegliati a Udine prima e a Padova poi, all'Hotel del Corso, dove possono lavorare soltanto su notizie parziali e bollettini ufficiali.

L'anno si chiude con le cronache del Natale in trincea, fra resistenza e contrattacchi, e con le "Voci della riscossa", affidate dal Corriere alle nuove reclute: i Ragazzi del '99. 
Giorgio Guaiti

Giornalista e scrittore, Milano

martedì 8 marzo 2016

LA CLASSE DIRIGENTE LIBERALE NEL 1916-17. DA SALANDRA A ORLANDO

Negli anni centrali della Grande guerra italiana, 1916 e 1917, si succedono tre governi guidati da personalità liberali tra loro diverse per formazione e metodi, ma concordi    nel non sovvertire il quadro e le fondamentali garanzie costituzionali con il pretesto della straordinarietà della situazione. A differire furono piuttosto i criteri   di composizione dei ministeri e il loro rapportarsi alla Nazione in guerra. La crisi dei governo guidato dal pugliese Antonio Salandra, espressione di un liberalismo conservatore e 'moderatamente' interventista, appare essenzialmente determinata dal mutare, dei carattere e delle prospettive dei conflitto. La guerra di Salandra, degli altri liberali interventisti e anti-giolittiani e degli stessi stati,maggiori doveva essere una guerra breve e una guerra nazionale, i cui obiettivi essenziali erano l'annessione delle terre irredente (Trentino, Venezia Giulia, lstria) e un'auspicata espansione italiana sulla sponda orientale dell'Adriatico, e come tale poteva essere politicamente condotta dal solo partito liberale.
     Non a caso la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia, nel maggio 1915, era stata indirizzata al l'Austria- Ungheria, non anche alla Germania, come avrebbero voluto gli interventisti 'di sinistra'. Presto però ci si accorse che la guerra non sarebbe stata breve come quelle dei Risorgimento, che avrebbe comportato sacrifici di vite umane e finito con l'alimentare malcontento e distacco fra il popolo e le istituzioni monarchiche. Gli stessi vantaggi promessi all'Italia dal patto di Londra non avrebbero potuto essere assicurati se non al prezzo di una maggiore convergenza del nostro Paese sugli obiettivi delle altre potenze dell'intesa, tesi a ridisegnare gli equilibri europei, sconfiggendo i due Imperi centrali, ben oltre le limitate aspettative 'patriottiche' dei governo italiano. A ciò si aggiunga il crescente distacco fra ceto politico e comando militare. Luigi Cadorna, di fatto comandante supremo dell'esercito (sottoposto soltanto al Re che lo era di diritto), nel mentre adottava tattiche e strategie discusse e che procuravano scarsi risultati, era insofferente rispetto a qualsiasi 'controllo' politico. E a lui Salandra finì con l'attribuire il fallimento dell'ipotesi di guerra breve nella quale aveva creduto.

Per fronteggiare la situazione che si era andata creando, e tenuto conto che, almeno per il momento, Vittorio Emanuele IlI non intendeva destituire Cadorna, Salandra e i liberali a lui vicini pensarono a una crisi 'pilotata'. La guerra di logoramento che si andava delineando, la sua estensione temporale e spaziale esigevano, nel rigoroso rispetto della prassi statutaria, un più ampio coinvolgimento di forze interventiste o comunque non 'disfattiste', espressione di tradizioni diverse rispetto a quella liberale risorgimentale che aveva fino ad allora costituito il perno politico dei Regno d'Italia. Innanzitutto si trattava di recuperare allo sforzo comune gli altri liberali, gli amici di Giovanni Giolitti, che avevano sostenuto fino all'ultimo la tesi della neutralità e delle trattative diplomatiche con l'Austria. Data l'incompatibilità personale con lo statista di Dronero, Salandra si rendeva conto di non poter essere lui il presidente dei Consiglio di un nuovo governo nel quale i giolittiani tornassero ad avere voce in capitolo. Ma oltre ai liberali in precedenza neutralisti, l'obiettivo era quello di coinvolgere nelle responsabilità politiche gli interventisti democratici, radicali, repubblicani e socialisti riformisti, e i cattolici politici non pregiudizialmente ostili alla guerra in corso. Del resto l'integrazione dei socialisti e dei, cattolici nel sistema aveva rappresentato un obiettivo pressoché costante della politica giolittiana di inizio Novecento e su questo versante era particolarmente impegnato, nella sua capacità di mediazione, il guardasigilli uscente, il siciliano Vittorio Emanuele Orlando, che manteneva contatti sia con Claudio Treves e Filippo Turati, sia Oltretevere.

Salandra si dimise il 10 maggio 1916 in concomitanza con l'offensiva austriaca nel Trentino, la Stratexpedition (spedizione punitiva contro l'ex alleata Italia). A succedergli fu chiamato in giugno il decano della Camera, il settantottenne Paolo Boselli, che era stato l'anno prima relatore per il conferimento al governo Salandra dei pieni poteri in vista della guerra. Il suo governo detto di "unità nazionale" contò, rispetto ai precedenti, un numero inusitato di ministri senza portafoglio. Come tali vi entrarono fra gli altri il repubblicano Ubaldo Comandini e il socialriformista Leonida Bissolati; il liberale giolittiano Gaspare Colosimo; il radicale Ettore Sacchi alla Giustizia mentre Orlando, veniva spostato al più importante dicastero degli Interni. Il giornalista e deputato milanese Filippo Meda, fu il primo cattolico a entrare esplicitamente come tale, nonostante la contrarietà di papa Benedetto XV, in un governo a guida liberale e divenne ministro delle Finanze; il giurista e storico piemontese Francesco Ruffini, liberale interventista, ebbe il ministero della Pubblica istruzione; mentre il socialista riformista lvanoe Bonomi tenne quello dei Lavori pubblici; ministro della Guerra fu nominato Paolo Morrone, gradito a Cadorna, che sarà sostituito, nel rimpasto di un anno dopo, dal generale Gaetano Giardino. Unica conferma di rilievo quella, al ministero degli Esteri, di Sidney Sonnino.

La prima conseguenza pratica più evidente fu il 28 agosto 1916 la dichiarazione di guerra alla Germania. Ma gli alleati chiedevano all'italia, lo fece esplicitamente il comandante francese, il generale Cesar Joffre, il contributo di almeno una divisione italiana sul fronte greco di Salonicco. E senza le loro pressioni non si sarebbe arrivati, nel febbraio 1917, alle dimissioni indotte dei duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, dal comando dell'Armata navale, sostituito da Paolo Thaon di Revel.

Nel richiamo ideale al lascito risorgimentale, Boselli cercò di indirizzare tutte le forze che avevano concorso alla composizione dei suo governo (non gli votarono la fiducia soltanto i socialisti) a supportare lo sforzo bellico. Ma non riuscì  a comporre il dissidio fra classe politica e comando militare. Cadorna non aveva dubbi sul fatto che il potere civile doveva rimanere sottoposto a quello militare; Bissolati, e gli interventisti democratici in genere, la pensavano all'opposto. Orlando, dal canto suo, lamentava che il comandante in capo continuasse ad essere arbitro di ogni cosa, mentre i ministri rimanevano completamente all'oscuro dei suoi propositi. Dei resto Cadorna, nonostante la conquista di Gorizia, era oggetto di contestazioni anche per la tattica delle offensive frontali, non meno che per l'imposizione di una disciplina spietata ai soldati trattati
da numeri (processi ed esecuzioni sommarie, decimazioni, eccetera). Solo dopo il cosiddetto scandalo Douhet, dal nome dei colonnello dei comando supremo che aveva preparato un dossier segreto anti-Cadorna da trasmettere al governo, Boselli riuscì a far riconciliare Bissolati e il Comandante in capo, nell'intento che l'avversione reciproca non degenerasse in modo irreparabile con grave pericolo delle istituzioni, oltre che per l'esito stesso della guerra.

