domenica 15 luglio 2018

Grande Guerra, quarta dell’indipendenza italiana.


Aspre sono le guerre. Aspra è la Prima Guerra Mondiale. Questa nasce da un groviglio di interessi economici e coloniali, di errori diplomatici e di egoismi politici, di pesi e contrappesi nazionali ed internazionali e di guerre locali. Concetti dei quali non aveva idea Gravilo Princip, assassino per caso di Francesco Ferdinando e della sua consorte Sofia Chotek il 28 giugno 1914, dopo il fallito primo tentativo nella stessa mattinata. L’Attentatore pensava che la morte dell’Arciduca, peraltro aperto alle richieste degli slavi, avrebbe liberato la Serbia e gli slavi meridionali dal dominio austriaco. Ne nacque, invece, un infernale domino, con la seguente  scansione temporale: 23 luglio, ultimatum dell’Austria alla Serbia; 28 luglio, l’Austria dichiara guerra alla Serbia; 30 luglio, lo zar Nicola II, protettore degli slavi meridionali, ordina la mobilitazione generale; 31, Guglielmo II intima  alla Russia e alla Francia di interrompere la mobilitazione entro12 ore; 1 agosto, dichiara guerra alla Russia e il 2 invade il Lussemburgo; il 3  dichiara guerra alla Francia; nella notte tra il 3e il 4  invade il Belgio, il 7 i tedeschi entrano a Liegi.
Lo stesso 3 agosto, l’Italia dichiara la propria neutralità, in forza dell’art. VII del Trattato della Triplice Alleanza. 4 agosto, l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania; il 6 anche l’Austria dichiara guerra alla Russia; il 9 e il 13  rispettivamente Francia e Regno Unito dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico. Il 27, il Giappone interviene a fianco dell’Intesa; il 5 ottobre, la Bulgaria dichiara la propria alleanza con gli Imperi Centrali; il 31, la Turchia si schiera con l’Austria e la Germania.
Secondo una tesi propria anche di personalità come il  Premio Nobel Thomas Mann, la Germania aggredisce per non essere aggredita, come Federico II ai tempi della Grande Coalizione.
L’esercito tedesco il 20 agosto occupa Bruxelles, il 3 settembre giunge Senlis a 35 Km da Parigi. Il Governo francese si era già trasferito a Bordeaux.
Anche questa sconosciuta velocità  delle armate tedesche prelude e simboleggia le profonde trasformazioni  dell’assetto tecnico, geopolitico, sociale ed economico, e soprattutto mentale, del vecchio continente e delle sue colonie. Infatti,  la Grande Guerra sarà anche un conflitto coloniale; o, secondo Lenin, l’ultima frontiera del capitalismo.
Per tutti  i  Paesi europei la dichiarazione di guerra è quasi un automatismo; non così per l’Italia.

Il  giovane Regno, vincolato agli Imperi Centrali dall’Alleanza firmata  nel 1882 e confermata nel 1902, dovrebbe intervenire, ma non lo fa; motivo ufficiale: il patto è difensivo e non offensivo.
Nei fatti le cose stanno diversamente: l’Italia è un Paese di recente costruzione, ancora geograficamente incompleto, perché privo di alcune sue vaste regioni, sintetizzate, nella memoria collettiva, nei nomi di Trento e Trieste, perle dell’Impero. Le popolazioni della Penisola non sono amalgamate; milioni di cittadini, nonostante l’impegno della Monarchia, non sanno  nemmeno leggere e scrivere. Gli italiani sono cattolici e rifiutano lo spargimento di sangue, anche se tra i cattolici emergono frange interventiste, che fanno capo a don Romolo Murri. La diplomazia è delusa dall’altalenare del Governo Salandra. Questa amarezza è manifesta in molta corrispondenza tra i vari Ambasciatori; un esempio: l’ambasciatore a Vienna Avarna il 5 ottobre 1914 rispondendo al collega di Berlino, Bollati, che gli aveva scritto il 25 settembre, lamenta che il Corpo Diplomatico “sia tenuto interamente all’oscuro del vero pensiero del Governo” e preannuncia  l’intenzione di voler    lasciare l’incarico “… non volendo rendermi complice dell’atto di slealtà che sta maturando”, ovviamente verso l’Austria-Ungheria. (Documenti Diplomatici Italiani)
Violente fibrillazioni scuotono il mondo politico: i socialisti e le Sinistre in generale pensano prima ad uno sciopero contro la guerra, poi si dividono in interventisti democratici e tradizionali. Benito Mussolini cambierà fulmineamente idea e campo: espulso dal P.S.I.   fonda  il Popolo d’Italia il 14 novembre 1914  e lancia una specie di grido di battaglia con l’articolo “Audacia!”. Il mondooperaiosi riunirà a Zimmerwald, presso Berna, tra il 5 e l’8 settembre 1915; con un proprio  Manifesto, detto appunto  di Zimmerwald, contesterà la scelta dei socialisti europei di partecipare alla guerra ciascuno per il proprio Paese, in nome del sacro egoismo nazionale; ma il loro grido:”Proletari di tutti i paesi unitevi!”, cadde nel vuoto.
 I socialisti italiani, in tale consesso, sono rappresentati da Lazzari, Serrati, nuovo direttore dell’Avanti! e Modigliani. I Futuristi, primo fra tutti Marinetti, ma anche Papini, Curzio Malaparte, le riviste La Voce, Lacerba, … i pittori Carrà, Carlo Erba, i  matematici come Eugenio Elia Levi, architetti come Antonia Sant’Elia, scrittori come Serra,  che cadranno in battaglia; gli irredenti Battisti ed i fratelli  Filzi, si schierarono per l’intervento. Quasi superfluo ricordare Giuseppe Ungaretti e l’indigesto D’Annunzio. Tanti altri ancora come Monelli, Papini, Omodeo,  Pertini, Lombardo Radice, Parri, Calamandrei, Pieri, Cecchi, Rebora, Volpe, l’anziano Bissolati, Amendola  … non tutti  futuristi e neanche nazionalisti, per dovere civico o libera scelta, parteciparono al conflitto, con diverse funzioni . Anche i repubblicani mazziniani sono per la guerra. Ogni nome rappresenta una storia diversa, ma un ideale comune: quello di Patria, pur diversamente declinato.
 A fronte di queste minoranze più che vivaci, la classe politica liberale, che fa capo a Giovanni Giolitti, tiene un contegno molle ed incerto, segno di decadenza. Il Re tace. La Camera, contraddicendo un suo precedente e recente atto, il 20 maggio 1915 vota l’intervento  contro l’Austria-Ungheria con 407 sì e 74 no; ma solo il 28 agosto 1916 dichiareremo guerra all’Impero germanico, segno che il secolare nemico è uno solo. Antonio Salandra, che si era dimesso il 13, viene riconfermato Presidente del Consiglio ed ottiene  i pieni poteri. Il 22 maggio il Re firma il decreto di mobilitazione generale, il 23 l’ambasciatore a Vienna Avarna, consegna la dichiarazione di guerra al ministro Burian. Il 26 il Re, dal quartier generale Martignacco di Udine,  lancia il suo primo Proclama ai soldati. Vittorio Emanuele III lascerà il fronte solo per risolvere le crisi di governo.                                                                                                                                                        
Il giovane Regno ha un’occasione ed una speranza: accreditarsi tra le potenze continentali ed intercontinentali anche e proprio perché fu presto chiaro, forse non a tutti, che l’eurocentrismo stava scomparendo e che il conflitto ne avrebbe accelerato la fine.
La guerra fu luogo di scontro e d’incontro, per l’Italia, di uomini di regioni, civiltà, costumi e lingue diverse. I nostri soldati analfabeti  cominciarono ad imparare a leggere e scrivere in una lingua sino ad allora sconosciuta: l’italiano (De Mauro). 
La guerra è una costante del genere umano: da Socrate a Karl von Clausewitz i conflitti armati sono la continuazione della politica, quando questa e la diplomazia non hanno più niente da dire.
Guerra e pace sono intimamente connesse. Solo dallo scontro cruento nascono nuove realtà sociopolitiche, anche se a volte peggiori di quelle soppiantate.
Aree di frizioni geopolitiche divennero, lentamente e poi sempre più rapidamente, origine di frattura ideologica e sociale. Ozioso è chiedersi se un conflitto sia giusto o ingiusto, morale o immorale. Pungente ed equilibrata la tesi di  Benedetto Croce  in  L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra ha scritto: “… quando la guerra scoppia (e che essa scoppi o no, è tanto poco morale e immorale quanto un terremoto o altro assestamento tellurico) i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della Patria … Solo a questo modo l’individuo è giusto, sebbene, a questo modo, giusto sia anche l’avversario e, per questa via giusto sarà per un tempo più o meno lungo, l’assetto che si formerà dopo la guerra”.
Tra questa tesi e quella di von Clausewitz si dispiega una serie quasi infinita di livelli e di interpretazioni polemologiche. Sta di fatto che la Grande Guerra è il displuvio tra il nuovo e l’antico, processo di trasformazione al quale l’Italia non poteva sottrarsi.
I  belligeranti respinsero con fastidio l’appello di Benedetto XV, dell’uno agosto 1917, concordato con l’imperatore Carlo, per porre fine all’inutile strage, tanto si erano identificati nei propri interessi e nelle proprie ragioni, e pure, proprio in agosto a Torino era scoppiata la sanguinosa  ‘rivolta del pane’.

