giovedì 3 luglio 2014

CITTADINO E RE - Bibliografia



L'abdicazione di Re Vittorio

  1. (*) Von Senger, La guerra in Europa, Ed. Longanesi, pagg. 213 -214.
  2. (**) Winston Churchill, Parliamentary Debates: House of Commons, Official Report, vol.397, n' 34, Tuesday, 22 and February 1944.
  3. Emilia Sarogni, dal testo della conferenza tenuta presso il Liceo Sc. St: 'Vittorio Veneto'di Milano, il 5 novembre 2004.
  4. Documenti Diplomatici Italiani, terza serie: 1896-1907 Volume IV
  5. Francesco Cognasso, I Savoia, Ed. Dall'Oglio, Milano, 197 1.
  6. Silvio Bertoldi, Vittorio Emanuele III, Ed. U.T.E.T., Torino 26 giugno 1970, pag.281.
  7. Enrico Caviglia, I Dittatori, le guerre e il piccolo Re - Diario 1925 - 1945, A Cura di Pierpaolo Cervone, Ed. Mursia, Milano 2009.
  8. Benedetto Croce, sul New York Times, novembre 1943; Discorso dì Bari, 28 gennaio 1944; poi in B. Croce, Scritti e Discorsi politici (1943'47), Ed. Laterza, Bari, 1963.
  9. Renzo De Felice, Le interpretazioni del Fascismo, Ed.Universale
  10. Laterza, Bari, 1972.
  11. Domenico De Napoli, La resistenza monarchica in Italia 1943-'45, cap."La monarchia dalla crisi del liberalismo all'8 settembre", Ed Guida, Napoli 1985.
  12. Giovanni Amendola, Intervista sull'antifascismo, Ed. Laterza, RomaBari 1976.
  13. Lettere di Giovanni Amendola a Carlo Cassola, a cura di A. Capone, in Nord e Sud dicembre 1961.
  14. Carlo Ghisalberti, Storia costituzionale d'Italia 1848-1948, Il Ed. Laterza, Bari 1977.
  15. Benito Mussolini, Il Discorso di Udine, in "Scritti e discorsi", Ed. Hoepli, Milano 1943, XII, vol. 11.
  16. Paolo Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Ed. Il Mulino, Bologna, giugno 1993.
  17. Luigi Einaudi, Diario dall'esilio 1943-1945, Prefazione, Ed Einaudi, Torino 1997.
  18. Vanna Vailati, Badoglio racconta, Ed. I.L.T.E., Torino 10 dicembre 1955.
  19. Vanna Vailati, L'Armistizio e il Regno del Sud, Palazzi Editore, Milano 1969 Agostino degli Espinosa, Il regno del Sud, Editori Riuniti, Roma, ottobre 1973.
  20. Emesto Ragionieri, Storia d'Italia, vol. IV, Ed Einaudi, Torino.
  21. Augusto Del Noce, La tragedia dell'8 settembre.
  22. Massimo de Leonardis, La Gran Bretagna e la Resistenza partigiana
  23. in Italia 1943-1945, cap. 11, paragrafo 1 'La Gran Bretagna e il Regno del Sud' Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1988, pagg. 73-89, in particolare a pag. 81 leggiamo: "Dietro, quindi la facciata dell'appoggio formale di Churchill a Casa Savoia stava la realtà di una politica tesa a tenere l'Italia in una condizione di soggezione, a sfruttare la monarchia senza sostenerla efficacemente, anzi umiliandola".
  24. Massimo de Leonardis, Hitler contro i Savoia - La cattura della Principessa Mafalda, Nuova Storia Contemporanea, Anno XIV, n' 4, luglio-agosto 20 10.
  25. Giuseppe Gerosa-Brichetto, "La 51a Sezione sezione di sanità", Ed. Artigianelli, Pavia.
  26. Romano Bracalini, Il Re vittorioso, Ed, Feltrinelli, Milano, marzo 1980.
  27. Mario Bondioli Osio, La giovinezza di Vittorio Emanuele III, Simonelli Ed., Milano, 1998.

sabato 7 giugno 2014

CITTADINO E RE - V parte

La Luogotenenza.

Tra il 10 e l'11aprile 1944 le pressioni degli Alleati, tramite Murphy, Mac Millan, Sir Noel Charles e Mac Farlane sul sovrano perché si faccia da parte, si fanno intollerabili, ma raggiungono l'obiettivo. Il 12 aprile da Radio Bari il Re si congeda dal popolo italiano: "Il popolo italiano sa che sono sempre stato al suo fianco nelle ore gravi e nelle ore liete. Sa che otto mesi or sono ho posto fine al regime fascista e ho portato l'Italia, nonostante ogni pericolo e rischio, a fianco delle Nazioni Unite, nella lotta di liberazione contro il fascismo. L'Esercito, la Marina, l'Aviazione, rispondendo al mio appello, si battono intrepidamente da otto mesi contro il nemico fianco a franco con le truppe alleate. Il nostro contributo alla vittoria sarà, progressivamente, più grande. Verrà il giorno in cui, guarite le nostre profonde ferite, riprenderemo il nostro posto, da popolo libero accanto a nazioni libere. Ponendo in atto quanto ho già comunicato alle autorità alleate ed al mio governo ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica nominando Luogotenente Generale deI Regno mio figlio Umberto Principe di Piemonte. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l'unione nazionale è definitiva e irrevocabile.
E’ chiaro ciò a cui solo il Re non voleva credere: non gli sarebbe mai stato consentito di tornare nella Capitale.

Scrive Puntoni: “Sua Maestà cercava di convincermi che il mestiere del Re è difficile e pesante, «Non si può dire - ha esclamato ad un certo punto - che da quando si è formata l'Italia le cose siano andate proprio bene per la mia Casa! Solo mio nonno ne è uscito bene, Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato. Non avevo nessuna íntenzione di succedere a mio padre e l'avevo quasi convinto ad accogliere il mio proposito di rinunciare alla Corona. Ma fu ucciso e io. in quell'ora tragica, non potei rifiutarmi di salire al trono, Se l'avessi fatto avrebbero detto che ero un vile!» ".
Bastava? No. C'era ancora un prezzo da pagare. La figlia Mafalda sarebbe stata catturata nell'Ambasciata tedesca di Roma ad opera di Herbert Kappler, deportata a Buchenwald e alloggiata nella baracca delle prostitute. Morirà il 29 agosto 1944, in seguito alle ferite riportate durante il bombardamento americano del campo.

18 aprile, Badoglio si dimette, il Re lo reincarica; De Nicola ha rifiutato di entrare nel governo, si vede che la coerenza non è il suo forte.

Con questo atto il Re pone fine, almeno temporaneamente, al teatrino creato dai partiti a dai rappresentanti anglo-americani, che stanno soffocando la Corona.

Il 18 maggio il Re visita il Comando del Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) comandato dal gen. Utili. Subito dopo si spinge sino a Cassino, dove torna il 23.

5 giugno 1944. Gli Alleati entrati a Roma vietano al Re di tomare nella Capitale. Di più: alle ore 15, "Mac Farlane si reca dal Re - in pantaloni corti e in maniche di camicia - con Badoglio per far firmare al Re il Decreto sulla Luogotenenza. Il Re conferma di voler firmare a Roma, ma non c'è nulla da fare, egli ottiene solo che la richiesta venga messa per iscritto. Alle ore 17 il re firma.

7 giugno, Badoglio si dimette, come prassi; Il Luogotenente lo reincarica ma egli non riesce a formare il suo terzo governo. Viene incaricato Ivanoe Bonomi, che forma il nuovo governo l'11 giugno.

