venerdì 16 febbraio 2018

IL GENERALE LUIGI CADORNA E IL DUCA TOMMASO GALLARATI SCOTTI



Il Duca Tommaso Fulco Gallarati Scotti
Dal sitro http://www.ambrosiana.eu
Tommaso Fulco Gallarati Scotti (1878-1966) apparteneva all’alta nobiltà lombarda, figlio primogenito di Gian Carlo, Principe di Molfetta, e di Maria Luisa Melzi d’Eril dei Duchi di Lodi. Cattolico liberale, vicino al modernismo ma ossequiente all’autorità del Papa, in coerenza con la sua posizione ispirata all’interventismo democratico ma anche a quello del Direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, vide nella Grande Guerra l’occasione di una conciliazione tra coscienza religiosa, unità nazionale e senso dello Stato. Nell’imminenza del conflitto, si presentò quindi volontario, ottenendo il decreto di nomina a Sottotenente di Fanteria il 9 maggio 1915.
Assegnato al 5° Reggimento Alpini (il cui Battaglione Morbegno fu il primo a sperimentare nel 1907 la divisa grigio-verde poi adottata da tutto il Regio Esercito), tradizionalmente legato alla città di Milano, su richiesta del Sottocapo di Stato Maggiore Generale Carlo Porro dei Conti di Santa Maria della Bicocca, amico della famiglia di Antonio Fogazzaro al quale il Duca era assai
vicino, e del Col. Andrea Graziani, fu però subito chiamato al comando del V corpo d’armata, prestandovi servizio come ufficiale ricognitore dal giugno 1915 al giugno 1916. Partecipò ad azioni belliche ottenendo una promozione a Tenente per meriti di guerra e un Encomio solenne. Dal giugno all’ottobre 1916 fu ufficiale di collegamento presso il Comando del XXII Corpo d’Armata. Il 23 settembre 1917 il Generale Luigi Capello gli concesse direttamente la medaglia d’argento al Valor Militare per le azioni del 12-17 maggio precedente. Il Decreto del 20 giugno 1918 recita: «Nei giorni che precedettero e seguirono la conquista di Monte Cucco, in accompagnamento di un autorevole personaggio [il Generale Cadorna] portava alle truppe, nelle zone avanzate, sotto violento bombardamento, il contributo di fede: animatore delle truppe stesse e sprezzante del pericolo, si spingeva sino alle prime linee, dando esempio di coraggio personale e chiare virtù militari» (1).
Forse su suggerimento del Generale Porro, Cadorna lo chiamò come proprio Ufficiale d’Ordinanza al Comando supremo, dove prestò servizio dal 26 novembre 1916 al 9 novembre 1917. Il Duca era vicino a Cadorna anche per la sua amicizia con la figlia Carla, «donna di superiore carattere e di forte cultura», già simpatizzante per il movimento modernista. Al Comando Supremo Gallarati Scotti svolse un ruolo sicuramente assai importante. Si legge nel Rapporto personale a lui relativo stilato da Cadorna il 22 giugno 1918: «Il Tenente Gallarati-Scotti Tomaso (sic) ha prestato servizio presso di me circa un anno e mezzo quale Ufficiale d’ordinanza. Egli è persona di molta intelligenza, di vasta coltura, noto in Italia come distinto scrittore. Per questa sua qualità nella quale l’ho largamente impiegato, per la signorilità dei modi, per il tatto, per la devozione che mi ha costantemente dimostrata, io non posso che esprimere la più larga ed ampia soddisfazione per il servizio a lui prestato. Egli si è guadagnata una medaglia al valor militare, e, son certo che nel suo nuovo servizio presso le truppe Alpine, farà largamente onore al suo nome».
Dopo Caporetto, Gallarati Scotti segui Cadorna, destinato a Versailles come rappresentante italiano presso il Consiglio Supremo di guerra interalleato, dal novembre 1917 al febbraio 1918. Quando il 17 febbraio Cadorna fu sostituito in tale ufficio dal Sottocapo di Stato Maggiore Gaetano Giardino, Gallarati Scotti dal 5 giugno al 18 settembre prestò servizio nel Battaglione Alpino sciatori Monte Ortler (così era chiamato allora l’Ortles), poi fino al congedo il 17 dicembre nel Battaglione Alpino Val d’Orco, entrambi del 5° Reggimento Alpini. Decorato nel 1919 di Croce al Merito di Guerra e nel 1931 della Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-18, promosso Capitano nel 1929, Maggiore della riserva nel 1934 e infine Tenente Colonnello nel 1939.
Dalle lettere di Cadorna emerge un rapporto assai affettuoso con il suo Ufficiale d’ordinanza, alla cui madre, scriveva il 25 ottobre 1918: «A Tommasino mi legano vincoli indissolubili di affetto e di riconoscenza per tutto ciò che ha fatto per me nelle fortunose vicende che si son svolte da un anno in qua». Ancora alla stessa il 22 aprile 1922: «Il bravo suo figlio Tommasino non deve
nulla a me. Sono io, invece, che debbo molto a lui, il quale, negli “indimenticabili giorni” mi dimostrò tanto interesse ed amicizia, nel momento in cui, a disdoro dell’umanità - ma senza sorpresa alcuna - dovetti assistere a tanti tradimenti! Sono quelli i momenti, “quando si cangia in tristo il lieto stato”, in cui si distinguono i falsi dai veri amici. Fu allora che mi affezionai vivamente al di lei figliolo e che lo annoverai fra i miei migliori amici».
Il rapporto stretto e affettuoso tra i due si costruì sulla base delle comuni idee che per brevità definirò cattolico-liberali, si rafforzò nel periodo in cui Gallarati Scotti fu collaboratore prezioso al Comando Supremo e divenne ancora più forte quando dopo Caporetto egli si schierò fermamente a fianco di Cadorna, collaborando attivamente alla difesa della sua immagine e del
suo operato. Tale difesa non verteva tanto sulla condotta militare della guerra, campo nel quale Gallarati Scotti non aveva evidentemente particolare competenza, anche se nei suoi taccuini non mancano acute osservazioni, quanto sul carattere del Generale, sulle sue doti di Comandante, sul suo chiudersi in uno sdegnoso silenzio senza entrare pubblicamente in polemiche, atteggiamento molto apprezzato dal Duca, sulla sua sobria e virile
personalità aliena da compromessi: «maschia figura ascetica con una impronta tra militare e sacerdotale», lo aveva definito in un appunto del 16 maggio 1916.
Gallarati Scotti si offrì di dare la sua testimonianza alla Commissione d’inchiesta su Caporetto. 11 Duca riferì tra l’altro queste parole dettegli dal Comandante Supremo: «Io non voglio commissari civili in zona di guerra; se hanno fede in me mi tengano, altrimenti mi mandino via, ma non tollero che un ministro incompetente venga a controllare l’opera mia e a lavorare nascostamente contro di me». Domenica 10 aprile 1921 un lungo articolo di Gallarati Scotti dal titolo Cadorna comparve su La Perseveranza, il vecchio quotidiano conservatore di Milano, ancora pregevole per qualità ma di modesta diffusione, che traeva spunto dalla pubblicazione dell’opera di Cadorna La guerra alla fronte Italiana fino all’arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917). «Tacque. Dolorosamente, fieramente si impose silenzio. - scriveva il Duca riferendosi a Cadorna - Non parlò nelle ore amare in cui dopo gli esaltamenti senza misura, le classi dirigenti, che hanno un fondo idolatrico e alzano sugli altari con onori divini quando la fortuna è propizia, concentravano tutte le ire e tutte le responsabilità sul suo nome.
Non parlò di fronte agli ambigui accorgimenti degli uomini politici che, temendolo, per allontanarlo lo pregarono in nome degli interessi supremi del Paese di rappresentare l’Italia nel Consiglio supremo di guerra di Versailles, e lo consegnarono, pochi giorni dopo, come un accusato, nelle mani di una Commissione d’inchiesta. Obbedì tacendo, [...] e il suo silenzio fu pieno di una dignità austera che impose rispetto ai suoi stessi avversari». Ora finita la guerra, ha pubblicato: Gallarati era stato tra quelli «che più dubitarono dell’opportunità che il suo silenzio fosse rotto», tuttavia «dobbiamo subito convenire che la sua parola è degna del suo silenzio perché ispirata da uno stesso sentimento dell’onore nazionale». «È una rivendicazione appassionata e convinta» della sua opera nei tre anni di Comando Supremo, evitando «salvo qualche eccezione per l’estero, qualsiasi accenno polemico che non sia strettamente indispensabile all’esatta comprensione dei fatti”». «Cadoma deve giustificare sé (sic) stesso, non tanto di fronte ai critici militari, agli uomini politici, alla stampa e all’opinione pubblica italiana ed estera; quanto a ciascuno dei vivi e dei morti, di cui tenne il destino nelle sue mani». Lo definiva «un uomo nato per i supremi cimenti». Passate in rassegna le principali fasi della neutralità e della guerra, Gallarati Scotti concludeva che Cadorna «può in coscienza affermare che la sua azione nella guerra non finisce a Caporetto, ma al Piave».
Gallarati Scotti fu poi oppositore del Fascismo, mentre il fratello Gian Giacomo fu Senatore del Regno (2)e Podestà di Milano dal 1938 al 1943. Nel dopoguerra fu Ambasciatore a Madrid (1944-46) e a Londra (1947-51) e successivamente uno dei protagonisti della vita intellettuale (3) e pubblica milanese, ricoprendo tra l’altro gli incarichi di presidente dell’Ente Fiera (1954-58) e del Banco Ambrosiano (1954-65).
Massimo De Leonardis
Università Cattolica, Milano


