sabato 28 marzo 2015

La Grande Guerra della massoneria italiana

Lo scoppio della guerra nel luglio 1914 pone i massoni italiani dinanzi a un grave dilemma. Da un lato, il tradizionale pacifismo universale: nel 1867 a Ginevra, il Grande Oriente d'Italia (GOI), aveva aderito alla Lega internazionale della pace e della libertà, sostenendo con convinzione la causa del pacifismo e del disarmo universale in nome di quel Weltbuergertum inteso come cittadinanza universale, fratellanza perpetua, armonica convivenza tra i popoli di tutto il mondo.(1) Dall'altro, il principio di "guerra giusta", giusta perché in difesa dei popoli oppressi ma anche degli interessi della patria.(2) Una patria da perfezionare, aggiungendo le terre irredente all'unificazione compiuta parzialmente durante il Risorgimento, vero mito fondante del Grande Oriente. E’ su questo dilemma che si confronta il Gran Maestro Ettore Ferrari, incalzato dalle attività irredentiste delle logge italiane presenti a Trento e soprattutto a Trieste. Questi ambienti, collegati ai fratelli italiani attraverso la decisiva figura dell'ex Gran Maestro Emesto Nathan, giocheranno un ruolo esiziale nelle imminenti scelte del GOI.
Mentre i bagliori del conflitto illuminano la rovente estate del 1914, nelle logge italiane si sviluppa un acceso dibattito. Specchio della società nazionale, anche la Massoneria si divide tra intervento e neutralità, con varie declinazioni per entrambe le possibili scelte. Gli interventisti aggiungono al tema della "guerra giusta" e del perfezionamento risorgimentale, la certezza che quel conflitto sarà per certi versi rivoluzionario, poiché innescherà un processo di democratizzazione continentale se non planetaria. Per i sostenitori dell'ingresso in guerra al fianco dell'Intesa, il nemico è quello di sempre: l'oscurantismo dell'Ancien Régime che ha sostituito i parrucconi incipriati degli antichi monarchi con l'elmo chiodato del Kaiser. Al suo fianco, i massoni interventisti vedono l'antico avversario: la Chiesa, anzi le Chiese. Una sorta di "quadrangolare confessionale", come dirà Nathan, composta dalla Germania luterana, dall'Austria-Ungheria cattolica, dalla Bulgaria ortodossa e dall'Impero ottomano islamico.(3) La stessa opzione pacifista del nuovo pontefice, Benedetto XV, malcela la tenace volontà legittimista e restauratrice di chi non ha ancora digerito il 20 settembre e la presa di Roma. Contrapposte a queste sono le istanze dei massoni neutralisti. Costoro sono mossi dall'antico pacifismo ginevrino, o talvolta da una sorta di "coerenza triplicista" memore degli anni di Lemmi e di Crispi; all'ostilità antiasburgica degli interventisti rispondono con il disprezzo verso l'autocrazia zarista - schierata innaturalmente con le democrazie occidentali - e parimenti nei confronti di quella Francia che aveva piegato la Repubblica romana nel 1849 e tradito l'Italia a Villafranca dieci anni dopo. Inoltre, un ruolo importante lo gioca Giolitti, campione della neutralità, che conta parecchi seguaci tra i fratelli, anche in Parlamento.

L'Italia s'interroga sulla scelta da compiere e la Massoneria fa altrettanto.

In una situazione del genere, Ferrari rompe gli indugi, e nel settembre 1914 proclama esplicitamente la scelta interventista a favore dell'Intesa. Il GOI, attraverso alcuni deputati fratelli e il direttore della combattiva "Idea Democratica", Gino Bandini, tenta di organizzare un gruppo di volontari raccolti nelle logge, una sorta di commandos da inviare oltre la frontiera con l'Austria per scatenare con attentati e incidenti il casus belli.(4) Il progetto sfuma, ma Ferrari non si perde d'animo e dà il suo sostegno all'iniziativa del massone Peppino Garibaldi, il nipote dell'Eroe dei due mondi, che organizza l'invio di una "Legione garibaldina" sul fronte francese. Tra i duemila volontari in camicia rossa che combatteranno sulle Argonne, numerosi saranno i massoni . (5)

L'appuntamento con le -radiose giornate- del maggio 1915 vede il Grande Oriente e parimenti la Gran Loggia d'Italia - schierato nelle piazze, con i suoi “Comitati di propaganda", al fianco anche di curiosi alleati: i nazionalisti, i sindacalisti -rivoluzionari, i socialisti nazionali di Mussolini, i futuristi. Ma gli interlocutori dei massoni resteranno i repubblicani istituzionali, i radicali, i democratico -costituzionali epigoni di Zanardelli e i socialriformisti di Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi: l'interventismo democratico diventerà la cifra di riferimento della Massoneria in guerra. Tuttavia, all'interno dell'Ordine le posizioni neutraliste (ormai trasformatesi in pacifiste) non sono inerti, e non soccombono dinanzi alla maggioranza interventista. Tra i trecento deputati che solidarizzano con Giolitti e le sue posizioni contrarie all'intervento, parecchi sono i massoni di entrambe le Obbedienze.

Il Grande Oriente darà il suo contributo alla causa, con circa duemila fratelli che perderanno la vita al fronte (quasi il dieci per cento degli aderenti), e con molti iniziati dai nomi prestigiosi: gli ufficiali dell'esercito Carlo Cordero di Montezemolo, Rodolfo Corselli, Oreste De Gaspari, Luigi Gangitano, Luca Francesco Montuori, Gherardo Pantano, Giuseppe Pavone, per non parlare della nota affiliazione massonica di Luigi Capello. Ad essi si devono sommare gli assi del volo Piccio e Guidoni e numerosi ufficiali della Marina come l'ammiraglio Enrico Millo e il comandante Luigi Rizzo.(6) Si aggiunga la sospettata iniziazione di Umberto Cagni e di quella a Piazza del Gesù - assai prestigiosa, se confermata, dell'ammiraglio Thaon de Revel, capo di Stato maggiore della Marina. A Piazza del Gesù è affiliato parimenti l'asso Francesco Baracca.

Il GOI s'impegna anche nel fronte interno, trasformando i Comitati di propaganda in Comitati massonici di assistenza civile, con compiti quali l'istituzione di segretariati per il popolo, uffici di collocamento per feriti ora inabili e per i famigliari dei combattenti e dei caduti, commissioni di soccorso, strutture di assistenza sanitaria (il primo piano di Palazzo Giustiniani, sede del Grande Oriente, si trasforma in ospedale), di patronato femminile e infantile. I fratelli sono obbligati a versare un obolo come sottoscrizione per la guerra (si raggiungerà la ragguardevole cifra di circa 700 mila euro attuali) e ad iscriversi alla Croce rossa.(7) Numerose saranno le conferenze pubbliche organizzate dall'Ordine, con personaggi di spicco come ad esempio l'irredentista Cesare Battisti. Ferrari si spinge a richiedere ai fratelli di organizzare “squadre di difesa interna" che possano condurre un'attenta vigilanza su spie, falsificatori di notizie, sabotatori e sovversivi: il riferimento è al "mondo profano", ma forse vi è anche la preoccupazione delle mai sopite attività della minoranza pacifista. Inoltre, anche il fronte interventista sembra articolarsi: vi sono massoni collegati all'interventismo democratico (il comitato dei partiti interventisti democratici è, di fatto, un'iniziativa che parte da massoni come Bandini e Salvatore Barzilai)(8) ma altri sembrano sempre più sedotti dal concetto rivoluzionario del conflitto, evocando persino soluzioni di drastici cambiamenti istituzionali nel Paese. Riappaiono nei dispacci di polizia le "vendite carbonare", quella sorta di "massoneria popolare" che intravede nell'instaurazione a guerra finita di una repubblica l'obbiettivo primario, superiore agli stessi target territoriali. Alcuni massoni si lasciano attrarre da queste iniziative, complicando ulteriormente il panorama. (9)

Anche per questi motivi, dal 1917 il Gran Maestro insisterà sulla natura palingenetica del conflitto: la nuova Italia, e il nuovo mondo che sorgerà dalle trincee, saranno caratterizzati da una democrazia sociale compiuta, da una coesistenza pacifica tra i popoli, dal disarmo e alla pace perpetua, L'arrivo sulla scena dell'America del presidente Wilson, con i suoi quattordici punti che si perfezionano con una ipotizzata "Società delle Nazioni" che dovrà dirimere diplomaticamente ogni conflitto, e di una nuova Russia democratica scaturita dalla rivoluzione del febbraio (guidata tra gli altri dal massone Kerenskji) rappresentano la conferma della "guerra giusta". Una guerra osteggiata dai soliti noti: i cattolici vicini al papa, i socialisti massimalisti. Ovvero, gli eterni avversari della Massoneria e, ancora di più, dello Stato nato dal Risorgimento. Su questa base, Ferrari tenta di riunificare il Grande Oriente con la Massoneria scissionista di Piazza del Gesù, ma la componente oltranzista di quest'ultima, guidata da Raoul Vittorio Palermi, rifiuta l'accordo e si ricostituisce in Obbedienza separata e assi critica verso il GOI)