Caporetto e Vittorio Veneto  sono due metafore che rappresentano l’Italia, sempre caricate di significati estranei alla loro natura di fatti bellici. Mercoledì 24 ottobre 1917 alle ore 2 del mattino gli austro-tedeschi investono, con i gas, gli avamposti della conca tra Plezzo a Tolmino. Hanno in mente un’operazione di ordine tattico, condotta su tre colonne che attaccano contemporaneamente sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Il progetto  divenne via  via strategico, quando il nemico si  rese conto che i nostri Comandi  al più alto livello nelle prime ore non riuscivano ad organizzare alcun contrasto in profondità, poiché la loro filosofia era sempre stata solo di attacco e non anche di difesa in profondità.  La 14ª Armata austro-tedesca, 15 divisioni, investì tre nostre divisioni prive di riserve. In sintesi, il nemico avanzò lungo la linea Isonzo-Tagliamento-Udine- Belluno- Piave nel vuoto, per tutta la prima giornata.  Il piano di contrasto  fu preparato da Cadorna  tra il 28 e il 30 ottobre. I reparti in linea, nel frattempo, si ritiravano combattendo. Pochi esempi: il 24 stesso alle ore 14 nel comune di Idersko si combatte casa per casa e solo alle 16 i battaglioni slesiani occuperanno Caporetto.
il 25 ottobre: “… ufficiali della brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima del Podklabuk … L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”. Così Guido Sironi, I vinti di Caporetto.
Il Diario del  LI Corpo d’Armata tedesco conferma: “Gli italiani difesero lo Jeza con straordinario valore”.
Il 27 ottobre il Bollettino austriaco afferma: “ Gli italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo”.
E ancora: “Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe”. Generale Enrico Caviglia in La dodicesima battaglia – Caporetto pag 93.
La travolgente avanzata dopo le prime 24 ore andò gradatamente rallentando sino a spegnersi del tutto sulle rive del Piave il 9 novembre; tra il 10 e l’11 dicembre 1917, si spensero anche le ultime spallate di Conrad.
L’arretramento sulla linea del Piave era previsto sin dai tempi di Odoacre, di Napoleone e del generale Cosenz. Cadorna il 27 ottobre giunge a Treviso e  predispone il rischieramento dell’esercito sulla riva destra del Piave; il 30 il nuovo progetto è pronto. Sarà attuato da Diaz. Purtroppo, alle ore 13 del 28 il Generalissimo aveva emanato l’infelice Bollettino n.° 887, che accusava di viltà la II Armata. Cadorna avrebbe spiegato la sua accusa nel volume Pagine polemiche Garzanti 1951. (D. D. I.) Un po’ tardi!
Sul fronte politico il Re, tornato a Roma il 26, risolve la crisi di governo sostituendo  Boselli con Orlando e nominando, poi,  il generale Diaz al posto di Cadorna. Il 5 e il 6 novembre si svolse a Rapallo la riunione preparatoria del convegno dell’8 a Peschiera. Qui Vittorio Emanuele III sostenne le ragioni del soldato italiano e la sua capacità di resistenza. Non sbagliò. Il Piave, quindi, fu un disegno netto e meditato, che riduceva la linea del fronte da 650 a 300 km, e ci consentiva un rafforzamento fondamentale nell’immediato e nella prospettiva.
                                                                                                                                                        
L’altra metafora è Vittorio Veneto. Per taluni è  modesta  battaglia enfatizzata dalla propaganda governativa. Falso. Le tre battaglie del Piave, che a Vittorio Veneto si conclusero il 31 ottobre, ci costarono 36.000 perdite, delle quali 7.000 morti accertati. Vero è, invece, che l’implosione dell’Impero asburgico non aveva intaccato  la capacità di resistenza e offesa dell’ esercito, fedele all’Imperatore.
Non possiamo descrivere l’andamento degli scontri sul Piave e sul Grappa,  dove già il 24 eravamo partiti all’attacco e dove i combattimenti saranno più sanguinosi che sulle rive del Piave e sugli Altipiani, ma la montagna non ebbe un Cantore, come l’ebbe il fiume; diremo soltanto che il  nemico organizzò la propria manovra su tre momenti: a. superare il Piave;  b. prendere Venezia; c. dilagare nella Pianura Padana. 
                                