Il 27 giugno, i ministri vorrebbero giurare di "essere fedeli al Paese", invece che al Re. La Marina si ribella: "Noi eseguiamo solo gli ordini che ci vengono impartiti in nome di Sua Maestà".

Vittorio Emanuele III, nonostante tutti i tentativi di delegittimarlo, è ancora riconosciuto dai militari di ogni grado, Capo delle Forze Armate.

30 luglio, per l'arrivo di Re Giorgio VI a Napoli a Vittorio Emanuele III viene imposto di lasciare immediatamente Villa Maria Pia.

11 agosto, Sforza ha proposto di epurare, secondo la stampa, 109 senatori su 420. Il Re osserva: "Questo dimostra che, funzionando, anche il Senato era favorevole al fascismo. Si può dire lo stesso per il resto delle Organizzazioni statali... Stando così le cose, quale garanzia di appoggio avrei potuto avere nel caso che mi fossi deciso ad agire prima? ". [del 25 luglio, ndr]

8 settembre 1944, in questo primo significativo anniversario il Re commenta: "Da dodici mesi sono sulla strada. E la mia via crucis non è finita".

1945. 23 febbraio. Si ha notizia di paracadutisti che attenterebbero alla vita del Re. Come mai? Evidentemente il Re va eliminato perché scomodo protagonista di fatti che, per i posteri, devono essere "aggiustati".

26 febbraio, il gen. Puntoni a Roma incontra casualmente il nuovo Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, il quale gli dice: "Sua Maestà dovrebbe abdicare subito e andare all'estero. La situazione del Principe verrebbe così chiarita e il suo difficile compito verrebbe facilitato".

Puntoni replica: 'L’abdicazione equivarrebbe alla rottura del compromesso e della cosiddetta tregua... ho l'impressione che si cerchi di staccare il figlio dal padre e la cosa creerà altre amarezze per il Re".

Il Ministro Lucifero davvero crede che Umberto e la Monarchia possano salvarsi offrendo agli oppositori la testa del vecchio Re?

Il 4 dicembre, alle 3,30, il Luogotenente incarica Alcide De Gasperi di formare il nuovo governo.

Orlando e Bonomi rifiutano dì fame parte. Il vizio di nascondersi è vecchio: criticano il Re ma non assumono le responsabilità che potrebbero salvare la situazione.

Il 28 dicembre a Mosca i ministri Molotov, Bevin e Byrnes dichiarano: "L'Italia sarà trattata come gli altri paesi ex nemici ".

A che cosa sono serviti il 25 luglio e l'8 settembre?

1946. 16 febbraio, osserva il Re "Gli uomini politici hanno nove vite come i gatti. Se ne servono a seconda delle circostanze. La loro preoccupazione è quella di rimanere sempre a galla. Purtroppo sono come i sugheri"; l'occasione di questo sfogo è la morte dell'on. Rodinò della D.C. divenuto, dopo il Congresso di Bari, avversario della Monarchia.

Il 25 aprile. Gli eventi precipitano.

Vittorio Emanuele spiega a Puntoni: "Gli Alleati d'accordo con il Luogotenente e i Capi dei partiti dì centro e di destra, hanno manifestato l'opinione che io debba abdicare prima del 2 giugno--- dicono che l'abdicazione consoliderà la posizione del Luogotenente e renderà più probabile una vittoria della Monarchia nel referendum ... dopo tutto è bene che siano loro a decidere".

Affossavano la Monarchia dicendo di volerla salvare. Il Luogotenente fu ingenuo? Di sicuro inesperto e malconsigliato; tuttavia, fece bene il suo dovere.

L'abdicazione.

9 maggio ore 15: "Abdico alla Corona del Regno d'Italia in favore di mio figlio Umberto di Savoia Principe di Piemonte".

Dopo la firma il Re si rivolge al suo Aiutante di Campo: "Ha visto? E’ successo più presto di quello che credevamo! Ho adoperato la stessa formula usata da Carlo Alberto nel 1849". Ore 19. L'incrociatore 'Duca degli Abruzzi' arriva a Napoli. Ore 19,40. I Sovrani s'imbarcano per Alessandria d'Egitto.

Epilogo: schiodiamo il pregiudizio.

10 settembre 1943. L'Ammiraglio Oliva, succeduto a Bergarmni, inabissatosi con la 'Roma' il giorno prima, segnala alla squadra in navigazione verso Malta: "Sua Maestà il Re ordina di eseguire lealmente le clausole dell'armistizio che escludono la cessione delle navi a stranieri". La Regia Marina ubbidisce. E l'obbedienza più amara ma questo ordinava il Re.I Marinai, individualmente liberi di vivere o morire, combattendo per un personale problema di onore, non erano liberi di farlo come Corpo dello Stato. La disubbidienza della Regia Marina avrebbe manifestato agli occhi dello straniero, alleato o nemico che fosse, l'inesistenza dello Stato. Ubbidienza al Re dimostrava l'esatto contrario: Il Re di Pescara è il Re di Peschiera.

Gli Alleati capirono che potevano disporre non solo di quel potente complesso, che era la nostra flotta, ma anche di tutte le strutture del Paese, solo attraverso l'obbedienza al Re e per questo essi dovevano rispettare i cittadini e lo Stato Italiano. Le coscienze nei primi momenti si lacerarono, ma poi ognuno trovò la sua strada. Il Regno del Sud è forse la più grande metafora della nostra Storia. La sua onda lunga ci lambisce, superando di molto le date in cui cronologicamente possiamo racchiuderlo, 9 settembre 1943-5 giugno 1944 o, più correttamente, 9 maggio 1946. Vittorio Emanuele III ne rimane la figura centrale. Gli uomini che lo definirono 'Re fuggiasco', vollero dimenticare che essi stessi erano Ministri e uomini liberi proprio in virtù di quella fuga.

Quel veleno è diventato un pregiudizio sul quale l'Italia, dopo settant'anni, stenta ad interrogarsi con obbiettività, ma veniva smentito nel momento stesso in cui il Regno del Sud nasceva, veniva smentito dall'Esercito, dalla Marina, dall'Aviazione, dai soldati che, prigionieri nei lager (l.M.I.), preferirono quel rischio di morte al tradimento della fedeltà al Re, che coincideva con la fedeltà alla Patria e, soprattutto, a se stessi. Cosi pure agirono migliaia di partigiani, autonomia e no, vale a dire coloro che seppero guardare oltre le insegne di partito. Lo smentirono le decine di migliaia di soldati che, pur potendo salvarsi in un'Italia spezzata in due, riattraversarono le linee da Nord a Sud, riaffluendo nel ricostruito Regio Esercito.

Più volte gli Alleati umiliarono Vittorio Emanuele, ma la sua resistenza silenziosa e ostinata, li costrinse a concedere allo Stato italiano la "cobelligeranza", formula ambigua e strumentale, inventata per non conferire all'Italia lo status di 'alleato', ma pur sempre un riconoscimento.

L’ltalia aveva un Capo ed un Governo con i quali il mondo fu costretto a confrontarsi

Tuttavia, si continua a malignare: l'amministrazione del Regno non ebbe poteri: e quali? Questa illazione è smentita dal fatto stesso che l'antico Regno si perpetuava nelle quattro province del Re e gradatamente nella ricomposizione del territorio nazionale.

Quando tutti si nascosero dietro di lui, " Il Re che fu Re", salvò l'unità, la libertà, l'onore del nostro popolo e soprattutto il suo futuro, "con affetto di padre e lealtà di Re", come chiedeva lo Statuto Albertino.


Michele D'Elia

giovedì 29 maggio 2014

CITTADINO E RE -IV parte

"L'11 mattina, lo Stato italiano iniziava la sua fragile vita nella nuova e incerta capitale. Come scrisse un giornalista americano, il maresciallo Badoglio, con poco più di una matita ed un pezzo di carta, si accinse, assieme ai suoi collaboratori a salvare lo Stato italiano" (degli Espinosa).