1 Salvo altra indicazione, le citazioni sono da documenti dell’Archivio Tom-
maso Gallarati Scotti, presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.
2 Alla sua morte nel 1983 era l’ultimo rimasto, come pure, alla vigilia della
scomparsa, fu tra gli ultimi insigniti dal Re Umberto II del Collare dell’Or-
dine Supremo della SS. Annunziata.
3 Tra le sue opere principali: La vita di Antonio Fogazzaro, Milano 1920,
Storie dell’amore sacro e dell’amore profano, Milano, 1924, Vita di Dante,
Milano 1957, Interpretazioni e memorie, Milano 1961, La giovinezza del
Manzoni, Milano 1982.


sabato 10 febbraio 2018

La fronte orientale Alpina nella grande guerra e le sue fortificazioni



Alla vigilia dell'entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria nella primavera del 1915, tra i due stati correva un confine terrestre di oltre 600 km, tra il giogo dello Stelvio e la Laguna di Marano, la cui linea appariva alquanto articolata, attestata com’era lungo valli e dorsali montuose, e considerando che In linea d’aria essa scendeva, tra il Lago di Garda e II Golfo di Trieste, a circa 300 km.
Topograficamente, dallo Stelvio al Lago di Garda, il confine si snodava lungo i rilievi delle Alpi e delle Prealpi Rètiche (con il Tonale e l’Adamello) scendendo poi nelle Valli Giudicarie a lambire il Lago d’Idro e attraversando il Garda nella sua estremità settentrionale. Dalla riva gardesana orientale il confine risaliva quindi al crinale del Monte Baldo per ridiscendere nella Val Lagarina superando l’Adige e risalendo sulla sommità dei Lessini. Da qui dopo aver attraversato il massiccio calcareo del Pasubio e contornato l’altopiano di Asiago, scendeva in Valsugana per risalire, attraverso le Prealpi Bellunesi fino alla Marmolada nel cuore delle Dolomiti.
Proprio sul ghiacciaio della Marmolada correva la linea divisoria tra Italia e Austria. Quindi, aggirando a sud la conca di Cortina d’Ampezzo si inerpicava lungo le tre Cime di Lavaredo per scendere poi al Passo di Monte Croce di Comèlico e proseguire poi lungo il crinale delle Alpi Càrniche e scendere a Pontebba, tagliare la Val Canale e risalire al Jóf di Montàsio. Quindi, zigzagando attraverso le Prealpi Friulane e tenendosi sempre sulla destra della valle dell’Isonzo, il confine arrivava all’Adriatico attraverso la pianura friulana fino a Palmanova e alla Laguna di Marano.
Visto dalla parte italiana questo andamento della linea di confine appariva in un certo senso alquanto sfavorevole, considerata l’asperità delle condizioni topografiche e, più in generale, ambientali.
Dal 1866 numerosi forti erano stati costruiti dall’Austria oltre il passo del Tonale, mentre in Val Camonica, poco a nord di Ponte di Legno era posizionato l’unico forte italiano, il Corno d'Aula.
In territorio austriaco, a sud di Trento, si distingueva  il complesso di fortificazioni disseminate sugli altopiani di Lavarone (tra i 1200 e i 1400 metri) e del Pasubio (tra i 1600 e i 1800 metri) ubicati tra le valli dell’Adige e dell’Astico. Sull’altopiano di Lavarone erano dislocati ben sette forti, dalla Cima di Vezzena (1908 m) alla località di Serrada (1250 m sull’altopiano di Folgaria) ancora oggi inframmezzati da numerosi resti di trinceramenti. La più importante di queste strutture era senza dubbio il forte Belvedere (1177 m) costruito a guardia della sottostante Val d’Astico e del vicino altopiano di Asiago. Ai limiti di quest’ultimo (noto anche come altopiano dei Sette Comuni), in territorio italiano, vennero costruite, già in previsione del conflitto, ben quattro fortezze, le principali delle quali erano rappresentate dal Forte Verena (sulla cima del monte omonimo a 2015 m di quota), incombente sulla Val d’Assa ad est, e dal Forte Campolongo, anch’esso sulla cima dell’omonima montagna (1720 m) e dominante il versante orientale della valle dell’Astico. Essi si contrapposero egregiamente ai tre forti austriaci di Verle, Spitz di Vezzena e Luserna, situati a quote più basse.
Ai limiti dell’altopiano di Asiago erano state costruite altre due fortificazioni: il forte Corbin, sul versante orientale della Val d’Astico a breve distanza dal M. Cengio, e il forte User sulla cima del monte omonimo (1633 m). Quest’ultimo a sua volta può considerarsi parte di un complesso sistema difensivo, situato alla confluenza nella Brenta del fiume Cismòn, con numerose strutture fortificate (Cima di Campo, Tombiòn, Còvolo S. Antonio, Cima di Lan, Tagliate delle Scale e delle Fontanelle), generalmente noto come Forti Brenta-Cismòn. Esso aveva anche lo scopo di sbarrare l’accesso al sottostante massiccio del Grappa (1775 m), trasformato in una vera e propria fortezza naturale, che rimase saldamente in mano italiana anche dopo la disastrosa ritirata di Caporetto.
Nella bassa pianura friulana sono da segnalare le  piazzeforti di Latisana (con i forti di Precenicco e di Rivarotta lungo il fiume Stella e poco a nord della laguna di Marano) e di Codròipo, a sud ovest di Udine (con i forti di Beano, Rivalta e Sedigliano). Molto più a nord, allo sbocco del Tagliamento nell’alta pianura friulana, dalla Testa di Ponte di Pinzano dipendevano i forti di Ragogna, di Fagagna, di Col Roncone e di Monte Lanza. Ancora più a nord ecco infine i forti del Ridotto Carnico, con Osoppo sul largo e piatto fondovalle del Tagliamento, quindi poco più su il forte di Ospedaletto, il forte di Monte Festa presso Cavazzo Carnico e quello di Chiusaforte nel Canale del Ferro percorso dal fiume Fella principale affluente del Tagliamento.