La massima penetrazione del nemico si ferma sull’ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli.  Lo storico londinese Erbert A. L. Fisher nella sua  Storia d’Europa, a pag 401, aveva scritto:“Che, dopo simile disfacimento del morale militare,[Caporetto ndr] il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”. Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altre 102 bocche da fuoco, il 19 settembre 1917, non credendo all’imminente attacco degli Imperiali. Non  solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Gli Stati Uniti, entrati un guerra il 6 aprile del 1917,  ci manderanno un solo reggimento, il 332° di fanteria. Astuti!
Epitome della guerra italiana è il passaggio del Piave. Sera del 26 ottobre 1918: “Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e La Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”.   Le tre battaglie del Piave (pagg. 174-175)  Così il Generale Enrico Caviglia, comandante l’VIII Armata, che condusse la manovra.
Da questo momento le truppe italiane proseguiranno in profondità riprendendo uno per uno tutti i centri occupati dal nemico. 30 ottobre mattina, cade Vittorio Veneto. 1 novembre, ore 11, cade Belluno. 3 novembre, ore 2,30, l’Imperatore Carlo telefona al Capo di Stato Maggiore l’ordine segreto n.° 2.101 che recita tra l’altro: “Le condizioni di armistizio dell’Intesa sono accettate …”.
Eccone i momenti fondamentali:
3 novembre alle 13,30 cade Udine. Stesso giorno, ore 15,15 ‘Alessandria Cavalleria’ entra a Trento.   Alle 16 il gen. Petitti di Roreto sbarca a Trieste con 200 carabinieri, il 10° battaglione bersaglieri ed una compagnia di mitraglieri della Regia Marina. Sempre il 3 novembre, ore 18,20, i generali Badoglio e von Webenau, a Villa Giusti, firmano l’armistizio. Questo atto stroncò la nostra avanzata verso Vienna. Nessuno, amici ed alleati, voleva che l’Italia andasse oltre.
4 novembre, ore 15, cade Caporetto.
Stesso giorno il gen. Diaz firma il “Bollettino della Vittoria”.
9 novembre, il Re, dal Comando Supremo, indirizza il suo Ordine del Giorno all’Esercito ed all’Armata.
10 novembre, Vittorio Emanuele III sbarca a Trieste dal cacciatorpediniere ‘Audace’.
Tuttavia, l’esperienza bellica modifica le coscienze e testimonia l’esaltazione della storia di  un popolo, ignaro, sino a quel momento, di quanto sapesse fare e sconosciuto a se stesso. I nostri giovani chiusero un’epoca e ne iniziarono un’altra. Diedero prova di virtù civiche prima ancora che militari. Si identificarono nello Stato Nazionale. Cianciare di “generazione perduta” significa negare noi stessi. 
  
Michele D’Elia
Direttore R. di Nuove Sintesi

lunedì 25 giugno 2018

LA SOCIOLOGIA ITALIANA DAI SUOI INIZI SINO ALLA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE


Roberto Ardigò
Uno degli intellettuali di riferimento del positivismo italiano fu Roberto Ardigò (1828-1920), autore del libro Sociologia (1886). Probabilmente era stato all’epoca lo studioso italiano più acuto e tra i più noti a livello internazionale: grazie a lui un lavoro cruciale nella storia delle scienze sociali, quello di William James dal titolo Le varie forme dell’esperienza religiosa, pubblicato negli Stati Uniti nel 1902, venne tradotto in italiano, nel 1904. William James era uno dei padri del pragmatismo americano e, pertanto, uno dei principali sostenitori delle scienze empiriche. Ardigò, che non aveva mai voluto leggere Comte e leggeva invece solo alcuni scritti di Herbert Spencer, sostenne fortemente il carattere empirico della conoscenza sia del mondo fi sico che di quello psichico, secondo la prospettiva di un passaggio crescente dall’indistinto al distinto, e lasciò un gran numero di pubblicazioni, raccolte in Opere fi losofi che, in 11 volumi, pubblicati tra il 1882 e il 1918. 
Proprio in quest’ultimo anno Ardigò tentò il suicidio una prima volta, perché già depresso ma per di più anche addolorato a seguito della disfatta di Caporetto e della perdita di molte giovani vite. Un secondo tentativo ebbe luogo il 27 agosto 1920 nella sua casa di Mantova, già abitata da Ippolito Nievo (1831- 1861), patriota ed autore del romanzo Le confessioni di un italiano (pubblicato postumo nel 1867 con il titolo Le confessioni di un ottuagenario e riecheggiato di recente da Achille Occhetto in Pensieri di un ottuagenario). Roberto Ardigò morì qualche giorno dopo, il 15 settembre 1920. Il primo insegnamento della sociologia in un’università italiana si era avuto, per quanto ne sappiamo, nel 1874 grazie a Giuseppe Carle, seguace di Giambattista Vico (1668-1744), presso l’Università di Torino. 
Un altro corso sociologico risale all’anno accademico 1878-1879 presso l’Università di Bologna: si trattava di sociologia teorica, insegnata dal professor Pietro Siciliani. Il riconoscimento uffi ciale della sociologia da parte del ministro del settore (Guido Baccelli) si ebbe nel 1898 con la cattedra assegnata a Errico De Marinis (nel 1901) – un socialista vicino al pensiero dell’evoluzionista darwiniano Ernst Haeckel – presso l’Università di Napoli, nella Facoltà di diritto. Prima di allora, alcuni corsi non uffi ciali erano stati impartiti da Alfonso Asturaro a Genova, dall’economista socialista Achille Loria a Padova, dal fi losofo Icilio Vanni a Perugia, dall’economista Salvatore Cognetti de Martiis a Torino. Altri insegnamenti sociologici erano stati attivati a Siena (Filippo Virgilii), Messina (Ferdinando Puglia), ma anche a Roma (Enrico Ferri) e Catania (Giuseppe Vadalà-Papale). Il pensiero di Saint-Simon (1760-1825) e quello del suo allievo Comte (1798-1857) avevano in gran parte infl uenzato il positivismo italiano. Ciò che è rimasto, tuttavia, è la tendenza a considerare la realtà come un dato di fatto con un proprio signifi cato evidente e immediato. 
Come ha scritto Filippo Barbano (1922-2011), i presupposti fi losofi ci e metodologici della prima sociologia italiana, oltre il fatto di non essere abbastanza “critica”, non erano neppure completamente aderenti al pensiero di Comte. In tali condizioni l’affermazione della sociologia in Italia si è avuta in modo vivace e tumultuoso, ma anche incerto. La sociologia non era collegata ad alcuna struttura culturale, per cui la maggior parte delle sue energie è stata spesa per difendere la sua autonomia dalla fi losofi a. In realtà, neppure il tentativo fatto da Enrico Ferri (1894) di far confl uire insieme il socialismo e la sociologia può essere ignorato. Ferri è stato allievo di Roberto Ardigò e docente di diritto penale a Bologna, così come in altre università europee e sudamericane. 
Un altro dato di fatto è quello degli sviluppi nel campo della ricerca etnografi ca e antropologica. In proposito la scuola italiana ha offerto notevoli contributi. L’iniziatore di tali studi è considerato Paolo Mantegazza (1831-1910), medico ed antropologo, seguace delle teorie darwiniane e fondatore, nel 1870, della Società Italiana di Antropologia ed Etnologia (SIAE) e della rivista Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia. Il suo lavoro anticipava analoghe iniziative in sociologia. La Rivista di Sociologia venne fondata nel 1894 e fu pubblicata fi no al 1896, diretta dal sociologo Giuseppe Fiamingo, dall’avvocato Giuseppe Vadalà-Papale e dallo statistico Filippo Virgilii. La pubblicazione citata sopra non mostrava un particolare interesse per la sociologia internazionale, a differenza della posteriore Rivista Italiana di Sociologia, molto più attenta ai lavori di Durkheim (1858-1917), Weber (1864-1920) e Simmel (1858-1918). La sua linea rimaneva in gran parte basata su posizioni di natura biologica e psicologica. Ma c’era anche un interesse per la metodologia storica. 