Il ministero Boselli resse la situazione fino alla tragedia di Caporetto dopo la quale, alla fine di ottobre 1917, l'incarico di presidente dei Consiglio passò a Orlando, che continuò a mantenere anche il portafoglio degli Interni. D'intesa con il sovrano, ma anche su pressione degli alleati (convegni di Rapallo e di Peschiera), la sostituzione di Cadorna, già ipotizzata da oltre un anno, fu decisa nel giro di una decina di giorni con la nomina dei più duttile generale napoletano

Armando Diaz, che comandava il XXIII Corpo d'armata. Il governo provvide poi alla costituzione della commissione d'inchiesta su Caporetto. Orlando era per temperamento piuttosto incline a esitare e prendere tempo. ma dovette avallare, in novembre a Peschiera, la determinazione dei Re e di Diaz di attestare la resistenza italiana sulla linea - destinata a diventare un simbolo - dei Piave, del Monte Grappa e degli Altipiani, mentre molti consigliavano di ritirarsi fino al Mincio, se non al Po. Il dimissionario Boselli confidava a un amico neutralista: "Quanto avevi ragione quando dicevi che non si doveva fare la guerra'". Il 22 dicembre 1917 Orlando, pronunciò alla Camera uno dei suoi discorsi rimasti famosi, quasi una sintesi dell'impegno dei suo governo e dei riscatto dell'intera Nazione:”La voce dei morti e la volontà dei vivi, il senso dell'onore e la ragione dell'utilità, concordemente, solennemente ci rivolgono adunque un ammonimento solo, ci additano una sola via di salvezza: Resistere! Resistere! Resistere!*. Destinato a lunga vita - morirà ultranovantenne nel 1952 - e a passare alla storia come il "presidente della Vittoria”. Orlando. alla conferenza di pace di Parigi, nel 1919, si scontrerà con il presidente americano Woodrow Wilson abbandonando platealmente i lavori di fronte alla mancata piena soddisfazione delle attese con le quali l'Italia aveva partecipato alla Grande Guerra.

Gianpiero Goffi

Capo servizio de La Provincia, Cremona

venerdì 4 marzo 2016

ANCHE LE PAROLE SONO ARMI

Tra il 1914 e il 1915 in Italia si apre un intenso dibattito in merito alla partecipazione al conflitto mondiale. Lo scontro tra interventisti e neutralisti si svolse soprattutto sulle pagine dei quotidiani. Di fronte ad una popolazione che si dimostrava prevalentemente indifferente o contraria alla causa bellica la maggior parte delle testate a tiratura nazionale, il Secolo, la Gazzetta dei Popolo, Il Resto dei Carlino, Il Giornale d'Italia, il Popolo d'Italia, il Messaggero, ma soprattutto il Corriere della Sera, si schierano a favore della discesa in campo dell'Italia spinti anche dalle pressioni dei mondo industriale, specie quello siderurgico, che vedeva nella guerra una importante opportunità di crescita. La stampa così detta "antagonista" si ridusse a pochissime testate tra cui L'Avanti, mentre tra i neutralisti troviamo i giornali cattolici oltre alla Stampa, la Tribuna e la Nazione. Il dibattito sulla Prima guerra mondiale rappresenta quindi una svolta fondamentale nel concetto di comunicazione: da questo momento in avanti, e per tutto il conflitto, la carta stampata avrà un ruolo da protagonista, diventando una componente essenziale della progressione dell'evento bellico. Tutti gli Stati protagonisti dei conflitto in qualche modo dovranno confrontarsi con la stampa: il giornalismo moderno era diventato parte della vita sociale dei paesi. L’importanza della carta stampata era materia ben nota ai governi e ai militari. In Italia, già dal marzo dei 1915, cioè ancor prima di entrare in guerra, furono emanati una serie di decreti volti a "controllare" la libertà di stampa; ricordiamo prima il divieto di pubblicazione di notizie di carattere militare, successivamente la proibizione di riportare sulle pagine dei quotidiani l'elenco dei morti e dei feriti e infine un dispaccio dei generale Cadorna, rivolto ai giornalisti, contenente la diffida di accedere ai campi di battaglia. Nella prima fase della guerra entrò quindi in vigore, a tutti gli effetti la censura militare, coordinata dal Comando Supremo delle Forze Armate. Gli stessi giornali che si erano impegnati nel sostenere la causa della guerra venivano sempre più esclusi dalla realtà dei fronte e diventarono collaboratori passivi dello sforzo bellico nazionale, narratori enfatizzanti di una realtà che nessun giornalista aveva avuto modo di conoscere direttamente.

13 settembre 1915. L'Italia è in guerra da pochissimi mesi e il Corriere della Sera pubblica un articolo dal titolo: "Anche le parole sono armi": Il quotidiano a maggiore diffusione nazionale richiama l'attenzione dei governo e dei militari sull'importanza della comunicazione come mezzo di compartecipazione e di condivisione tra lo stato e il suo popolo. Il pezzo, che non è firmato, giustifica il silenzio dei governo definito " muto e operoso" ma contemporaneamente ricorda che i divieti da soli non sono proficui: " ... Non si dà un motto d'ordine in principio e si abbandona la psicologia di un popolo a questo solo motto d'ordine... Ma di un popolo si premia la fiducia quando il governo vive con esso tutta quella patte del pensiero che non è indispensabile celare e si tempra la costanza quando gli uomini più autorevoli danno, parlando, un linguaggio a ciò che vive nella stessa coscienza nazionale".

Il Corriere ha compreso che la guerra sarà lunga e dura e che il coinvolgimento della popolazione alle politiche governative e alle strategie militari può rappresentare un elemento fondamentale per dare la giusta spinta agli eventi che si succederanno.

Con la diffusione della radio infatti i giornali hanno perso l'esclusività dell'attualità e pertanto i lettori sono attratti da un "racconto" diverso, da una testimonianza più moderna fatta non solo di parole ma anche di immagini che suscitino emozioni. L il momento dei rotocalchi che, per alleggerire la pressione psicologica che la guerra stava portando sui militari e sulla popolazione civile, si orientano su contenuti un po' frivoli, come i romanzi d'appendice, rubriche per signore ecc.. Ma la vera novità di questi periodici è il grande spazio che essi destinano alle foto, diventando così strumenti privilegiati per comunicare, in modo diretto, a quella parte della popolazione maggiormente impreparata. Testate come l'illustrazione Italiana, che pubblicherà circa 1800 immagini della guerra, o La Domenica del Corriere e la Tribuna Illustrata, entrambi supplementi di quotidiani, che dedicheranno ogni settimana la propria copertina ad enfatizzare con preziosi disegni gli eroici episodi dei soldati al fronte, rappresentano, un nuovo modello di informazione, che lascia maggiormente spazio alle emozioni personali.

Ancora una volta la guerra rappresenta un'occasione utile all'evoluzione della comunicazione.

La nuova propaganda

La vasta produzione editoriale che ruotava attorno alla guerra in realtà non aveva prodotto gli effetti sperati: confortare l'opinione pubblica, sostenere l'esercito al fronte, dare una giustificazione patriottica alla causa erano obiettivi troppo ambiziosi per una stampa completamente controllata.

Nel 1916 nasce l'Ufficio Stampa che, a seguito di una intesa con il Ministero degli Interni, accredita come corrispondenti di guerra Luigi Barzini dei Corriere della Sera, Luigi Ambrosini della Stampa, Rino Alessi dei Messaggero. Ma anche questi giornalisti sono soggetti alla censura. I loro articoli, ancora una volta, non rappresentano la fedele cronaca dei fronte ma rielaborano quanto il Reparto Operazioni dei Comando Supremo ritiene di rendere a loro noto.

E a seguito della sconfitta di Caporetto (ottobre 1917) che verrà finalmente compreso che la comunicazione doveva essere un coadiuvante dell'azione di guerra: "Dopo Caporetto la Nazione prese coscienza del disastro della guerra e molte cose cambiarono. Il nuovo capo di Governo, Orlando, riuscì ad intuire la tragedia di un popolo in guerra e venne creato Il servizio P a cui fu affidato il compito di propaganda presso i combattenti ma anche verso il fronte interno affinché la guerra diventasse la battaglia di tutto un popolo (1).