Lamberto Laureti
Già docente all’Università di Pavia

giovedì 1 febbraio 2018

I NOSTRI CORRISPONDENTI DI GUERRA


Per i corrispondenti di guerra italiani l’impegno dal fronte termina cinque mesi dopo l’armistizio di novembre. Molti di loro a quel punto erano già rientrati nelle loro redazioni, mentre un gruppo di inviati era rimasto aggregato al Comando supremo per fornire notizie e servizi dalle “Terre redente”. Il congedo ufficiale arriva per tutti in forma solenne il 3 aprile 1919 con un ordine del giorno del generale Diaz.
I testi di storia del giornalismo dicono che nel conflitto persero la vita 84 giornalisti italiani. Il dato però va aggiornato e quasi raddoppiato. Un’accurata ricerca condotta proprio in occasione del centenario della guerra dice che i morti furono 166. Fra i corrispondenti che presero parte anche ai combattimenti vennero attribuite tre Medaglie d’Argento (una a Antonio Baldini e due a Achille Benedetti). Dieci giornalisti, fra i quali Guelfo Civinini e Arnaldo Fraccaroli, furono decorati con la Croce di Guerra.

Precisazioni forse necessarie visto che da più parti, sia all’epoca, sia successivamente da alcuni storici, i giornalisti impegnati nelle corrispondenze dal fronte sono stati anche pesantemente criticati e accusati di raccontare gli eventi standosene al calduccio e al sicuro negli alberghi. Per dirla a chiare lettere i corrispondenti sono stati spesso bollati come imboscati. In realtà, fatta salva l’ovvia certezza che fra i giornalisti, come in qualsiasi altra categoria di professionisti, ci sarà stato chi si impegnava con maggiore o minore serietà nella sua attività, le cifre relative ai morti e ai decorati dovrebbero bastare come risposta alle critiche. Ma, al di là di quelli che forse sono stati casi particolari di attaccamento alla professione e all’ideale patriottico, c’è una considerazione più generale, che consente di dare una diversa valutazione sull’impegno degli inviati al fronte.
Le disposizioni ministeriali per l’accreditamento come corrispondente di guerra fissavano tre requisiti fondamentali: fedina penale pulita, esperienza militare e età non inferiore ai 40 anni. La mobilitazione generale del maggio 1915 interessò tutte le classi fino al 1874 (41 anni), ma gli uomini di età superiore ai 34 anni venivano destinati alla Milizia Territoriale o a servizi di terza linea. In pratica ciò significa che tutti i coetanei degli inviati al fronte (fatta eccezione per il personale dell’Esercito Permanente) erano tranquillamente a casa propria o, al massimo, destinati a servizi di retrovia.
Loro invece, con maggiore o minore coraggio, maggiore o minore capacità, seguivano la guerra dal 1914: prima da rappresentanti di un Paese neutrale, spediti un po’ su tutti i fronti. Poi, dal fatidico 24 maggio, a raccontare le vicende dei soldati italiani. Per loro è definita una sorta di inquadramento nei ranghi dell’esercito: vestono in divisa, col grado di capitano, ma senza mostrine, hanno a disposizione un autiere che però deve essere pagato dal gior-nale, così come la benzina per le macchine. Fanno capo a un ufficiale di collegamento, si devono attenere alle disposizioni del Comando e, soprattutto, della censura che spesso interviene direttamente sui giornali, facendo  letteralmente scalpellare dalle matrici i pezzi considerati non pubblicabili. Quando il Comando Supremo lo ritiene opportuno, come dopo Caporetto, vengono allontanati dal fronte, spostati e sorvegliati, dapprima a Udine e poi concentrati all’Hotel del Corso di Padova, dove non arrivano notizie se non i bollettini ufficiali del Comando. Una zona buia dell’informazione, che lascia poi il posto a nuove cronache, anche se in una prima fase la censura impone di non trasmettere dispacci di oltre 500 parole.
Tutti, da Barzini a Fraccaroli, da Civinini a Morandotti, a Gino Piva (straordinaria la sua cronaca della battaglia dell’Ortigara),) sono chiamati a raccontare l’impegno, la fatica e il dolore dei soldati in situazioni drammatiche, da riportare con realismo, ma facendo sempre attenzione alle direttive della censura: vietato parlare di morti, feriti, prigionieri. Inutile dunque cercare sui giornali traccia di episodi di diserzione o di ammutinamento, né delle decimazioni che ne furono la conseguenza. Ne parleranno i libri di storia.
La guerra, dunque, viene raccontata dal fronte, ma nelle pagine dei giornali ci sono anche cronache politiche, notizie sportive, programmi di teatri e cinema che continuano a disegnare una quotidianità lontana dai combattimenti. I piccoli fatti di cronaca, i resoconti dai Consigli comunali, le polemiche politiche, ma anche le pubblicità e gli annunci personali (con galanti inviti ad una risposta o a un incontro) disegnano l’immagine di un Paese, che, lontano dal fronte, riesce tutto sommato a condurre una vita normale, nonostante l’ansia per i tanti ragazzi in divisa e per le vicende belliche. E sono, ovviamente, altri giornalisti che raccontano questa altra faccia della nazione. Qualche volta però anche a loro, rimasti nelle redazioni, capita di dover fare i contri con la guerra. Succede quando la guerra si sposta sulle città con i primi bombardamenti aerei.
In Italia l’obiettivo maggiormente colpito dall’Aeronautica austriaca fu Padova, con 129 morti e 104 feriti nei diversi raid succedutisi fra il 1915 e il ’18. Altri episodi di attacchi aerei furono registrati nelle città del litorale adriatico, come Pescara e Ravenna (15 morti) e nelle zone industriali lombarde. Fra questi ultimi si inserisce l'attacco aereo del 14 febbraio 1916 che colpisce Milano, Monza, Treviglio e Bergamo.
La notizia fa il giro del mondo: 12 morti a Milano (saliranno a 18 nei giorni successivi), due a Monza, decine di feriti a Bergamo e a Treviglio. Le cronache milanesi precisano che verso le 7 e 30 “venivano segnalati dai posti di osservazione due apparecchi nemici. Un Albatros e un Taube che si dirigevano sulla città . Le bombe cadono a Porta Volta, Porta Romana e Porta Venezia. Secondo altre fonti i tre aerei (due su Milano, uno su Monza) erano aerei Aviatik versione Taube. Il Taube, in tedesco “colomba”, era un monoplano dotato  i motore Mercedes, velocità massima 100 km l’ora,  quando la gran parte degli aerei erano biplani e triplani, con le ali (14 metri di apertura) realizzate secondo un disegno aereodinamico che le faceva assomigliare alle ali di un uccello. Da qui il nome, anche se l’idea di una colomba non sembra la più azzeccata per un aereo da guerra. Uno dei tre apparecchi, inseguiti dagli aerei (Breda) alzatisi in volo da Taliedo, fu abbattuto dall’artiglieria italiana in Val di Chiese, poco prima di raggiungere l’Austria.
Le bombe sui centri urbani non erano comunque una
novità assoluta ed è logico supporre che azioni analoghe vennero compiute anche dai nostri aerei, ma sui giornali dell’epoca è difficilissimo trovarne traccia. Sicuramente all’indomani dell’attacco su Milano, il 18 febbraio, nostri velivoli raggiunsero e bombardarono Lubiana. Secondo il bollettino ufficiale furono colpiti obiettivi militari e strategici, ma i giornali sloveni parlarono di vittime civili, comprese donne e bambini. Dell’operazione si occupò anche la Domenica del Corriere, ma solo per dedicare il tradizionale disegno di copertina all’eroico rientro del capitano Oreste Salomone, che, ferito e con l’apparecchio danneggiato, riuscì comunque ad atterrare in territorio italiano. La censura funzionava anche così.
Giorgio Guaiti