Ma è sempre nel 1917 che la Massoneria di palazzo Giustiniani subisce la sua Caporetto. Al congresso delle massonerie dei Paesi dell'Intesa o neutrali, convocato dai fratelli francesi a Parigi alla fine di giugno per sostenere la progettata Società delle Nazioni -vista come obiettivo primario, e massonicamente perfetto, dell'intero conflitto -, la delegazione italiana si vede proporre un ordine del giorno che auspica per il dopoguerra il riconoscimento di tutti i diritti nazionali (reintegrazione di Belgio e Romania, acquisizione francese di Alsazia e Lorena, nascita di Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia) ma al contempo la possibilità di plebisciti oltre che per il Trentino, anche per la Venezia Giulia, compresa Istria e Dalmazia: terre a maggioranza sloveno-croata, che finirebbero così nel nuovo Stato jugoslavo. La delegazione italiana, guidata da Ferrari e Nathan, contesta questa decisione. Ma un giornale francese riporta la notizia che la formula dei plebisciti per le "terre irredente" è stata accettata anche dagli italiani: al suo ritorno la delegazione del GOI viene bersagliata dalla stampa nazionalista, visceralmente antimassonica, che accusa Ferrari e Nathan di avere svenduto gli interessi della Patria per favorire i fratelli francesi e serbi.

Il clima si surriscalda, e raggiunge il calor bianco con la crisi di Caporetto, letta da alcuni come una sorta di complotto massonico, logica conseguenza degli accordi di Parigi: il fatto che Luigi Capello, generale comandante la Seconda armata sia un alto grado scozzese della Massoneria, non fa che aggravare la posizione del GOI. Le logge sono in fermento: mentre le fronde pacifiste si fanno sentire, altri massoni si avvicinano all'area nazionalista. Inoltre, il rinnovato coinvolgimento dei cattolici di Filippo Meda nel governo, sembra sancire un apparente fallimento della scommessa giocata da Ferrarri a nell’estate del 1914. La Massoneria vive la fase più critica del decennio. Il gran maestro Ferrari rassegna le dimissioni e al suo posto le logge indicano a A^ 5~ sovrano  gran commendatore del Rito scozzese, il suo successore. Ma il 31 ottobre 1917, mentre l’Italia attonita assiste alle conseguenze disastrose della debacle di Caporetto, il Gran Maestro insediante viene ucciso in un attentato. L'assassino è un alienato ma non sono pochi quelli che leggono in quell'atto il risultato di una campagna d'odio contro l'Ordine massonico italiano

Chiamata all'appello la Libera Muratoria italiana individua nell'anziano Ernesto Nathan l'unica alternativa possibile: già Gran Maestro  prima di Ferrari, Nathan è stato un apprezzato sindaco della Capitale e ha ottimi rapporti con le istituzioni. Egli intensifica la campagna patriottica.
Negli ultimi mesi di guerra la Massoneria  concentrerà i suoi sforzi sull'impegno solidale verso i combattenti e le loro famiglie, ottenendo dopo la vittoria del 4 novembre 1918 il riconoscimento del presidente dei Consiglio Orlando e di altri esponenti delle istituzioni. Ma quel mondo nuovo auspicato da Ferrari e Nathan che sarebbe scaturito dall'immane massacro del 1914-18 sarà molto diverso da quello che era stato auspicato. Lo Stato nato dal Risorgimento, anche per merito di tanti massoni, si sarebbe infranto irrimediabilmente contro lo stato nascente dei nuovi totalitarismi.

Marco Cuzzi, Università statale di MIlano

(1) S. Fedele, Tra impegno per la pace e lotta antifascista: l'azione internazionale della Massoneria italiana tra le due guerre, in: A. Bagli, S. Fedele, V. Schirripa, Per la pace in Europa: istanze internazionaliste e impegno antifascista, Università degli Studi di Messina, Dipartimento di Studi sulla Civiltà Moderna, Messina, 2007 pp. 68-69.
(2) "Rivista Massonica", 30 settembre 1914 (3) A.A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 1993, p. 400.
(4) E Conti, Storia della Massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 419, n. 224.
(5) Tra gli altri: C. Marabini, La rossa avanguardia dell'Argonna. Diario di un garibaldino alla guerra franco-tedesca, Milano, Ravà & C., 1915.
(6) A. Vento, Stellette d'Oriente. Note sui rapporti tra l'Esercito italiano e la Massoneria dal Risorgimento alla Guerra fredda, in: “All'Oriente d'Italia", a cura di M. Rizzardini e A. Vento, Rubettino, Soveria Mannelli (CZ), 2013, pp. 110-111.
(7) A. A. Mola, cit., p. 420.
(8) G Bandini, La Massoneria per la guerra nazionale (1914-1915). Discorso detto a Palazzo Giustimani il XXIV maggio 1924, a cura della Massoneria Romana, Roma, 1924, p. 84.
(9) G.M. Cazzaniga, M- Marinucci, Per una storia della Carboneria dopo l'unità d'Italia (1861-1975), Gaffi, Roma, 2014, p. 112.
 
(10) M. Moramarco, Piazza del gesù ( 1944-1968), CESAS Parma, pp 1-2, nota3
(11) A.M Istastia, Ettore Ferrari, Ernesto Nathan e il congresso massonico del 1917 a Parigi, in il Risorgimento, 1995, n3, pp 603-643.
(12) A.Vento, cit., p110
(13) G. Adilardi, Giuseppe Meoni (1879-934. Un maestro di libertà, Angelo Pontecorboli editore, Firenze, 2011, p76


sabato 21 marzo 2015

LA SOCIOLOGIA E LA PRIMA GUERRA MONDIALE

di Roberto  Cipriani


Premessa

La sociologia in quanto studio scientifico della società non trascura affatto la fenomenologia dei conflitti, quale che sia la loro natura. Anzi. sulla base del principio dell'avalutatività (1) come assenza di valutazione secondo quanto sostenuto dal sociologo tedesco Max Weber ( 1864-1920). Essa tende ad evitare in linea di principio un giudizio sui fatti e sulle loro conseguenze Ma questo non  significa affatto una atarassia di ogni genocidio, massacro,  atto distruttivo di massa.Anzi uno dei massimi scienziati sociali di tutti i tempi, il sociologo francese Emile Durkheim (1858-1917), in un primo tempo si è domandato quali fossero le matrici reali del conflitto mondiale tra il 1914 ed il 1918 (vedi Emile Durkheim Enest Denis  Chi ha voluto la guerra?  Le origini della guerra secondo i  documenti diplomatici: studio critico.Traduzione dal francese di Giovanni Mazzoni, Paris, Colin 1915) e poi ha dovuto soffrire  in modo fatale - appunto fino a morirne  egli stesso      mesi dopo – la perdita del carissimo figlio André, andato a combattere nei Balcani.

La sociologia della guerra.

L'inizio stesso della storia come procedura conoscitiva viene quasi fatta coincidere - da qualche studioso - con i primi contrasti bellici. Ed in fondo anche il De Bello Gallico di Caio Giulio Cesare, è una sorta di embrionale sociologia della guerra a carattere descrittivo, applicata ai Galli, ai loro usi e costumi, ai loro riferimenti socio-culturali. Nel Nuovo Dizionario di Sociologia, Raimondo Strassoldo scrive: Il criterio distintivo della guerra rispetto alle altre forme di violenza collettiva è la legittimità: la società nel suo complesso deve riconoscere come legittimo l'uso della forza armata quale modo di interazione sociale da parte di un sottogruppo o dell'intero gruppo sociale. Ciò comporta a sua volta l'identificazione della società e di soggetti legittimati a pronunciarsi in suo nome". Per di più "i conflitti tra società si sono sempre condotti anche con mezzi diversi dalla violenza strettamente intesa, cioè la forza armata" (2)

In particolare, però, "la guerra del 1914 è il primo esempio di una moderna guerra totale.(3)
Si è osservato - in qualche saggio di storia militare - che agli esordi della prima guerra mondiale i militari francesi avevano dei calzoni di colore rosso, ben visibili e bersagli piuttosto facili, nonostante la lontananza fra gli eserciti in lotta, che comportò pure il ricorso all'arma aeronautica ed al gas. Le caratteristiche del conflitto furono piuttosto di difesa ad oltranza delle posizioni, costasse quel che costasse, in termini di esistenze umane dall'una e dall'altra parte.

