venerdì 30 gennaio 2015

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria - quarta parte

LE TRE BATTAGLIE DEL PIAVE.

E' l'altra metafora: Vittorio Veneto fu vittoria facile contro un nemico stremato. E' invece il risultato della metodica riorganizzazione dell'Esercito, durata un anno e del passaggio alla strategia e alla tattica difensiva. Sarà, ora, il nemico a sfiancarsi. Vittorio Veneto fu la sconfitta di tre grandi offensive, che avrebbero dovuto buttarci a mare.

Il nemico non si ferma. E perché mai? Lo Stato Maggiore austro - tedesco dopo un confronto acceso, al quale partecipa il giovane imperatore Carlo I, decide di insistere nell'avanzata, modulata su tre momenti:

a) superare il Píave;

b) prendere Venezia;

c) dilagare nella pianura padana sino a Milano.

Vengono mantenute le tre colonne d'attacco già sperimentate: Conrad avrebbe attaccato sugli Altipiani; Krauss sul Grappa; von Below sul basso Piave. Falliscono tutti gli attacchi; unico successo: la costituzione di una testa di ponte, oltre il Piave, nell'ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli.

LA PRIMA BATTAGLIA DEL PIAVE.

9-10 novembre: la ritirata si conclude.

12 novembre: fine dei lavori di assestamento della linea di resistenza, lunga 300 km., metà della precedente; permette più densità di presenze, in uomini, armi e mezzi. La difesa è incardinata su tre caposaldi principali, da nord a sud: l'Adamello, il Grappa e il Basso Piave. Gli italiani avrebbero retto?

Scrive Fisher: "Che dopo simile disfacimento del morale militare, il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l'enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell'inverno era ancora incerto se l'esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco ".(13) Purtroppo l'illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l'invio, già iniziato, di altri 102 bocche da fuoco, siamo al 19 settembre 1917.(14) Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Molto ridotto sarà il numero dei soldati alleati in linea con i nostri, prima di Vittorio Veneto. Lo stesso Foch pochi giorni dopo la prima battaglia del Piave, disse al generale Dall'Olio: "L'esercito italiano può resistere da solo sul Piave. Gli Italiani mi saranno grati un giorno di averli lasciati soli sul Piave a combattere gli austro-tedeschi".(15) Solo il Re a Peschiera, l'8 novembre 1917, aveva dichiarato la propria fiducia nel soldato italiano ma, senza la risposta dell'Esercito, tale affermazione sarebbe rimasta un moto dell'animo o un pio desiderio del Re soldato.

Il passaggio dei Piave - Epitome della guerra degli Italiani. Siamo al momento cruciale. Nell'Impero era in corso lo sfaldamento politico che però ben poco aveva scalfito l'esercito Austro-Ungarico, leale difensore ed ultimo baluardo della Monarchia. Mentre i politici viennesi litigavano, i soldati combattevano. Avevamo di fronte un nemico ancora terribile e ben organizzato. Chi, come lo storico Antonio Gibelli, ha scritto che sconfiggemmo un esercito sbandato e che i toni trionfalistici con cui fu accolta e commentata l'offensiva italiana [Vittorio Veneto n.d.r.] erano fuori luogo, anche se comprensibili" (16) non ha voluto considerare l'effettiva situazione, ma si è perso dietro la moda, ormai costume mentale: gli italiani perdono anche quando vincono. Noi non cadiamo in questo errore, ma nemmeno in quello opposto della rettorica.

Tutto era pronto per passare il Piave, ma quando?

22-25 ottobre 1918. Il fiume era impetuoso e in piena, ma ugualmente la X armata occupò della Grave.

Notte del 25. Trasporto di materiali e truppe sulla riva.

26 sera. La piena inizia a scendere, il Comandante dell'VIII Amata, generale Caviglia, ordina il gittamento dei ponti. Il nemico è tranquillizzato dalla piena. E il momento. "Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12' e l'8' armata potevano agire per sorpresa; la 10' 1 avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche.
Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno
e deì carri era soffocatala da quello della turbinosa piena del
fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12'armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (MI corpo d'armata - Di Giorgio). Ma tutti i lavori già avanzati per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume". Così Caviglia.(17)

Inizia la nostra anabasi.

27 mattina. Gli italiani sono organizzati su tre teste di ponte da nord a sud: Pederobba: XII armata, 107' reggimento francese, battaglione alpini Bassano e Verona, due compagnie della brigata Messina; Semaglia: VIII divisione d'assalto Zoppì, 57 a Brigata Pisa e Mantova, divisione Cìcconettì, Brigata Cuneo; Grave di Papadopoli: X armata, il XIV C.d'A. britannico, generale Babington, XI C.d'A. generale Giuseppe Paolini. Fallito il passaggio a Nervesa, parte dell'VIII Corpo e la 2' divisione d'assalto erano rimaste di qua dal fiume.

Notte dal 27 al 28. La piena aveva distrutto alcuni ponti. Il Genio Pontieri li ricompose solo per poco tempo, poiché l'artíglieria nernica non solo era riuscita a distruggere gran parte dei primi, ma anche questi ultimi. Si trattava ora di proteggere i reparti rimasti isolati sulla riva tenuta dal nemico. Qualche aiuto venne dalla Aviazione, che lanciò viveri e munizioni. L'artiglieria d'Armata protesse le teste di ponte dal contrattacco nemico.

28 ore 12. La situazione, per i nostri, si aggrava, ma il generale Vaccari non riduce il cuneo, temendo che il generale Boroevic avrebbe impiegato, prima o poi, le sue otto divisioni di riserva, che costituivano il vero pericolo per i nostri oltre il fiume. Il Comando Supremo è in preda al panico, e, fatta eccezione per gli ordini del Comandante dell'VIII, non pare che in questo momento il Comando ne dia altri.