Giornalista e scrittore, Milano

lunedì 29 gennaio 2018

Il fronte orientale nel 1915

In contrasto con l’immobilismo del fronte occidentale, su quello orientale la Prima guerra mondiale mantiene ancora per tutto il 1915 un carattere più dinamico. L’entità delle forze in campo, l’estensione del fronte, lo sforzo di spostare risorse da un punto all’altro di questo sono alcuni dei fattori che concorrono a spiegare questo fatto. Su questo teatro si scontrano vari attori: da una parte, le forze tedesche, austro-ungariche, ottomane e bulgare; dall’altro quelle serbe e russe, cui si sarebbero affiancate quelle montenegrine (gennaio 1916), rumene (agosto 1916) e greche (giugno 1917), senza contare la presenza di Francia, Gran Bretagna e Italia sul fronte di Salonicco, aperto nell’autunno 1915 per sostenere l’esercito serbo. Le vicende del fronte orientale sono, quindi, estremamente frammentate. In questa sede, si tratterà soprattutto del confronto fra gli Imperi centrali e la Russia zarista, che con i suoi alti e bassi rappresenterà il perno della guerra a Est fino al fallimento dell’offensiva Kerenskij (luglio 1917).
Il 1915 è l’anno in cui l’Alto comando tedesco decide di concentrare contro la Russia i maggiori sforzi. L’estate prima aveva visto le forze zariste penetrare nei territori della Prussia orientale e in quelli della Galizia asburgica. Se la prima puntata si era infranta a Tannenberg contro l’Ottava armata di Hindenburg (26-30 agosto) ed era stata respinta nella prima battaglia dei Laghi Masuri (7-14 settembre), la seconda si era tradotta nella sostanziale perdita della regione da parte di Vienna. Per la fine dell’anno, le truppe russe avevano occupato tutta la Galizia, nonostante gli sforzi della Nona armata tedesca e l’ostinata difesa della piazza di Przemy’l. Nonostante il vantaggio di cui godevano in termini di numero (a fine mobilitazione, le forze russe si sarebbero attestate intorno ai 3,5 milioni di uomini), i problemi nella parte settentrionale del fronte avrebbero impedito loro di sfruttare tale risultato, anche se fra la fine del 1914 e gli inizi del 1915, le forze di Brusilov si sarebbero affacciate in più occasioni alla linea dei Carpazi.
Se si esclude il successo dello stesso Brusilov nell’estate 1916, è questa la fase in cui l’esercito russo porta la maggiore pressione suiranello debole’ dello schieramento nemico. Una pressione che è alleggerita con la seconda battaglia dei laghi Masuri (7-22 febbraio 1915) prima che l’offensiva di Gorlice-Tarnów (maggio-giugno) respinga le forze russe oltre il confine orientale della Galizia e porti alla sostanziale dissoluzione della Terza armata. In entrambi i casi, un ruolo centrale è svolto dalle forze tedesche: nel primo caso, l’Ottava (Hindenburg) e la Decima (Eichhorn) armata; nel secondo, l’Undicesima armata (Mackensen), a sostegno della Seconda (Bòhm-Ermolli), Terza (Boroevic'; dal 25 maggio: Puhallo von Brlog) e Quarta (Giuseppe Ferdinando) armata asburgiche. Un ruolo riconosciuto da Vienna, che, in cambio del sostegno dell’alleato, avrebbe accettato di subordinare la Quarta armata agli ordini di Mackensen, aprendo, così, uno spiraglio all’istituzione di un comando unificato, caldeggiata dal Capo di Stato Maggiore tedesco, Falkenhayn, ma rigettata dal suo omologo austriaco, Conrad.
Lo sfondamento di Gorlice-Tarnów avrebbe segnato le vicende della guerra sul fronte orientale. Dopo la perdita dei territori polacchi, alla fine dell’anno questo si sarebbe attestato lungo la linea Riga-Tarnopol, varie centinaia di chilometri a est della frontiera degli Imperi centrali. Uno stato di cose che nemmeno i successi dell’offensiva Brusilov — quando fra giugno e settembre le forze zariste avrebbero rioccupato quasi 25.000 chilometri quadrati di fronte fra le paludi del Pripyat e la frontiera rumena — sarebbero riusciti a cambiare. Le cause sono molte e vanno dai limiti di un esercito numeroso ma male addestrato ed equipaggiato, alla flebile della base industriale del Paese, alle rivalità fra i comandanti che avrebbero spesso ostacolato un’azione veramente coordinata. Le predite elevate (stimate, alla fine del conflitto nell’ordine di 1,8 milioni di morti; 4,9 milioni di feriti; 2,4 milioni fra dispersi e prigionieri) avrebbero inoltre aggravato i problemi legati all’estensione del Paese, ai limiti della sua rete infrastrutturale e a un meccanismo di mobilitazione farraginoso e poco efficiente.
Anche nel Caucaso, le forze russe riescono solo in parte a sfruttare i successi conseguiti e a beneficiare della disorganizzazione della Terza armata turca dopo la battaglia di Sarikamish (dicembre 1914-gennaio 1915). Per i primi mesi dell’anno, le truppe di Yudenich mantengono, infatti, una postura essenzialmente difensiva, iniziando solo a maggio ad avanzare verso Trebisonda (Trabzon), Erzurum e Van, quest’ultima occupata il giorno 17. Tuttavia, già alla metà di giugno la reazione turca le avrebbe respinte sulle posizioni iniziali. Fra agosto e settembre, Van sarebbe stata persa e riconquistata più volte senza che nessuno dei contendenti riesca ad ottenere un successo chiaro e già in ottobre — anche a causa delle difficili condizioni climatiche — le operazioni si fermano per l’inverno.
Nemmeno l’arrivo al comando delle truppe del Granduca Nicola, cugino dello Zar (ma il comando operativo sarebbe rimasto nelle mani di Yudenich) influisce su questa situazione, che dura sino agli inizi del 1916 quando la battaglia di Koprukoy (10-18 gennaio) segna il ritorno delle forze russe all’offensiva.
È questa la fase in cui si compie il nucleo di quello che è stato definito il genocidio della popolazione armena locale da parte delle autorità ottomane. La portata degli eccidi e delle deportazioni è tuttora oggetto di dibattito, con cifre che oscillano fra 800.000 e 1.500.000 vittime. È però chiaro il nesso fra l’inizio dei massacri e delle deportazioni di massa e la sconfitta di Sarikamish, che il Ministro della guerra, Enver Pasha avrebbe imputato esplicitamente al sostegno dato dalla popolazione armena al nemico. Il fatto che le operazioni si concentrino territori dell’Armenia occidentale concorre al perdurare di una violenza che aveva comunque le sue radici in anni che precedono l’arrivo al potere del triumvirato Talat-Enver-Cemal. Note (anche se non inGtutti i loro dettagli) sia in Germania e in Austria-Ungheria, sia alle Potenze dell’Intesa, oltre che alla Santa Sede e agli ancora neutrali Stati Uniti, le atrocità del genocidio armeno avrebbero svolto un ruolo di rilievo nella propaganda di guerra e influito molto sull’atteggiamento dei vincitori verso l’Impero ottomano e la nuova Turchia repubblicana.
Gianluca Pastori
Università Cattolica, Milano