Anche il sociologo tedesco Georg Simmel (1858-1918) si interessò al tema, con il suo saggio Sulla guerra (Armando, Roma, 2003), traduzione italiana del testo", La guerra e le decisioni spirituali, edito nel 1917. La maggior parte dell'intellettualità tedesca era favorevole al conflitto. visto come una sorta di selezione per la sopravvivenza e per l'acquisizione di nuovi territori, insieme con l'affermazione di una pretesa “civiltà" degli eroi tedeschi contro i mercanti inglesi. E Simmel scriveva pure che la guerra si potesse immaginare come possibilità di guarigione. Tale tema si riproporrà nella seconda guerra mondiale.

Il discorso di fondo è quello del      contrasto – per riprendere il titolo di m libro famoso (Krieg und  Kapitalismus Bunker & Humblot  Munchen 1913) di Werner Sombart - tra  inglesi pragmatici e tedeschi difensori della civiltà.      Erano anche i nuovi principi volti al superamento  degli ideali rivoluzionari del 1789 francese. Ma soprattutto va detto che il conflitto 1914-1918 fu davvero totale. In essa confluirono in modo contrastante e contraddittorio elementi di modernità e razionalità e altrettanti di irrazionalità: ci fu un'irruzione della tecnologia ma anche uno spreco - inutile ed oltre ogni misura - di tante vite umane.

I sociologi italiani vissero sulla propria pelle quei momenti cruciali, presi letteralmente tra due fuochi, fra interventisti da una parte e non interventisti dall'altra. Altrove gli schieramenti furono più netti. In Francia Durkheim fu assolutamente contrario all'idea stessa di guerra. In Germania Weber e Simmel presero posizione a favore dell'idea tedesca di supremazia della nazione (Deutschland uber alles). Mentre Durkheim considerava la guerra una deriva "barbara" della civiltà, in Germania invece si voleva irrinunciabilmente il conflitto.

Weber fu uno strenuo sostenitore della guerra, invitando altri studiosi a sostenere il suo punto di vista in favore della Kultur tedesca: egli appariva come un conflittualista in senso pieno, per il quale la guerra diventava un esito scontato. Simmel, dal canto suo, intendeva garantire gli alti e nobili ideali civili, culturali e spirituali del suo Paese. La guerra per lui era insita nelle società, ne sosteneva l'identità e serviva a sormontare situazioni di difficoltà.

Il sociologo italiano Vilfredo Pareto (1848-1923) descriveva la guerra come conseguenza degli istinti umani, i cosiddetti "residui", promotori dell'agire umano. A fronte di tali spinte. secondo Pareto non vi erano istituzioni statali in grado di reggere l'impatto. E la guerra poteva essere anche una soluzione atta a superare le difficoltà incontrate dai sistemi democratici(5). Di altro avviso era Joseph Schumpeter

1883-1950) che attribuiva l'insorgere della guerra ad un ritardo storico-culturale delle nazioni belligeranti(6). E Norbert Elias (1897-1990), lungimirante, già prevedeva il tracollo della civilizzazione .. a seguito di processi auto-distruttivi ed etero-distruttivi, senza vincitori e neppure vinti.

A proposito di guerra giusta

Per Gaston Bouthul “la guerra è la lotta armata e sanguinosa fra gruppi organizzati(8). Però non si conosce quale sia la condizione normale della società, cioè se quella della pace o quella della guerra. Molti si sono divisi fra l’una o l’altra soluzione. Si tratta solo di preferenze personali (9). Inoltre torna utile conoscere quali condizioni devono essere rispettate perché aumentino le probabilità di durata della pace"(10). "Le civiltà hanno tentato di rispondere a questo quesito, con la pratica e con la teoria. Ogni volta che si instaurò la pace, governanti e popolo tentarono di consolidarla, di preservarla e di difenderla con misure d'ordine politico. Sul piano teorico ogni civiltà, in ogni epoca, ha elaborato dottrine di pace, talune filosofiche o religiose, altre giuridiche, altre infine basate sulla propaganda e l'insegnamento"(11). Ancora secondo Bouthoul, la guerra produce importanti mutamenti sociali. In particolare è anche dalle conseguenze della prima guerra mondiale che nacquero il fascismo prima, in Italia con Benito Mussolini, ed il nazismo poi, in Germania con Adolf Hitler. Osserva tuttavia Carl Schmitt: "il concetto di guerra finora in vigore, grazie al suo carattere non discriminatorio e alla sua valutazione paritaria di entrambi i contendenti, rende possibile che il conflitto armato possa essere considerato un concetto unitario di diritto internazionale. Presupposto di una tale unificazione è la non estensione del concetto a Stati terzi, in altre parole la rinuncia a una distinzione giuridica determinante per i terzi. Non appena si prendono decisioni con effetto sui terzi che riguardano la legittimità o l'illegittimità, la liceità o l'illiceità di una guerra, il carattere unitario del concetto di guerra si incrina e nel diritto internazionale troviamo una 'guerra' giusta e lecita, distinta dall'altra considerata una guerra ingiusta e illecita. Queste sarebbero in fondo due guerre diverse, ognuna delle quali però, dato che giustizia e ingiustizia non possono essere giuridicamente collegate al medesimo concetto, significherebbe qualcosa di totalmente differente e opposto rispetto all'altra; quindi non potrebbero essere ricomprese nel medesimo concetto giuridico"(12).

Per concludere, conviene fornire almeno un ulteriore riferimento bibliografico che possa contribuire a comprendere meglio quanto è avvenuto un secolo fa: Maria Luisa Maniscalco in Sociologia e conflitti: dai classici alla peace research, Altrimedia. 2010, si è soffermata sui contributi offerti dagli autori classici al tema della guerra.
Da ultimo. va segnalato che proprio di recente si è tenuto a Roma un convegno dal titolo -Le guerre e i sociologi a cent'anni dallo scoppio del primo conflitto mondiale". Organizzato dall'AIS (Associazione Italiana di sociologia), sezione Teorie sociologiche e trasformazioni sociali,  presso la Libera Università Maria SS Assunta di Roma, il 26 ed il 27 giugno 2014.
           

Roberto  Cipriani Università Roma Tre


(1) Cfr. M. Weber, Die 'Objektivitát sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntnis, in Gesammelte Aufsátze zar Wissenschaftsleltre (1904), Mohr, Tùbingen, 1922, pp. 146-214 (tr. it., Woggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, in Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1958, pp. 53-141).

(2) R. Strassoldo.”Guerra”. in F. Demarchi, A. Ellena, B. Cattarinussi (a cura di), Nuovo Diionario di Sociologia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1987, p. 954.

(3) G. Ritter, I militari e la politica nella Germania moderna. La prima guerra mondiale e la crisi della politica tedesca 1914 -17, Einaudi, Torino 1973, p. 11

(4) G. Simmel, La guerra e le decisioni spirituali, Armando, Roma, 2003

(5) V Pareto, Trattato di Sociologia Generale, UTET, Torino, 1988, 4 voll., nn. 439, 1945-1958, 2052, 2068-2068.1, 2146, 2178, 2193-2194, 2223-2225, 2254, 2307. 1, 2316, 2328-2328.1, 2427, 2440.1. 2454.3, 2475.1, 2556, 2611.2,

(6) J. Schurnpeter, Sociologia dell'imperialismo, Laterza, Bari, 1972.

(7) N. Elias, Humana Conditio, Il Mulino, Bologna, 1987.

(8) G. Bouthoul, Le Guerre: elementi di polemologia: metodi, teorie e opinioni sulla guerra, morfologia, elementi tecnici, demografici, economici, psicologici, periodicità delle guerre, Longanesi, Milano, 1982, p. 43.

(9) G. Bouthoul, L'uomo che uccide, Longanesi, Milano. 1969.