Il campo avverso. Boroevic il 27 aveva capito che il nostro attacco risolutivo non era quello condotto sul Grappa e per questo era stato autorizzato a trattenere le divisioni 34', 10' e 43'. In teoria le sue forze avrebbero potuto contrattaccare il 29, ma già la sera del 28, Boroevic fu costretto ad arretrare la propria difesa sulla seconda linea: Monticano - Alture di Conegliano-Vittorio, Prealpi Bellunesi.

Non ci fu contrattacco per l'esiguità delle forze disponibili.

28 ottobre, ore 14. Caviglia, convinto dalla necessità di far sentire alle truppe la vicinanza dei propri comandanti e quindi di riconoscerne moralmente il loro valore, indirizza alla sua Armata l'ordine del giorno che comincia così: " ... Alle truppe tutte dell'armata sento il dovere di chiedere che mantengano il loro animo all'altezza della situazione.... E' necessario che stanotte tutti i ponti siano nuovamente gettati... E' l'Italia che l'ordina. Noi dobbiamo obbedire". Per le misteriose ragioni che governano l'animo umano, quelle parole colsero nel segno: soldati sfiduciati e isolati sulla riva opposta e truppe che non erano ancora riuscite a passare, nella notte, tra il 28 e il 29, gettarono tutti i ponti e il 29 costitui rono il cuneo centrale separatore delle forze austro-ungariche da Val Mareno a Conegliano.

Il Re. "A Sua Maestà il Re, che tutti i giorni passava nelle trincee del Montello qualche ora, e verso le 16 veniva a Villa Frova, il comandante dell'8° armata annunciò l'azione delle due Brigate del XVIII corpo, sicuro preludio della vittoria ".

29 ottobre, ore 23. Il XVIII Corpo supera il canale Monticano ad est del Piave ed entra a Conegliano.

30 ottobre. Mattina. Anche la X Armata procede lungo il Monticano. Truppe del corpo d'annata d'assalto, oltre una cavalleria del XXII entrano a Vittorio Veneto La VI austro-ungarica è così spezzata dalla nostra manovra laterale. Boroevic capì che nemmeno l'impiego delle sue riserve avrebbe potuto ristabilire la situazione e pertanto emana l'ordine n. 1626 con il quale rinunciava ad ogni resistenza e si preoccupava di salvare uomini e materiali. La resistenza del gruppo Belluno salva la Isonzoarmee dall'imbottigliamento.

30 ottobre. Sera. Alle ore 13 del 30 ottobre, i bersaglieri prendono il ponte sul Piave e costringono gli austriaci a ritirarsi dal Basso Piave, liberando la strada per Livenza e l'Isonzo, "La VI Armata austro-ungarica era scompigliata". Boroevic resisteva ancora sul Grappa. Contemporaneamente la gloriosa ISA, sul Monticano, sbarrava la strada alla X Armata; e sul Piave alla III.

Gli Imperiali. "il Comando del Gruppo Belluno [ Feldzeugmeister Goglia] aveva valorosamente ritardato fino all'estremo la ritirata dei difensori del Grappa. Quando si accorse che la via della loro salvezza stava per essere tagliata dalle Armate italiane, 12a e 8a , ordinò il ripiegamento. Così, al mattino del 31 ottobre, le truppe austriache lasciarono le loro linee tra Brenta e Piave, affidando a retroguardie la resistenza dei punti più forti, per ritardare l'inseguimento delle divisioni della IV armata ". (18)

31 ottobre. La nostra 7' divisione della VII Armata, risale il Brenta sino a Cismon, contemporaneamente le avanguardie della VI Armata entrano a Feltre. Reparti della XII Armata giungono a Busche, dove gli austriaci avevano già fatto saltare il ponte sul Piave. Il XXVII Corpo, generale Di Giorgio, non riesce a raggiungere il Cordevole "per mancanza di ponti". Intanto il generale Vaccari occupava il Passo di Sant'Ubaldo, mentre il generale Grazioli prendeva il Passo di Fadalto e si spingeva verso Ponte nelle Alpi. La sera del 31, il Gruppo Belluno, fatti saltare tutti i ponti sulla Livenza, tranne il ponte Fiaschetti, si ritira per la Val Cordevole. La 2' divisione di cavalleria, generale Emo Capodilista, punta su Pordenone; seguono i battaglioni ciclisti che giungono a Maniago l'1 novembre. L'inseguimento e la battaglia di Vittorio Veneto  sono tecnicamente conclusi. La via per Vienna  è aperta.

3 novembre. Alle ore 18 l'armistizio di Villa Giusti fissa il termine delle ostilità alle ore 15 del 4 novembre, e cosi stronca l'avanzata italiana verso l'Austria. Il generale Pecori-Giraldi entra a Trento e navi italiane entrano nel porto di Trieste.

4 novembre. Nostre navi entrano a Fiume, occupata nei giorni precedenti da truppe croate. Diaz firma il Bollettino della Vittoria, da noi già pubblicato.

10 novembre. Il Re sbarca a Trieste. Solo il 17, nostre truppe sbarcheranno a Fiume.

Epilogo.

La Grande Guerra fu vinta sulle Alpi italiane e non sulle pianure di Francia.