Tuttavia l’approccio teoretico era principalmente organicista, sostenuto da Giuseppe Fiamingo. Un altro contributo veniva, con un punto di vista biologico, da Giuseppe Sergi che riteneva la sociologia solo «un’appendice della biologia umana». Di questa stessa idea era De Marinis (che fu poi attivo nella Rivista Italiana di Sociologia). Il fi losofo morale Alfonso Asturaro era orientato verso il materialismo storico, ma anche verso il positivismo. L’evoluzionista Vincenzo Tangorra aveva un punto di vista diverso: per lui la sociologia non derivava da premesse psicologiche. Vadalà-Papale invece forzava la sociologia di Simmel sino a farla rientrare nella struttura dell’evoluzionismo di Spencer. Ancor meno facile da capire era la dura critica di Giuseppe Fiamingo al testo di Durkheim su Le regole del metodo sociologico, che egli riteneva un fallimento e troppo confuse e piuttosto vicine alla metafi sica. Il tentativo di conferire alla sociologia il ruolo di una scienza onnicomprensiva, entro una prospettiva evoluzionistica basata sulla continuità e differenziazione tra il biologico ed il sociale, era un elemento comune e piuttosto omogeneo negli scritti pubblicati dalla Rivista di sociologia. Il vero intento era però quello di legittimare la dimensione scientifi ca della sociologia e darle autonomia rispetto alle altre scienze. Non fu solo un caso se Rivista di sociologia fu pubblicata solo per tre anni fi no al 1896. L’eredità fu presa dalla Rivista Italiana di Sociologia, appena un anno dopo. 
Questa rivista ha prodotto, nella sua durata di 25 anni, una straordinaria quantità di scritti sociologici. Per ogni numero vi era una media di 350 titoli di libri e articoli annunciati. Vennero pubblicati 102 numeri, per un totale di 17.421 pagine. 232 autori vi hanno scritto un totale di 658 articoli. Il promotore della rivista era un esperto della pubblica amministrazione e docente presso l’Università di Roma, Guido Cavaglieri, la cui morte nel 1917 non portò alla sospensione della pubblicazione, almeno fi no al 1921. Nel 1899 il primo congresso italiano di Sociologia si tenne a Genova e nel 1908 un’altra pubblicazione fu fondata con il titolo di Rivista di Sociologia e Arte. Scienze Sociali e Estetica. La Società Italiana di Sociologia fu fondata a Roma nel 1910 (e ricostituita nel 1937), con Raffaele Garofalo come primo presidente, Giorgio Arcoleo, Errico De Marinis, Enrico Ferri e Giuseppe Sergi come vicepresidenti, nonché Giuseppe Fiamingo come segretario. 
La Società organizzò a Roma l’ottavo congresso dell’Institut International de Sociologie. In data 25 aprile 1893 Pareto era stato nominato docente presso l’Università di Losanna. Rimase in Svizzera per 30 anni. Pareto è l’unico appartenente alla tradizione italiana ad avere raggiunto un livello così alto ed un riconoscimento unanime. La sensazione di disagio da parte di Pareto per la discussione sull’autonomia della sociologia è stata per lo più indirizzata verso l’Accademia Reale delle Scienze Morali e Politiche, a Napoli nel 1905. Si trattava dell’ampliamento di un precedente dibattito sulla “questione sociale” promosso da Pareto e Croce, tra il 1900 e il 1901, su quattro numeri del Giornale degli Economisti. 
Alla fine degli incontri napoletani, si decise di non chiedere le cattedre di sociologia nelle università. Nondimeno lo stesso Pareto più tardi, nel 1916, pubblicò il suo Trattato di sociologia generale, ribadendo così il ruolo primario della sua disciplina scientifica.