(10) G. Bouthoul, L'uomo che uccide, Milano, Longanesi, 1967, p. 34. (11) Ibidem. (12) C. Schmitt Il concetto discriminatorio di guerra, Bari, Laterza, 2008, pp. 66-67.

martedì 10 marzo 2015

I CATTOLICI ITALIANI E LA GRANDE GUERRA - II PARTE

Il futuro Giovanni XXIII in divisa da Cappellano
Militare con i fratelli Zaverio e Giuseppe
I parroci, anzi, in alcuni casi come in Veneto dopo la rotta di Caporetto, si trovarono a dover svolgere, grazie alla loro autorità morale, un ruolo di supplenza rispetto alle stesse autorità militari e amministrative, per mantenere l'ordine e garantire un minimo di assistenza in quel frangente così drammatico. I sacerdoti, come i cappellani militari, erano poi gli inevitabili intermediari, visto il diffuso analfabetismo, tra i soldati al fronte e le loro famiglie per la stesura della corrispondenza e questo consentiva loro di stabilire rapporti personali significativi anche con i più tiepidi verso la fede e l'organizzazione ecclesiastica. Si può pertanto notare che questa presenza attiva sul territorio da parte di tanti rappresentanti della Chiesa contribuì a porre le premesse dei successo politico e sindacale che negli anni successivi alla guerra il cattolicesimo sociale saprà conseguire.

Le cerimonie commemorative, le preghiere e le celebrazioni di suffragio per i militari defunti, l'apposizione di lapidi e la costruzione di monumenti spesso ospitati in edifici di culto e in luoghi sacri, concorsero a istituire in ogni più riposto angolo dei Paese una specie di culto dei Caduti per la Patria che diffuse il concetto stesso di patria nelle campagne, con la mediazione fattiva della Chiesa, sicché messaggio religioso e messaggio patriottico, come osserva M. Isnenghi, risultarono inestricabilmente connessi. Tale aura sacrale e patriottica fu ulteriormente consolidata nel 1921 dal trasferimento a Roma e dalla tumulazione solenne delle spoglie dei Milite Ignoto nel cosiddetto Altare della Patria, nel cuore dei Monumento a Vittorio Emanuele II.

Tutto ciò, insieme con il comportamento dei cattolici e dei loro sacerdoti sui campi di battaglia «offrì l'occasione di colmare una volta per tutte la frattura fra i cattolici stessi e la Nazione, (7) e contribuì a ridurre la distanza tra stato e Chiesa e a porre le premesse per il superamento e, successivamente, la risoluzione della Questione Romana.

L’Italia, come del resto la Francia, benché la popolazione cattolica fosse in assoluta maggioranza, era guidata da una minoranza anticlericale che non consentiva al clero l'esenzione dal servizio militare. Venticinquemila furono pertanto i sacerdoti arruolati, anche se a molti di loro fu di fatto concessa l'opportunità di servire nella Sanità senza dover impugnare le armi. Il generale Raffaele Cadorna, su suggerimento dei beato Pirro Scavizzi, volle che tra loro venisse scelto un corpo di duemila e quattrocento cappellani militari guidati da un vescovo detto “ordinario castrense", ristabilendo così un istituto abolito nel secolo precedente.

Non pochi tra i preti-soldato vennero decorati al valor militare, tra di essi il famoso don Giovanni Minzoni, anni dopo vittima di un agguato squadrista, decorato anche di una medaglia d'argento. E non pochi combattenti cattolici di quella guerra, anche laici, sono stati in seguito elevati dalla Chiesa agli onori degli altari. San Riccardo Pampuri, col grado di tenente, meritò una medaglia per un'azione eroica durante la disastrosa ritirata di Caporetto. 
Anche Padre Pio, che non aveva ancora le stimmate, fu arruolato sebbene fosse già frate; ma era talmente malato che, alla visita, il medico militare lo definì un «morto ambulante». Date le sue condizioni lo misero a fare l'infermiere, ma presto dovettero rassegnarsi: lo rimandarono in convento.

San Pio da Pietrelcina in divisa
Un cappellano che divenne beato fu Giulio Facibeni, medaglia d'argento al valor militare. Dopo il conflitto, mantenendo fede alla promessa fatta a molti soldati morenti, fondò l'Opera Madonnina del Grappa per gli orfani di guerra. Scrisse: «Deporre l'abito talare per indossare la veste dei soldato non era neanche un'interruzione dei ministero sacerdotale; [esprimeva] un po'di quella misteriosa relazione che intercorre tra la vita dei sacerdote e quella del soldato, ambedue impegnati in questo dono di sé per i fratelli, fino alla immolazione suprema».

Due Servi di Dio, il barnabita Giovanni Semeria e Agostino Gemelli, che allora era ancora laico, promossero la consacrazione dei soldati al Sacro Cuore. Il padre Semeria fondò poi l'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia a favore degli orfani dei caduti. Adempiva così a una promessa che aveva fatto anche lui a molti soldati moribondi. Amava inoltre dire: «Si può essere buoni cattolici essendo buoni italiani».

In guerra militò anche san Giovanni XXIII, che fu prima sergente di fanteria e poi cappellano nell'ospedale militare di Bergamo. Così annotò nel suo diario: «Di tutto sono grato al Signore, ma particolarmente Lo ringrazio perché a vent'anni ha voluto che facessi il mio bravo servizio militare e poi durante tutta la Prima Guerra Mondiale lo rinnovassi da sergente e da cappellano».

Una pagina oscura e poco conosciuta della Grande Guerra, secondo Marco Roncalli, fu scritta dallo stato - o, per meglio dire, dal Comando Supremo - che, nonostante la sostanziale lealtà dei cattolici nei suoi confronti, ritenne di dover avviare alla deportazione, al confino, all'internamento migliaia di sacerdoti, di fedeli militanti e di qualche vescovo delle diocesi vicine al fronte, sospettati, talora a ragione, più spesso a torto, di essere austriacanti, pacifisti e, dopo Caporetto, disfattisti. Furono cacciati dalle loro sedi ed esiliati in varie province dei Regno, applicando nei loro confronti provvedimenti rapidi e molto spesso privi di reali motivazioni. Né valevano proteste, pressioni della Santa Sede, interpellanze parlamentari, l'intervento dello stesso ministro della Giustizia e deli Culto, Orlando, che raccomandava una maggiore cautela nei confronti dei clero. I provvedimenti presi in forza dei Codice Militare di guerra non ammettevano diritto alla difesa né, finita la guerra, diritto a revisioni, riabilitazioni e indennizzi.

Si accennava al fatto che papa Benedetto XV avesse auspicato e si fosse speso in favore della neutralità dell'Italia.

Il papa, che era salito al soglio pontificio il 3 settembre dei 1914, era stato scelto dai cardinali, probabilmente, per le sue doti di diplomatico oltre che di pastore, assolutamente necessarie nel corso di una guerra, lui che aveva collaborato in qualità di Sostituto della Segreteria di Stato con fini diplomatici quali i cardinali Rampolla dei Tindaro e Merry del Val.

Il nuovo papa sentiva che erano ormai maturi i tempi per avviare contatti riservati con il Regno d'Italia per risolvere la Questione Romana. Si era inoltre reso conto che era venuto il momento di consentire a don Luigi Sturzo di fondare, nel 1919, un partito aconfessionale, anche se di ispirazione cristiana, che fosse lo strumento della presenza politica organizzata dei cattolici italiani, quello che prenderà il nome di Partito Popolare.

Durante il suo pontificato, Benedetto XV indirizzò tutte le sue energie per contrastare il conflitto e promuovere la pace. Iniziò subito con l'Esortazione Ubi Primum, dell'8 settembre 1914, in cui «constatando che tanta parte dell'Europa, devastata dal ferro e dal fuoco, rosseggia dei sangue dei cristiani», pregava e scongiurava «vivamente coloro che reggono le sorti dei popoli a deporre tutti i loro dissidi nell'interesse della società umana».

I suoi appelli ai governanti si fecero sempre più insistenti e argomentati nel descrivere gli orrori della guerra, a tal punto che non mancarono vescovi appartenenti a entrambi i fronti che ne contestassero i frequenti interventi con l'accusa di demoralizzare i combattenti dei proprio paese. Lui che aveva espresso il suo disappunto per la “benedizione delle bandiere" dovette subire durissime proteste e censure dei governi che lo accusavano di disfattismo e frequenti insulti da parte di quella stampa che invece era indirizzata ad alimentare nell'opinione pubblica lo spirito guerriero. Il suo magistero contribuì così in modo significativo all'elaborazione del pensiero sociale cristiano sulla pace e sulla guerra.

Il papa pose la Chiesa in una posizione di assoluta neutralità rispetto ai belligeranti, rifiutando di entrare nella logica della ricerca delle responsabilità per il deflagrare dei conflitto, ricerca che lo avrebbe esposto all'accusa di parzialità. Egli si sentiva padre di tutti i combattenti e soprattutto dei cattolici, considerando in loro «non gli interessi speciali che li dividono, ma il comune vincolo della fede che li affratella»(8).