Proclama del Re agli Italiani.

L'11 sera, da radio Bari, Vittorio Emanuele si rivolge alla Nazione: "Per il supremo bene della Patria che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo colle Autorità Militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale. Italiani, faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare sino all'estremo sacrificio sul vostro Re. Che Iddio assista l'Italia in quest'ora grave della sua storia".

Italiani, tedeschi, americani, inglesi ed il mondo intero sapevano, senza ombra di dubbio, dove il Re fosse e che cosa facesse. Il Re-soldato svolge i suoi compiti sul campo

Due giudizi sul trasferimento del Re e del Governo.

Ernesto Ragionieri: "La teoria di berline nere che aveva lasciato Roma aveva portato in salvo la continuità dello Stato attraverso una guerra perduta, un cambiamento di regime ed un rovesciamento di alleanze: non era un risultato di poco conto!"

Augusto Del Noce: "La tesi della «fuga ignominiosa» è calunnia priva di fondamento: era proprio, invece, il dovere del Sovrano a esigere la «fuga di Pescara» per la salvezza della continuità dello Stato. Quel dovere che può talvolta esigere da un Re la morte eroica, può tal'altra richiedere di salvarsi, magari nelle vesti di fuggiasco e col rischio di essere giudicato tale.
Gli stessi Alleati avevano più volte insistito presso il Re perché lasciasse la Capitale, come documenta Vanna Vailati.
L’11 settembre sera, Vittorio Emanuele III lancia un messaggio agli Italiani; spiega perché ha lasciato Roma e comunica dove si trova. Tutto avviene alla luce del sole. Dov'è la "fuga ignominiosa"?

Il Regno del Sud.

Re e Governo a Brindisi hanno un solo compito: ricostruire di fronte al mondo l'immagine dello Stato e del Paese; e lo devono fare giocando le poche carte che hanno in mano. Essi sono l'unica difesa non tanto del presente, quanto del futuro della Nazione ma giuridicamente era legittimo questo governo?

".. Questa legittimità giuridica [del Governo dei Re]... era stata affermata e comprovata dall'ubbidienza degli uomini dello Stato che la prolungavano: ove questo non fosse avvenuto, e la flotta invece di ubbidire si fosse affondata nei porti, e le forze di polizia si fossero sbandate e i funzionari si fossero dispersi al primo silenzio di radio Roma, o disanimati da un insorgere di popolo, gli Alleati avrebbero semplicemente preso atto del venir meno dell'altro contraente per dichiarare nullo l'armistizio, e governare l'Italia come più tardi avrebbero governato la Germania. Così Manlio Lupinacci.

Il 22 febbraio 1944 Churchill, in un importante discorso pronunciato ai Comuni. riconobbe il Regno del Sud come realtà imprescindibile. Citiamo:  “Abbiamo firmato l'Armistizio con l'Italia, stella base della resa incondizionata, con Re Vittorio Emanuele III e il Maresciallo Badoglio che costituivano e costituiscono finora, il governo legittimo dell'Italia... d'altra parte non sono convinto che si potrebbe formare, attualmente in Italia un qualsiasi altro governo capace di ottenere la stessa obbedienza dalle Forze Armare italiane”.

A questo nobile riconoscimento non seguiranno comportamenti coerenti né da parte degli anglo-arnericani. né dello stesso Churchill. Anzi si verificherà una loro costante doppiezza. Non solo, ma il 13 ottobre 1943, il Governo è costretto dagli Alleati a dichiarare guerra alla Germania. Il Re si era opposto inutilmente, prevedendo le tragiche conseguenze della decisione. Gli Alleati vogliono sfruttare l’Italia sotto ogni profilo. Sono liberatori o conquistatori?

La politica estera.

Il 14 marzo 1944, la Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica: "In seguito al desiderio a suo tempo ufficialmente espresso da pane italiana, il Governo dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ed il Regio Governo hanno convenuto di stabilire relazioni dirette tra i due Paesi. In conformità a tale decisione sarà proceduto tra i due Governi senza indugio allo scambio di Rappresentatiti muniti dello statuto diplomatico d'uso".

Questo successo diplomatico acuisce l’antagonismo tra Unione Sovietica e Potenze occidentali, tanto che il 14 marzo 1944 il Times pubblica il fondo "Russia and Italy" nel quale il suo corrispondente diplomatico accusa i governi alleati di non aver saputo elaborare un progetto politico per l'Italia, mentre Stalin l'aveva pensato per tempo.

La politica interna.

A Bari il 28 e 29 gennaio 1944, i partiti che costituiscono l'Esarchia celebrano il loro primo ed ultimo congresso antifascista.

La discussione s'incentra subito sulla necessità di 'defascistizzare lo Stato', che significava prima di tutto cacciare il Re fascista. Infatti sotto la regia del conte Carlo Sforza, il Congresso divenne un processo al Re, sostenuto anche dal professor Omodeo, il quale “dalla radio invitava cortesemente Vittorio Emanuele a spararsi un colpo per farla finita". Nel consesso, De Nicola, appoggiato da Croce, escogitò la “luogotenenza del Regno” da affidare al Principe ereditario. Il Re fece sapere che avrebbe delegato i suoi poteri solo in Roma liberata.

Togliatti smentiva l'Esarchia nell'intervista al giornale comunista algerino 'Liberté': "... La politica dei comunisti italiani è una politica di unità nazionale nella lotta per la liberazione e per la rinascita del Paese... "
Anche per i comunisti il Re restava il Re. Opportunismo, come il riconoscimento sovietico? Forse, ma i due fatti restano.

Il Regio Esercito e l'attività di Vittorio Emanuele III

Secondo l'articolo 5 dello Statuto Albertino, il Re " ... è il Capo supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra..." Per i Savoia questo articolo non è mai stato mera petizione di principio.

27 settembre 1943 - San Pietro Vernotico

Nasce il primo nucleo del ricostruendo Regio Esercito, dericiminato "Primo raggruppamento motorizzato". In tutto 5.000 uomini. Gli Alleati non concedono di più. Loro comandante fu designato il generale di brigata Vincenzo Cesare Dapino.

Il 18 ottobre il Re passa in rassegna il 67' Reggimento di Fanteria, che entrato in linea il 7 dicembre, l'8 dicembre a Montelungo si sacrificherà quasi interamente. L’operazione fu preceduta da un volo di ricognizione del Principe Umberto. Nei primi giorni di novembre, di ritorno da Napoli, tra Mesagne e San Vito, il Re vedendo un "colossale deposito di munizioni" degli Alleati, esclama: "con tanta dovizia di materiale non fanno [gli Alleati] un passo avanti. Sembra che abbiano paura di farsi male". Le nuove Forze Armate svolsero anche una fondamentale funzione di coesione sociale: perché non erano di parte: gli ultimi soldati del Re furono borghesi, nobili, persone dei popolo, che si riconoscevano in una sola bandiera e collaborarono con i Partigiani delle diverse formazioni. Il 14 marzo 1958 Cesare Degli Occhi, deputato del P.N.M., ricordò alla Camera: 'L’esercito regio, l'esercito fedele che risalì di tappa in tappa verso la capitale d'Italia perché la Patria venisse liberata anche dalla paurosa antitesi civile".

6 gennaio 1944 Vittorio Emanuele III riceve Badoglio il quale gli riferisce che, a Napoli, De Nicola ha insistito nuovamente sull'abdicazione del Re, per il quale sostiene che l'atto deve maturare "in un clima di estrema lealtà ... soltanto dopo la riconquista di Roma". li Re si illude..