mercoledì 24 gennaio 2018

Nostro padre, soldato nelle due guerra mondiali

 
Nostro padre nasceva verso la fine dell’Ottocento a Torino in una famiglia di salde tradizioni
cattoliche e monarchiche, legata al commercio dattorno al vasto mercato di Porta Palazzo.
Il genitore era stato per qualche anno socio di un Brosio che avrebbe avuto un figlio tra i gradi più alti della diplomazia dopo la seconda guerra mondiale. Il piccolo Domenico non visse i primi anni serenamente, se presto gli moriva la madre, vittima di una di quelle malattie che allora non perdonavano. Un’altra sua sfortuna: faceva parte di quella generazione che avrebbe combattuto la prima guerra mondiale. Tenente di fanteria dopo aver frequentato l’Accademia militare di Modena, fu mandato al fronte a guerra già iniziata e, tra i pochi episodi che ci raccontava di quell’immane tragedia, che a richiamarla alla mente certo Io rattristava, l’arrivo a un campo di battaglia disseminato ovunque di morti.
Vi è da dire che la Provvidenza lo ha più volte salvato se, per quanto presente in tante azioni che avrebbero potuto costargli la vita, ebbe ferite non gravi e poté chiudere, a novembre del 1918, la sua partecipazione al conflitto in discrete condizioni di salute.
Gli anni immediatamente dopo la guerra, funestati in quasi tutte le famiglie dall’epidemia chiamata spagnola, non furono peraltro tranquilli, diviso com’era il paese già prima dell’entrata in guerra tra la maggioranza che non la voleva e l’acceso fanatismo interventista e, finito di sparare al fronte, dagli estremisti di due sponde ferocemente nemici. Il destino volle che, dopo il fallimento anni prima del neutralismo di Giovanni Giolitti, ora i partiti facessero troppo poco per cercare un compromesso politico che assicurasse la salvezza della democrazia parlamentare. Ne conseguì che Benito Mussolini trovasse alla Camera un numero di voti che, con il suo partito, elettoralmente modesto, mai avrebbe raggiunto per incamminarsi sulla strada di un potere che presto violerà i principi dello Statuto Albertino.
Forse i più vivevano nell’illusione che il fascismo, insediatosi al governo e con un consenso in crescita, non avrebbe tardato ad assumere forme meno illiberali, mentre altri, tutto sommato, si convincevano che valesse la pena sopportarlo, se ci garantiva contro il disordine e le violenze di una sinistra più vicina a un modello di tipo sovietico che al riformismo democratico. È così che, alle elezioni del 1924, parecchi non andarono a votare e altri approvarono il nuovo corso, pensando che l’Italia non si sarebbe più allontanata dalle nuove scelte.
Nostro padre lavorava alacremente con il genitore e, nel 1929, si unisce in matrimonio con una ragazza più giovane di oltre 10 anni. Unione felicissima: lei tutta bontà e dolcezza, lui laboriosità e dirittura morale, due creature che noi figli ricorderemo sempre con grandissimo affetto e riconoscenza.
Proprio in quell’anno, il 1929, la crisi economica conduce al calare del benessere di tutti e alla chiusura di un gran numero di aziende. Alla nostra famiglia non resta altro che il negozio nella parte più antica della città, a poco dal Duomo e da Palazzo Reale. Passa un decennio e ci si avvia agli inizi di un altro conflitto mondiale, dopo che i due maggiori dittatori, Hitler e Stalin, trovano un imprevisto criminale accordo sull’occupazione e la spartizione della Polonia, che provoca l’intervento della Francia e del Regno Unito contro la Germania nazionalsocialista e non contro la Russia sovietica, giudicata un ulteriore eccessivo impegno per gli alleati.
Siamo nel 1939 e nel giugno del 1940 l’Italia fascista, nonostante le giuste perplessità della Monarchia e degli alti comandi militari, si schiera a fianco dei tedeschi, che stanno trionfando in Francia.
È convinzione di Mussolini che la guerra presto finirà non appena invaso anche il 
Regm Unito, e che occorra approfittarne in tempo. E così che nostro padre, ora capitano, viene assegnato al fronte italo-francese. Trascorrono i giorni e non abbiamo più sue notizie ma, una sera che nostra madre stava chiudendo il negozio, compaiono sul marciapiede due militari per avvisarci che si trovava ricoverato all’ospedale militare di Torino. Era successo che, dopo aver a lungo camminato, assieme all’attendente, alla ricerca di una pattuglia che tardava a rientrare, i francesi avevano sparato, uccidendo il soldato e ferendo lui al fianco e a una gamba. Il giorno dopo abbiamo potuto fargli visita e sapere che non era più in pericolo, dopo che i francesi, in un loro ospedale, Io avevano subito operato e salvato.
Adesso nostro padre, invalido di guerra, rinunciato al negozio, si sarebbe trovato un impiego vicino a casa, dove lavorerà fino all’età della pensione. In questo modo, seppur sofferente per le lesioni subite, tornava in famiglia salvandosi dalle tristissime e tragiche vicende che altrimenti, dopo la Grecia con i tanti decessi subiti dal suo reggimento, compreso quello del colonnello che lo comandava, sarebbe finito in Jugoslavia e chissà dove e con quali conseguenze.
Grazie alla decisione del Re, nel luglio 1943, di deporre Mussolini e liquidare il fascismo, l’Italia legittima raggiungeva un armistizio con gli alleati, che le avrebbe risparmiato, nonostante l’occupazione tedesca di buona parte del nostro territorio, assai più vittime e più gravi rovine.
Cessata la guerra verso la metà del 1945 e ritornata la pace, gli anni seguenti sono trascorsi relativamente tranquilli e di tutto dobbiamo un grazie di gran cuore alla Provvidenza e, nello specifico, ai soldati e al personale medico che soccorsero e curarono nostro padre e, malgrado ancora nemici, lo fecero con grande umanità e un alto senso di responsabilità.
Vincenzo Pich