Infatti, la guerra, ben lungi dal costituire una scuola di eroismo e un'occasione di selezione dei migliori come voleva la propaganda bellicista e nazionalista, appariva ai suoi occhi solo come una calamità, un tremendo fantasma, un'orrenda carneficina, un suicidio dell'Europa civile, un immane flagello, un'inutile strage (9). Sarà proprio grazie a quest'ultima definizione della guerra, che gli costerà non poche incomprensioni, che iI papa passerà al la storia come difensore della pace (10).

Purtroppo, «il suo tentativo di mediazione posto in atto con la Nota diplomatica dei 1 agosto 1917, concordata con il nuovo imperatore d'Austria-Ungheria, il futuro Beato Carlo d'Asburgo, in cui oltre all'appello motivato alla pace, Benedetto XV formulava anche concrete proposte operative in vista di un nuovo ordine europeo, non ebbe esito positivo a causa delle aspettative di vittoria da parte dei belligeranti di entrambi i fronti e in particolare della freddezza e dell'indifferenza del presidente americano Woodrow Wilson.

Il papa dovette così limitarsi prima, nel corso del conflitto, a dispiegare tra le popolazioni l'azione caritativa della Santa Sede per alleviarne le sofferenze provocate dalla guerra, poi, a conclusione delle ostilità, a fare appello alle potenze vincitrici perché non trattassero con eccessiva durezza i vinti, pena il creare le condizioni di un successivo conflitto. Cosa che purtroppo accadde con la pace di Versailles che, umiliando la Germania, minò la neonata democrazia della Repubblica di Vieimar»(11), aprendo così la strada al ritorno di quel nazionalismo esasperato di cui fu tragico interprete Adolf Hitler.

Rev. Maurizio Ormas
Docente incaricato di Magistero Sociale,
Pontificia Università Lateranense - Roma   




(7) N. Elias, Humana Conditio, Il Mulino, Bologna, 1987.

(8) G. Bouthoul, Le Guerre: elementi di polemologia: metodi, teorie e opinioni sulla i guerra, morfologia, elementi tecnici, demografici, economici, psicologici, periodicità delle guerre, Longanesi, Milano, 1982, p. 43.

(9) G. Bouthoul, L'uomo che uccide, Longanesi, Milano. 1969.

(8) Allocuzione del 22 gennaio 1915.

(9) Le definizioni sono tratte, rispettivamente, da: Esortazione dell'8 settembre 1914; Enc. Ad beatissimi n. 5; Lettera al card. Vannutelli del 25 maggio 1915; Lettera al card. Pompilij del 4 marzo 1916; Discorso al collegio cardinalizio dei Natale 1918; Nota del 1 agosto 1917.

(10) L'espressione del papa, evidentemente male interpretata, suscita più proteste che consensi. Mentre i pangermanisti la ritengono uno strumento diretto a strappare la vittoria dalle mani degi'Imperi centrali ormai lanciatissimi, in Italia e in Francia c'è chi la giudica addirittura al servizio della Germania e dei suoi alleati, tanto che Georges Clemenceau definisce Benedetto XV il «Pape boche (il papa crucco)». In Germania venne definito invece «il papa francese (der franzosische Papst)» e in Italia, addirittura, «Maledetto XV». Cfr. G. F. POLLARD, Una «inutile strage». Benedetto XV e la Prima guerra mondiale, in «Concilium», 3/2014, p. 170.


(11) M. ORMAS, Umanesimo cristiano e modernità, op. cit., pp. 38-39.

venerdì 6 marzo 2015

I CATTOLICI ITALIANI E LA GRANDE GUERRA - I PARTE

Rev. Maurizio Ormas

In Italia, la prima rivista ispirata ai principi dei nazionalismo apparve nel 1896 e fu «Il Marzocco»; nel 1903 ne comparvero altre due: «Il Leonardo» e Il Regno». Esse non nascondevano la loro impostazione provocatoriamente paganeggiante in funzione anticristiana e individualista. Sul «Leonardo», pubblicato a Firenze, dedicato ad argomenti prevalentemente letterari, scrivevano autori dei peso di Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini e Giuseppe Borgese; sul «Regno», la preoccupazione era invece prevalentemente politica, secondo la sensibilità dei suo direttore Enrico Corradini che, pur condividendo il pensiero dei "fiorentini", esitava a far proprio lo stile violentemente anticristiano di un Papini.

Egli, infatti, aveva finito col far propria la posizione dell'Action Française e in particolare di Charles Maurras che, pur radicalmente avverso al cristianesimo, stimava il senso della tradizione proprio della Chiesa cattolica, intesa però non come luogo di esperienza condivisa di fede ma come mera istituzione culturale, sociale e politica, capace di ispirare sentimenti di autorità e di ordine e di influenzare potentemente le popolazioni in senso conservatore. Secondo il Corradini, in posizione subordinata rispetto all'esito del processo unitario dei Paese, anche la Chiesa avrebbe potuto servire col suo prestigio presso la popolazione alla realizzazione delle finalità "imperiali" dei nazionalismo italiano. I cattolici, in particolare, avrebbero dovuto rinunciare ad ogni tentazione di tipo democratico per volgersi invece ad allineare       il popolo agli gli interessi del ceto dominante.
Tuttavia, i cattolici, anche quando venivano chiamati in causa, stentavano a prendere posizione sulle tesi di queste riviste; tendevano a considerare il nazionalismo né più né meno che un nuovo nemico che si aggiungeva ai tanti che già avevano. Lo stesso Filippo Meda, che era attento alla questione dell'inserimento dei cattolici nella vita dello stato e che sarà il primo cattolico a entrare in un governo nazionale, una prima volta nel 1916 e una seconda nei 1920, non considerò neppure degna di attenzione la tesi di una Chiesa che rinunciasse alla sua universalità per appiattirsi sulla vicenda nazionale italiana.
Le cose cambiarono sensibilmente nei 1911 con la guerra di Libia, quando una parte, prevalentemente quella giovanile, dei Movimento Cattolico fu partecipe dell'entusiasmo che si era scatenato, e ciò costrinse a prestare attenzione ai nazionalisti e a prendere in considerazione la possibilità di un dialogo con loro.
Si cominciò così a "pensare" la possibilità di una collaborazione tra nazionalisti e cattolici, almeno sul piano prettamente politico visto che, quello ideologico rimaneva precluso. In tutto ciò un ruolo l'aveva anche il desiderio di non pochi cattolici di non sentirsi cittadini di seconda categoria ma di essere partecipi dei fermento che attraversava il Paese. Per smorzare questi pericolosi entusiasmi, «L’Osservatore Romano», ritenne opportuno riservare una serie di articoli per attaccare i nazionalisti come imperialisti, guerrafondai e dunque anticristiani. A tale presa di posizione si associò anche Filippo Meda.
Ma i nazionalisti furono abili a non accettare come campo dei confronto con i cattolici quello ideologico e preferirono quello strettamente politico sul quale lo stesso Meda fu costretto ad ammettere che esisteva la possibilità di una qualche convergenza. Convergenza che si stabilì anche con loro, oltre che con i liberali dalla cui matrice i cattolici li facevano derivare, in occasione delle elezioni dei 1913 in cui fu messo in atto il Patto Gentiloni che costituirà il superamento del non expedit e l'ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica dei Paese. Il patto, sottoscritto sulla base di sede punti considerati "irrinunciabili", fu reso possibile dall'entrata in vigore della riforma elettorale varata nel 1912 che, introducendo il suffragio universale maschile, dava finalmente ai cattolici la possibilità di contare numericamente perché messi in grado di attingere a un bacino elettorale, quello dei contadini, precedente-
mente, almeno di fatto, escluso dal voto. I candidati nazionalisti sottoscrissero di buon grado le condizioni del patto ritenute da loro funzionali a un rafforzamento della Chiesa in chiave puramente  nazionale

Tale collaborazione fu messa a dura prova per poi terminare, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Le dure polemiche sulla neutralità prima, sull'intervento e sulla conduzione della guerra poi e infine sulle vicende del dopoguerra riaprirono una frattura tra i nazionalisti e i cattolici, anche quelli che per lealismo verso le istituzioni e la patria avevano accettato la guerra, ormai consapevoli di essere stati strumentalizzati. Nell'immediato dopoguerra, i cattolici ritennero di dover privilegiare i temi di una politica interna volta alla conquista di condizioni di equità sociale rispetto a quelli di una politica estera tesa all'acquisizione di spazi da potenza imperiale. Per tali ragioni, nessuna attenzione troverà tra i cattolici un congresso dei nazionalisti nel 1919 che ebbe al centro la "vittoria mutilata" e la vicenda politica internazionale. (1)

Sappiamo che «l'Italia entrò in guerra nel 1915 per volere della Corona e di una minoranza di italiani, contro la stessa volontà della maggioranza parlamentare e delle grandi masse [ ... contrarie alla guerra più per motivi istintivi che politici»(2). D'altra parte sarebbe stato difficile evitarlo finché fosse diffusa la convinzione illusoria che il Paese fosse una grande potenza e che gli spettasse di diritto il compito di intervenire sullo scenario mondiale. La divisione tra interventisti e anti-interventisti, che in altri Paesi si ricompone dopo l'inizio dei combattimenti, in Italia, a parte il momento di generale patriottismo seguito alla disfatta di Caporetto, permarrà anche dopo la fine del conflitto. Certo, la Grande Guerra è la prima esperienza comune a tutti i cittadini del Regno, indipendentemente dalle idee personali e dalle provenienze regionali di ciascuno; sotto molti aspetti è davvero l'ultimo momento dei Risorgimento, tuttavia non unificherà mai la nazione in un comune sentire (3).