Michele D'Elia

(1) Seguiremo due opere dello stesso Autore, il Maresciallo Enrico Caviglia, all'epoca generale, prima di corpo d'armata, il XXIV; poi d'armata, l'VIII La dodícesima battaglia - Caporetto, Ed. Mondadori, Milano XI 1933, XII. Le tre battaglie del Piave, Ed. Mondadori, Milano, XI, 1934 XIII.
(2) E. Caviglia, La dodicesima battaglia, pag. 67.
(3) Cfr. Caviglia pagg. 118- 123 -133.
(4) E. Caviglia, op. cit., Nota n. 1 a pagg. 141 -144.
(5) Guido Sironi, I vinti di Caporetto, pag 34, Editrice -Libraria L. di G. Pirola, cit, in Caviglia pag. 150.
(6) Giorgio Bini Cima, La mia guerra, Ed. Corbaccio, Milano, in Caviglia, op. cit. pag. 151.
(7) i particolari di questo assurdo comportamento sono descritti dal gen. Caviglia nell'All.5 dell'op. cit. a pagg. 298 -299).
(8) Caviglia analizza l'intero movimento sino alla sera del 27 ottobre nell'All. 1 nell'op. cit. pagp. 269-277.
(9) Caviglia, op. cit. pag. 180. Nota I.
(10) Cfr. I bollettini della guerra MCMXV - MCMXVIII, Ed. Alpes, Milano 1923.
(11) Documenti Diplomatici serie V, vol. IX Doc. n'. 310, I.P.Z.S. Roma MCMLXXXIII.
(12) E. Caviglia, op. cit. pagg. 199-20.
(13) H. A. Ficher, Storia d'Europa, Ed. Laterza, Bari 1981, vol. IH, pag. 401.
(14) E. Caviglia, "La dodicesima battaglia", pag 29.
(15) E. Caviglia, Le tre battaglie del Piave, Nota 1, pag. 38.
(16) Antonio Gibelli La grande guerra degli Italiani, Ed BUR 1998-2014, pag. 320 e seg.
(17) E. Caviglia, op. cìt. pagg. 174-175.
(18) E. Caviglia Le tre battaglie... pag 186.

domenica 18 gennaio 2015

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria - terza parte

25 pomeriggio. Il XXIV Corpo d'Armata si ritira.

L'artiglieria del XXIV Corpo. Deontologicamente, gli artiglieri svolsero il proprio ruolo coprendo la ritirata delle divisioni e facendo saltare i pezzi che non potevano trasferire, non avendo né i cavalli né le trattrici, imbottigliati sulle strade della ritirata. Gli artiglieri salvarono i pezzi dei reggimenti da campagna l0°, 46° e 50°. "Erano con le loro batterie in ritirata sulla linea delle fanterie, le quali aiutavano a trainare i pezzi a braccia". Così, dal l'Isonzo al Tagliamento e al Piave. La capacità tecnica della nostra artiglieria era ben nota al nemico, poiché le nostre batterie " ... spazzavano tali località [avvallamento di Chiapovano n.d.r.] da varie direzioni a raffiche improvvise. Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un'altra sistemazione alle loro truppe". [La dodicesima... pag. 931]

26-31 ottobre La ritirata oltre i il Tagliamento

26 Capello lascia il comando per malattia. Gli subentra il generale Luca Montuori. 

h. 6. Caviglia riceve l'ordine n. 6332 dal nuovo comandante, che decide di sbarrare la strada al nemico, rischierando le truppe da Montemaggiore a Gorizia. Anche il nemico commette degli errori: mentre la II Armata eseguiva l'ordine, il comando austro-tedesco, per rinforzare l'ala marciante della XIV Armata, trasferiva un numero consistente di unità sulla sua destra e per un giorno sospendeva le operazioni in Val Natisone e Valle Judrio. La decisione salvò l'ala destra della II e della III Armata. L'Alto Comando austro-tedesco attuava un progetto previsto burocraticamente all'inizio dell'offensiva, ma superato dal movimento della battaglia il nemico si doveva accontentare di tallonare i nostri.

Sera. La 10° divisione, generale Chionetti, scende dall'altopiano della Bainsizza, dopo averlo accanitamente difeso.

27 ottobre. Prime ore.

Bollettino austriaco: "Gli Italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo".(9) Dietro il fiume Torre il generale Sagramoso continua a riordinare le truppe affluite dalla prima linea.

Il Piave: un'idea. Cadorna raggiunge Treviso e pensa di riorganizzare le nostre forze sul Piave. Un'idea antica considerata di estrema difesa dai tempi di Teodorico e Odoacre sino a Napoleone; e, più tardi, a Cosenz.

27 mattina. Il nemico entra a Cividale.

Sera/notte. Il nemico è fermato sul Torre. La sera del 27 le brigate Venezia, a Verhovlje; la Palermo, sul rovescio del Corada; infine la Livorno, anch'essa sul Corada. Sfilano davanti ai rispettivi comandanti, prima di lasciare le loro posizioni e dirigersi verso il Torre.

Riflettiamo. Difficile o impossibile, rintracciare in altri eserciti grandi unità che, in piena battaglia, conservano la lucidità e il dominio di sé per rendere spontaneamente gli onori ai propri comandanti. Questo significa che i soldati non erano e non si sentivano fuggiaschi. Chi scrive e parla di "rotta di Caporetto" non si è mai documentato? E' ora che lo faccia.

28 ottobre mattina. h. 13. A metà giornata il gen. Cadorna, per ragioni ancora oscure ed in contrasto con gli onori che più volte lo stesso nemico - non certo tenero - aveva reso ripetutamente ai nostri soldati, dirama il Bollettino di guerra 887- Zona di guerra 28 ottobre 1917, ore 13, che recita: "La mancata resistenza di reparti della Il Armata vilmente ritiratisi senza combattere ignominiosamente arresisi al nemico... " (10). Altro aveva già fatto il Comandante Supremo: il 26 ottobre aveva inviato ai generali Foch e Robertson una lettera con la quale li informava della rottura del fronte tra Plezzo e il Tagliamento: era una forza ben più esigua di quella originara per effettivi, equipaggiamento. armamento, trasporti, etc. La salute stessa degli uomini era malferma. Il nemico non stava tanto meglio. però marciava sulle ali della vittoria

Cadorna il 25 si era reso conto della impossibilità di fermare il nemico e tra il 26 e il 27 aveva predisposto uno schema di linea sul Piave. Il 29 il progetto era pronto. Il 30 era definito. Il disegno del Comandante supremo prevedeva l'impiego di alcune divisioni francesi e inglesi, che gli Alleati rifiutarono. "Fu buona ventura" scrive sarcastico Caviglia.