Roberto Cipriani Emerito dell’Università Roma Tre

domenica 10 giugno 2018

Guerra e ideologia della guerra nell’antichità


Nella società occidentale odierna si nutrono molti dubbi sulla legittimità della guerra in quanto tale, anche in caso di guerre difensive o “umanitarie”; e al rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle contese fra i popoli corrisponde l’idea che morire in guerra è crudele e inutile: benché ormai quella del soldato sia quasi sempre una figura professionale, l’opinione pubblica non accetta più che si muoia combattendo.
Nel mondo antico la situazione era molto diversa. La guerra era un evento, se non “normale”, ritenuto comunque necessario. Combattere faceva parte dei doveri del cittadino: in un certo senso, era sentito anche come un diritto, perché servire nell’esercito era un privilegio che garantiva promozione sociale e politica. Morire in guerra era un rischio che il cittadino antico riteneva doveroso affrontare. Certo anche gli antichi cercavano di evitare la guerra, ricorrendo alla diplomazia e agli arbitrati, ma la consideravano legittima, almeno in linea generale, quando altre vie, giuridiche o diplomatiche, non sembravano più percorribili. Nel mondo greco, che non produsse (o non ha conservato) una riflessione articolata sul tema della legittimità della guerra, erano considerate “giuste” la guerra difensiva, compresa quella originata dall’appello degli alleati, e la guerra generata dalla violazione di un accordo. La legittimità della guerra è spesso invocata dai contendenti, che rivendicavano di avere la ragione dalla loro parte sia di fronte alla divinità, protettrice dei patti giurati e garante della giustizia nei rapporti internazionali, sia di fronte all’opinione pubblica, cui ci si rivolgeva, con pubblici scambi di accuse, nella speranza che riconoscesse il proprio diritto, soprattutto quando la guerra aveva origine dalla rottura di un accordo. Vere e proprie dichiarazioni formali di guerra erano rare nel mondo greco; più spesso, fallita la via diplomatica, le parti passavano ai fatti e le relazioni diplomatiche venivano sospese.
Fin dai tempi più antichi sono inoltre presenti tracce di un’etica della guerra, che si esprime nelle norme volte ad umanizzare i conflitti (come il divieto di utilizzare alcuni tipi di armi, di avvelenare le acque o di attaccare durante un’epidemia), nel rispetto dei santuari e nel trattamento umano del nemico sconfitto.
Anche lo scontro militare, del resto, obbediva a regole precise. L’oplita greco, protagonista della forma di combattimento affermatasi con l’avvento della cosiddetta falange oplitica (VII sec. a.C.), era un fante armato con armatura pesante comprendente elmo, scudo, corazza, schinieri, lancia e spada corta; poteva avere tra i 20 e i 60 anni e in genere non era un soldato di professione (solo nel IV secolo iniziò la diffusione di mercenari anche negli eserciti cittadini). L’oplita combatteva inserito in uno schieramento costituito da almeno otto file di soldati: suo compito principale era mantenere disciplinatamente il posto accanto ai compagni, in modo che la coesione aumentasse la forza d’urto della falange. La falange attaccava frontalmente il nemico, prima marciando, poi caricandolo con una breve corsa finale; lo scontro aveva come scopo di costringere il nemico a cedere terreno e ad abbandonare il campo. Se non si riusciva ad aprire una breccia nella falange nemica (era questo il compito delle prime linee) e a costringerla ad arretrare, il combattimento corpo a corpo tra gli opliti finiva in un vero e proprio massacro. Ma più spesso una delle due parti cedeva: in questo caso, la falange poteva ritirarsi compattamente, riuscendo a mantenere l’ordine e limitando le perdite, o disperdersi. Alla fine, è stato calcolato che i caduti erano circa il 5% per i vincitori e il 15% per i vinti. Questo sistema di combattimento restò sostanzialmente stabile per molti secoli; innovazioni successive, come l’approfondimento dei ranghi e l’introduzione di nuove armi (per esempio la sarissa, la lancia lunga macedone), cercarono di aumentare la capacità
d’urto della falange, ma non cambiarono in modo significativo il modo di combattere. Chi, a battaglia conclusa, si dichiarava sconfitto, si ritirava e chiedeva una tregua per raccogliere i morti (che era doveroso concedere); viceversa, chi restava padrone del campo si dichiarava vincitore innalzando il trofeo.
L’idea della legittimità della guerra non implica, per i Greci, indifferenza ai problemi etici che la guerra porta con sé. Ricerche recenti hanno messo in evidenza che dare la morte in guerra comportava per il soldato una sorta contaminazione sacrale (il miasma), collegata con il versamento del sangue, che richiedeva purificazione, non diversamente da quella che colpiva chi uccideva in altre circostanze. Ovviamente il soldato non era perseguibile per aver ucciso il nemico in guerra, e neppure per aver ucciso un compagno per errore in contesto bellico; erano, questi, casi di omicidio cosiddetto “legittimo”, cioè non perseguibile. Allo stesso modo, la legislazione in difesa dei regimi costituzionali contro la tirannide e le diverse forme di autocrazia considerava legittimo l’assassinio dell’aspirante alla tirannide o al regnum, equiparato al nemico esterno. Non perseguibilità non significa, però, che il versamento del sangue fosse irrilevante: le cerimonie di purificazione degli eserciti, note sia per la Grecia (la Macedonia ellenistica) che per Roma (Varmilusirium), sembrano confermare l’esistenza di un miasma anche per chi uccideva in guerra.
Il concetto di “guerra giusta” era chiaramente presente nel mondo romano, in cui l’ideologia della guerra è dominata, specie nei primi secoli, da uno stretto rapporto con la sfera del sacro e in cui l’idea di bellum iustum ac pium investiva sia l’aspetto formale (i riti di dichiarazione compresi nel cosiddetto ius fetiale), sia quello giuridico (il rispetto dei patti di alleanza tra popoli), sia quello religioso (la violazione dei patti giurati costituiva anche una colpa di carattere religioso). Dall’inizio del III secolo a.C. questi rituali cominciarono a semplificarsi: ma restarono intatte la dimensione sacrale della guerra, la convinzione che il rispetto della fides garantisse il favore divino e di conseguenza la vittoria, la convinzione di essere un popolo eletto dagli dei ed il timore di perdere il loro favore, cioè la pax deorum. Proprio per rispetto della fides i Romani non ricorrevano «a imboscate e a combattimenti notturni, a finte fughe e a ritorni improvvisi addosso a un nemico che non se lo aspettava, né combattevano in maniera da doversi gloriare della propria astuzia invece che del proprio valore» (Livio XLII47,5). Una svolta si verificò durante la guerra contro Annibaie, quando i Romani dovettero adattarsi
alla tattica del logoramento, inaugurata da Quinto Fabio Massimo (detto per questo cunctator, “temporeggiatore”); e fu dopo la battaglia di Canne (216 a.C.) che i Romani non solo cominciarono ad organizzare un primo, rudimentale sistema “spionistico”, ma fecero ricorso all’inganno in diverse occasioni. Un momento di ulteriore cambiamento dio mentalità fu individuato dalla tradizione antica nelle trattative con il re di Macedonia Perseo, condotte da Quinto Marcio Filippo in modo ingannevole, con una nova sapientia, per usare le parole di Livio (XLI1 47), che non corrispondeva alla migliore tradizione romana.
Quanto alle regole dello scontro militare, i Romani combattevano in origine in modo simile ai Greci: l’originario ordinamento falangitico giunse infatti a Roma dall’Etruria, grazie a Servio Tullio, nella li metà del VI sec. a.C. Il primo esercito romano fu costituito da una legione di 3000 uomini.
All’epoca delle guerre sannitiche, nella seconda metà del IV secolo, le legioni divennero quattro e fu introdotto l’ordinamento manipolare: la legione romana si organizzò in 30 manipoli di 100 uomini ciascuno, schierati su tre file (bastati, principes,trioni) e disposti a scacchiera. Rispetto alla falange oplitica greco-macedone, tale ordinamento era più flessibile e rapido nei movimenti, e dunque più adatto alle guerre non combattute in campo aperto (come appunto quelle contro i Sanniti, che furono combattute in zone montagnose). Al tempo delle guerre puniche l’ordinamento manipolare cominciò a mostrare i suoi limiti e i manipoli vennero sostituiti da reparti più compatti di 300-400 uomini, le coorti. Anche l’armamento del legionario romano deve molto al modello dell’oplita greco; anch’egli aveva come strumenti di difesa elmo, scudo, corazza, schinieri e come armi principali giavellotto, spada e pugnale. L’esercito romano conobbe poi, dall’epoca di Mario (console nel 107 a.C.), una progressiva professionalizzazione, che portò alla formazione di eserciti legati da vincoli di fedeltà personale ai propri condottieri. Fra questi capi militari emerse Cesare, pur, non essendo un innovatore, fu la massima espressione della scienza militare romana, espressa nelle battaglie campali, in cui fu sempre vittorioso, negli assedi (in particolare in quello di Alesia, nel 52 a.C.) e nell’abile uso delle riserve tattiche. In seguito vennero introdotte diverse riforme, man mano che l’impero si espandeva e le esigenze militari cambiavano (si pensi per esempio, alla crescente necessità di muoversi rapidamente nel territorio di un impero vastissimo a difesa dei confini).
Dopo le guerre civili, alla fine del I secolo a.C., si trova per la prima volta chiaramente formulata nei poeti augustei, da Orazio a Virgilio, un’ideologia della pace. Specialmente nelle province, Augusto aveva giustificato il suo potere con il fatto di avere posto fine a tutte le guerre: nel 9 a.C. l’inaugurazione dell’Ara pacis volle esaltare la pax Augusta come valore supremo del principato. In Virgilio la missione che gli dei hanno
affidato a Roma è di diffondere la pace, anche imponendola, eventualmente, con la forza. Da un lato, questa visione implicava l’approvazione per le guerre di conquista, che caratterizzarono buona parte del principato augusteo; dall’altro, la sola pace possibile, in tale contesto, era la pax Romana, conforme
cioè alle regole dettate da Roma.
Molti altro si potrebbe dire a proposito della guerra nell’antichità. Accontentiamoci per ora di aver attirato l’attenzione su questioni cruciali allora come ora, come la guerra giusta, l’imperialismo, l’etica della guerra. Le preoccupazioni morali o, per contro, la spregiudicatezza con cui gli antichi le hanno affrontate non sono molto diverse dalle nostre: conoscere la loro esperienza può aiutarci ad avere uno sguardo più consapevole sul nostro tempo.