Tra il 1915 e il 1918 furono impiegati sul fronte non meno di 5 miloni e mezzo di soldati. Nella stragrande maggioranza si trattava di contadini, inquadrati nella fanteria, l'arma che sopportò il peso maggiore della guerra: di fatto il 95 per cento dei caduti furono fanti. Solo a prezzo di gravi sacrifici, le donne e bambini e ragazzi riuscirono a colmare il vuoto lasciato dai richiamati alle armi. Lo stato, da parte sua, integrava il reddito delle famiglie povere dei soldati - si trattava della stragrande maggioranza nel caso dei contadini - con un sussidio giornaliero che continuava a essere versato fino a tre mesi dopo il congedo del loro congiunto. Grande fu lo spaesamento e il turbamento che lo spostarsi e il rimescolarsi di grandi masse di uomini dalle campagne di tutte le parti d'Italia verso il fronte comportò, per di più senza che essi capissero le ragioni di una guerra cui si sentivano estranei ma che dovevano subire in forza di una rigidissima disciplina. Tutto ciò però contribuì a far prendere coscienza ai contadini, forse per la prima volta dopo l'Unità, di avere una dignità e dei diritti da vantare di fronte allo stato, che nei loro confronti aveva, dunque, anche dei doveri. Si facevano dunque strada nel mondo rurale delle trasformazioni grazie alle quali, lentamente, le idee di patria e di cittadinanza cominciavano a prendere piede. Gli operai, invece, furono meno impiegati al fronte, si preferiva, infatti, lasciarli in fabbrica per garantire forza lavoro specializzata a quell'industria bellica di cui lo stato era divenuto il committente principale.

I contadini rappresentavano la classe sociale più vicina alla Chiesa, mentre la classe operaia era più vicina al socialismo, nonostante che l'enciclica Rerum Novarum, pubblicata da Leone XIII nel 1891, avesse molto sensibilizzato il mondo cattolico rispetto alla questione operaia e legittimato, sviluppato e rafforzato tutte quelle iniziative che già da tempo erano in atto, per la promozione dei lavoratori (4).

Visto lo stretto legame tra Chiesa e mondo contadino, non possiamo non domandarci come le autorità religiose si comportarono di fronte alla guerra, e in particolare quale tipo di pastorale svilupparono i parroci che in molte zone del Paese erano tutt'altro che ininfluenti rispetto al modo di pensare e di sentire dei contadini.

I cattolici in prevalenza erano stati contrari alla guerra e neutralisti convinti - ricordiamo i tentativi risultati vani di Benedetto XV di tener fuori l'Italia dal conflitto - anche se non erano mancati gli incerti e gli interventisti decisi (5). Tuttavia, dopo lo scoppio dei conflitto essi fecero il loro dovere come gli altri e le autorità religiose collaborarono lealmente con quelle civili. I vescovi, superate le difficoltà iniziali, esortarono la popolazione a obbedire al governo e si prodigarono a lenire le sofferenze della gente e dei soldati(6). 


(1) Cfr. E Traniello - G. Campanini (direttori), Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia 1860-1980, I/2 Marietti, Torino 1981.

(2) J. C. ALLAIN - R. J. B. BOSWORTH - G. DELLACASA ~ J. A. Moses - P. RE= - F. B. Tipton - L. Trezzi - L. VANZETTO, Il passaggio dei secolo e la Grande guerra, in Storia d'Italia e d'Europa, 711, p. 313, Jaka Book, Milano 1983.

(3) Cfr. E. GENTILE, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo. Storia illustrata della Grande Guerra, Laterza, Roma-Bari 2014. Sui tentativi dell'Italia di condurre una politica estera da grande potenza nell'immediato primo dopoguerra e sulle missioni all'estero del nostro esercito e della nostra diplomazia cfr. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, a cura di R. Pupo, Laterza, Roma-Bari 2014.

(4) Cfr. M. ORMAS, Umanesimo cristiano e modernità. Introduzione alle encicliche sociali, dalla Rerum Novarum alla Caritas in veritate, Lateran University Press, Città del Vaticano 2014.

(5) Per esempio, la Lega Democratica Nazionale di Romolo Murri era interventista.


(6) Cfr. A. Monticone, I vescovi italiani e la guerra 1915-1918, in G. Rossini (a cura di) Benedetto XV i cattolici e la prima guerra mondiale, Ed. 5 Lune, Roma 1963, pp. 627-677.

venerdì 30 gennaio 2015

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria - quarta parte

LE TRE BATTAGLIE DEL PIAVE.

E' l'altra metafora: Vittorio Veneto fu vittoria facile contro un nemico stremato. E' invece il risultato della metodica riorganizzazione dell'Esercito, durata un anno e del passaggio alla strategia e alla tattica difensiva. Sarà, ora, il nemico a sfiancarsi. Vittorio Veneto fu la sconfitta di tre grandi offensive, che avrebbero dovuto buttarci a mare.

Il nemico non si ferma. E perché mai? Lo Stato Maggiore austro - tedesco dopo un confronto acceso, al quale partecipa il giovane imperatore Carlo I, decide di insistere nell'avanzata, modulata su tre momenti:

a) superare il Píave;

b) prendere Venezia;

c) dilagare nella pianura padana sino a Milano.

Vengono mantenute le tre colonne d'attacco già sperimentate: Conrad avrebbe attaccato sugli Altipiani; Krauss sul Grappa; von Below sul basso Piave. Falliscono tutti gli attacchi; unico successo: la costituzione di una testa di ponte, oltre il Piave, nell'ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli.

LA PRIMA BATTAGLIA DEL PIAVE.

9-10 novembre: la ritirata si conclude.

12 novembre: fine dei lavori di assestamento della linea di resistenza, lunga 300 km., metà della precedente; permette più densità di presenze, in uomini, armi e mezzi. La difesa è incardinata su tre caposaldi principali, da nord a sud: l'Adamello, il Grappa e il Basso Piave. Gli italiani avrebbero retto?

Scrive Fisher: "Che dopo simile disfacimento del morale militare, il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l'enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell'inverno era ancora incerto se l'esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco ".(13) Purtroppo l'illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l'invio, già iniziato, di altri 102 bocche da fuoco, siamo al 19 settembre 1917.(14) Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Molto ridotto sarà il numero dei soldati alleati in linea con i nostri, prima di Vittorio Veneto. Lo stesso Foch pochi giorni dopo la prima battaglia del Piave, disse al generale Dall'Olio: "L'esercito italiano può resistere da solo sul Piave. Gli Italiani mi saranno grati un giorno di averli lasciati soli sul Piave a combattere gli austro-tedeschi".(15) Solo il Re a Peschiera, l'8 novembre 1917, aveva dichiarato la propria fiducia nel soldato italiano ma, senza la risposta dell'Esercito, tale affermazione sarebbe rimasta un moto dell'animo o un pio desiderio del Re soldato.

Il passaggio dei Piave - Epitome della guerra degli Italiani. Siamo al momento cruciale. Nell'Impero era in corso lo sfaldamento politico che però ben poco aveva scalfito l'esercito Austro-Ungarico, leale difensore ed ultimo baluardo della Monarchia. Mentre i politici viennesi litigavano, i soldati combattevano. Avevamo di fronte un nemico ancora terribile e ben organizzato. Chi, come lo storico Antonio Gibelli, ha scritto che sconfiggemmo un esercito sbandato e che i toni trionfalistici con cui fu accolta e commentata l'offensiva italiana [Vittorio Veneto n.d.r.] erano fuori luogo, anche se comprensibili" (16) non ha voluto considerare l'effettiva situazione, ma si è perso dietro la moda, ormai costume mentale: gli italiani perdono anche quando vincono. Noi non cadiamo in questo errore, ma nemmeno in quello opposto della rettorica.