La dodicesima... pag. 2271. I concetti informatori dell'atteggiamento dei cosiddetti nostri alleati sono e saranno sempre due: il teatro di guerra sul fronte alpino è periferico; la guerra sulle Alpi è questione "privata" tra Austria e Italia.

2 novembre. Il generale Cadoma ordina alla 63' e alla 36' divisione, che si trovavano dietro il Tagliamento, di difendere ad oltranza il Monte San Simeone: se questo fosse caduto, il nemico avrebbe potuto aggirare tutta la linea, ma questo ordine condannava le due unità.

4 novembre h. 12. Nuovo ordine per la 36' e 63' divisione: raggiungere Clauzetto e Paludea,

pomeriggio. La valle Arzino è chiusa.

5 mattina. Il generale Carlo Rocca assume il comando dei resti delle due divisioni e le concentra a S. Francesco d'Arzino, marcia verso Clauzetto e Paludea, batte il nemico a Pielungo e avanza su Forno, dove si assesta il 5 sera.

6 mattina. Rocca investe di nuovo la divisione Jáger sul costone di Pradis.

6 novembre h. 16. Il Comandante della 36' è catturato a San Vincenzo.

6 sera. La fine della 63'. Intorno al Comando della 63' si raccolgono circa 800 soldati, compresi i resti della 36'. Il reparto più solido è il battaglione Val Ellero. Pur isolato dal resto dell'esercito ed accerchiato dal nemico nelle Alpi Carniche, questo nucleo di tenaci italiani, Comandante in testa, rifiuta di arrendersi alla sorte. Prosegue nella sua marcia. E' una combattuta catabasi: nei quatto giorni successivi, l'esigua schiera tentò tutte le strade per giungere a Longarone, ma tutte erano ormai chiuse. Imboscate e piccoli scontri ne assottigliavano sempre più il numero.

9 novembre. "... dopo un ultimo impari combattimento a Selís (alto Meduna), il generale Rocca raccolse intorno a sé tutti i rimasti, meno il battaglione Val Ellero, che stava combattendo. Erano una trentina uomini con cinque prigionieri austriaci. Chiamò gli ufficiali e disse loro.- Signori, ho fatto quanto era possibile per porre in salvo gli avanzi della mia divisione. Il tentativo è fallito. Sciolgo gli ufficiali dal dovere dell'obbedienza. Ognuno si regoli come crede. Io mi do alla montagna per cercare di raggiungere da solo le nostre linee. " [La dodicesima.... op.cit. pag. 234-351

Salutati i presenti, si diresse verso il Canal Grande con il colonnello Murari, il suo attendente e un'ordinanza. Quattro in tutto. Quel giorno saltavano gli ultimi ponti sul Piave. Il generale Krauss dichiarerà, più tardi, di essere stato costretto ad impegnare ben tre delle migliori divisioni della XIV armata contro le truppe delle Prealpi Carniche.

venerdì 9 gennaio 2015

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria - seconda parte

COME NASCE UN FALSO STORICO.

I servizi non armati che sono dietro le nostre prime linee, per rifornire le truppe del Monte Merzli, vedendo avanzare gli slesiani lungo la destra dell'Isonzo, si ritirano su Caporetto: sono alcune migliaia di uomini, con carri, che ingombrano le strade verso l'abitato. Ostacolano l'arrivo dei rinforzi e portano la falsa notizia della caduta del Merzli. "A Caporetto viveva al sicuro un corrispondente di guerra [Caviglia non ne rivela il nome n.d.r.] che, sorpreso, divulgò poi al mondo la notizia del suo pensiero [del giornalista n.d.r.] attribuendolo alle truppe di prima linea. Egli riteneva che la nostra 43° divisione (Farisoglio) si fosse ritirata mentre combatteva sulle sue linee e vi rimase fino a sera tarda."

Questa è la casereccia origine della 'rotta di Caporetto'. La rintuzziamo perché Caporetto è una sconfitta ed una ritirata non solo analoga a quelle che la storia ci ha fatto conoscere su tutti i fronti, ma di gran lunga inferiore a quelle subite, per esempio, dagli eserciti dell'Intesa in Francia.

h. 14. L'ultimo battaglione del 282° viene impiegato per la difesa di Caporetto.

Pomeriggio. La 50° austriaca, uscita alle 7 dalla sua trincea, è bloccata sul Merzli e sullo Sleme dal solo 2° reggimento bersaglieri, schierato su ben 7 km di fronte.

Il Gruppo Krauss.

h. 2-3. del mattino. Plezzo. Il nemico annienta con il gas i 600 difensori del vallone di Ravolnik a sud di Plezzo. (4)

h. 8. Krauss attacca. La nostra 50a divisione lo ferma sino alle 18.

h. 19. Il Comandante del settore del Rombon, pur avendo respinto il nemico, si ritira sul monte Stol, per non restare isolato.

24 sera. Le due colonne nemiche si congiungono. L'occupazione della valle isontina vanifica la resistenza italiana e dà ragione a von Dellmensingen, che aveva trascurato le cime e inventato l'attacco a valle.