Cinzia Bearzot


Università Cattolica, Milano
Bibliografia
G. Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, 11 Mulino, Bologna 20 082.
H. Sidebotlom, La guerra nel mondo antico, II Mulino, Bologna 2014 (= 2004).
M. Sordi (a cura di), Il pensiero sulla guerra nel mondo antico (CISA, 27),
Vita & Pensiero, Milano 2001.

giovedì 12 aprile 2018

L’ATTIVISMO DEGLI ARTISTI NEL CONTESTO INTERVENTISTA


Le tensioni che portarono, in Italia, fra il luglio 1914 e il maggio 1915, alla costituzione di un frastagliato ed eterogeneo schieramento interventista coinvolsero inevitabilmente anche il mondo dell’arte. Ciò avvenne però con due modalità profondamente diverse. Da una parte vi fu l’immediato pronunciamento pubblico a favore dell’intervento, con i toni spesso enfatici desunti da una retorica dell'azione che si andava costruendo
nell'ambito di un settore dell'intellettualità italiana tendente ad amplificare le tematiche risorgimentali in una prospettiva nazionalistica e per alcuni aspetti addirittura colonialista. 1 primi e i più diretti rappresentanti di tale opzione nel modo della letteratura e dell'arte furono, sia pure in modi diversi, D'Annunzio, i Futuristi e i redattori della rivista fiorentina “Lacerba", tutti sostenitori di un’estetica che esaltava “l’amore del pericolo”, “l’abitudine alla temerarietà”, “il coraggio”, “l'audacia”, “il carattere aggressivo”, “il violento assalto”, espressioni riprese testualmente dal Manifesto del Futurismo stilato da Marinetti nel 1909; in particolare per i Futuristi la partecipazione dell'Italia a quello che si stava rivelando come il primo conflitto mondiale,
avrebbe consentito di tradurre in pratica concreta quanto asserito nel famosissimo punto nono del già citato Manifesto: "Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna collettività, in questo caso rappresentato dal popolo italiano. Per molti di questi artisti l’opzione interventista non ebbe dirette ricadute sulla pratica artistica in termini di temi e di soggetti delle loro opere ma spesso ebbe come diretta conseguenza la scelta dell'arruolamento volontario fin dal giugno 1915, mese immediatamente successivo alla dichiarazione di guerra da parte dell'Italia.
Non stupisce il fatto che quasi tutti gli artisti del gruppo protofuturista (Marinetti, Boccioni, Piatti, Russoio, Sant’Elia) e i loro più prossimi interlocutori (Bucci, Erba, Sironi) decisero di arruolarsi, fra l'agosto e il dicembre 1914, nel Battaglione Lombardo dei Volontari Ciclisti e Automobilisti per poi passare nelle file regolari del Regio Esercito Italiano; indubbiamente meno prevedibile fu la scelta dell'arruolamento volontario intrapresa da artisti come Giorgio De Chirico e Alberto Savinio, Ubaldo Oppi, Ottone Rosai e Cipriano Elìsio Oppo, pittorintellettuali la cui attività segnerà in modo indelebile i decenni successivi alla conclusione della guerra. Fra chi scelse lo schieramento interventista vi furono anche Giulio Aristide Sartorio, nome prestigioso nell’ambito della pittura europea dell’epoca, arruolatosi volontario a 55 anni, e Ludovico Pogliaghi, insegnante presso l’Accademia di Brera e arredatore-decoratore di alcuni fra i più importanti palazzi milanesi (tra cui il Palazzo Turati e il Museo Poldi-Pezzoli), partito volontario per il fronte all’età ragguardevole di 59 anni. Fra gli artisti sostenitori della scelta interventista risultarono particolari le situazioni dei pittori Tullio Garbari,Umberto Moggioli e Massimo Campigli. 11 primo, nato a Pergine Valsugana in Trentino, e dunque di nazionalità austriaca, emigrò clandestinamente in Italia nell’agosto del 1914 per sottrarsi alla chiamata alle armi nell’esercito austro-ungarico, si stabilì a Milano dove “secondo la testimonianza di Carrà” organizzò una sorta di quartier generale dell’irredentismo nella saletta superiore del Caffè Campari in Galleria, frequentata anche da Cesare Battisti; dopo aver falsificato i propri documenti personali, si arruolò volontario nel Quinto Reggimento Alpini nel maggio 1915. Umberto Moggioli, nato a Trento ma trasferitosi a Venezia nel 1911, si arruolò volontario proprio grazie alla fraterna amicizia con Cesare Battisti che gli consentì di entrare nel Regio Esercito Italiano nonostante la sua cittadinanza austriaca, per essere poi trasferito, nel 1917, nella Legione Trentina, associazione di supporto ai molti volontari trentini impegnati sul fronte italiano. Infine Massimo Campigli, pseudonimo di Max Ihlenfeldt, nato a Berlino nel 1895 da una ragazza madre tedesca poi sposatasi con un cittadino britannico, vissuto fin dall’infanzia in Italia (Firenze e Milano), divenne sostenitore della causa interventista dopo essere entrato in contatto con Papini e Soffici e con l’ambiente culturale gravitante intorno alla rivista “Lacerba”; nel maggio 1915 si arruolòvolontario nel Regio Esercito avendo fatto domanda per ottenere quella cittadinanza italiana che gli venne concessa solo nel 1918, alla fine della guerra, per meriti al valor militare. La storia personale di Campigli potrebbe fare supporre una motivazione patriottica molto forte e un culto della guerra altrettanto salda. In realtà Campigli nelle sue memorie, scritte presumibilmente dopo il 1950 e pubblicate postume nel 1995 col titolo “Nuovi scrupoli”, ci fornisce una visione disincantata del suo arruolamento volontario, tutta articolata sulla necessità interiore di superare la dimensione dell’individualità a favore della relazione con gli altri; una scelta a cui giunge con un misto di sollievo e di sofferenza perché Io porta, lui così riservato al limite dell’introversione, a un impegno in cui il patriottismo assume la sfumatura della condivisione della propria esperienza di vita con quella del popolo italiano.
Le chiassose manifestazioni futuriste, le loro opere grafiche e pittoriche, le loro azioni nella vita quotidiana furono spesso all’insegna di una provocazione scientemente perseguita per  scuotere l’opinione pubblica e orientarla in una prospettiva filobelligerante.
Un’altra parte dell’ambiente artistico italiano sviluppò una posizione interventista con una maggiore gradualità nel tempo e con toni meno plateali e meno trionfalistici; questa posizione scaturiva da motivazioni molto diverse che a volte si integravano completandosi a vicenda: spesso si trattò di una scelta patriottica di stampo più emotivo che razionale, influenzata da una propaganda che usava con indiscussa abilità il linguaggio visivo (cartoline e vignette satiriche, in particolare quelle falsamente infantili diBertiglia e le due prime serie della “Danza macabra europea” di Alberto Martini); in alcuni casi lo stimolo iniziale fu una sorta di imperativo morale che induceva l’artista alla lotta contro le forze oppressive e liberticide incarnate nell’immagine degli Imperi austro-ungarico, tedesco e ottomano; in altri casi all’origine della scelta interventista vi fu una maturazione personale, anche di tipo introspettivo, della propria dimensione esistenziale che sfociava nella necessità di un impegno concreto del singolo a favore della “Sono anni, quelli della guerra, che rappresentano per me una netta sospensione della vita intima, della vita profonda, una sospensione della mia individualità, ma il trionfo, finalmente, dell'uomo sociale. (...) Guarigione dunque dalle mie aberrazioni, dalla mia introversione?
E’ chiaro che no. Fu una lunga inutile sospensione. Fu dapprincipio un occasione che mi parve meravigliosa di essere uno fra tanti: non si dimentichi il mio latente senso sociale. Entravo in una grande famiglia di uguali e di
poveri. Con slancio imitai i compagni, pensai come gli altri, non pensai nulla. Ebbe peso il mio odio dei tedeschi? Non credo. Gli austriaci non erano ancora i tedeschi. Ma intervenne certo la passione di sentirmi interamente italiano, ciò che nessuno mi contestava ma che qui diveniva lampante per me. Mi comportai normalmente, forse meglio di altri, non lo dico per vantarmi: sono pacifista a un punto da non sopportare gli eroi (...) ”.
Salvatore Paolo Genovese

Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto", Milano

sabato 10 marzo 2018

Luca Beltrami, Patriota.


Avevamo visto l’attività di Luca Beltrami a favore dei feriti di guerra attraverso una società da lui fondata e finanziata dal nome rivelatore (“Sempre Avanti Savoia”) ed in seguito una poesia satirica pubblicata sul Guerin Meschino, in questa rivista in una variante, che derideva quei nobili che si recavano al punto di raccolta dei reduci dal fronte, alla stazione centrale, esibendosi in umili servizi a patto che un codazzo di giornalisti fosse presente a testimoniare alla città la loro premurosa presenza. Luca Beltrami offriva ai soldati viveri, generi di conforto, cartoline illustrate perché potessero scrivere ai familiari, e ricordiamoci che allora il loro costo non era irrisorio.

Un’ulteriore testimonianza della sua benefica attività, frammento non insignificante di un fattivo patriottismo, è costituita da un ingenuo disegno (nelle carte di Luca Beltrami di proprietà privata, epistolario, XXV, 6, conservato nella cartella di disegni 19 bis, n.° 54) inviatogli dai feriti di guerra ricoverati all'ospedale Victor De Marchi di Milano, che lo ringraziano “per le tante ore di svago loro procurate e sperano di essere presto onorati da una sua visita”. Vi si vede un cartiglio con il nome dell'ospedale, affiancato da una immagine del Castello Sforzesco di Milano e di un edificio civile, forse lo stesso ospedale; a discendere un insieme di cartigli e di simboli militari a imitazione di quelli in uso negli apparati decorativi; seguono 41 firme, alcune al retto, la maggior parte al verso, dove si trova anche una nota di Luca Beltrami il quale ricorda che Luigi Regis, l'autore del disegno e primo firmatario, aveva compiuto la sua opera nonostante fosse costretto a letto.
Interessante osservare che ai feriti ricoverati in ospedale, a cui non mancavano vitto ed alloggio, l'austero Senatore, alieno da qualsiasi
forma di vita mondana e da tutto quanto apparisse futile, aveva tuttavia ritenuto offrire qualche svago, non un momento ma “tante ore”; resta il rammarico di non sapere in cosa esso sia consistito.
Amedeo Bellini
Emerito del Politecnico, Milano