Unione Associazioni Piemontesi ne! Mondo. Torino

sabato 13 gennaio 2018

La sconfitta dei neutralisti


Molti anni dopo gli eventi, nel ricostruire le tappe che avevano condotto alla nascita del regime fascista, Gaetano Salvemini tornò a riflettere sulle giornate in cui l’Italia aveva fatto il suo ingresso nella Prima guerra mondiale e in particolare sulle condizioni che avevano reso possibile il sostegno alla linea interventista da parte di una maggioranza parlamentare di fatto neutralista. La Camera, scrisse Salvemini, era allora sostanzialmente in accordo con la maggioranza del paese, «che non voleva la guerra». Eppure - principalmente per la propria debolezza politica - non fu in grado opporsi alla corrente che spingeva l’Italia verso l’ingresso nel conflitto. «Essendo stata manipolata dal governo durante tre successive elezioni, essa non aveva il prestigio per resistere al governo e a quelle forze  extraparlamentari che sostenevano il governo. Non poteva agire ora come rappresentanza del Paese dopo che per dieci anni non si era curata di rappresentarlo».
Nonostante la lettura retrospettiva di Salvemini rimanga corretta, i motivi della resa delle forze neutraliste erano probabilmente ancora più complessi. E andavano ricercati, oltre che nella scarsa legittimazione su cui poteva contare la Camera, nella stessa eterogenea composizione del fronte neutralista. La frammentazione politica della Camera (eletta nel 1913 per la prima volta a suffragio universale maschile) era d’altronde piuttosto elevata. A sinistra sedevano 47 deputati socialisti, 21 socialisti riformisti e 11 socialisti indipendenti. Grazie al patto GentiIoni a Montecitorio era inoltre approdata la cospicua pattuglia dei 34 deputati cattolici, destinati ad assumere una posizione ambivalente rispetto alla neutralità, mentre un ruolo significativo nei mesi che precedettero l’intervento fu svolto, oltre che dai 5 rappresentanti nazionalisti, dai 17 repubblicani e dai 73 radicali. Il perno indispensabile per la formazione di qualsiasi governo rimaneva comunque lo schieramento costituzionale, composto da 307 deputati, che però - specie dal momento in cui Giolitti aveva abbandonato la Presidenza del Consiglio - appariva tutt’altro che compatto. Sebbene l’esecutivo guidato da Antonio Salandra fosse stato al principio interpretato come un temporaneo avvicendamento con Giolitti, analogo ad altri che si erano verificati negli anni precedenti, in realtà le cose si sarebbero rivelate ben presto differenti. Salandra era infatti espressione di un indirizzo intenzionato ad abbandonare la linea ‘progressista’ di Giolitti, e le differenze emersero presto anche in materia di politica estera. Nello schieramento costituzionale, il gruppo «liberale», che vedeva proprio in Salandra e in Sonnino i punti di riferimento, poteva infatti contare su circa 80 deputati, mentre su posizioni molto diverse si collocava il gruppo della sinistra «liberale democratica», erede di Zanardelli, la cui forza era stimata attorno ai 30 membri. E così la componente giolittiana, seppur prevalente (e indispensabile per sostenere qualsiasi esecutivo), non era in grado di esprimere autonomamente la maggioranza della Camera.
Al di là della complessa distribuzione delle forze, fu però soprattutto la distanza nel modo di concepire la «neutralità» a rendere fin dall’inizio impraticabile la strada verso la costruzione di uno schieramento parlamentare capace di sostenere una compatta linea neutralista. Da una simile maggioranza era innanzitutto esclusa la cospicua componente socialista, che per le divergenze interne non prese mai seriamente in considerazione l’ipotesi di appoggiare un esecutivo neutralista presieduto da Giolitti. La stessa formula «né aderire né sabotare», coniata dal segretario del partito Costantino Lazzari, era d’altronde una soluzione compromissoria. La componente intransigente spingeva infatti verso la piazza e in particolare verso il ricorso allo sciopero generale, cui invece si dichiarò contrario il Consiglio nazionale della Confederazione generale del Lavoro. La pattuglia riformista confidava altresì nel Parlamento e soprattutto nel ruolo che lo schieramento giolittiano sembrava poter giocare.
Ma a lacerare la posizione socialista erano anche i significati da attribuire alla neutralità. I vari leader del partito articolarono infatti tesi tutt’altro che omogenee, e la neutralità da perseguire fu così definita, di volta in volta, come «assoluta», «relativa», «energica», «attiva e operante», «armata», «raccolta e austera», «parziale». Dalle colonne dell’«Avanti!» il direttore Serrati, che aveva sostituito Mussolini, sosteneva per esempio una linea fortemente antinazionalista, che intendeva la neutralità come espressione del conflitto di classe. Ma una linea del genere non poteva certo essere condivisa da Turati, ben consapevole che il discredito nei confronti della «Nazione» avrebbe finito con l’indebolire proprio la causa neutralista.
Non meno diviso si rivelò anche il fronte dei deputati cattolici. Molti giornali cattolici sollevarono per esempio obiezioni sui significati eccessivamente eterogenei attribuiti alla neutralità e non esitarono a utilizzare toni apertamente patriottici, anche per respingere gli attacchi indirizzati da una parte della grande stampa, tra cui per esempio il «Corriere della sera». Ma la posizione prevalente fu quella di non appoggiare manifestazioni pubbliche neutraliste e di rispettare il ruolo delle istituzioni. Dopo la manifestazione interventista del 20 settembre 1914 le diverse espressioni del mondo cattolico respinsero inoltre in modo unanime l’idea di poter confluire in un blocco unitario interventista insieme ai socialisti. E nel gennaio 1915 il conte Dalla Torre distinse la linea dei cattolici italiani dalla posizione imparziale della Santa sede.
Il vero anello debole del neutralismo fu rappresentato proprio da Giolitti. La neutralità dell’uomo politico liberale era ovviamente distante tanto da quella socialista quanto da quella cattolica. E poteva essere semmai intesa come declinazione di una visione schiettamente realista, che spingeva a ritenere che l’Italia potesse ottenere di più dalla contrattazione della propria neutralità che da un eventuale ingresso nel teatro bellico. Ma questa posizione si rivelò sempre più debole nei mesi che precedettero il «maggio radioso».
La nuova maggioranza, il 5 dicembre, poté così approvare (con 413 voti a favore e 49 contrari) l’ordine del giorno che, riconoscendo che la neutralità era stata «proclamata con pieno diritto e ponderato giudizio», esprimeva la fiducia che il governo sapesse«spiegare, nei modi e con i mezzi più adatti, un’azione conforme agli interessi nazionali». All’indomani di quel dibattito Filippo Turati scrisse ad Anna Kuliscioff che proprio Giolitti, con l’intervento in cui aveva escluso che la neutralità configurasse una violazione della Triplice Alleanza, aveva «salvato il paese e la monarchia», scongiurando l’intervento.