Ancora il 24 ottobre: operazioni dei Gruppi Scotti e Berrer. h. 8. Il generale Berrer attacca la destra della brigata Taro, 2 battaglioni e la brigata Spezia per prendere il monte Jeza e collegarsi con il gruppo Stein.

h. 14. La Taro con 15 compagnie, su 9 km di fronte, ostacola 75 compagnie nemiche.

h. 15.30. La brigata inizia una lenta ritirata e difende la valle dello Judrio sino al 25. Il 26 a Castel Del Monte, il colonnello Casini sarà ucciso mentre contrattacca con il suo 208°.

h. 14.30. La brigata Spezia è tra la Val Duole e il Krad, ma se ne ritira verso la linea d'annata, essendo "proibito" chiedere rinforzi per guarnire i tratti di linea scoperti dove s'era infilato il 3° reggimento Jáger.

h.13. Il comandante della 19° divisione, generale Villani, ordina al 75° fanteria della brigata Napoli di occupare la linea tra il passo di Zagradan e Bukova-Jeza, dove erano già arrivati i tedeschi. L'aspra lotta durò sino alle 17 del 25. Intanto, la brigata Firenze deve riprendere la linea del Monte Piatto. "Ufficiali della Brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l'erta ripida verso la cima del Podklabuk.... L'artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file ".(5) Il battaglione Val d'Adige, difese lo Jeza per quasi tutta la notte; dopo si unì ai resti della 19° divisione, diretta a Clabuzzaro. Diario del LI C.d'A. tedesco: "Gli Italiani difesero lo Jeza con straordinario valore" .

Il generale Villani. Clabuzzaro.II comandante del VII Corpo d'A. accoglie i resti della 19a. Villani nel suo diario scrive: "Le truppe hanno compiuto il loro dovere". Anch'egli l'aveva compiuto, ma il Comando l'aveva lasciato solo né l'aveva saputo o voluto apprezzare. Villani e i suoi soldati difenderanno la zona Rochin-Lombai, a nord di Peternel sino al pomeriggio del 26. Villani si uccise il giorno dopo a San Leonardo.(6)

Il Gruppo Scotti. Obiettivo: prendere prima il Krad e poi il Globocak, per aprire la strada al generale austriaco Svetozar Boroevic von Boina, comandante la V Armata o Isonzoarmee, ISA. A difesa del Krad il X gruppo alpini, due battaglioni in linea e uno di riserva, 600 m. vuoti tra i due reparti. Il nemico non si avvide che la strada per l'Isonzo era libera e per questo non scese da Selo a Canale.

24 ottobre - XXVII Corpo d'Armata. Il Comando ha sede nel villaggio di Cosi. Per l'intera giornata fu assente dalla prima linea: non coordinò le operazioni, ma addirittura ritenne che il Globocak fosse in mano nemica, quando invece era ancora nostro alla mezzanotte del 24. Il comandante del XXVII Corpo, generale Pietro Badoglio, aveva ordinato al colonnello Cannoniere, comandante l'artiglieria di corpo, di non aprire il fuoco se non dietro suo personale ordine. Questo non fu mai dato. (7)

VII Corpo d'Armata. Ha sede a Praponitza. E' schierato con intento difensivo in seconda linea per 8 km di fronte.

h. 12. Caduta Selisce, il Monte Matajur è isolato.

Attacco a sud di Tolmino. h. 8-9. La II armata austriaca investe il settore tra Tolmino e la Bainsizza, tenuto da 3 div. del XXVI e due dal XXIV, schierate sui Lom di Tolmino. Dopo qualche successo iniziale, il nemico, verso mezzogiorno, venne respinto sulle posizioni di partenza lasciando in mani italiane "alcune centinaia di prigionieri".

h. 22-24. Il XXIV contrattaccò con tale violenza, sostenuto dal concentramento di artiglieria, che il nemico pensò ad una controffensiva in quel settore. Nello stesso tempo: "le colonne dei fuggiaschi del XXVII Corpo andavano ingrossando sulle strade delle due rive del fiume, e portavano notizie esageratamente disastrose". (8)

24 ottobre h. 24. Situazione. La prima giornata è finita. Dallo squarcio apertosi da Tolmino a Saga, l'invasione sembrava, inarrestabile. Nei due vuoti marciavano a nord il gruppo Krauss e a sud la 12' slesiana. ciò poneva in grave pericolo lo schieramento italiano sul basso Isonzo, che restava l'unica via di ritirata eventuale.

Possibili vie d'invasione.

A) A nord, valle Resia e Uccea;

B) la stretta di Stupizza.

Notte. Messe in allarme, le riserve della II Armata rinforzano il Globocack e chiudono la via per l'Isonzo.

La XIV annata austro-tedesca si ferma davanti alla Bainsizza. Il mare è un miraggio e tale resterà.

Consideriamo. "Il Comando Supremo alle h. 12 del 24... temeva che l'attacco fosse diretto contro la III Armata ...... Questa fibrillazione derivava soprattutto dall'abitudine burocratica di "alcuni suoi uffici [della II Armata n.d.r.] pacifici e lontani moralmente dalla guerra"; ne nasce, alle 21,15 del 24, l'ordine di resistenza che il Comando Supremo invia a tutte le annate, "Come se l'azione nemica stesse per cominciare; quasi contemporaneamente un altro ufficio ordinava la ritirata delle truppe della Bainsizza sulla linea di resistenza ad oltranza". Intelligenza tattica, spirito di iniziativa, resistenza fisica, intuizioni dei comandanti e - specialmente - il valore delle truppe, misero un punto fermo agli errori del Comando Supremo e di quello d'Armata.