Il 20 gennaio 1944. La 'Gazzetta del Mezzogiorno pubblica l'intervista rilasciata a Cecil Sprigge, corrispondente della 'Reuter', dal sottosegretario repubblicano Oronzo Reale, che dichiara: "l'abdicazione non si può compiere se non a Roma, con l'aiuto di tutti i partiti nazionali ... si dica quello che si vuole della Monarchia ma è indiscutibile che la Marina naviga, che l'Aviazione vola, che l'Esercito, sia pure in piccola parte e non per colpa sua, si batte in nome del Re. Io credo che ogni discussione indebolisce questi sforzi".

Il 27 gennaio il Governo firma, con gli Alleati, l'accordo per il quale i territori liberati tornavano all'Amministrazione italiana. Il 2 febbraio, il Re visita i militari rientrati dall'Albania e ricoverati nell'ospedale "Acanfora” di Taranto.


L’11 febbraio Badoglio si insedia nel municipio di Salerno, nuova capitale del Regno, è questa la 'svolta di Salemo'. Poco tempo dopo il Re si trasferirà a Ravello; forse è giunto il momento di formare un governo politico. Il Re chiede a De Nicola di accettarne la presidenza; ma l'8 aprile questi rifiuta. il giorno dopo il Re confida a Punton: "La situazione, ormai, è senza vie d'uscita. Per di più sono costretto a constatare che molti uomini per viltà, al primo sentore di pericolo m'abbandonano. Non so più in chi credere ".

lunedì 26 maggio 2014

CITTADINO E RE - III parte

Il 25 luglio 1943: cambio di prospettiva.
22 luglio, il Re convoca il Duce. Così Puntoni riporta la sintesi del colloquio fattagli dal Re: "Ho tentato di far capire al Duce che ormai soltanto la sua persona bersagliata dalla propaganda nemica e presa di mira dalla pubblica opinione, ostacola la ripresa interna e si frappone a una definizione netta della nostra situazione militare. Non ha capito o non ha voluto capire. E’ come se avessi parlato al vento. Nessuna "congiura di palazzo", come Mussolini scriverà.

25 luglio - 8 settembre: Il Re nomina e revoca i suoi ministri." Art. 65 dello Statuto Albertino.
Venti minuti bastano al cittadino-Re per liquidare Mussolini nel rispetto delle regole, vale a dire per fare quello che una pletora di oppositori ed opportunisti non era riuscita a fare in vent'anni. Maturato il momento propizio, fu "il solo che agì". (Einaudi)
Destituito Mussolini, bisogna dare immediatamente al Paese un governo. Alle ore 18 del 25 luglio, il Re convoca Badoglio, il quale così descrive la sua investitura a Presidente del Consiglio: Il Sovrano era in piedi, in mezzo alla stanza. Ho fatto arrestare Mussolini! Stamani mi ha fatto chiedere un'udienza che io ho fissato qui, alla villa, per le 16. E venuto puntuale e mi ha comunicato che aveva avuto luogo la seduta del Gran Consiglio nella quale era stato votato un ordine del giorno a lui contrario, ma che egli riteneva non fosse valido...» Badoglio continua: "La voce del Re, piatta e senza lumi, del tutto priva di retorica, descriveva con rara efficacia, richiamando la scena in quarta dimensione dinanzi al Maresciallo. «Perché, aveva obiettato Vittorio Emanuele a Mussolini, ritiene questo voto non valido?
Il Gran Consiglio è un organo da lei creato e approvato per legge dal Senato e dalla Camera dei Deputati. Funziona, quindi, in piena legalità». «Ma in tal caso io dovrei dare le dimissioni...». «...Che io accetto!». Mussolini era parso afflosciarsi. «Allora il mio crollo è completo». «Sembrava che avesse ricevuto un colpo da 305 in pieno petto!», commentò il Re... «adesso bisognerà sostituire Mussolini... - riprese il Re - lo sostituirà lei». «Ma io non ho mai fatto questo mestiere» «Imparerà a farlo». Il Re... aveva pronta la lista dei nuovi ministri".
Alle 22,45 del 25 luglio la radio trasmette il famoso messaggio di Badoglio: "Sua Maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo di governo, Primo ministro, segretario di Stato, di Sua Eccellenza Cavaliere Benito Mussolini e ha nominato capo del governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavalier Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio".
Il maresciallo Caviglia, pur devoto al Re, ne contesta la decisione:
Con la giornata del 24 luglio 1943 il Re ha accettato la sua decadenza.
Anch'egli crede che, abdicando, Vittorio Emanuele salvi la Dinastia. E' un'illusione.
Il 26 la Milizia non si muove per difendere il suo Duce. Puntoni riferisce che molte personalità si recano a fare atto di devozione al Re, che sbotta: "Tutta gente che è buona soltanto di far parole". Aveva torto? Il Governo giura il 27.
Rovesciamo la prospettiva: 25 luglio, 8 settembre, Regno del Sud, Luogotenenza, abdicazione e partenza per l'esilio non sono macchie, ma vanto del Re e dell'Italia.