La famosa lettera resa pubblica dalla «Tribuna» nel febbraio 1915 - nella quale Giolitti sosteneva che si potesse guadagnare «parecchio» dalle trattative diplomatiche e in cui sminuiva l’entusiasmo di quei giovani che si dichiaravano disposti all’estremo sacrificio per la patria, contribuì non poco a ridimensionare il peso del leader liberale - la cui credibilità era già incrinata da diversi anni. In quel modo Giolitti aveva innanzitutto indebolito la sua posizione di possibile negoziatore con l’Austria, dal momento che aveva esplicitato le proprie convinzioni neutraliste. 
Ma aveva anche incrinato le relazioni con Salandra. Proprio per conservare un’influenza sul governo, lo statista di Dronero dovette così concedere il proprio consenso al progetto di legge sui provvedimenti relativi alla difesa dello Stato. Nei mesi successivi Giolitti si ritirò dunque a Cavour, nella consapevolezza che, per quanto il governo di Salandra fosse tutt’altro che solido, non esistevano ancora le condizioni per un nuovo governo più nettamente neutralista. Ma al momento del suo ritorno nella Capitale, il 9 maggio 1915, la situazione era ormai radicalmente mutata.
Quando giunse a Termini, Giolitti fu fischiato dalla folla. Circa trecento deputati lasciarono comunque il loro biglietto da visita presso la sua abitazione, a testimonianza di essere nuovamente disposti a sostenerlo alla guida del governo. Dinanzi alla manifestazione (seppur informale) di una volontà neutralista da parte della Camera, Salandra rassegnò al sovrano le proprie dimissioni. Mentre nelle piazze la buriana interventista si scatenava contro il «turpe mercante», il «traditore d’Italia», il «boia labbrone», Giolitti non poté però che rifiutare l’offerta di guidare un nuovo esecutivo. Così il 17 maggio Vittorio Emanuele riconsegnò l’incarico a Salandra. E tre giorni dopo, il 20 maggio, la Camera ‘neutralista’ - compresi molti esponenti del gruppo giolittiano - concesse al nuovo esecutivo i pieni poteri che preludevano all’entrata in guerra.
Damiano Paiano

Università Cattolica, Milano

venerdì 29 dicembre 2017

sabato 23 dicembre 2017 Gorizia val bene una birra - III parte

Profumo di vittoria.

La MOVM Aurelio Baruzzi
con S.A.R. il Duca d'Aosta
8 agosto 1916. Ore 1,30 - 2 del mattino. Zeidler si ritira.
Gli Imperiali lasciano Gorizia e si rischierano sulle colline a oriente della città. Ci resteranno sino alla fine della guerra. (8)
Cosi Weber: “Alle due del mattino del memorabile 8 agosto, il maggior generale Zeidler diede l'ordine di ritirata sulla riva sinistra dell'Isonzo. Subito dopo i ponti dovevano essere fatti saltare. L'ordine venne eseguito in maniera impeccabile. Niente di quello che sarebbe potuto servire al nemico fu lasciato indietro.
La 58“ divisione di fanteria, forte di poco più di cinquemila uomini - tanti erano rimasti di diciottomila -, sgombrò le posizioni ad ovest del fiume. Ciò nonostante singoli gruppi isolati continuarono a combattere di là. Intorno a Peuma il 2° reggimento della milizia territoriale ungherese, al comando del tenente colonnello Schaudy, oppose una strenua resistenza sostenendo la lotta sino a mezzogiorno. Tuttavia, mentre questi valorosi poterono almeno riunirsi al grosso dei nostri reparti, i martiri dei Sabotino erano perduti". (Fritz Weber, op cit. pag 225) Il gen. Zeidler abbandona la testa di ponte e si ritira gradualmente sulla riva sinistra dell’Isonzo. Della 58° su 18.000 uomini, solo 5.000 filtrano dalle difese, ripassano il fiume, (p. 90) L’ordine non è arrivato in tempo reale a tutte le linee.
Polemica nostrana sorta tra il gen. Marazzi e il gen.  Capello sull’opportunità d’inseguire o no il nemico oltre la riva sinistra dell’Isonzo. Il primo è per l’inseguimento immediato, il suo diretto superiore no, volendo dare la precedenza al seguente obiettivo: “sgombrare assolutamente da ogni resistenza nemica la riva destra dell’lsonzo". (Telegramma Prot. 369, 8 agosto 1916 ore 11,20-Voi. 11 Documenti “All. n.° 60” pag 132).

Sintesi: Perdiamo l’attimo fuggente.