25 ottobre. Decisioni e movimenti. La II Armata si ritira lungo la linea Montemaggiore - Monte Santo, che è la terza di quelle indicate dal Comando Supremo alle 23 del 24 ottobre. Il movimento si concluse il 26.

h. 15. Capello ordina a Caviglia di ripiegare sulla destra dell'Isonzo nel tratto Globocak - Ronzina. Era necessario, una volta assicurata la Bainsizza?

martedì 30 dicembre 2014

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria - prima parte

di Michele d'Elia

IL RE SOLDATO DOPO CAPORETTO:

Italiani!
«... Cittadini e soldati siate un esercito solo. Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento. Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni più remoto lembo della patria; e sia il grido del popolo che combatte e del popolo che lavora. Al nemico, che ancor più che sulla vittoria militare conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine. si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: tutti sian disposti a dar tutto per la vittoria e per l'onore d d'Italia! ». 

Vittorio Emanuele
Quartier Generale 10 Novembre 1917

Cronaca di una sconfitta e di una vittoria

Caporetto e Vittorio Veneto sono metafore. Con occhi nuovi indaghiamo fatti universalmente conosciuti.  Niente elucubrazioni, solo essenziale cronaca, in onore del soldato italiano. .(I)

Vogliamo dimostrare che la prima non fu la vergognosa -rotta - della quale si sproloquia da cento anni; che la seconda ma fu non fu la causale vittoria contro un nemico stremato.
L'Austria, dopo la nostra vittoria sulla Bainsizza, agosto 1917, rinnova con insistenza la richiesta di rinforzi dalla Germania per stroncare una volta per tutte gli italiani traditori. L'Alto Comando tedesco prima di decidersi a spendere uomini e mezzi per l'alleato, incarica uno dei suoi più brillanti strateghi, il generale Kraft von Dellmesingen, di una ricognizione sul fronte Alpino. Il generale individua la fragilità della difesa italiana nella linea corrente tra la località  di Plezzo a sud del monte Rombon, e la testa di ponte austriaca di Tolmino a nord del monte Jeza, vale a dire sul fronte dell'Isonzo.

Il 5 settembre il Generale espresse ai suoi superiori parere favorevole all'offensiva. (2) L'idea geniale è questa: sfondare il velo di truppe italiane tra Plezzo e Tolmino, distanti tra loro 50 km ed occupare il fondovalle. In definitiva il fronte delle Alpi Giulie è il luogo di partenza per arrivare al mare. I Comandi austriaco e tedesco costituiscono ex novo la XIV Annata, di 15 divisioni, sotto gli ordini del generale tedesco Otto von Below, suddivisa nei quattro gruppi comandati dai generali Stein, Berrer, Krauss e Scotti. La tecnica utilizzata è la guerra di movimento su colonne, che attaccano contemporaneamente, sulla destra e sulla sinistra dell'Isonzo. Von Below ha di fronte la II Armata, generale Luigi Capello, le cui forze sono schierate secondo il concetto di offensiva, però mal distribuite sul terreno. Gli austro-tedeschi impiegando 15 divisioni contro 3 nostre, tra Tolmino e Plezzo, per 50 km., colsero un immediato successo tattico che divenne strategico per la mancanza di riserve italiane sulla via del Tagliamento. In sintesi il nemico avanzò sulla linea Isonzo - Tagliamento - Udine - Piave.

CAPORETTO.

Mercoledì 24 ottobre, alle 2 del mattino. L'artiglieria nemica investe tutto il fronte dal Rombon a nord, alla Bainsizza a sud, tratti tenuti dal IV, XXVII e XXIV C d'A. Il bombardamento a gas distrugge le trasmissioni subito in parte riparate dai soldati.

h. 6 dei mattino. Persiste il tiro nemico diretto sulle seconde e sulle prime linee. Le artiglierie dei corpi d'armata IV e XVII non effettueranno il tiro di controbatteria; anzi, ai comandanti che l'avevano iniziato con decisione autonoma, fu ordinato di sospenderlo! Perché? "Per i metodi tattici di tiro inadatti alla difensiva". Per Caviglia questo sbagliato impiego delle batterie deriva dalla "mancanza di sensibilità e di pratica difensiva dei Comandi".
Manovra sulla destra dell'Isonzo.

h. 7-8. Le fanterie del gruppo Stein scattano dalla testa di ponte di Tolmino. I:Alpenkorps esce dalle trincee e si dirige verso Costa Raunza ed il Colovrat. Nello stesso tempo la 50' divisione austriaca, che protegge la 12 a divisione slesiana, urta contro la brigata Alessandria. Gli slesiani puntano su Caporetto, 27 km a sud. (3)

h. 9. "Cinque battaglioni slesiani sboccano da Tolmino". Alle 10 l'Alpenkorps s'infiltra nei vuoti esistenti tra le compagnie della brigata Taro, schierata su 5 km. di fronte. Lo intercetta un battaglione della brigata Napoli, arrivata poco prima, tra Foni e Monte Plezia, che cade solo alle 13. Qui abbiamo un fucile ogni 30 m. sulla linea avanzata; uno ogni 9 m. sulla seconda.

h. 10.30-12. Sono catturate le nostre batterie su Costa Raunza e Costa Duole. Gli artiglieri difesero i pezzi anche con le pistole e li resero inutilizzabili; poi si ritirarono verso la valle Judrio. Sino a Caporetto la via sembra libera. Gli slesiani, superata la brigata Napoli, tra le 11 e le 12, puntano su Caporetto, senza incontrare forze italiane; ma alcune compagnie del 182° fanteria li scorgono dalla riva sinistra dell'Isonzo, passano il ponte di Idersko e sulla riva destra li bloccano temporaneamente. Alcuni plotoni del 182° combattono nelle case di Idersko. Da qui il nemico si dirige su Caporetto, dove la resistenza fu "frammentaria".

h. 13.30. Salta il ponte di Idersko.

h. 14. Idersko è occupata dopo una lotta casa per casa.

h.15.30. Salta il ponte di Caporetto.



h.16. Gli slesiani occupano Caporetto ed iniziano la conquista del Monte Matajur, i gruppi Stein e Krauss, si saldano. Le tre divisioni del IV corpo sfuggono all'accerchiamento per il ponte di Ternova, a nord di Caporetto.
La manovra sulla sinistra dell'Isonzo.

h. 8. Quattro dei nove battaglioni slesiani escono da Tolmino, attraversano i 500 metri che li separano dalle nostre linee e si uniscono con un reggimento della 50' austriaca.