28 luglio 1943, scrive Puntoni a pag. 148: "La situazione si aggrava... Sua Maestà mi dà ordine di predisporre tutto per una eventuale partenza da Roma. Dice il Re «Non voglio correre il rischio di fare la fine del Re del Belgio. Desidero mettermi in condizione di continuare a esercitare le funzioni di Capo dello Stato in assoluta libertà. Non ho alcuna intenzione di cadere nelle mani di Hitler e di diventare una marionetta di cui il Fuhrer possa manovrare i fili a seconda dei suoi capricci ... »
Questo l'imperativo: non cadere nelle mani dei tedeschi, per esercitare liberamente le prerogative di Capo dello Stato e rappresentare l'Italia di fronte al mondo.
Re Leopoldo III non seguì il suo Governo a Londra, restando così prigioniero di Hitler. Per questo perse il trono. La Monarchia italiana sarebbe caduta per la ragione opposta. Altri Capi di Stato avevano lasciato la loro capitale, come Stalin, o il loro Paese, come Guglielmina d'Olanda ed altri per riparare a Londra e sottrarsi ai tedeschi. Per tale decisione furono acclamati.
Tra il 30 e il 31 luglio il Re ordina al gen. Carboni di schierare a difesa della Capitale il Corpo d'Armata Corazzato.
3 agosto. "Il Governo ha deciso di comportarsi in maniera di far credere alla Germania che continueremo lealmente la guerra al suo fianco" (Puntoni).
Decisione peggiore Badoglio non avrebbe potuto assumere. Questa ambivalenza costerà all'Italia l'infamante accusa di tradimento da parte dei tedeschi e degli anglo-americani. Questi ultimi pretendono dall'Italia la resa senza condizioni; il 7 bombardano Napoli, l'8 Torino, Genova e Milano.
Il 13 agosto anche Roma è bombardata. il 14 è dichiarata città aperta.
Verso Pescara e Brindisi. 8-11 settembre.
Il Re vuole evitare la guerra civile, pericolo che aveva sventato nel 1922.
L'imminente trasferimento del Capo dello Stato e del Governo a Brindisi, rimane un atto di suprema responsabilità e coraggio: non di viltà. Saranno i repubblichini a parlare di "fuga di Pescara' e non i partiti. Questi ultimi, più avanti nel tempo, non faranno che ripeterla ed ingigantirla. "Alle 17 dell'8 settembre un dispaccio dell'Agenzia inglese Reuters annuncia al mondo: l'Italia si è arresa agli Alleati senza condizioni "Questa mossa anticipata degli Alleati che comunica al mondo la resa senza condizioni, mette l'Italia nella situazione peggiore possibile.
E con inaudito disprezzo. Il Re alle 18, dello stesso giorno, convoca il Consiglio della Corona al Quirinale per decidere il da farsi. La discussione è troncata alle 18.30 dalla risposta di Eisenhower. "Se I' armistizio non viene accettato ne seguirebbe di conseguenza la dissoluzione del vostro governo e della vostra Nazione ".
9 settembre. Anche questa volta Caviglia è in contrasto con il Re, infatti scrive: «Se fossi stato presente non avrei lasciato partire il Re. Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando Savoia! Ora tocca al Re e a noi gridare Savoia!, ma non mi sorprendo di nulla. Badoglio ha indotto il Re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita se non annullata da quella del Re».
Caviglia telegrafa al Re chiedendo i poteri che gli consentano «data l'assenza del Presidente del Consiglio, di far funzionare il Governo». Immediata e positiva la risposta del Re.
I fatti si svolgono come segue: '71 radiogramma, che risulta spedito da Supermarina alle 6,10 del 10 settembre è captato regolarmente a bordo della 'Baionetta'. La risposta, dettata personalmente dal Sovrano, viene scritta a matita dal Duca Acquarone sul retro di una busta della Corvetta Partigiana, vecchio nome della 'Baionetta'. Ecco il testo: «Maresciallo Caviglia - Roma -In risposta suo telegramma Vostra Eccellenza è da me investita poter mantenere funzionante il governo durante temporanea assenza Presidente del Consiglio che si trova con me e con ministri militari. Vittorio Emanuele.». Questo telegramma parte regolarmente da bordo della nave. Come ha confermato in una lettera l'allora Tenente di Vascello Franco Mercogliano, di Napoli che prestava servizio sull'incrociatore 'Scipione Africano'. Racconta: «mattina del 10 settembre 1943 mi trovavo di guardia, in plancia, di scorta al 'Baionetta'. Riconobbi all'alba gli alti personaggi che sostavano su sedie a sdraio in coperta. Sentii della intercettazione del telegramma da Supermarina,ne conobbi il testo fui informato della risposta del Re e fui testimone della trasmissione a Roma. Risposta che, a richiesta del 'Baionetta', trasmettemmo noi dello 'Scipione'perché avevamo migliori radiotrasmittenti. Avemmo assicurazione di avvenuta ricezione». Peccato che quel telegramma Caviglia non lo abbia ricevuto. Lo avrebbe bloccato Badoglio che non gli garbava di essere sostituito dal rivale e di trovarselo magari davanti al suo rientro a Roma".
Lo stesso Maresciallo così scrive a pag. 471 del suo Diario: '71 mio telegramma rimase senza risposta. Pensai che fosse stato intercettato da altri ".E' palese: il Re non abbandonò Roma al suo destino.

Brindisi e la protoresistenza delle Forze Armate.

" Venerdì, 10 settembre 1943, nelle prime ore del pomeriggio, la R. Nave 'Baionetta' penetrava nelle acque della Piazza [di Brindisi] ... nessuno aveva segnalato l'arrivo del Re... appena egli apparve, dai marinai accorsi si alzò  il grido di Viva il Re. Il Sovrano sorrise, contenendo        l'emozione.     Giunge intanto notizia che il giorno prima il gen. Bellomo aveva cacciato il presidio tedesco da Bari. Possiamo ritenere quest'azione la protoresistenza del Regio Esercito, insieme con la difesa di Roma.

giovedì 22 maggio 2014

CITTADINO E RE - II parte

La Monarchia e la Prima Guerra Mondiale.

Il Re aveva in testa una sola idea: completare l'Unità d'Italia. Non aveva stima dei tedeschi, ben ricambiato da Guglielmo II, che lo aveva già definito “Il piccolo ladro " .

Il proclama ai soldati.
Dal Quartier generale, il 24 maggio, il Sovrano indirizzò ai soldati questo proclama:

"Soldati di terra e di mare. 
L'ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l'esempio del mio grande Avo, assumo oggi il Comando Supremo delle forze di terra e di mare, con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire.
Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell'arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà, superarla.
Soldati, a voi la gloria di piantare il tricolore dell'Italia sui terreni sacri che natura pose a confini della Patria nostra, a voi la gloria di compiere, finalmente, l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.

Il Re al fronte.
Il Re, è noto, dimostrò nei quattro anni di guerra, competenza tecnica, coraggio fisico ed umiltà. Il Maresciallo Enrico Caviglia nel suo Diario, sotto la data del 31 marzo 1933, annota: " ... Il Re mi disse in un colloquio l'anno scorso che egli aveva visto l'aggiustamento del tiro delle batterie austriache e l'aveva segnalato a Cadorna. " Non fu ascoltato.
Dopo il convegno di Peschiera, l'11 novembre Vit-
torio Emanuele esortò gli italiani con queste parole: "Siate un esercito solo. Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento. Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni più remoto lembo della Patria; e sia il grido del popolo che combatte e del popolo che lavora".
Vittorio Emanuele rifiutò la Medaglia D'Oro al Valor Militare, così motivando: «Mentre tanti episodi di eroismo e di sacrifici o rimangono oscuri e mentre tanti nostri valorosi chiudono nei cimiteri e nelle corsie degli ospedali il segreto di atti che, non conosciuti, non potrebbero ricevere alcuna ricompensa, non credo di poter accettare per quello che era mio dovere fare, come re e come soldato, la più alta distinzione al valor militare.»

Ritorno a casa
Il 14 novembre il Re Vittorioso torna a Roma. Nonostante la vittoria, il ritorno fu infelice per tutti.
Al Sovrano il compito di incanalare gli elementi patogeni. Indica alla classe politica le linee da seguire. Lo  fa con stile impersonale, nei Discorsi della Corona. L'l dicembre 1919 si svolge la prima seduta post bellica del Parlamento: ".. Al di sopra della vittoria stessa è la giustizia, umana clemenza e virtù ... L'Italia desidera considerare con la più viva simpatia l'ascensione delle classi popolari..."

L' 11 giugno 1921, apertura della XXVI legislatura.
Ricordati i doveri dei contribuenti, il Re afferma: “... Gli organismi statali debbono dimostrarsi pronti a tutte le semplificazioni e riduzioni, adottando ordinamenti più snelli e più decentrati... occorrerà che il parlamento rivolga la attività propria all'ordinato ascendere delle classi lavoratrici così delle officine come dei campi... Sarà vanto di quest'Assemblea... rafforzare gli istituti cooperativi... "
Rilevante, l'attenzione del cittadino-Re alla cultura ed alla scuola: "L'educazione intellettuale e morale del popolo è la virtù che preserva le democrazie dal cadere nell'errore delle demagogie. Giova quindi che la scuola abbia le cure più assidue, amorose, infaticabili del Parlamento ... " La seduta fu tumultuosa, i socialisti gridarono "viva la Repubblica", la classe politica, tutta o capì e finse di non capire o non capì; del resto, il parafulmine era bell'e pronto.

Il Fascismo.
Né i politici né gli uomini di cultura capirono il pericolo. Uno per tutti: Benedetto Croce, che definì il fascismo: "Malattia morale, smarrimento di coscienza..." così anche pensatori stranieri come il Meinecke.