Mattina. Prime ore. Gli austriaci cominciano ad abbandonare la riva destra dell’Isonzo e fanno saltare ponti e passerelle, tranne quello di Salcano. (p. 91) Gli esploratori del VI Corpo d’Armata confermano la ritirata del nemico. A Gorizia si potrebbe entrare addirittura il 9.
8 agosto. “Nel mattino dell’8 agosto i comandanti della 3“ Armata e del VI Corpo si rendono conto delta possibilità di un 'azione più vasta, e spingono Io sguardo alle alture che cingono da oriente la conca di Gorizia... (9)
Ore 13,30. Ordini per l’inseguimento - eventuale - del nemico, che ha una seconda linea di difesa alta. Tuttavia, un loro tentativo di guerra manovrata può essere di sollievo psicologico alle truppe. Capello impegna nell’avanzata le Divisioni 45°, 43°, 24° e 11°.
Ore 10. La colonna Cartella, 45°, muove verso Peuma
Ore 12. Prende l’abitato.
Ore 10. Anche il II battaglione 225° della brigata ‘Etna’, 45° Div., si dirige su Peuma. Nidi di mitragliatrici ne contrastano la marcia.
Ore 14. Il II/221° raggiunge l’Isonzo ad est di Peuma. In giornata la ‘Etna’ cattura 1.000 austriaci.
Ore 13. La brigata ‘Lambro’, col. brig. Grazioli, dirige alla confluenza Peuma-lsonzo. Sempre alle 10 si muovono le brigate ‘Taranto’ e ‘Cuneo’, da quota 157 (Cave) verso l’Isonzo superando il comune di Grafemberg.
Ore 14. I superstiti del 7° e 8° reggimento della Cuneo raggiungono l’Isonzo, non così la ‘Taranto’, il 143° reggimento è colpito da fuoco concentrico da quota 157 e dalle pendici meridionali del Peuma stesso.
Ore 15,30 La ‘Cuneo’ arriva ad Osteria e quota 157 cade per aggiramento.
Ore 16,30. La ‘Treviso’ prende il Monte Peuma e procede verso il comune omonimo. 12“ Div., magg. gen. Emanuele Marazzi. Gli ordini impartiti la notte del 7 - 8 stabiliscono che la ‘Casale’ distrugga il ponte n.°6 e la ‘Pavia’, m. gen. Zampieri, blocchi i due ponti di Lucinico.
Ore 5,30. Il nemico fa saltare questi due ponti e quello della ferrovia, la rotabile si salva, (pag. 96). Questo significa che il nemico cede e che si trova in crisi irreversibile, ma potrebbe ancora salvare la città. Il gen. Marazzi, avanza perché intuisce la possibilità
di prendere subito la sponda sinistra dell’Isonzo; così telegrafa a Capello l’8 agosto alle 10,30: “Giudico forzamento del fiume sui ponti 6, 7 e 8 e con altri ripieghi, azione ardita ma possibile...
Risposta di Capello: “Confermo in modo assoluto che primo obiettivo è quello di sgombrare assolutamente da ogni resistenza nemica la riva destra dell'Isonzo. Stop. .. ”(cfr, ALL. 55/60, voi. Ili, Tomo 3° bis, Documenti, pagg. 127-132) Polemica per telegrammi.
Ore 12. La ‘Casale’ prende quota 240 del Podgora, ultimo pezzo del massiccio in mano al nemico.
Ore 14,30. La ‘Casale’ raggiunge il fiume. Il II/l 1° e unità del 28° genio guadano l’Isonzo.
Ore 15. Il 11/12°. Stessa azione a nuoto verso il ponte n.°5.
Il nemico spara violentemente, ma non ci ferma. I nostri nuotatori feriti annegano.
Sempre l’8. Brigata ‘Pavia’.
8 agosto. Mattina. Il sottotenente Aurelio Baruzzi, Medaglia d’Oro al V. M., brigata ‘Pavia’, guadato l’Isonzo, con un gruppetto di fanti entra per primo a Gorizia, innalza il tricolore sull’edificio della stazione ferroviaria. Così il Protagonista descrive il suo ingresso a Gorizia:”.. D’altronde sul ponte della rotabile di Lucinico non è assolutamente possibile il transito a causa di quella batteria che, appostata - pare - nei pressi dei giardini di Gorizia, continua a sparare con tiri diretti assai precisi; quale enorme vantaggio sarebbe per i nostri reparti poterla far tacere! Sarà questo uno dei compiti principali e più urgenti della nostra penetrazione in città. Nella nostra avanzata lungo il bel viale (allora Viale Francesco Giuseppe n.d.r.) di tanto in tanto siamo fatti segno da isolati colpi di fucile che ci procurano qualche ferito.
Sono pochi Austriaci nascosti dietro i grossi tronchi dei platani, sparano e si ritirano. Nonostante l'involontaria bevuta d'acqua... dell'Isonzo fatta nel guadare, ho la gola arsa dalla sete. A un certo
punto, sulla sinistra del viale trovo aperta una trattoria che porta la vistosa insegna Trattoria del Corso. Nonostante la sparatoria, il proprietario e la figlia se ne stanno sulla porta incuranti del pericolo di restare colpiti da una qualche pallottola errante.
“Che cosa avete da bere?'’
“Birra e bibite”.
“Prego, portatemi, per favore una birra”. Per evitare sorprese del nemico, attendo fuori, sulla strada. Dopo pochi secondi mi viene consegnato un bicchiere di fresca birra; la bevo in un solo fiato, tanta è la sete.
“Quanto costa?”
“Oh, nulla! ” Ma io insisto.
“Se proprio la voi pagar, sono quaranta centesimi”. Intendeva centesimi di corona austriaca, oppure di lira? Comunque, ora Gorizia è italiana in tutto e per tutto e pago con due ventini di nichel, dopo aver fatto portare una birra anche al mio sottufficiale e a Ferrazzo che mi hanno raggiunto. È certamente la prima moneta italiana in Gorizia italiana (10)
Ore 7,30. Colpo di mano. Una pattuglia del 28° cattura 200 uomini (pag. 97) asserragliati nel sottopassaggio della rotabile Mochetta - Podgora.
Ore 13,30. Il 28° tenta di guadare l’Isonzo. È bloccato.
Ore 15,30. Gli aprono la strada alcuni nuclei sfuggiti alle vedette nemiche. A quest’ora Baruzzi è nel centro della città, nei pressi del Caffè del Corso e del tribunale (op cit. pag. 169)
Il nemico. Per l’Imperiale e Regio Esercito l’8 è infausto.
Alle ore 22,20 il XVI Corpo, gen. Wurm, ordina l’arretramento della gloriosa 58“ sulle colline di Doberdò, l’ordine “riuscì inatteso per i comandanti del settore del Carso e li colse di sorpresa ”, (Relazione Ufficiale austriaca, Voi. V, p. 69). Amara, pericolosa ma coraggiosa decisione. Boroevic argomenta: “... Ho ritenuto di dover prendere la decisione suaccennata per quanto provata essa mi sia, per poter sperare di continuare la lotta con probabilità di buon esito”. (All. Relaz. Uff. au. Voi. Ili, pag. 102 -105) II nostro fante vede finalmente la luce della vittoria. Dichiara l’Arciduca Giuseppe, Comandante le forze imperiali sul fronte italiano: “... Parecchi ufficiati che conosco mi dicono che è facile cosa la guerra contro gli Italiani. Non è vero! Lotte più terribili di quelle combattute a Doberdò - e nemmeno paragonabili a questa - io, che ho girato su tutte le fronti, non ho mai viste”.

Arciduca Giuseppe

(1) Vittorio Locchi, La sagra di Santa Gorizia, I Gioielli dell’Eroica 2, L’Eroica, Rassegna Italiana diretta da Ettore Cozzani Milano 1926 - Anno XV -pagg. 21 e 53

(2) Anonimo 1916, in Virgilio Savona e Michele Straniero, Canti della Grande Guerra, Milano 1981, pagg. 208-213

(3) Testa di ponte di Piava, in territorio nemico, Medio Isonzo, da noi conquistata il 16 giugno 1915 e sempre mantenuta. Lotta accanita con le fanterie croate, (foto pag. 110) La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia febbraio 2009.

(4) Giuseppe Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. II, 1915-1917, Ed. Istituto delle Edizioni Accademiche, Udine 1939, Nota 3, pag 285.

(5)Fritz Weber, Dal Montenero a Caporetto, Ed. Mursia, Milano 1967, pagg. 208-211.

(6) Il generale Edoardo Antonio Chinotto, Medaglia d’Oro al V. M., si distingue per una carriera limpida e coraggiosa. Comandò la 32a Div., che prese
Piava. Redasse il piano operativo della sesta battaglia e prese le alture intorno a Monfalcone. Più volte ferito, nelle battaglie precedenti, si ammalò. Si
fa dimettere dall’ospedale e portare su una sedia in prossimità della battaglia di Gorizia. Muore all’ospedale di Udine il 25 agosto 1916.

(7) Vanna Vailati, Badoglio racconta ed. ILTE, Torino 10 dicembre 1955, pagg. 118-119.

(8) La conquista e la perdita di Gorizia genera, nei belligeranti, il bisogno di studiare nuove tecniche. Sull’argomento cfr. Gianni Baj Macario - Anton von Pitreich, Prima di Caporetto, la decima e l’undicesima battaglia dell’lsonzo, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia aprile 2007

(9)Op. cit. Ministero della Guerra, Comando Corpo di S.M. Uff. Storico, vol. IlI, Tomo 3°, pag. 98.

 (10) Per l’intera operazione cfr. Aurelio Baruzzi, Quel giorno a Gorizia, Ed. Paolo Gaspari, Udine 1999, pagg. 158-169 e segg., a pag. 228 è descritta la
consegna della Medaglia d’Oro da parte del Duca d’Aosta

(11) Col. A. Bronzuoli, Guerra e vittoria d’Italia 1915-1918. Tipografia A. Matteucci, Roma 1934 - XIII, pag 114.