Il 9 gennaio 1918 l'Ufficio Informazioni dei Comando Supremo istitutiva in tutto l'esercito un "Servizio informazioni sul "morale delle truppe" sotto la direzione dei Comando d'Armata, definito Servizio R, con il compito di vigilanza (prevenire cioè i moti antibellici o pacifisti in generale), assistenza (intesa come attività rivolta soprattutto alle famiglie dei combattenti) e propaganda (attraverso azioni mirate e non più lasciate alla iniziativa dei singoli). La funzionalità dell'Ufficio P era basata su alcuni principi evidenziati dal Comando Supremo: - Il soldato non deve mai avere l'impressione che si dubiti dei suo valore militare o della sua onestà di cittadino.

- Il soldato deve però capire che il concetto di Patria non è qualcosa di astratto, ma che sta combattendo anche per salvare la sua famiglia;

- Le conferenze devono essere limitate, l'educatore deve essere l'ufficiale con il quale il soldato vive e, per quanto la sua parola possa essere disadorna, è quello a cui più dà fiducia.

- La vendita dei giornali deve essere fatta nelle Case del Soldato da militari mutilati e da soldati utilizzati per la propaganda;

- La maggioranza dei soldati è indifferente a foglietti volanti, quindi bastano poche pubblicazioni, ma che siano stampate nitidamente e con copertina a colori e con illustrazioni immediatamente comprensibili;

- Si deve favorire la stampa di grossi manifesti a colori vivaci, che contengano poche parole di testo alla portata di tutti. Il grande manifesto attira l'attenzione e spinge i soldati a leggerlo o a farselo leggere.

In breve tempo. Il Servizio P. costituito dagli ufficiali più colti e preparati si attivò per attuare tutta una serie di attività volte a migliorare e alleggerire le condizioni morali dei soldati e dei loro familiari. Una delle prime azioni fu quella di favorire la diffusione dei così detti "Giornali di Trincea." pubblicazioni prodotte direttamente nella zona di guerra.

I giornali di trincea erano nati già nel 1917, compilati per lo più a mano o con ciclostili, e venivano distribuiti in genere nel battaglione o nel reggimento di appartenenza. Il Servizio P ebbe il merito di comprendere che il fenomeno delle pubblicazioni di guerra poteva rappresentare un forte veicolo di svago e di interesse: tali pubblicazioni vennero pertanto sovvenzionate dalle autorità militari affinché le tirature aumentassero favorendone anche una diffusione capillare e lo scambio tra i diversi corpi d'armata. Inoltre la composizione grafica e la responsabilità intellettuale venne affidata ai numerosi soldati-intellettuali quali giornalisti, scrittori, artisti che affollavano le trincee: Prezzolini, Calamandrei, Volpe, Soffici, Jahier, De Chirico. Sironi, ecc. aumentando così il livello qualitativo delle pubblicazioni. In Italia le riviste di questo tipo furono più di una decina e fra le più popolari ricordiamo La Trincea Quotidiana Resistere, La Tradotta (compilata da Arnaldo Fraccaroli e Antonio Rubino), la Ghirba (a cui collaborava Ardengo Soffici) e Sempre Avanti (con gli interventi dei poeta Giuseppe Ungaretti). Seppure con modalità diverse, i giornali di trincea non furono un fenomeno puramente italiano: in Francia, in Inghilterra e in Austria venivano stampati e recapitati alle truppe giornali appositamente prodotti dagli stessi corpi d'armata.

Il servizio P, oltre alla diffusione dei giornali di trincea, si impegnò a promuovere anche altre forme di intrattenimento e di svago come sostegno da destinare ai militari: troviamo così spettacoli teatrali itineranti con musica e danze rivolti alle truppe... Gli effetti di questa nuova campagna di propaganda furono così commentati da Giuseppe Prezzolini:

"Una parte del merito ce l'ha avuta anche il Servizio P Sì, in coscienza quegli uomini che seppero crearlo, che gli dettero, come in talune armate ha veramente avuto, quel carattere d'umanità profondo e di simpatia, di cordiale interessamento e di altezza morale che esso ha raggiunto, sì, in coscienza quegli uomini possono dire di avere contribuito largamente alla vittoria (2).

Paola Manara

Responsabile servizio periodici, Biblioteca Sormani, Milano

(1) " Ridere è guerra" di C. Bibolotti e F.A.Calotti in: I giornali satirici di trincea e delle retrovie durante la prima guerra mondiale - Museo della satira e della caricatura - Forte dei Marmi

(2) G. Prezzolini, Tutta la guerra. Antologia del popolo italiano sul fronte e nel Paese - Longanesi, Milano 1968

venerdì 26 febbraio 2016

La battaglia della Bainsizza e lo scenario internazionale

Copertina di Tribuna Illustrata settembre 1917
Sul piano operativo, la battaglia della Bainsizza (undicesima battaglia dell'Isonzo, 18 agosto - 12 settembre 1917) costituisce la prosecuzione naturale dell'offensiva voluta dal Comando supremo italiano nella primavera precedente (decima battaglia dell'Isonzo, 12 maggio - 5 giugno) e che - nonostante il dispendio di mezzi e di vite (430 battaglioni e 3.800 pezzi d'artiglieria impiegati; 160.000 vittime fra morti e feriti) - si era conclusa con limitati benefici territoriali. Sul lato dei risultati, la battaglia della Bainsizza porta all'occupazione da parte delle forze della II Armata (generale Capello) dell'altipiano omonimo e del rilievo strategico del Monte Santo. La strenua difesa, da parte dei reparti austro-ungarici, della testa di ponte di Tolmino (nella parte settentrionale del fronte), delle postazioni del San Gabriele (al centro) e di quelle dell'Hermada (a sud) impedisce, tuttavia, che si realizzi il previsto scardinamento della linea del Carso e lo sfondamento strategico in direzione di Trieste da parte della III armata (generale Emanuele Filiberto di Savoia Aosta) che, nelle intenzioni del Comando supremo, avrebbe dovuto condurre a una svolta nel conflitto. Sul piano diplomatico, la battaglia rappresenta, invece, l'esito finale di un complesso intreccio di pressioni iniziate ai primi del 1917 e intensificatesi dopo che la c.d. 'rivoluzione di febbraio' (23-27 febbraio secondo il calendario giuliano; 8-12 marzo secondo quello gregoriano) aveva portato alla fine dell'autocrazia zarista e aperto la strada a un'uscita anticipata della Russia dal conflitto.

Da questo punto di vista, il 1917 assiste, infatti, a uno spostamento dell'attenzione degli alleati verso il fronte italiano, spostamento sancito alla conferenza interalleata di Roma del 5-7 gennaio. Le ragioni di ciò sono molteplici e solo in parte legate alle esigenze del conflitto. La nascita del gabinetto Lloyd George, nel dicembre 1916, porta, infatti, a una rivalutazione, da parte di Londra, di una strategia 'orientalista' vista dai vertici militari come il tentativo del Primo ministro di ridimensionare il loro ruolo nella condotta delle operazioni. La scelta di destinare più risorse (umane e materiali) al fronte dell'Isonzo è contrastata in particolare dal comandante della British Expeditionary Force, generale Haig, e dal Capo dello Stato Maggiore Imperiale, generale Robertson. Gli esiti insoddisfacenti delle offensive del 1916 giustificano in parte l'atteggiamento di Lloyd George. Nello stesso senso si muove il sostegno offerto dal Primo ministro al nuovo Comandante in capo delle forze francesi sul fronte occidentale. generale Nivelle, anche se le promesse di quest'ultimo di conseguire uno sfondamento strategico delle linee tedesche a quarantotto ore dal lancio di una nuova offensiva congiunta  avrebbero portato solo alle pesanti perdite di Arras (da parte britannica 158,000 uomini fra il 9 aprile e il 16 maggio 1917) e dello Chemin des Dames (seconda battaglia dell'Aisne: da parte francese: circa 187.000 uomini fra il 16 aprile e il 9 maggio).