Il Sovrano non firma lo stato d'assedio.
Penosi furono i rifiuti a catena, dell'incarico proposto dal Re ai politici di maggior spicco, di formare un qualsiasi governo, che impedisse a Mussolini di andare al potere.
«Il 28 ottobre [1922 n.d.rj, alle 6 del mattino, il dimissionario e dormiente Presidente del Consiglio, Facta, decise di proclamare lo "stato d'assedio", per impedire ai fascisti la Marcia su Roma. Lunare!
L'onorevole Facta, Presidente per la seconda volta, presentò al Re il decreto. Vittorio Emanuele rifiutò di firmarlo, proprio perché proposto da un Presidente e da un Governo che si erano già dimessi e che, proprio per questa ragione, non godevano né dell'autorità né dell'autorevolezza indispensabili per proporre e tanto meno attuare misure straordinarie.
Quella stessa mattina il Re chiese a Salandra, dopo il no di Giolitti, di costituire il nuovo governo, ma ottenne un altro rifiuto. Sappiamo come andò a finire.
In ogni caso, il Re impedì a Mussolini di sciogliere la Camera. Chi accusa il Re di avere favorito Mussolini vuole ignorare le affermazioni di alcuni uomini illustri: il liberale Giovanni Amendola: « ... Ci voleva anche un Minimo di soluzione politica» ; il 7 novembre 1922, lo stesso uomo politico, sul dovere inderogabile di accordare la fiducia al governo di Mussolini, scrive a Carlo Cassola: «E’ necessario che la Camera dia il voto al nuovo Ministero ... ».
Tagliente Luigi Einaudi sul Corriere della Sera, il 27 ottobre 1922 «Il Ministero Facta è finito. Non vi sono le dimissioni, perché i Ministri hanno creduto di salvare le apparenze limitandosi a mettere i loro portafogli a disposizione del Capo del Governo ... di questa obbligata libertà l'on. Facta non può usare che presentando al Re le dimissioni del Ministero. L'ipotesi di un rattoppo non è neanche degna di essere presa in considerazione ... ».

Risolta la crisi di governo, il Re confidò a Solaro del Borgo: «Ho molto pensato ma anche il mio grande avo Vittorio Emanuele II avrebbe fatto così. Io ho rifiutato due volte di sancire quell'atto imbecille e criminoso dello stato d'assedio, steso solo per salvare appena dieci poltrone governative». E all'on. Schanzer: «Ho inghiottito tutto, capisce Schanzer, in quello sciaguratissimo tempo [Nitti-Facta], sempre per non venire alla sciabola. Io per primo non ci credo: i generali sono un salto nel buio». In epoca recente ha scritto, Carlo Ghisalberti: «Né la Corona, né l'Esercito legato alla dinastia potevano offrire alla sovversione fascista quella resistenza che sostanzialmente il Governo, il Parlamento e la classe dirigente non erano stati capaci di esprimere». Mussolini si dimostra monarchico fraudolento, già dal discorso di Udine del 20 settembre 1922. Il Re convivrà con il fascismo per evitare che questo si impadronisca completamente dello Stato; condurrà da solo una silenziosa e ininterrotta battaglia affrontando il delitto Matteotti, l'Aventino, le leggi razziali e la loro abolizione.


Il 15 maggio 1943, secondo il Cognasso, il Re consegnò a Mussolini un appunto scritto nel quale lo esortava a sganciare "le sorti dell'Italia dalla Germania".

venerdì 16 maggio 2014

CITTADINO E RE - I parte

Prima parte

di Michele D'Elia

Il giovane sovrano si presenta cosi:

Italiani!
il secondo Re d'Italia è morto! Scampato per valore di soldato dai pericoli delle battaglie, uscito incolume per volere della Provvidenza dai rischi affrontati con lo stesso coraggio a sollievo di pubbliche sciagure, il Re buono e virtuoso è caduto vittima di un atroce misfatto, mentre nella sua tranquilla e balda coscienza partecipava alle gioie del suo popolo festante.
A me non fu concesso di cogliere l'estremo respiro del Padre mio. Sento però che il mio primo dovere sarà quello di seguire i paterni consigli e dì imitare le sue virtù di Re e di primo cittadino d'Italia.
In questo supremo momento di intenso dolore, mi soccorre la forza che mi viene dagli esempi del mio augusto genitore e del Gran Re che meritò di essere chiamato Padre della Patria. Mi conforta la forza che ricevo dall'amore e dalla forza del popolo italiano.
Al Re venerato e rimpianto sopravvivono le istituzioni che Egli conservò lealmente e giunse ad essere incrollabili nei ventidue anni del suo Regno intemerato. Queste istituzioni, sacre a me, per le tradizioni della mia Casa e per amore caldo di italiano, prometto con mano ferma ed energica, da ogni insidia o violenza, da qualunque parte esse vengano, assicureranno, ne sono certo, la prosperità e la grandezza della Patria.
Fu gloria del mio grande Avo l'aver dato agli Italiani l'unità e l’indiperidenza, fu gloria del mio genitore l'averle gelosamente custodite. La meta del mio Regno è segnata da questi imperituri ricordi. Così mi aiuti Iddio e mi consoli l'amore del mio popolo perché io possa consacrare ogni cura di Re alla tutela della libertà e alla difesa della Monarchia, legate entrambe, con vincolo indissolubile, ai supremi interessi della Patria.
Italiani!
Date lagrime e onore alla sacra memoria di Re Umberto I di Savoia, voi che l'amaro lutto della mia Casa dimostraste di considerare ancora una volta come lutto domestico vostro; codesta solidarietà di pensieri e di affetti fu e sarà sempre il baluardo più sicuro del mio Regno, la migliore guarentigia dell'unità della Patria, che si compendia nel nome augusto di Roma intangibile, simbolo di grandezza e pegno d'integrità.
Questa è la mia fede, la mia ambizione di cittadino e di Re.
Dato a Monza, il 2 agosto 1900

VITTORIO EMANUELE.

SARACCO, VISCONTI-VENOSTA, GIANTURCO, CHIMIRRI,
RUBINI, PONZA DI SAN MARTINO, MORIN, GALLO, BRANCA,
CARCANO, PASCOLATO.

Questo messaggio è il manifesto rivoluzionario del nuovo Re: cittadino il Re, cittadini gli Italiani; per loro: diritti civili, riforme istituzionali, diritto al lavoro, diritti della Donna... alle enunciazioni seguì la legislazione sociale all'avanguardia rispetto al resto del mondo, dalla sanità pubblica alla scuola.
Emilia Sarogni, sottolinea: "La donna, anche in stato interessante, venne impiegata in lavori pericolosi e insalubri, con orari che raggiungevano a volte le 16 ore sino al 1902, anno in cui venne approvata la legge n. 242, del 19 giugno1902, varata dal governo Zanardelli. La legge fisserà a 12 il massimo delle ore lavorative, vieterà finalmente l'impiego di bambine e bambini di età inferiore ai 12 anni e il lavoro notturno delle donne.
Fallirono, invece, i diversi tentativi di riconoscere il diritto di voto alle donne; e, nel 1905, l'esortazione del Re al Parlamento ad approvare una legge sul divorzio.

Asceso ad un trono insanguinato, Il nuovo Re venuto dal mare"(Turati) non ha di che rallegrarsi. Austero e concreto, Vittorio Emanuele con la Regina Elena, devota e forte, specie nei momenti peggiori si stabilisce fuori Roma. Non sopporta il Quirinale, ci va la mattina e torna a casa la sera.
E' il primo servitore dello Stato ed anche il primo pendolare. Il Re imprime alla Monarchia italiana quel moto rivoluzionario che resterà unico nel Novecento.
Chi volle capire capi: per primi i socialisti.
Il primo agosto 1900 "Critica Sociale" pubblica un editoriale di Filippo Turati: "La Successione", nel quale l'uomo politico scrive: " ... noi pensiamo che una cosa il paese aspetti da lui... cancelli... dalla carta dell'Italia ufficiale la stridente vergogna delle Siberie italiane..."