Tutto era pronto per passare il Piave, ma quando?

22-25 ottobre 1918. Il fiume era impetuoso e in piena, ma ugualmente la X armata occupò della Grave.

Notte del 25. Trasporto di materiali e truppe sulla riva.

26 sera. La piena inizia a scendere, il Comandante dell'VIII Amata, generale Caviglia, ordina il gittamento dei ponti. Il nemico è tranquillizzato dalla piena. E il momento. "Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12' e l'8' armata potevano agire per sorpresa; la 10' 1 avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche.
Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno
e deì carri era soffocatala da quello della turbinosa piena del
fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12'armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (MI corpo d'armata - Di Giorgio). Ma tutti i lavori già avanzati per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume". Così Caviglia.(17)

Inizia la nostra anabasi.

27 mattina. Gli italiani sono organizzati su tre teste di ponte da nord a sud: Pederobba: XII armata, 107' reggimento francese, battaglione alpini Bassano e Verona, due compagnie della brigata Messina; Semaglia: VIII divisione d'assalto Zoppì, 57 a Brigata Pisa e Mantova, divisione Cìcconettì, Brigata Cuneo; Grave di Papadopoli: X armata, il XIV C.d'A. britannico, generale Babington, XI C.d'A. generale Giuseppe Paolini. Fallito il passaggio a Nervesa, parte dell'VIII Corpo e la 2' divisione d'assalto erano rimaste di qua dal fiume.

Notte dal 27 al 28. La piena aveva distrutto alcuni ponti. Il Genio Pontieri li ricompose solo per poco tempo, poiché l'artíglieria nernica non solo era riuscita a distruggere gran parte dei primi, ma anche questi ultimi. Si trattava ora di proteggere i reparti rimasti isolati sulla riva tenuta dal nemico. Qualche aiuto venne dalla Aviazione, che lanciò viveri e munizioni. L'artiglieria d'Armata protesse le teste di ponte dal contrattacco nemico.

28 ore 12. La situazione, per i nostri, si aggrava, ma il generale Vaccari non riduce il cuneo, temendo che il generale Boroevic avrebbe impiegato, prima o poi, le sue otto divisioni di riserva, che costituivano il vero pericolo per i nostri oltre il fiume. Il Comando Supremo è in preda al panico, e, fatta eccezione per gli ordini del Comandante dell'VIII, non pare che in questo momento il Comando ne dia altri.

Il campo avverso. Boroevic il 27 aveva capito che il nostro attacco risolutivo non era quello condotto sul Grappa e per questo era stato autorizzato a trattenere le divisioni 34', 10' e 43'. In teoria le sue forze avrebbero potuto contrattaccare il 29, ma già la sera del 28, Boroevic fu costretto ad arretrare la propria difesa sulla seconda linea: Monticano - Alture di Conegliano-Vittorio, Prealpi Bellunesi.

Non ci fu contrattacco per l'esiguità delle forze disponibili.

28 ottobre, ore 14. Caviglia, convinto dalla necessità di far sentire alle truppe la vicinanza dei propri comandanti e quindi di riconoscerne moralmente il loro valore, indirizza alla sua Armata l'ordine del giorno che comincia così: " ... Alle truppe tutte dell'armata sento il dovere di chiedere che mantengano il loro animo all'altezza della situazione.... E' necessario che stanotte tutti i ponti siano nuovamente gettati... E' l'Italia che l'ordina. Noi dobbiamo obbedire". Per le misteriose ragioni che governano l'animo umano, quelle parole colsero nel segno: soldati sfiduciati e isolati sulla riva opposta e truppe che non erano ancora riuscite a passare, nella notte, tra il 28 e il 29, gettarono tutti i ponti e il 29 costitui rono il cuneo centrale separatore delle forze austro-ungariche da Val Mareno a Conegliano.

Il Re. "A Sua Maestà il Re, che tutti i giorni passava nelle trincee del Montello qualche ora, e verso le 16 veniva a Villa Frova, il comandante dell'8° armata annunciò l'azione delle due Brigate del XVIII corpo, sicuro preludio della vittoria ".

29 ottobre, ore 23. Il XVIII Corpo supera il canale Monticano ad est del Piave ed entra a Conegliano.

30 ottobre. Mattina. Anche la X Armata procede lungo il Monticano. Truppe del corpo d'annata d'assalto, oltre una cavalleria del XXII entrano a Vittorio Veneto La VI austro-ungarica è così spezzata dalla nostra manovra laterale. Boroevic capì che nemmeno l'impiego delle sue riserve avrebbe potuto ristabilire la situazione e pertanto emana l'ordine n. 1626 con il quale rinunciava ad ogni resistenza e si preoccupava di salvare uomini e materiali. La resistenza del gruppo Belluno salva la Isonzoarmee dall'imbottigliamento.

30 ottobre. Sera. Alle ore 13 del 30 ottobre, i bersaglieri prendono il ponte sul Piave e costringono gli austriaci a ritirarsi dal Basso Piave, liberando la strada per Livenza e l'Isonzo, "La VI Armata austro-ungarica era scompigliata". Boroevic resisteva ancora sul Grappa. Contemporaneamente la gloriosa ISA, sul Monticano, sbarrava la strada alla X Armata; e sul Piave alla III.

Gli Imperiali. "il Comando del Gruppo Belluno [ Feldzeugmeister Goglia] aveva valorosamente ritardato fino all'estremo la ritirata dei difensori del Grappa. Quando si accorse che la via della loro salvezza stava per essere tagliata dalle Armate italiane, 12a e 8a , ordinò il ripiegamento. Così, al mattino del 31 ottobre, le truppe austriache lasciarono le loro linee tra Brenta e Piave, affidando a retroguardie la resistenza dei punti più forti, per ritardare l'inseguimento delle divisioni della IV armata ". (18)

31 ottobre. La nostra 7' divisione della VII Armata, risale il Brenta sino a Cismon, contemporaneamente le avanguardie della VI Armata entrano a Feltre. Reparti della XII Armata giungono a Busche, dove gli austriaci avevano già fatto saltare il ponte sul Piave. Il XXVII Corpo, generale Di Giorgio, non riesce a raggiungere il Cordevole "per mancanza di ponti". Intanto il generale Vaccari occupava il Passo di Sant'Ubaldo, mentre il generale Grazioli prendeva il Passo di Fadalto e si spingeva verso Ponte nelle Alpi. La sera del 31, il Gruppo Belluno, fatti saltare tutti i ponti sulla Livenza, tranne il ponte Fiaschetti, si ritira per la Val Cordevole. La 2' divisione di cavalleria, generale Emo Capodilista, punta su Pordenone; seguono i battaglioni ciclisti che giungono a Maniago l'1 novembre. L'inseguimento e la battaglia di Vittorio Veneto  sono tecnicamente conclusi. La via per Vienna  è aperta.

3 novembre. Alle ore 18 l'armistizio di Villa Giusti fissa il termine delle ostilità alle ore 15 del 4 novembre, e cosi stronca l'avanzata italiana verso l'Austria. Il generale Pecori-Giraldi entra a Trento e navi italiane entrano nel porto di Trieste.

4 novembre. Nostre navi entrano a Fiume, occupata nei giorni precedenti da truppe croate. Diaz firma il Bollettino della Vittoria, da noi già pubblicato.

10 novembre. Il Re sbarca a Trieste. Solo il 17, nostre truppe sbarcheranno a Fiume.

Epilogo.

La Grande Guerra fu vinta sulle Alpi italiane e non sulle pianure di Francia.