Non vi è nostra resistenza, perché il 23 era stata inspiegabilmente sgombrata la linea di Volzana. Due sole compagnie della brigata Alessandria trattengono il nemico per un'ora. Gli slesiani proseguono sino a Selisce, contrastati da un solo battaglione del 155°, del 150° e dal 2°del 147° della brigata Caltanissetta.

h. 12. Il diario del 63° slesiano registra: "Sino alle 12 lotta accanita". Poco dopo la nebbia si dirada. Il nemico si scontra con l'ultimo dei nostri tre battaglioni, davanti a Karnno. Il suo comandante, maggiore Piscicelli apre il fuoco, viene ferito ma prima di morire ordina al reparto di dirigersi a Caporetto.

Constatazione. La resistenza costruita dai nostri, momento per momento, impedisce la tenaglia tra i 9 battaglioni slesiani.

mercoledì 20 agosto 2014

FUMO NEGLI OCCHI

di Michele D 'Elia 

Scrive Gaetano Mosca: " ... in tutte le società a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate... sino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati... ciò che costituisce la vera superiorità della classe politica, come base di ricerche scientifiche, è l'importanza preponderante che la sua varia costituzione ha nel determinare il tipo politico ed anche il grado di civiltà dei diversi popoli ".

In Italia questa risorsa non esiste più.

Nel 1910 Giovanni Amendola, criticando il giolittismo, scrisse: "L'Italia come oggi è, non ci piace". La Monarchia colse il messaggio. La Repubblica no.

L'apparenza inganna, diceva la mia maestra. Accade oggi al popolo italiano.

Il Presidente del Consiglio ed il suo Governo sono il portato di una situazione in cui gli italiani non sanno a che santo votarsi e credono a chiunque, con campagne ben orchestrate, si presenti come loro salvatore.

Un livello più alto e preoccupante ci fa considerare il fenomeno Renzi l'escatologia di un popolo, al quale la politica da decenni ha tolto i valori che ne erano il fondamento: primo fra tutti il senso dello Stato, per il quale ciascuno fa la sua parte, sicuro che mentre onestamente lavora per sé e la propria famiglia, lavora per tutti. E solo questo sentimento che convince l'impiegato pubblico o privato a ben operare e servire: la consapevolezza di essere parte integrante di quell'organismo complesso delicato, che è lo Stato; o, se volete, la società. Questa regredisce o progredisce con il singolo e viceversa, in continua osmosi. Ma il singolo cittadino è spesso abbandonato dalle Istituzioni e poco o nulla è considerato da questi politici, che non hanno né sentimento né cultura né capacità per governare. Da questi limiti deriva la corruzione che toglie a ciascuno di noi e soprattutto ai giovani, l'orizzonte. Basti guardare alla scuola con occhio appena competente, per rendersi conto dello scempio che ne hanno fatto e ne fanno certi ministri e certi dirigenti di ogni livello, per inseguire le mode culturali ed il facile successo. Nelle aule, per questa via, non entrano le regole, il pensiero critico o la cultura, con grave pregiudizio delle centinaia di migliaia di nostri docenti preparati; e, per me preside, i migliori dei mondo.

Vediamo alcune situazioni già descritte dalle cronache.

1) Le nomine. Moretti dalle Ferrovie alla Finmeccanica. Ma non aveva minacciato di andarsene all'estero? E Renzi non aveva rimbeccato lui ed altri dirigenti, invitandoli a lasciare l'Italia, qualora avessero trovato di meglio?

E' risuonata la grancassa sulla designazione di numerose donne ai vertici delle più importanti aziende pubbliche; ma, leggendone i nomi, si scopre che è una compagnia di giro. Vale a dire che si tratta di gentili signore da sempre nelle grandi aziende pubbliche e private. Le designate cambiano solo poltrona, come gli uomini. Renzi dal popolo lavoratore non ne ha tratta alcuna. La discriminazione continua. Dov'è la novità?

2) L'abolizione delle Province. Impostata dall'ineffabile governo Monti, ed oggi attuata, è un'operazione di facciata. Questa moltiplica uffici e poltrone, nomina i consiglieri delle città metropolitane tra i consiglieri comunali, alcuni dei quali diventeranno membri dei due consessi, senza la sanzione del voto popolare. Inoltre, il nuovo sistema distrugge almeno centocinquanta anni di storia nazionale.

Più saggio e meno costoso sarebbe stato abolire solo quelle province, come MB (Monza e Brianza) o BAT (Barletta-Andria-Trani) ed altre, che rimangono un insulto all'intelligenza di noi cittadini. Antonio Saitta, Presidente dell'Unione Province d'Italia, in un'intervista al Corriere della Sera il 27 marzo scorso, ha definito 'briciole' i decantati risparmi.

3) I caccia F 35. La stessa incertezza governativa notiamo nella marcia indietro sull'acquisto dei caccia F 35, elegantemente imposta da Obama.

4) Esodati. Scomparsi.

5) 80 euro. Inutili.

6) I Deputati e i Senatori. I Nominati. Guadagnano troppo e lavorano poco, posto che alcuni di loro abbiano mai lavorato. Renzi cominci a tagliare, prima che il numero, gli stipendi. 5000 euro netti il mese bastano e avanzano.