Di fronte al sostanziale fallimento dell'offensiva di Nivelle, un'azione sul fronte italiano avrebbe consentito da un lato di dare fiato alle forze anglo-francesi: dall'altro di sostenere quelle russe, scosse dagli eventi politici dei mesi precedenti e dalle conseguenze che questi avevano avuto sulla loro organizzazione e la loro operatività. Alla luce dell'avvio, di lì a poco, di quella che sarebbe stata la fallimentare 'offensiva Kerenskij' (“offensiva di luglio” o “offensiva della Galizia”; 1 - 19 luglio), l'azione italiana acquisiva, inoltre, un importante valore diversivo, contribuendo a immobilizzare lungo l'Isonzo importanti aliquote dell'esercito austro-ungarico (210 battaglioni e 1.400 pezzi d'artiglieria durante la decima battaglia dell'Isonzo e 250 battaglioni e 2.200 pezzi d'artiglieria durante l'undicesima). Il crollo delle truppe russe di fronte alla controffensiva della Sudarmee austro-tedesca e della 3° e 7° armata austro-ungariche (18 luglio) e l'avanzata di queste fino alla linea del fiume Zbruc (nell'attuale Ucraina), al confine fra la Galizia austro-ungarica e i territori dell'ex impero zarista, aggiunse ai preparativi per l'ennesima “spallata” di Cadorna un ulteriore senso d'urgenza. Questo senso d'urgenza è ampiamente enfatizzato, fra l'altro, nelle due conferenze interalleate di Parigi (25 luglio) e di Londra (7-8 agosto).

Sul piano concreto, la collaborazione fra i belligeranti rimase comunque limitata. Le richieste del Comando supremo italiano rimasero. di fatto, inevase. L'inizio della campagna britannica di Passchendacle, con il suo ambizioso obiettivo o di dare agli alleati il controllo completo delle Fiandre, pose, la parola “fine” a un dibattito destinato a riaprirsi dopo lo sfondamento di Caporetto. Alla vigilia dell'undicesima battaglia dell'Isonzo, la presenza alleata in Italia era, quindi, limitata - oltre che ai reparti della Croce Rossa - a dieci batterie di obici da 152 mm della Royal Garrison Artillery (schierate nella primavera precedente fra la zona del Vipacco e il vallone di Gorizia, a supporto dell’azione della III Armata da una parte verso  il Carso settentrionale, dall'altra verso l'Hermada e alle unità francesi ottenute da Cadorna. In seguito all'incontro del 25 giugno con il generale Foch a San Giovanni di Moriana: sei batterie da 155 mm e dieci batterie pesanti, oltre a dieci batterie di mortai pesanti britanniche. Tuttavia  essendo la fornitura di tali unità vincolata  al loro impiego in funzione offensiva, la postura di difesa a oltranza assunta dalle forze italiane dopo il 18 settembre portò alla richiesta, sia da parte francese, sia britannica, che esse fossero nuovamente – e immediatamente trasferite - sul fronte occidentale.

Questa richiesta avanzata alla vigilia dello sfondamento di Caporetio e nonostante i segnali che forze dell'Intesa stessero riposizionandosi in vista di una manovra offensiva sul fronte italiano - lasciò dietro di sé una scia di polemiche e risentimenti, soprattutto fra Cadorna e Robertson. che avrebbero finito per coinvolgere anche le rispettive Cancellerie. Dietro queste riposava, comunque, un'incomprensione di fondo. Agli occhi degli alleati, nonostante l'usura subita (circa 400.000 uomini fra morti e feriti dalla metà di maggio alla fine di settembre a fronte di 230/240.000 austro-ungarici), il Regio Esercito rimaneva, infatti, quello meno provato in termini umani e materiali. Questa convinzione, unita a quella (condivisa dell'Alto comando tedesco) che lo scontro decisivo sarebbe stato combattuto sul fronte occidentale, concorre a spiegare una scelta la cui conseguenze appaiono, in ogni caso, marginali rispetto alle evoluzioni successive. Più in generale, il coordinamento dello sforzo bellico appare il vero punto critico delle relazioni interalleate. Un punto critico che non sarà superato nemmeno con la costituzione del Comando supremo di guerra voluto da Lloyd George dopo Caporetto (conferenza di Rapallo. novembre) e che, al contrario, sarà reso più scottante dalla entrata in linea delle forze statunitensi, fra l'inverno 1917 e la primavera del 1918. Non a caso Washington, per rimarcare anche in questo campo il proprio status di Potenza associata, non avrebbe partecipato all'attività 'politica' del Comando e avrebbe limitato il proprio ruolo a un lasco coordinamento dell'azione militare.


Gianluca Pastori
Università Cattolica

domenica 7 febbraio 2016

LA TRASFORMAZIONE DELLA GRANDE GUERRA

di Massimo De Leonardis

Nel 1914 l'Europa era la «cittadella orgogliosa» all'apogeo del potere mondiale: controllava il 60% dei territori, il 65% degli abitanti, il 57% della produzione di acciaio, il 57% del commercio. Era consapevole e orgogliosa della sua missione civilizzatrice, della quale era parte rilevante l'opera delle missioni cattoliche, sostenute anche da governi laicisti come quello francese, sia pure per meri fini di prestigio e influenza politica. Tutto ciò fu distrutto con il «suicidio dell'Europa civile», come fin dal 1916 il Papa Benedetto XV definì la guerra, riprendendo poi l'espressione nella famosa nota dei l' agosto 1917 che conteneva anche l'altra più conosciuta, «inutile strage».

Causa scatenante della crisi fu l'assassinio a Sarajevo il 28 giugno 1914 da parte dei rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip, la cui mano fu armata da circoli dirigenti serbi, dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono Austro-ungarico, fautore di progetti di riorganizzazione dell'impero che avrebbe consolidato la fedeltà alla dinastia degli slavi del sud, tarpando le ali alla Serbia, che voleva invece essere il «Piemonte dei Balcani». Il 23 luglio Vienna inviò un ultimatum a Belgrado chiedendo una severa inchiesta e la punizione dei colpevoli. Ciò mise in moto un meccanismo diplomatico e militare che in poco più di dieci giorni precipitò nella guerra gran parte dell'Europa. Ciascun Paese ritenne fosse in gioco un proprio vitale interesse nazionale:

1. L'Austria-Ungheria non poteva perdere l'occasione di regolare i conti con la Serbia, che si poneva come punto di riferimento per gli slavi del sud all'interno dell'impero.
2. La Russia, protettrice della Serbia, non poteva lasciare campo libero nei Balcani alla sua rivale Austria-Ungheria.
3. La Francia non poteva abbandonare la sua alleata Russia, perdendo così l'occasione di riconquistare Alsazia-Lorena.
4. La Germania doveva appoggiare la sua unica alleata sicura, l'Austria-Ungheria, sperando anche che dichiararle il suo appoggio potesse servire a localizzare il conflitto.
5. La Gran Bretagna intervenne perché riteneva che la potenza dell'impero Tedesco stesse alterando l'equilibrio europeo, al quale era da almeno due secoli attenta; l'intervento britannico fu facilitato dalla violazione tedesca della neutralità del Belgio, necessaria per attuare il "piano Schlieffen".

Rimase inizialmente fuori dei conflitto l'Italia, pur alleata di Vienna e Berlino; rovesciando tale posizione entrerà in guerra nel 1915 al fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, dopo aver valutato i compensi che la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza sarebbero state disposte a prometterle per ottenerne rispettivamente l'entrata in guerra al loro fianco o la continuazione della neutralità. Come ebbe a dire il 18 ottobre 1914 il presidente dei Consiglio Salandra, assumendo l'interim dei ministero degli affari esteri dopo la morte del titolare Marchese di San Giuliano il supremo criterio ispiratore dei suo governo era il «sacro egoismo per l'Italia».