La Monarchia amministrativa

Vittorio Emanuele III è il displuvio tra un'idea di monarchia rappresentativa, umbertina, pur a suo tempo utile, che aveva concluso la propria parabola socio-politica; ed un'idea di monarchia amministrativa, funzionale alle nuove esigenze del popolo.
Nel 1906. a Torino, viene fondata la Confederazione Generale del Lavoro (C.G.L.) riconosciuta dallo Stato come interlocutrice.

Il fatto socialmente più importante fu, nel 1912, l'estensione del diritto di voto "a tutti i cittadini che abbiano compiuto i 30 anni o abbiano prestato servizio militare", ancorché analfabeti.
Gli elettori salirono di colpo da tre a otto milioni. I partiti dovettero adottare simboli di riconoscimento da stampare sulla scheda elettorale ma soprattutto il voto, così diffuso, spezzò i potentati.
La funzionalità del sistema, la riservata vita dei Sovrani e la loro discreta ma costante presenza tra il popolo, fece scrivere al direttore de "L'Avanti:" Vi sono monarchie più liberali di certe repubbliche".

Il 14 marzo l914, a Roma, durante la commemorazione di Umberto I, l'anarchico D'Alba sparò due colpi di pistola contro il Re, ferendo il maggiore dei corazzieri Lang. Incerti del mestiere", tagliò corto il Re.

venerdì 18 aprile 2014

VITTORIO EMANUELE III E LA POLITICA ESTERA



L’arrivo sul trono di Vittorio Emanuele III il 29 luglio 1900 segnava un cambiamento radicale nella vita politica italiana. Tenuto al di fuori degli affari di stato, lontano per carattere e stile di vita dal padre e dalla madre, il nuovo re aveva comunque qualità tali da permettergli di svolgere con competenza il suo ruolo. Colto, parlava diverse lingue, aveva viaggiato molto acquisendo una mentalità non provinciale, era di carattere fermo, deciso, alieno da retorica. Pur essendo un figlio rispettoso, dissentiva nel modo e nella sostanza dal padre.

Pronto, a differenza di Umberto, che prevaricava sul parlamento, ad essere un re costituzionale, aveva capito che il paese e la monarchia avevano bisogno di un periodo di quiete, in cui sovrano, ministri, parlamento si impegnassero al massimo per servire il paese, aprendosi alla partecipazione popolare.
Fin dai suoi primi provvedimenti apparve chiaro che si sarebbe mosso nel solco delle leggi (rifiutò di varare lo stato d'assedio, di riunire Senato e Camera in alta corte per giudicare il regicida). Volle assumere direttamente le proprie responsabilità, rifiutando di trincerarsi dietro i suoi ministri.

La caduta del governo Saracco il 6 febbraio 1901, originata dallo scioglimento della Camera dei Lavoro di Genova, fu subito un chiaro segnale di distacco dal passato. La nomina di Zanardelli, leader riconosciuto dei centro-sinistra, a Presidente del Consiglio indicava che il Re intendeva rispettare la costituzione e la volontà popolare.

Nel nuovo governo entrava come ministro degli interni Giolitti, che varava una serie di provvedimenti innovatori accolti senza obiezioni dal sovrano, che invece aveva avocato a sé la scelta dei ministri degli Esteri e della Guerra. Si apriva così un lungo sodalizio, destinato a durare quattordici anni, che vedrà una netta suddivisione dei compiti fra il re e il suo ministro: a Vittorio Emanuele la direzione della politica estera, a Giolitti la politica interna.

Di affari internazionali, per lui l'unica vera politica, il re si occuperà con acume, capacità di vagliare le situazioni, conoscenza delle lingue e degli altri paesi, giovandosi del clima di consenso che il presidente del Consiglio, per il quale invece vigeva in diplomazia la regola del non fare, seppe creare intorno alla monarchia con i suoi provvedimenti a favore delle classi lavoratrici. A sua volta Vittorio Emanuele appoggerà Giolitti, come lui convinto che lo stato dovesse restare neutrale, garantendo il rispetto della legge da parte dì tutte le classi sociali.

Ritenendo che la Triplice Alleanza, esaurito il suo scopo originario di rimedio all'isolamento internazionale dell'Italia, ne limitasse piuttosto la libertà d'azione, rendendo impossibile un'intesa con la Francia e impedendole di avanzare qualsiasi rivendicazione verso l'Austria, Vittorio Emanuele favorì la graduale apertura verso Parigi, avviata con gli accordi Visconti Venosta - Barrére del 1900 e Prinetti-Barrère dei 1902, volti a tranquillizzare i francesi sul carattere difensivo della Triplice Alleanza. Decaduta la convenzione militare del 1888 con l'Austria per volontà dei sovrano, l'alleanza verrà comunque rinnovata nel 1902, ma non impedirà nel 1905 ad Algesiras che l'Italia sostenga apertamente la Francia contro la Germania, dando via libera a Parigi in Marocco in cambio dei riconoscimento dell'interesse italiano sulla Libia.

I numerosi viaggi del sovrano, in Russia e a Berlino nel 1902, l'anno successivo a Londra e a Parigi, dove Vittorio Emanuele riscosse un successo personale grazie al suo impeccabile francese e alla sua semplicità, le visite dì Guglielmo II e di Edoardo VII indicano che l'Italia andava ampliando i propri orizzonti. La visita dei presidente francese Loubet nel 1904, accolto con particolare cordialità dal Sovrano, era un chiaro segnale per Berlino e Vienna che Roma non aveva rinunciato alle sue ispirazioni irredentiste e al contempo chiudeva in maniera definitiva la questione romana.