venerdì 16 febbraio 2018

IL GENERALE LUIGI CADORNA E IL DUCA TOMMASO GALLARATI SCOTTI



Il Duca Tommaso Fulco Gallarati Scotti
Dal sitro http://www.ambrosiana.eu
Tommaso Fulco Gallarati Scotti (1878-1966) apparteneva all’alta nobiltà lombarda, figlio primogenito di Gian Carlo, Principe di Molfetta, e di Maria Luisa Melzi d’Eril dei Duchi di Lodi. Cattolico liberale, vicino al modernismo ma ossequiente all’autorità del Papa, in coerenza con la sua posizione ispirata all’interventismo democratico ma anche a quello del Direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, vide nella Grande Guerra l’occasione di una conciliazione tra coscienza religiosa, unità nazionale e senso dello Stato. Nell’imminenza del conflitto, si presentò quindi volontario, ottenendo il decreto di nomina a Sottotenente di Fanteria il 9 maggio 1915.
Assegnato al 5° Reggimento Alpini (il cui Battaglione Morbegno fu il primo a sperimentare nel 1907 la divisa grigio-verde poi adottata da tutto il Regio Esercito), tradizionalmente legato alla città di Milano, su richiesta del Sottocapo di Stato Maggiore Generale Carlo Porro dei Conti di Santa Maria della Bicocca, amico della famiglia di Antonio Fogazzaro al quale il Duca era assai
vicino, e del Col. Andrea Graziani, fu però subito chiamato al comando del V corpo d’armata, prestandovi servizio come ufficiale ricognitore dal giugno 1915 al giugno 1916. Partecipò ad azioni belliche ottenendo una promozione a Tenente per meriti di guerra e un Encomio solenne. Dal giugno all’ottobre 1916 fu ufficiale di collegamento presso il Comando del XXII Corpo d’Armata. Il 23 settembre 1917 il Generale Luigi Capello gli concesse direttamente la medaglia d’argento al Valor Militare per le azioni del 12-17 maggio precedente. Il Decreto del 20 giugno 1918 recita: «Nei giorni che precedettero e seguirono la conquista di Monte Cucco, in accompagnamento di un autorevole personaggio [il Generale Cadorna] portava alle truppe, nelle zone avanzate, sotto violento bombardamento, il contributo di fede: animatore delle truppe stesse e sprezzante del pericolo, si spingeva sino alle prime linee, dando esempio di coraggio personale e chiare virtù militari» (1).
Forse su suggerimento del Generale Porro, Cadorna lo chiamò come proprio Ufficiale d’Ordinanza al Comando supremo, dove prestò servizio dal 26 novembre 1916 al 9 novembre 1917. Il Duca era vicino a Cadorna anche per la sua amicizia con la figlia Carla, «donna di superiore carattere e di forte cultura», già simpatizzante per il movimento modernista. Al Comando Supremo Gallarati Scotti svolse un ruolo sicuramente assai importante. Si legge nel Rapporto personale a lui relativo stilato da Cadorna il 22 giugno 1918: «Il Tenente Gallarati-Scotti Tomaso (sic) ha prestato servizio presso di me circa un anno e mezzo quale Ufficiale d’ordinanza. Egli è persona di molta intelligenza, di vasta coltura, noto in Italia come distinto scrittore. Per questa sua qualità nella quale l’ho largamente impiegato, per la signorilità dei modi, per il tatto, per la devozione che mi ha costantemente dimostrata, io non posso che esprimere la più larga ed ampia soddisfazione per il servizio a lui prestato. Egli si è guadagnata una medaglia al valor militare, e, son certo che nel suo nuovo servizio presso le truppe Alpine, farà largamente onore al suo nome».
Dopo Caporetto, Gallarati Scotti segui Cadorna, destinato a Versailles come rappresentante italiano presso il Consiglio Supremo di guerra interalleato, dal novembre 1917 al febbraio 1918. Quando il 17 febbraio Cadorna fu sostituito in tale ufficio dal Sottocapo di Stato Maggiore Gaetano Giardino, Gallarati Scotti dal 5 giugno al 18 settembre prestò servizio nel Battaglione Alpino sciatori Monte Ortler (così era chiamato allora l’Ortles), poi fino al congedo il 17 dicembre nel Battaglione Alpino Val d’Orco, entrambi del 5° Reggimento Alpini. Decorato nel 1919 di Croce al Merito di Guerra e nel 1931 della Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-18, promosso Capitano nel 1929, Maggiore della riserva nel 1934 e infine Tenente Colonnello nel 1939.
Dalle lettere di Cadorna emerge un rapporto assai affettuoso con il suo Ufficiale d’ordinanza, alla cui madre, scriveva il 25 ottobre 1918: «A Tommasino mi legano vincoli indissolubili di affetto e di riconoscenza per tutto ciò che ha fatto per me nelle fortunose vicende che si son svolte da un anno in qua». Ancora alla stessa il 22 aprile 1922: «Il bravo suo figlio Tommasino non deve
nulla a me. Sono io, invece, che debbo molto a lui, il quale, negli “indimenticabili giorni” mi dimostrò tanto interesse ed amicizia, nel momento in cui, a disdoro dell’umanità - ma senza sorpresa alcuna - dovetti assistere a tanti tradimenti! Sono quelli i momenti, “quando si cangia in tristo il lieto stato”, in cui si distinguono i falsi dai veri amici. Fu allora che mi affezionai vivamente al di lei figliolo e che lo annoverai fra i miei migliori amici».
Il rapporto stretto e affettuoso tra i due si costruì sulla base delle comuni idee che per brevità definirò cattolico-liberali, si rafforzò nel periodo in cui Gallarati Scotti fu collaboratore prezioso al Comando Supremo e divenne ancora più forte quando dopo Caporetto egli si schierò fermamente a fianco di Cadorna, collaborando attivamente alla difesa della sua immagine e del
suo operato. Tale difesa non verteva tanto sulla condotta militare della guerra, campo nel quale Gallarati Scotti non aveva evidentemente particolare competenza, anche se nei suoi taccuini non mancano acute osservazioni, quanto sul carattere del Generale, sulle sue doti di Comandante, sul suo chiudersi in uno sdegnoso silenzio senza entrare pubblicamente in polemiche, atteggiamento molto apprezzato dal Duca, sulla sua sobria e virile
personalità aliena da compromessi: «maschia figura ascetica con una impronta tra militare e sacerdotale», lo aveva definito in un appunto del 16 maggio 1916.
Gallarati Scotti si offrì di dare la sua testimonianza alla Commissione d’inchiesta su Caporetto. 11 Duca riferì tra l’altro queste parole dettegli dal Comandante Supremo: «Io non voglio commissari civili in zona di guerra; se hanno fede in me mi tengano, altrimenti mi mandino via, ma non tollero che un ministro incompetente venga a controllare l’opera mia e a lavorare nascostamente contro di me». Domenica 10 aprile 1921 un lungo articolo di Gallarati Scotti dal titolo Cadorna comparve su La Perseveranza, il vecchio quotidiano conservatore di Milano, ancora pregevole per qualità ma di modesta diffusione, che traeva spunto dalla pubblicazione dell’opera di Cadorna La guerra alla fronte Italiana fino all’arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917). «Tacque. Dolorosamente, fieramente si impose silenzio. - scriveva il Duca riferendosi a Cadorna - Non parlò nelle ore amare in cui dopo gli esaltamenti senza misura, le classi dirigenti, che hanno un fondo idolatrico e alzano sugli altari con onori divini quando la fortuna è propizia, concentravano tutte le ire e tutte le responsabilità sul suo nome.
Non parlò di fronte agli ambigui accorgimenti degli uomini politici che, temendolo, per allontanarlo lo pregarono in nome degli interessi supremi del Paese di rappresentare l’Italia nel Consiglio supremo di guerra di Versailles, e lo consegnarono, pochi giorni dopo, come un accusato, nelle mani di una Commissione d’inchiesta. Obbedì tacendo, [...] e il suo silenzio fu pieno di una dignità austera che impose rispetto ai suoi stessi avversari». Ora finita la guerra, ha pubblicato: Gallarati era stato tra quelli «che più dubitarono dell’opportunità che il suo silenzio fosse rotto», tuttavia «dobbiamo subito convenire che la sua parola è degna del suo silenzio perché ispirata da uno stesso sentimento dell’onore nazionale». «È una rivendicazione appassionata e convinta» della sua opera nei tre anni di Comando Supremo, evitando «salvo qualche eccezione per l’estero, qualsiasi accenno polemico che non sia strettamente indispensabile all’esatta comprensione dei fatti”». «Cadoma deve giustificare sé (sic) stesso, non tanto di fronte ai critici militari, agli uomini politici, alla stampa e all’opinione pubblica italiana ed estera; quanto a ciascuno dei vivi e dei morti, di cui tenne il destino nelle sue mani». Lo definiva «un uomo nato per i supremi cimenti». Passate in rassegna le principali fasi della neutralità e della guerra, Gallarati Scotti concludeva che Cadorna «può in coscienza affermare che la sua azione nella guerra non finisce a Caporetto, ma al Piave».
Gallarati Scotti fu poi oppositore del Fascismo, mentre il fratello Gian Giacomo fu Senatore del Regno (2)e Podestà di Milano dal 1938 al 1943. Nel dopoguerra fu Ambasciatore a Madrid (1944-46) e a Londra (1947-51) e successivamente uno dei protagonisti della vita intellettuale (3) e pubblica milanese, ricoprendo tra l’altro gli incarichi di presidente dell’Ente Fiera (1954-58) e del Banco Ambrosiano (1954-65).
Massimo De Leonardis
Università Cattolica, Milano


1 Salvo altra indicazione, le citazioni sono da documenti dell’Archivio Tom-
maso Gallarati Scotti, presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.
2 Alla sua morte nel 1983 era l’ultimo rimasto, come pure, alla vigilia della
scomparsa, fu tra gli ultimi insigniti dal Re Umberto II del Collare dell’Or-
dine Supremo della SS. Annunziata.
3 Tra le sue opere principali: La vita di Antonio Fogazzaro, Milano 1920,
Storie dell’amore sacro e dell’amore profano, Milano, 1924, Vita di Dante,
Milano 1957, Interpretazioni e memorie, Milano 1961, La giovinezza del
Manzoni, Milano 1982.