I vari Paesi si aspettavano una guerra breve, che non provocasse sconvolgimenti politici e sociali, come era stato per le guerre post-napoleoniche; inoltre essendo venuto meno da secoli il riconoscimento del supremo Magistero pontificio, non ci si poneva più la questione della liceità di una guerra. E evidente quindi che la Prima Guerra Mondiale scoppiò per ragioni classiche di politica di potenza. La diplomazia segreta di guerra, come gli accordi tra le potenze dell'intesa relativi agli Stretti ed al Vicino e Medio Oriente, spartito in zone d'influenza tra Gran Bretagna e Francia, rivela chiaramente le ambizioni imperialiste dei contendenti. Difficile trovare una contrapposizione ideologica tra autoritarismo e democrazia, in una contesa che vedeva la Russia zarista come pilastro della Triplice Intesa. Il progredire del conflitto, la necessità di giustificare con ragioni più nobili i sacrifici richiesti alle popolazioni e di motivare, come richiesto dagli Stati Uniti, gli "scopi di guerra" pubblici, la caduta dello Zar fecero sì che alla fine la propaganda dell'intesa presentasse il conflitto come una lotta tra le democrazie e gli Imperi autoritari, una lotta per le nazionalità "oppresse", contro il multinazionale Impero asburgico.

Da non sottovalutare poi la direttiva ideologica cara alla Massoneria internazionale: il risultato del conflitto doveva innanzi tutto essere la "repubblicanizzazione" dell'Europa e soprattutto l'abbattimento dell'unica Grande potenza cattolica, l'Impero asburgico. Come scrive lo storico ungherese François Fejtó, l'Austria-Ungheria, incarnava insieme monarchia e cattolicesimo [ ... ] il grande disegno [ ... ] era di estirpare dall'Europa le ultime vestigia deli clericalismo e del monarchismo». «La monarchia, la nostra monarchia, è fondata sulla religiosità [ ... 1 il nostro Imperatore è un fratello temporale del Papa, è Sua Imperiale e Regia Maestà Apostolica, nessun altro è apostolico come lui, nessun'altra Maestà in Europa dipende a tal punto dalla grazia di Dio e dalla fede dei popoli nella grazia di Dio». Così il polacco Conte Chojnicki parla al Barone von Trotta nel famoso romanzo La Marcia di Radetzky di Joseph Roth. Il Congresso Internazionale Massonico dei Paesi Alleati e Neutrali, riunito a Parigi il 28, 29 e 30 giugno 1917, inserì tra le sue risoluzioni le rivendicazioni italiane, cecoslovacche e jugoslave, che, avendo come fine la distruzione della Monarchia, furono inviate ai Governi alleati e neutrali. André Lebey, relatore del Congresso, condannò l'Austria-Ungheria, colpevole, a suo dire, di tenere legate a sé, con la forza, diverse nazioni.

Di lì a poco, la Germania prese la decisione cinica e di corte vedute di inviare Lenin in Russia, allo scopo di farla uscire dalla guerra, che il governo borghese nato dalla rivoluzione di febbraio intendeva invece continuare. La Russia si ritirò dal conflitto, ma furono poste le basi per la creazione del primo Stato comunista. Nello stesso anno entrarono in guerra dalla parte dell'intesa gli Stati Uniti, portatori di un programma di sovvertimento del tradizionale ordine internazionale e di ostilità alle monarchie. Sempre nel 1917, vero anno chiave della guerra, l'intesa pose o completò le basi dei tuttora insolubile problema del Medio Oriente, dividendosi in zone d'influenza tale area, ma allo stesso tempo da un lato fomentando la rivolta araba dall'altro promettendo agli Ebrei un "focolare nazionale".

La ricordata iniziativa di pace dei Papa del 10 agosto cadde nel vuoto, poiché mancavano le condizioni minime necessarie per una pace di compromesso. Dopo le immani perdite provocate dalle inconcludenti offensive degli anni precedenti, era difficile constatarne l'inutilità rinunciando ad una vittoria totale. Dal lato degli Imperi Centrali, la Germania non era disposta nemmeno alla restaurazione della piena sovranità dei Belgio ed alla restituzione dell'Alsazia e della Lorena alla Francia. Dalla parte dell'intesa, nei 1917 la Gran Bretagna era ancora eventualmente disposta a negoziare con l'Austria-Ungheria, ma non con la Germania, della quale voleva distruggere la potenza. Nel 1917 la guerra stava poi assumendo un carattere ideologico che escludeva soluzioni negoziate: la Massoneria internazionale voleva la distruzione dell'Austria-Ungheria e il Presidente Wilson pose le premesse di quella che oggi si chiama la guerra di regime change, rifiutando nell'ottobre 1918 di negoziare un armistizio con i governi imperiali di Berlino e Vienna. Comunque nessuno dei belligeranti, soprattutto dalla parte dell'intesa, era disposto a riconoscere al Papa un ruolo nel porre fine alla strage; con il Patto di Londra l'Italia aveva ottenuto dai suoi alleati che la Santa Sede fosse esclusa da qualunque voce in capitolo riguardo a negoziati di pace. In effetti, a tutti coloro che vinsero, o meglio credettero di aver vinto, la guerra apparve per nulla «inutile».


Come altri grandi avvenimenti della storia, si pensi alla Rivoluzione Francese, la Grande Guerra iniziò senza un esplicito programma rivoluzionario, che però si impose in corso d'opera. Il risultato fu una trasformazione radicale dell'assetto geopolitico dell'Europa: la scomparsa di tre Imperi (Austro-Ungarico, Russo e Tedesco), sulle cui ceneri si sarebbero installati i totalitarismi comunista e nazista, ponendo le premesse della Seconda Guerra Mondiale.

venerdì 15 gennaio 2016

Cantare e portare la Croce - IV parte

26 agosto. Cavalli e ciclisti. La 53° divisione raggiunge l’orlo meridionale del vallone di Ghignavano''. Il generale Gonzaga, suo comandante, attestatosi in località Caverna chiede di procedere nella conquista del vallone. Capello gli ordina di fermarsi. (9)

Il Comando d'Armata assegna al XXIV Corpo una divisione di cavalleria e tre battaglioni di ciclisti; Caviglia, con ironia, osserva che la mancanza d'acqua sull'altopiano della Bainsizza, rende inutili i cavalli, perciò " ... era necessario lasciare la cavalleria in valle Isonzo ...... (pag 109) I ciclisti, intanto, vengono mandati sulla Bainsizza.

Cadorna ordina alla III Armata di prepararsi ad un nuovo attacco sul Carso.

Sotto la stessa data, Gatti scrive: ”Io credo che la battaglia, concepita bene, nell'attuazione non sia stata altrettanto felice... Da quattro giorni tutta la III armata è del tutto ferma.... Fino a San Gabriele nulla di nuovo .... Se il nemico fosse stato premuto tutti i fronti avrebbe dovuto almeno pensare parecchie cose.... Il colpo non è stato fortissimo".(10)

Erich Ludendorff, comandante supremo tedesco: -L'undicesima battaglia dell'Isonzo era stata ricca di successi per l'esercito italiano. Le armate imperiali avevano bravamente resistito, ma le loro perdile sulle alture del Carso erano state così rilevanti, il loro spirito così scosso, che le autorità militari e politiche dell'Austria-Ungheria erano convinte che le armate dell' 'Imperatore non avrebbero potuto continuare la lotta e sostenere un dodicesimo urto dell'Italia". (11) Da qui l'intervento tedesco. Sette divisioni di fanteria e artiglieria. Caporetto verrà.

27 agosto. La brigata Grosseto si ritira sulla strada di Vrhovec per un violento contrattacco austriaco ma subito dopo riprende la posizione. Alla Il Armata viene assegnato l'incarico di espugnare il San Gabriele e il San Daniele, per aprire la strada alla III Armata. Per Caviglia la battaglia finisce ora e qui. (Cfr. pag. 109)

Perdite. Il generale Caviglia chiude la descrizione della battaglia nel suo settore con il quadro delle perdite: "Il XIV Corpo d'Armata s'era trovato di fronte 56 battaglioni, e ne aveva organicamente distrutti 45 oltre a diverse compagnie di mitragliatrici autonome. Erano caduti nelle nostre mani circa 150 bocche da fuoco ed 11. 000 prigionieri....