I competenti contraddittori scatenano l'ira dei renziani, come dimostra l'attacco del ministro Boschi ai Professori, che giudicano incostituzionale il Senato dei nominati. Costoro non avranno né dignità né peso sociale, così come i consiglieri metropolitani. Sulla struttura burocratica dello Stato è previsto "un colpo di maglio” che la disarticolerà, in quanto la funzionalità degli uffici dipende da chi ci lavora dentro e non dal loro numero. Si sanzionino i dipendenti infedeli, dovunque scoperti, nei ministeri o nel più piccolo ente pubblico. Le regole ci sono. Basta rispettarle e farle rispettare. Questo è, in prima battuta, compito dei capiufficio, dei capi servizio, dei dirigenti scolastici, dei provveditorati, delle direzioni regionali scolastiche, e via dicendo. Vale a dire di coloro che, sul territorio, sono responsabili anche di una microstruttura alla quale il cittadino si rivolge. Tutto ciò è attuabile rispettando i diritti costituzionali e sindacali dei lavoratori. Milioni di onesti dipendenti, specialmente pubblici, ne sarebbero gratificati.

7) Riforma elettorale. Premesso che siamo convinti proporzionalisti ed assertori delle preferenze, notiamo che i sistemi escogitati sull'onda delle cosiddette "mani putite": i maxipoteri a sindaci, ad ex presidenti di provincia, oggi sindaci metropolitani, condussero al Mattarellum ed al Porcellum ed ora all'Italicum, che sarebbe meglio denominare Spurius, in italiano bastardo. Infelice sorte della lingua latina.

Conclusione.

La Repubblica italiana da democrazia, pur zoppicante, è ormai regredita ad oligarchia, che scaccia il popolo dalla vita politica. Obiettivo della premiata ditta Renzi-Berlusconi è la Repubblica Presidenziale, il cui Presidente sarà, nella sostanza, uno dei tanti nominati.
Liberare l'Italia dai falsi idoli è la nostra battaglia.      


lunedì 11 agosto 2014

Storia, attualità e divenire

di Vincenzo Pich
Mense gratuite durante la crisi del '29
Le crisi economiche e i loro riflessi sulle condizioni sociali sono spesso all'origine dei cambiamenti politici più radicali. La Rivoluzione francese, dopo cattive annate agricole, si consegna nelle mani violente dei giacobini e della parte più accesa del popolo. Poco più di un secolo dopo trionfano in Russia le maniere forti dei bolscevichi, che sfruttano il malcontento diffuso e il rifiuto della guerra.

In Italia, finita la prima guerra mondiale, un ex socialista, già favorevole all'intervento, approfitta delle agitazioni e della cecità di socialisti e popolari per ottenere la guida del governo e avviare un totalitarismo sempre più invadente e privo di fiuto politico, tanto da estendere al nostro paese la discriminazione antiebraica e scendere nell'azzardo della seconda guerra mondiale.

Un decennio appresso l'avvento del fascismo era stato uno psicopatico fondatore nel 1920 del N.S.D.A.P, partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, a ubriacare la gente alle prese con la crisi economica e a condurre il paese a una catastrofe anche peggiore, senza l'avanzata degli anglo-americani oltre il Reno e al cuore stesso della Germania.

Si era arrivati così al secondo conflitto mondiale, causato dall'accordo Hitler-Stalin sull'invasione e la spartizione della Polonia. seguita dall'inevitabile dichiarazione di guerra alla Germania da parte della Francia e del Regno Unito.

Ma veniamo all'oggi, dove perdura la crisi economica più grave dopo quella devastante del 1929. Escludiamo al momento che si ripetano automaticamente nel nostro paese le svolte drammatiche che, nello spazio di circa un secolo e mezzo, si sono verificate dapprima in Francia e in tempi più ravvicinati in Russia e Germania.

Ciò sebbene l'affermazione improvvisa del cosiddetto grillismo, con l'estremismo verbale del suo protagonista, possano ricordare il fascismo e il nazismo, e nonostante la disistima diffusa del metodo parlamentare conduca a giustificati timori sulla tenuta della democrazia. Disistima che si accompagna alla crisi delle imprese, all'allargarsi della disoccupazione, alla ricerca vana del lavoro da parte di troppi giovani e all'impossibilità per un numero crescente di famiglie di soddisfare i bisogni essenziali.

Ne deriva anche sul piano politico l'indebolimento dei due poli di centro-sinistra e di centro-destra, questo più frammentato e confuso di quello, l'assenteismo elettorale in aumento e il possibile rafforzarsi delle tentazioni grilline.

Purtroppo, i fattori negativi non sono unicamente questi e c'è anche una crisi etica che induce alla violenza, alla criminalità e all'anarchia. In questo panorama piuttosto oscuro si inserisce il mito, non si sa quanto duraturo, di Matteo Renzi e cioè di un uomo che vanta virtù taumaturgiche e al quale per ora i sondaggi attribuiscono ampia credibilità. Basterebbe, tuttavia, un minimo di memoria storica per capire che l'uomo che risolva tutti i problemi non è mai esistito e che la stessa idea, più berlusconiana che altro, della repubblica presidenziale non è il toccasana infallibile per i mali della repubblica parlamentare.

'Nuove Sintesi' crede ancora nella monarchia parlamentare che, per quanto ridottasi storicamente di numero in Europa e nel mondo, regge ovunque Stati civilissimi, dove l'unità degli animi si accompagna alla rappresentatività popolare.

In Italia l'idea di questo tipo di governo, che combina la tradizione alla modernità, incontra un periodo assai lungo di scarsissima conoscenza e di indifferenza e impopolarità. 'Nuove Sintesi' ha rotto il silenzio con due convegni ispirati all'obiettività, anche alla critica, su Vittorio Emanuele Il e Vittorio Emanuele III, ma non si fermerà qui, sempre all'insegna dell'antiretorica e della ricerca costante e ostinata della verità.