L’avvicinamento alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia non comporterà la rottura con la Triplice, nonostante i sentimenti di antipatia che il sovrano nutriva per Francesco Giuseppe e Guglielmo II, ma la sua trasformazione da strumento di garanzia dello status quo in un accordo che potesse giovare agli interessi italiani, liberando Roma da un ruolo subordinato.     
Era in sostanza l'avvio di quella politica del peso determinante che in una situazione di equilibrio europeo consentiva all'Italia di giocare un suo ruolo e di perseguire i suoi interessi. Sempre mantenendo una posizione di equidistanza, nel 1904 Vittorio Emanuele inviterà sia Guglielmo II che il re d'Inghilterra a fare da padrini al piccolo Umberto. L’irritazione per l'annessione austriaca della Bosnia-Erzegovina porteranno nel 1909 all'accordo di Racconigi con lo zar, che impegnava i due paesi a svolgere un'azione diplomatica comune contro chiunque intendesse sovvertire lo status quo nei Balcani, accordo segreto voluto espressamente da Vittorio Emanuele, di cui saranno al corrente solo lui, Giolitti e Tittoni. La guerra di Libia, frutto di in un nazionalismo d'élite che riuscì a contagiare l'opinione pubblica, decisa pare da Giolitti e da San Giuliano, fu avallata dal re, cui spettava per statuto di dichiarare la guerra, senza che fosse necessaria la ratifica del parlamento. La conquista, lungi dal rivelarsi facile, oltre a mettere in luce l'impreparazione militare dei paese, ne indebolì la posizione internazionale. Se la conquista del Dodecaneso allarmerà l'Austria, timorosa di una riscossa dei paesi balcanici, l'incidente dei Carthage e dei Manouba creò infatti tensione fra Roma e Parigi, facilitando nel 1912 il rinnovo della triplice alleanza. Le dimissioni di Giolitti, battuto in parlamento su un progetto di legge concernente le spese belliche, daranno modo al re di assumere l'iniziativa in politica estera, riprendendo la tradizionale politica di Casa Savoia di trattare con le due parti in lotta per ottenere il più possibile, in attesa di schierarsi con il più forte. Da sempre antitriplicista, Vittorio Emanuele aveva registrato la crescente avversione popolare contro l'Austria, che andava ingrandendosi nei Balcani incurante degli interessi italiani. Rispettoso delle regole democratiche in politica interna, aveva comunque sempre considerato la politica estera come un campo a lui riservato. Il suo avvicinamento verso la Triplice Intesa fu aiutato dalle dimissioni di Giolitti, contrario alla guerra e pronto al negoziato con gli austriaci, e dalla morte del ministro degli Esteri, il triplicista di San Giuliano, cui successe Sonnino, e dalla debolezza del parlamento. La dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia, senza che sia previsto un compenso per l'Italia, consente al re, già deciso a intervenire a fianco dell'intesa, di temporeggiare, dichiarando la neutralità italiana, in attesa di trattare il prezzo dell'intervento e di vincere le resistenze interne dei neutralisti. Si tratta su due fronti, alzando sempre di più la posta con l'Austria. Il Re è in primo piano nelle trattative, d'accordo con Salandra e Sonnino conduce segretamente negoziati con gli inglesi, all'insaputa del parlamento e del governo. Il 26 aprile viene firmato il Patto di Londra, nonostante l'Austria avesse consentito in cambio della neutralità a tutte le richieste italiane. Restava da convincere governo e paese a rovesciare le alleanze. La campagna interventista, guidata dalla stampa, cresce di tono, Giolitti viene attaccato come traditore, il parlamento, ancora all'oscuro dei Patto di Londra, il 20 maggio vota i pieni poteri al governo in caso di guerra. Il 24 Maggio viene dichiarata guerra all'Austria, ma non alla Germania. Per tutto il tempo dei conflitto il Re rimase al fronte, seguendo direttamente le operazioni, fornendo osservazioni e commenti. Formalmente capo supremo delle forze armate, aveva delegato il comando al generale Cadorna, che di fatto non accettò mai suggerimenti e ordini né dal Re né dal governo. Il sovrano non riuscì mai a mediare fra Cadorna e i politici e, pur rendendosi conto delle manchevolezze del generale, non prese mai le parti dei suoi ministri, in particolare di Bissolati e dei ministro della Guerra Zupelli, rifiutandosi di sostituire Cadorna. Nella sconfitta di Caporetto non si può accusare il Re di inettitudine. Egli aveva visto e predicato invano che là si sarebbe dovuto attendere lo sforzo del nemico. Le rassicurazioni dei suoi generali non lo avevano convinto. Fu in quel tragico momento che Vittorio Emanuele diede il meglio di sé: a Roma affida il governo a Orlando, acconsente alla sostituzione di Cadorna con Diaz, torna al fronte a visitare le sedi dei nuovi comandi, approva la linea di difesa sul Piave. Al convegno di Peschiera l'8 novembre sarà il Re a difendere con competenza e perizia la causa italiana, senza gettare il biasimo sull'esercito italiano. Parlando in inglese e in francese con pacatezza e concisione, alieno da ogni retorica, analizza le ragioni della sconfitta e sostiene la linea di difesa del Piave. Impressionando favorevolmente gli alleati, ne incassa così la solidarietà e ottiene gli aiuti sperati. Con la Vittoria si conclude il ciclo delle guerre risorgimentali e la Corona sembra aver ricevuto nuovo lustro. La pace apre tuttavia subito una serie di problemi, primo fra tutti la questione di Fiume. Se dal punto di vista sentimentale il Re è con D'Annunzio e i legionari, il rispetto dei trattati e la legalità, i rapporti con gli alleati impongono al paese di sconfessare tale azione. Su sollecitazione del ministro degli Esteri Sforza il Re invia una lettera di suo pugno all'ammiraglio Millo, governatore della Dalmazia, per ricordargli la fedeltà al giuramento prestato, evitando che la sua squadra passi dalla parte di D'Annunzio. Dell'andamento delle trattative di pace a Parigi, il Re viene tenuto costantemente al corrente direttamente dal presidente dei Consiglio Orlando, che non gli nasconderà mai le sue perplessità sull'intransigenza di Sonnino. Oltre a Fiume, Vittorio Emanuele avrebbe visto di buon grado l'acquisizione di Zara, di varie città dalmate e del maggior numero possibile di isole dalmate, ma al tempo stesso si rendeva conto delle difficoltà che incontravano le rivendicazioni italiane. Costante nel sovrano sarà la preoccupazione di non inimicarsi gli alleati, inducendolo quindi a consigliare moderazione. Ben più preoccupante era la situazione interna, dove l'illegalità andava affermandosi. Già il discorso della Corona il 10 dicembre 1919 sarà disturbato dalle manifestazioni dei deputati socialisti. La difesa della dinastia diventa la preoccupazione preponderante di Vittorio Emanuele, che teme in una rivoluzione di tipo repubblicano, anarcoide, socialista, che gli faccia perdere il trono, le assicurazioni di Mussolini sulla monarchia, le simpatie degli Aosta per il fascismo saranno fondamentali a indurre il Re a dare il governo al Duce,nella convinzione di poter assorbire con il tempo il movimento, controllando il suo capo. Con Mussolini invece perderà ogni possibilità di svolgere un ruolo in politica estera. Fin dall'inizio il Duce avocherà a sé la condotta degli affari esteri, tenendo sotto scacco il Re con la minaccia di dare il trono agli Aosta. E se fino al 1935 Mussolini si muoverà nel solco tradizionale della politica italiana, mantenendo l'amicizia con la Gran Bretagna, con la guerra di Etiopia verrà avviata una politica che il Re non poteva condividere. Rimarrà infatti fuori da tutte le trattative e, pur non negando il proprio assenso a Mussolini, manterrà notevoli perplessità sulle difficoltà e sui costi ingenti della guerra e preoccupazione per l’attrito con la Gran Bretagna. Del pari non sarà favorevole all'avvicinamento e all'alleanza con la Germania, anche se non farà nulla per impedire il Patto d'Acciaio. Ambigua sarà poi la sua posizione in relazione all'entrata in guerra. Invano il ministro della Real casa Acquarone cercherà di convincerlo a separarsi da Mussolini per salvare la monarchia e propizierà i contatti con Dino Grandi e con Ciano in vista del mantenimento della neutralità. Prevarrà in lui ancora una volta il timore di una guerra civile e di un'occupazione tedesca. Sebbene conscio che il popolo non voleva la guerra e che contava su di lui, consapevole dei l'inadeguatezza delle forze armate, delle condizioni di vita precarie dei paese, delega a Mussolini il comando supremo e non impedisce la dichiarazione di guerra. Durante il conflitto il Re viene tagliato fuori da ogni decisione di tipo militare e politico. La paura delle reazioni tedesche continuerà a condizionare il sovrano, che solo nell'estate del 1942 comincia dubitare della vittoria. Nonostante le pressioni esercitate su di lui perché faccia qualcosa, bisogna aspettare il 25 luglio perché riprenda l'iniziativa politica e il comando delle forze armate. Vittorio Emanuele non è in grado di governare gli eventi. Si tratta con gli alleati e si cerca di ingannare i tedeschi, che di fatto vengono lasciati liberi di occupare l'Italia. Il Re appare soprattutto preoccupato di non cadere nelle mani dei tedeschi. La scelta di Badoglio, la fuga a Brindisi, l'ostinazione nel rifiutare l'abdicazione, il tardivo escamotage della luogotenenza determineranno la sorte della monarchia. Troppo poco sarà il tempo concesso a Umberto: tenuto sempre in disparte dal padre, costretto a seguirlo nella fuga da Roma, pur dando prova di correttezza e di equilibrio, non riuscirà a dare una nuova immagine di casa Savoia e a salvare la monarchia.



Donatella Bolech, Università di Pavia 

da Nuove Sintesi