Le perdite del XXIV Corpo in questo periodo (13-31 agosto) furono in tutto circa 6400 uomini perduti. Nell'intera 11° battaglia dell'Isonzo, le 51 Divisioni, che vi presero parte, perdettero 140. 000 uomini, in media circa 3. 000 uomini per divisione ". (Caviglia, op. cit. pagg. 110- 111).

29 agosto. Il Comando Supremo sospende l'offensiva generale ed ordina solo un ultimo assalto al sistema difensivo del nemico, a nord e a est di Gorizia per facilitare le operazioni della III Armata, impegnata sul Carso. Ma proprio l'ultimo attacco in questo settore, fallisce.

Questa, dal 19 agosto, aveva ottenuto limitati successi nelle zone circostanti le colline di Tivoli, nel settore monte Faiti-Castagnavizza, Selo-Sella delle Trincee, paludi di Locavaz, catturando alcune migliaia di prigionieri, oltre i precedenti 19.000. Tuttavia, il Carso resta in mano nemica.

Lo scontro per la Bainsizza si frammenta.

Leggiamo in Amedeo Tosti (12) "Da fonte nemica sappiamo che il Comando austriaco, disperando ormai di poter porre riparo alle gravi falle aperte nella sua linea sul margine occidentale della Rainsizza, aveva predisposto, nella notte del 23, la ritirata sulla linea Masniak-Kal- Vrhovec-Madoni-Zagorie-San Gabriele: le ultime resistenze, quindi, del giorno 23, avevano avuto soprattutto lo scopo di coprire il ripiegamento -. (1).

(1) V la relazione del generale von Pitreich sull'11° battaglia dell'Isonzo nella citata opera dello Shivarte, e la Relazione ufficiale austriaca. (A.Tosti op. cit. pag 26)


Dopo il 24 agosto, come per Caviglia anche per Tosti, (pag. 266 op. cit.), la grande battaglia si spezzetta in una serie di scontri sanguinosi che si esauriscono in rettifiche della linea del fronte: ne sono testimonianza, gloriosa e amara, i monti Hermada e San Gabriele; l'uno sul Carso, l'altro nella corona di alture intorno a Gorizia. Contemporanei gli assalti, il 4 e 5 settembre, alle due montagne.

4 e 5 settembre Hermada e San Gabriele. Le due montagne sono contemporaneamente teatro di sanguinosi e feroci scontri all'arma bianca. L'Hermada resterà in mano austriaca sino al 1918, come bastione avanzato di Trieste.

5 settembre. Ore 5,35. Prendiamo una cima del San Gabriele.

"La presa del San Gabriele è avvenuta così. Alle 5,35 il t. col. Bassi. Dopo aver detto a S. E. Gatti che non facesse né intensificare il tiro, né altro, per non dare l'allarme al nemico, balzò fuori con i suoi 450 uomini, divisi in 3 parti: una diretta a q. 367 per salvaguardare il fianco destro, una verso S. Caterina per il fianco sinistro, e la principale in mezzo, per salire sulla cima del San Gabriele Avanti i bombardieri, dietro i lanciafiamme. Gli austriaci furono sorpresi nelle caverne.... la cima fu raggiunta in 30 minuti.... Il generale austriaco preso in una caverna, comandante la zona S. Gabriele, si suicidò, il maggiore comandante del settore tentò ma non riuscì. Tutto il monte, specialmente sulla cima, era forato come un alveare. Il battaglione d'assalto [ndr il reparto sperimentale degli Arditi] al S. Gabriele fino alla mattina del giorno 5: poi, sostituito da una brigata. ridiscese, a riposo al Natisone ". (Gatti, pag. 2 3 0).

La Il e la III Armata vivono ormai in continua fibrillazione, poiché il Comando Supremo, vale a dire Cadorna, non imprime la spinta definitiva alla battaglia: anzi, lascia che gli attacchi si spengano. Perché? Il suo disegno, ancora oggi, a noi, rimane oscuro. Tutto sembra lasciato all'iniziativa dei singoli reparti.

5 Sera. Riperdiamo quota 146. Gli Austriaci si incuneano tra le tre quote del San Gabriele da noi occupate: Veliki, 552 e 646. (Cfr. Gatti, pagg.223-224)

Due testimoni diversi ma uguali. Italiani e Austriaci prendono e perdono, riprendono e riperdono i fianchi del monte, ormai una fornace che brucia la vita dei soldati con una velocità oggi impensabile. Scrive il tenente colonnello Sauer del 14° reggimento di fanteria austriaco: “ ... chi potrebbe descrivere a fondo questo San Gabriele, questa specie di Moloch, che ingoia un reggimento ogni tre o quattro giorni, e senza dubbio, anche se non lo si confessi, cambia
giornalmente il suo possessore? ". (13)

Il nostro fante Antonio Pardi, classe 1898, del 247 reggimento, 6' compagnia, Il Armata, ci ha lasciato una vivida e impressionante fotografia di quelle giornate: "Ricordo la grande battaglia del monte San Gabriele, in cima al quale, ogni sera, saliva una divisione di fanti. Io servivo allora nelle corvées, di rifornimento munizioni alla prima linea, la quale si trovava in cima al San Gabriele. Ci muovevamo sotto un diluvio di cannonate ... ognuno di noi aveva sulle spalle una cassetta di munizioni. Salii diverse volte quel maledetto fianco del monte. ... Bisognava stare attenti dove si mettevano i piedi, per non correre il rischio di urtare le bombe... del commilitone caduto ... Ogni secondo che passava era un secondo di vita in più.... I morti erano così fitti che non si potevano più scansare... Gloria a tutti i caduti, ai soldati tutti che combatterono con coraggio. Gloria sia anche quando non avremo più bisogno di pensare alla guerra” (14)

6 settembre. Stallo. I nostri non vanno né avanti né indietro.

7 settembre. Del San Gabriele controlliamo, alla fine, un terzo, poiché solo una delle tre punte. che si ergono sul pianoro di quota 600, quella a nord-ovest, è nostra. Cfr. Gatti a pag 230.

Falso successo la presa sul San Gabriele?

15 settembre. Bainsizza. La Brigata Sassari conquista le quote 895 e 862.

29 settembre. La 44° divisione, generale Achille Papa, conquista quota 800, sulla linea Madoni-Na Kobil-Zagorje, che domina la parte superiore del Chiapovano.

5 ottobre. Bainsizza. Durante un assalto il generale Achille Papa è colpito a morte. Medaglia d'Oro alla memoria. Fine della battaglia.

EPILOGO

Nella temperie della Grande Guerra, l'Italia presenta i caratteri di una giovane nazione, che rielabora se stessa attraverso tensioni, contrasti, limiti della classe politica, problemi sociali, rivolte interne e al fronte, che non furono mai né rivoluzione né tradimento.

A chi intona la solita trenodia della “generazione perduta" rispondiamo: Niente storie!

Tutti i Soldati caduti in battaglia potrebbero dire di sé: Cursum feci fidem servavi.