Michele D'Elia

(1) Seguiremo due opere dello stesso Autore, il Maresciallo Enrico Caviglia, all'epoca generale, prima di corpo d'armata, il XXIV; poi d'armata, l'VIII La dodícesima battaglia - Caporetto, Ed. Mondadori, Milano XI 1933, XII. Le tre battaglie del Piave, Ed. Mondadori, Milano, XI, 1934 XIII.
(2) E. Caviglia, La dodicesima battaglia, pag. 67.
(3) Cfr. Caviglia pagg. 118- 123 -133.
(4) E. Caviglia, op. cit., Nota n. 1 a pagg. 141 -144.
(5) Guido Sironi, I vinti di Caporetto, pag 34, Editrice -Libraria L. di G. Pirola, cit, in Caviglia pag. 150.
(6) Giorgio Bini Cima, La mia guerra, Ed. Corbaccio, Milano, in Caviglia, op. cit. pag. 151.
(7) i particolari di questo assurdo comportamento sono descritti dal gen. Caviglia nell'All.5 dell'op. cit. a pagg. 298 -299).
(8) Caviglia analizza l'intero movimento sino alla sera del 27 ottobre nell'All. 1 nell'op. cit. pagp. 269-277.
(9) Caviglia, op. cit. pag. 180. Nota I.
(10) Cfr. I bollettini della guerra MCMXV - MCMXVIII, Ed. Alpes, Milano 1923.
(11) Documenti Diplomatici serie V, vol. IX Doc. n'. 310, I.P.Z.S. Roma MCMLXXXIII.
(12) E. Caviglia, op. cit. pagg. 199-20.
(13) H. A. Ficher, Storia d'Europa, Ed. Laterza, Bari 1981, vol. IH, pag. 401.
(14) E. Caviglia, "La dodicesima battaglia", pag 29.
(15) E. Caviglia, Le tre battaglie del Piave, Nota 1, pag. 38.
(16) Antonio Gibelli La grande guerra degli Italiani, Ed BUR 1998-2014, pag. 320 e seg.
(17) E. Caviglia, op. cìt. pagg. 174-175.
(18) E. Caviglia Le tre battaglie... pag 186.

domenica 18 gennaio 2015

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria - terza parte

25 pomeriggio. Il XXIV Corpo d'Armata si ritira.

L'artiglieria del XXIV Corpo. Deontologicamente, gli artiglieri svolsero il proprio ruolo coprendo la ritirata delle divisioni e facendo saltare i pezzi che non potevano trasferire, non avendo né i cavalli né le trattrici, imbottigliati sulle strade della ritirata. Gli artiglieri salvarono i pezzi dei reggimenti da campagna l0°, 46° e 50°. "Erano con le loro batterie in ritirata sulla linea delle fanterie, le quali aiutavano a trainare i pezzi a braccia". Così, dal l'Isonzo al Tagliamento e al Piave. La capacità tecnica della nostra artiglieria era ben nota al nemico, poiché le nostre batterie " ... spazzavano tali località [avvallamento di Chiapovano n.d.r.] da varie direzioni a raffiche improvvise. Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un'altra sistemazione alle loro truppe". [La dodicesima... pag. 931]

26-31 ottobre La ritirata oltre i il Tagliamento

26 Capello lascia il comando per malattia. Gli subentra il generale Luca Montuori. 

h. 6. Caviglia riceve l'ordine n. 6332 dal nuovo comandante, che decide di sbarrare la strada al nemico, rischierando le truppe da Montemaggiore a Gorizia. Anche il nemico commette degli errori: mentre la II Armata eseguiva l'ordine, il comando austro-tedesco, per rinforzare l'ala marciante della XIV Armata, trasferiva un numero consistente di unità sulla sua destra e per un giorno sospendeva le operazioni in Val Natisone e Valle Judrio. La decisione salvò l'ala destra della II e della III Armata. L'Alto Comando austro-tedesco attuava un progetto previsto burocraticamente all'inizio dell'offensiva, ma superato dal movimento della battaglia il nemico si doveva accontentare di tallonare i nostri.

Sera. La 10° divisione, generale Chionetti, scende dall'altopiano della Bainsizza, dopo averlo accanitamente difeso.

27 ottobre. Prime ore.

Bollettino austriaco: "Gli Italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo".(9) Dietro il fiume Torre il generale Sagramoso continua a riordinare le truppe affluite dalla prima linea.

Il Piave: un'idea. Cadorna raggiunge Treviso e pensa di riorganizzare le nostre forze sul Piave. Un'idea antica considerata di estrema difesa dai tempi di Teodorico e Odoacre sino a Napoleone; e, più tardi, a Cosenz.

27 mattina. Il nemico entra a Cividale.

Sera/notte. Il nemico è fermato sul Torre. La sera del 27 le brigate Venezia, a Verhovlje; la Palermo, sul rovescio del Corada; infine la Livorno, anch'essa sul Corada. Sfilano davanti ai rispettivi comandanti, prima di lasciare le loro posizioni e dirigersi verso il Torre.

Riflettiamo. Difficile o impossibile, rintracciare in altri eserciti grandi unità che, in piena battaglia, conservano la lucidità e il dominio di sé per rendere spontaneamente gli onori ai propri comandanti. Questo significa che i soldati non erano e non si sentivano fuggiaschi. Chi scrive e parla di "rotta di Caporetto" non si è mai documentato? E' ora che lo faccia.

28 ottobre mattina. h. 13. A metà giornata il gen. Cadorna, per ragioni ancora oscure ed in contrasto con gli onori che più volte lo stesso nemico - non certo tenero - aveva reso ripetutamente ai nostri soldati, dirama il Bollettino di guerra 887- Zona di guerra 28 ottobre 1917, ore 13, che recita: "La mancata resistenza di reparti della Il Armata vilmente ritiratisi senza combattere ignominiosamente arresisi al nemico... " (10). Altro aveva già fatto il Comandante Supremo: il 26 ottobre aveva inviato ai generali Foch e Robertson una lettera con la quale li informava della rottura del fronte tra Plezzo e il Tagliamento: era una forza ben più esigua di quella originara per effettivi, equipaggiamento. armamento, trasporti, etc. La salute stessa degli uomini era malferma. Il nemico non stava tanto meglio. però marciava sulle ali della vittoria

Cadorna il 25 si era reso conto della impossibilità di fermare il nemico e tra il 26 e il 27 aveva predisposto uno schema di linea sul Piave. Il 29 il progetto era pronto. Il 30 era definito. Il disegno del Comandante supremo prevedeva l'impiego di alcune divisioni francesi e inglesi, che gli Alleati rifiutarono. "Fu buona ventura" scrive sarcastico Caviglia.

La dodicesima... pag. 2271. I concetti informatori dell'atteggiamento dei cosiddetti nostri alleati sono e saranno sempre due: il teatro di guerra sul fronte alpino è periferico; la guerra sulle Alpi è questione "privata" tra Austria e Italia.

2 novembre. Il generale Cadoma ordina alla 63' e alla 36' divisione, che si trovavano dietro il Tagliamento, di difendere ad oltranza il Monte San Simeone: se questo fosse caduto, il nemico avrebbe potuto aggirare tutta la linea, ma questo ordine condannava le due unità.

4 novembre h. 12. Nuovo ordine per la 36' e 63' divisione: raggiungere Clauzetto e Paludea,

pomeriggio. La valle Arzino è chiusa.

5 mattina. Il generale Carlo Rocca assume il comando dei resti delle due divisioni e le concentra a S. Francesco d'Arzino, marcia verso Clauzetto e Paludea, batte il nemico a Pielungo e avanza su Forno, dove si assesta il 5 sera.

6 mattina. Rocca investe di nuovo la divisione Jáger sul costone di Pradis.

6 novembre h. 16. Il Comandante della 36' è catturato a San Vincenzo.

6 sera. La fine della 63'. Intorno al Comando della 63' si raccolgono circa 800 soldati, compresi i resti della 36'. Il reparto più solido è il battaglione Val Ellero. Pur isolato dal resto dell'esercito ed accerchiato dal nemico nelle Alpi Carniche, questo nucleo di tenaci italiani, Comandante in testa, rifiuta di arrendersi alla sorte. Prosegue nella sua marcia. E' una combattuta catabasi: nei quatto giorni successivi, l'esigua schiera tentò tutte le strade per giungere a Longarone, ma tutte erano ormai chiuse. Imboscate e piccoli scontri ne assottigliavano sempre più il numero.

9 novembre. "... dopo un ultimo impari combattimento a Selís (alto Meduna), il generale Rocca raccolse intorno a sé tutti i rimasti, meno il battaglione Val Ellero, che stava combattendo. Erano una trentina uomini con cinque prigionieri austriaci. Chiamò gli ufficiali e disse loro.- Signori, ho fatto quanto era possibile per porre in salvo gli avanzi della mia divisione. Il tentativo è fallito. Sciolgo gli ufficiali dal dovere dell'obbedienza. Ognuno si regoli come crede. Io mi do alla montagna per cercare di raggiungere da solo le nostre linee. " [La dodicesima.... op.cit. pag. 234-351

Salutati i presenti, si diresse verso il Canal Grande con il colonnello Murari, il suo attendente e un'ordinanza. Quattro in tutto. Quel giorno saltavano gli ultimi ponti sul Piave. Il generale Krauss dichiarerà, più tardi, di essere stato costretto ad impegnare ben tre delle migliori divisioni della XIV armata contro le truppe delle Prealpi Carniche.