Michele D'Elia

(1)      Enrico Caviglia, La battaglia della Bainsizza. Ed. Mondatori, Milano 1930, VIII pagg. 96-97. li volume ci farà da guida nella descrizione della battaglia.
(2)      Enrico Caviglia, op. cit. pag. 22
(3)      Ardengo Soffici, Kobilek, Ed. Vallecchi. Opere. Volume III, Firenze 1960, pagg. 113-119
(4)      Per l'unità linguistica degli italiani cfr. Tullio De Mauro. Storia linguistica dell'Italia unita, Ed. Laterza, Roma-Bari 1991, pagg. 108-109. [la edizione Bari 1963]
(5)      Angelo Gatti in Caporetto - Diario di guerra inedito maggiodicembre 1917, a cura di Alberto Monticone, Ed. Il Mulino, Bologna 1964, pagg. 182-183. Gatti offre una lettura "politica " e non solo tecnica delle operazioni da maggio a dicembre 1917
(6)       Fritz Weber. Da Montenero a Caporetto - Le dodici battaglie dell'Isonzo, Ed. Mursia, Milano 1967 pag. 341 e 337
(7)       cfr. Giuseppe Ungaretti, Lettere dal fronte a Mario Puccini, Ed. Archinto, Milano, novembre 2014, pag. 38
(8)      cfr. Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno, Cliché, Firenze 2014, pag. 137
(9)      Caviglia, op. cit. cfr., Nota n. 1 a pag. 102
(10)         Angelo Gatti, op.cit. pagg. 191-192
(11)         Ludendorff, Ricordi di guerra, pag. 384 - in Amedeo Tosti La guerra italo-austriaca - 1915-1918, Ed. I.S.P.I., Milano, 25 ottobre 1938 - XVI pag. 272
(12)         Amedeo Tosti, op. cit.
(13)         K. Sauer, Un libro di ricordi dei grandi tempi, Lienz, 1920, pag. 282 - in Amedeo Tosti, op. cit. pag. 269 Nota 1

(14)         Emilio Faldella [a cura di] I racconti della grande guerra, Ed. Mondadori, Milano 1966, pagg. 73-75

martedì 12 gennaio 2016

Cantare e portare la Croce - III parte

INTERLUDIO

22 agosto. "E' la giornata decisiva"

Prima dell'attacco allo Jenelik Caviglia considera: "Nella valle regnava un silenzio perfetto. Non uno squillo di tromba, non il nitrito d'un cavallo, non il suono d'un comando. La natura e gli uomini riposavano. Dopo tanta tempesta e tanta distruzione un silenzio religioso esaltava l'anima ad ascensioni mistiche di amore e di pace... (pag. 93)

Duello di artiglierie. L'artiglieria nemica ritiratasi dall'Isonzo, non spara o spara a casaccio perché troppo distante e senza osservatori. La nostra, invece, è così descritta dal tenente di artiglieria Fritz Weber nella sua testimonianza del 18 agosto: "In questi due anni, inoltre, il nemico si era trasformato radicalmente. Forse, a quest'ora aveva già superato lo zenit della saldezza interiore - durante la decima battaglia, infatti, certi reggimenti italiani avevano tentato pericolosi ammutinamenti - eppure rimaneva un fatto inoppugnabile che aveva imparato a morire, che aveva fatto l'abitudine alle perdite cruente e che bastava la più vaga speranza di un successo per renderlo addirittura temerario, preoccupato soltanto di arrivare alla meta, non importa se fosse un trascurabile pezzetto di terreno o una cima irrilevante.

L'artiglieria italiana, ... sapeva,fare un uso ben diverso, adesso, delle munizioni, non le sprecavano più senza scopo e senza risultato come nelle prime battaglie. Il suo tiro era diventato micidiale, colpiva tutti i punti immaginabili, era - se così si può dire -fantasioso nella sua metodicità, satanico per quanto concerneva il logoramento dei nervi dell'avversario. E poi c'erano gli aviatori italiani ... ". (pag. 337)

"Non vi era un nascondiglio, un angolo o una conca in cui qualcosa di vivente avrebbe potuto cercare riparo che non fosse colpito dal maglio dell'artiglieria italiana. Da Mrzli Vrh fino all'Adriatico, su un fronte lungo più di sessanta chilometri la terra tremava, fumava, l'aria era lacerata dall'urlo ininterrotto delle granate e delle bombarde. Neppure questo teatro di guerra aveva mai visto qualcosa di simile. Si stentava a credere che quanto stava accadendo, una distruzione così fulminea e così sapientemente organizzata, potesse avvenire per opera dell'uomo. Non erano, forse, demoni quelli che trasportavano i proiettili, servivano il volantino di puntamento, si gettavano sul pezzo, aprivano l'otturatore, cacciavano altro acciaio nella bocca da fuoco arroventata? Non erano, forse, demoni quelli che pensavano, calcolavano, osservavano in un simile mondo impazzito imprimendo a questa follia scatenata il suggello della più metodica esecuzione di un piano predisposto? "' (pag. 34 1)

22 mattina. Assalto all'Oscedrik, quota 856 - Fasi:

1) la 47° divisione parte all'attacco della cima e la conquista una prima volta; 
2) il nemico contrattacca e, con le riserve, riprende la vetta; 
3) il successivo corpo a corpo ci ridà l'Oscedrik; 
4) lo riperdiamo subito dopo.

Ore 14,30. Improvvisare ancora. 1) il nemico tiene saldamente il monte;

2) il Comandante del XXIV ordina alla 47° di condurre un nuovo assalto ed autorizza l'impiego dei battaglioni alpini Tonale e Pasubio, che però sono lontani. Che fare?

Il Comandante constata: - la 60° è sul Kuk con quattro battaglioni della brigata Tortona e tutto il 279° della Vicenza. - il 159° inizia l'ascesa dello Jelenik; - il generale Tisi, con la brigata Elba, è sul Semmer: e decide di attaccare per cresta lo Jelenik, così manovrando:

1) ammassamento. 
2) schieramento. 
3) attacco.

Caviglia prevede la conquista dello Jelenik per le ore 18.

Ore 17. Lo Jelenik cade.

Ore 18. Cade anche quota 747. La 60° procede verso il villaggio di Bate.

La fanteria manovra. Si chiede con orgoglio Caviglia: "Potrebbero altre fanterie, che non fossero italiane, manovrare così in momenti simili, dopo d'esser rimaste per mesi e mesi immobili,

impantanate in trincee di fango? Riacquistare così rapidamente tanta facoltà di movimento dopo diversi mesi d'atassia locomotrice? Io ho visto in diverse guerre le fanterie delle principali nazioni europee, asiatiche ed americane, ma credo che nessuna di esse, neppure la francese (che più si avvicina alla nostra per prontezza di intuito, sveltezza e facilità di movimento) avrebbe potuto far meglio e più prontamente quella manovra in analoga situazione “. (pag. 95)

Il Re. Sappiamo che Vittorio Emanuele III si spingeva sino alle prime linee. Ora è presso l'osservatorio del monte Kalì. (cfr. Caviglia, pagg. 96-97)

Sulla figura del giovane Sovrano, che ha "... attorno, delle vere mummie... " cfr. anche il profilo che ne tratteggia Gatti. (op. cit. pagg. 181-182).

Caduti lo Jelenik e l'Oscedrik, si sarebbe potuto aggredire l'orlo sud della linea austriaca, procedere verso il Kobilek, investire il vallone di Chiapovano, e puntare su Tolmino.

Sera. Il XXVII è fermo sulle nuove posizioni; il Il con la sua 3° divisione occupa la prima linea nemica. Qui si ferma e blocca anche la 60°, generale Squillace.

Notte tra il 22 e 23 agosto. Occasione perduta.

Il Comando d'Armata non si rende conto che la sosta: - permette alle forze austroungariche di sfilarsi; ed arresta la nostra avanzata generale.

Capello ed i suoi più stretti collaboratori, mancano di quella flessibilità tattico-strategica, necessaria per adeguare uno schema prestabilito all'imprevista evoluzione della battaglia.

Carlo I. Gli Imperiali sgombrano la Bainsizza.

Nel campo opposto, quasi a sottolineare l'errore strategico del Comando italiano, avvengono incontri decisivi. Fritz Weber: "Il 22 agosto l'Imperatore Carlo I arrivò a Postumia ed ebbe un colloquio segreto di due ore con il feldmaresciallo Boroevic. Il risultato di quest'incontro fu una decisione. ...ritirare il fronte a nord del Basso Vipacco, portandolo sul margine orientale del vallone di Chiapovano...

Alle 21, il feldmaresciallo Boroevic convocò il capo di Stato Maggiore e il capo dell'ufficio operativo per informarli delle proprie intenzioni e per sentire il loro parere... Il colonnello von Pitreich osservò che sarebbe stato opportuno agire senza eccessiva fretta. Durante la notte, forse, la situazione si sarebbe chiarita sulla Bainsizza consentendo di limitare lo sgombro completo dell'altopiano a una ritirata parziale. La proposta riscosse il pieno consenso del comandante della 5° armata. La speranza di una vittoria senza pari prometteva di diventare realtà e spronava gli italiani a insistere con rinnovato ardore.... Il colpo subito dalla difesa era, fuor di dubbio assai duro ... tre divisioni - la 21°, la 43°,  e la 106°, dodici valorosi reggimenti, 22000 uomini circa – erano state praticamente polverizzate... -. (Weber, op. cit. pagg. 351-353).

Notte tra il 23 e il 24: lo sgombero tecnico dell'Altopiano è concluso.

Effetto: l'artiglieria italiana all'alba del 24 spara sui luoghi abbandonati, vale a dire, fra la quota 652 del Vodice, il Kobilek ed il villaggio di Bate …(Weber, pag. 354)

Al dire di Weber, gli italiani attaccano alle ore 10 verso est, "il Monte Santo fu espugnato dopo un breve selvaggio corpo a corpo ". (Weber, op. cit. pag. 354)

23 agosto. Il prezzo dell'Oscedrik.

Prima che iniziasse l'aggiramento del monte da sud, nelle prime ore antimeridiane, i battaglioni alpini Pasubio e Tonale. Avevano ripreso il monte. I vincitori, arrivati in cima, vedono questo: "Su quella vetta la furibonda lotta. sostenuta a più riprese dalle nostre truppe e da quelle austro-ungariche, aveva lasciate terribili e dolorose tracce negli strati di cadaveri nemici e nostri, sovrapposti alternatamente, nelle armi infrante ed abbandonate, firammiste ad essi, nelle pietre divelte, negli alberi schiantati e nei rami stroncati. Si vedeva allora quante volte quella vetta fosse stata perduta e ripresa.

Ai valorosi nostri compagni, che colà combatterono e caddero, rivolgo il pensiero reverente e grato, ed ai nemici vada il tributo di ammirazione, meritato dal loro valore ". (Caviglia, pag. 100)

23 agosto. Pomeriggio. La brigata Grosseto occupa le Stari San Duha, oltre l'Oscedrik;

1) la 3° divisione del II Corpo avanza e sostituisce la 60°, tra quota 747 e 652;

2) la 60° occupa i boschi a sud dell'Oscedrik per aggirare il Kobilek.

L'altopiano della Bainsizza è isolato ma non preso.

Situazione. Dal 17 al 23 agosto, da Tolmino al mare il XXVII e il XXIV Corpo hanno superato l'Isonzo. Il XXIV aveva aperto "una porta di 15 km".

Schiodare. Ipotesi di manovra oltre la nuova linea del nemico. Gli austro-ungarici stanno arretrando sino all'estremo lembo meridionale dell'altopiano. il momento cruciale: gli Imperiali in ritirata dovrebbero essere incalzati per stadi successivi, così delineati da Caviglia:

a) “far passare la maggior quantità di forze possibile " (pag 101 ) attraverso lo squarcio di 15 km;
b) dividere le forze armate nemiche, sistemate a nord della foresta di Ternova, da quelle schierate più a sud;
e) tagliare la via della ritirata verso Lubiana.

Palese la crisi degli Imperiali che Caviglia definisce "vacillazione morale... perciò il giorno 23 anche la III Armata avrebbe, forse dovuto attaccare per approfittare di quelle debolezze". Il
Comando Supremo lo capì, ma diede gli ordini tardi. (pag 101).
Concludere subito la manovra con la presa di Tolmino, questo il pensiero di Caviglia, ma non di Capello, che non volle cogliere il momento propizio. Il fronte rimase fermo 24 ore. Così Caviglia: "La lezione che noi non abbiamo dato il 23 agosto agli Austriaci, la dette a noi il 24 ottobre di quell'anno la 14" Armata austro-tedesca", comandata dal generale tedesco Otto von Below. (pag 102).
24 agosto. Il XXIV procede per suo conto. L'abbandono dell'Oscedrik, l'assenza di contrasto di artiglieria e, soprattutto, gli incendi avvistati sulla Bainsizza, chiariscono l'estrema debolezza degli Imperiali. è il momento di attaccare su tutta la Conca del Chiapovano, per aggirare il Kobilek. Da qui l'ordine di operazioni, N° 9 diramato dal generale Caviglia, che avrebbe aperto la strada al Il Corpo. Esso recita:     «Occorre inseguire- l'avversario e non dargli tregua, affinché non possa riordinarsi ed affermarsi in posizione.
«Date la nostra preponderanza di forze e le speciali condizioni di disorganizzazione dell'avversario, raccomando ancora la manovra di avvolgimento, anziché ostinarsi ad una lotta frontale.
« E' mia intenzione proseguire celermente l'avanzata fino a raggiungere l'orlo nord-occidentale del vallone di Chiapovano per impadronirci del valico della strada di Lokve, prendendo possesso delle alture laterali Veliki- Verh e Cerni- Verh». (pag 104-105)
Sequenza delle operazioni:
1) alla 47° Caviglia ordina di marciare verso il ciglio della conca      di Chiapovano;

2) alla 60° di prolungare a sud la linea della 47° a per creare un unico schieramento difensivo tra il monte Zgorevnice e Sveto.

Tutto è pronto per l'assalto finale ma il generale Capello convoca tutti i comandanti di Corpo per consultazioni: non si conclude nulla, perché durante la conferenza giunse la notizia che la 53° divisione, [ generale Gonzaga, ndr ] aveva occupato il Monte Santo " (pag 104)

Chi vuole concludere qualcosa deve agire da solo.

Prime ore del mattino. La 47 si dirige tra quota 747 e il monte Sleme.

Tardo pomeriggio. Artiglieria al galoppo. La 47° occupa l'abitato di Trusnje, mentre la 60° occupa Bate e raggiunge la linea quota 801-Sleme, quota 700-Lohka. Si distinguono 2 batterie del 46° artiglieria da campagna che prendono posizione al galoppo e aprono il fuoco.

Entusiasmo delle truppe. Ungaretti. "Brigate che avrebbero dovuto essere sostituite non vogliono essere sostituite: altre, che sono in riserva come la brigata Regina, chiedono di essere impiegate. E’ una marcia in avanti piena di entusiasmo... -. (Angelo Gatti, pag. 187)

Questo clima di convinzione promana anche dall'opera e dall'impegno sul campo di Giuseppe Ungaretti, che, in malattia presso una compagnia presidiaria, insiste per "riandare a un reggimento combattente, al mio 19' ... ma presto” - 11 luglio 1917.(7)

25 agosto. L'Imperatore Carlo. angosciato dalle gravi perdite subite chiede a Guglielmo II aiuti in truppe e artiglieria. poiché: “L 'esperienza che abbiamo acquisito nell'undicesima battaglia mi porta a credere che capiterà di peggio nella dodicesima... (8) ".

25 agosto. Mattina. La 47° vola. S'impadronisce di quota 920 ad ovest del Volnik e precede di due km. la 60°. Questa avanza verso Breg, ma viene fermata. La brigata Milano decimata, è sostituita dalla Sassari. Il Comando del Corpo d'Armata lascia il monte Kalì e si trasferisce sull'Ossoinka. (Caviglia, pag. 106) Nella giornata, truppe austro-ungariche provenienti dalla Galizia, rafforzano il nemico.

Sera. Gli austro-ungarici, incalzati, si rischierano così: linea di mitragliatrici e artiglierie leggere. sulle alture intorno al lato occidentale della conca di Chiapovano.

Notte. Le nostre batterie di medio calibro passano sulla riva sinistra dell'Isonzo.