lunedì 27 marzo 2017

I costi della Grande Guerra Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori - II parte

Il lavoro della Commissione sarà complesso e tormentato. Saranno sostituiti presidenti, molte le resistenze, "al limite del boicottaggio, costituirono un ostacolo oggettivo spesso insormontabile.
Il fatto apparve ancora più grave quando la Commissione parlamentare cercò di comprendere quante commissioni ministeriali fossero state costituite e avessero funzionato appena prima, durante gli anni di guerra e subito dopo. I risultati furono impressionati: i ministeri ne dichiaravano complessivamente 90 e la Commissione parlamentare ne scoprì 297. Per i funzionari ministeriali e per i consulenti le commissioni rappresentarono l’Eldorado nel quale le loro competenze e compresenze erano infinite” (V. Gigante, cit., 41).
Si parte di tante e svariate e tra loro disparate commissioni che solo se fossero onniscienti, e solo se potessero disporre di un tempo dieci volte maggiore di quello che è a disposizione di ogni mortale potrebbero attender con coscienza agli incarichi assunti. Vi sono commissioni la cui inutilità sorge dalla loro stessa denominazione e la cui efficienza induce semplicemente al riso” (Relazione generale. 37).
Un commento: “il proliferare di inutili e costose commissioni mostra la farraginosità della burocrazia della Pubblica amministrazione e ne segna anche la vulnerabilità, dalla negligenza degli omessi controlli fino alla conclamata corruzione” (V. Gigante, cit. 42).
“Emerge un quadro impietoso, in base al quale la cupidigia e la spregiudicatezza di tanti imprenditori e intermediari privati coinvolti (le cui innegabili responsabilità, con buona pace della Confindustria e dei suoi difensori e sostenitori, ben risaltano di volta in volta nelle indagini sui singoli contratti) poterono incontrare il successo auspicato grazie alla connivenza di gran parte dei responsabili delle pubbliche amministrazioni (senza tanto distinguere tra politici e funzionari) a sua volta resa possibile da strutturali carenze organizzative (aggravate dal venir meno delle norme di controllo contabile)” (F. Mazzonis, Un dramma borghese. Storia della Commissione parlamentare d’inchiesta, in C. Croccila-F. Mazzonis (a cura di) L’inchiesta, cit.. 225).
Da notare il “venir meno del controllo contabile”, la deroga utilizzata in tutte le emergenze, la porta aperta per ogni possibile illecito.
Corruzione, improvvisazione, imperizia. Le vicende iniziano nel 1914 con i primi approvvigionamenti di materiali. Un caso emblematico e quello di muli e cavalli sul mercato degli Stati Uniti. Gli ufficiali incaricati si recano in America, i più non conoscono la lingua inglese e in ogni caso non sono in grado di leggere e capire contratti e clausole. Gli incaricati decidono di non appoggiarsi all’Ambasciata italiana ma di muoversi autonomamente. Ricorrono a mediatori e a sensali italoamericani di dubbia moralità di cui diversi appartenenti della criminalità. I risultati sono disastrosi. Prima della partenza, a causa del mancato acclimatamento, più della metà dei cavalli muore. Sopravvivono cavalli bolsi e vecchi fisicamente inadatti all'uso militare. Le navi utilizzate per il trasporto erano inadeguate, spesso vecchi rottami, come nel caso della Evelyn che si incaglia nei fondali dell’Oceano Atlantico e che per disincagliarsi sacrifica 900 cavalli, gettati a mare.
L’Ilva e l'Ansaldo. La prima imponeva i prezzi che desiderava e, libera dalla concorrenza straniera, si era impegnata in una estesa campagna di finanziamento di giornali e talvolta di acquisto degli stessi. L’impegno economico aveva scopi strategici capaci di garantire di fatto il pieno controllo dei mezzi di informazione. L’elenco dei giornali finanziati è impressionate: 221 testate nazionali, locali e straniere con contributi in due anni dalla fine del 1917 e la fine del 1919 di ben 4 miliardi.
Si legge nella relazione finale della Commissione: "l’acquisizione delle azioni delle società editrici di molti giornali, nelle diverse città d'Italia non fu certamente compiuta per collocare in imprese redditizie dei milioni rimasti inoperosi ed infruttuosi nelle casse dell’Uva: bisognava aumentare intorno alla società, che viveva e prosperava a spese dello Stato, il coro delle voci dei grandi giornali ed il plauso compiacente dei piccoli, della platea. Bisognava, mediante la sapiente propaganda giornalistica, persuadere l’opinione pubblica del paese che la siderurgia è un dono offerto dalla provvidenza alla nostra vita nazionale... (I rapporti dello Stato con la società Ilva. in Camera dei deputati. Atti parlamentari. XXL Relazioni della Commissione parlamentare delle spese di guerra. 233).
E in questo contesto di sovraesposizione mediatica che l’
Ilva ha avanzato richieste di liquidazione di pagamenti infondati o irregolari. A guerra finita lo Stato, che pure era in credito, si sentì richiedere ben 131 milioni.
E non è stato un caso isolato. "Disorganizzazione, incompetenza, negligenza” in ogni settore. Anche l'Ansaldo non fu estranea ad illeciti. In particolare avendo venduto le stesse armi (cannoni) due volte. Fu per "pura distrazione”, si disse, e la società ammise la frode e restituì 9 milioni di lire. Anche nel settore aeronautico ci furono “irregolarità”, sia per la Caproni che per la FiatSia. La prima ricevette somme per aerei mai consegnati, la seconda ebbe somme per aerei inadatti al volo ma regolarmente pagati.
Anche in materia di forniture si ebbero sprechi e illeciti, come nell’acquisto di trattori, vecchi rottami inadatti ai terreni italiani. Scadenti erano le scarpe, il vestiario, le coperte, inservibili e pagate a caro prezzo. Un caso emblematico quello del panno grigioverde che avrebbe dovuto avere caratteristiche idrorepellenti. Invece il tessuto era scadente e si imbeveva di acqua.
Insomma la corruzione dilagò sovrana. Neppure Mussolini mandò avanti la Commissione d'inchiesta. Forse alcuni degli industriali coinvolti avevano finanziato il suo movimento, insomma si fece di tutto perché non venisse alla luce "quel mondo di vaste e ramificate collusioni e di giganteschi sperperi in cui sono state ampiamente coinvolte fette consistenti delle classi dirigenti e della pubblica amministrazione (compresi i militari)” (F. Mazzonis. Un dramma borghese. Storia, cit.. 209-4).
Insomma, una storia ignobile accanto ad eroismi ed a sacrifici inenarrabili di quanti nelle trincee combatterono per l’onore della Patria e della Bandiera, bagnati fino all’osso perché qualcuno aveva fornito panno grigioverde inadatto e qualche altro aveva chiuso un occhio e pagato somme non dovute, certamente intascando una ricca “provvigione”.
Salvatore Sfrecola

Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione. Roma

lunedì 20 marzo 2017

I costi della Grande Guerra. Non solo eroi, ma anche corrotti e corruttori - prima parte

di Salvatore Sfrecola, Presidente Ass.ne Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma

Abituati a pensare alla Grande Guerra come ad uno scontro di popoli e di eserciti sullo sfondo di una ridefinizione della geografia dell’Occidente e della mappa delle potenze europee ed a considerare soprattutto l'importanza delle operazioni militari e le gesta di generali e soldati, tendiamo a dare poco rilievo all'economia, cioè ai costi della guerra, alla acquisizione delle risorse necessarie, ai prestiti interni ed internazionali, alle imposte ed alle tasse con le quali è stato alimentato il bilancio dello Stato. e ancora alla regolamentazione dei consumi ed alla disciplina dei prezzi che ha interessato le popolazioni civili, in sostanza alle condizioni di vita di chi non era al fronte ma doveva contribuire, affrontando gravi sacrifici, all'impegno della Nazione in guerra.
La guerra ha avuto costi altissimi. Tuttavia non sono solamente questi i costi finanziari. Perche vanno considerate in primo luogo le perdite umane. ingentissime, ed i connessi oneri per l'assistenza degli invalidi, degli orfani e delle vedove, gli oneri per la ricostruzione delle infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, distrutte dalle operazioni militari, la riconversione dell’industria bellica. Per non dire del disagio e dei disordini sociali dovuti alle rivendicazioni di chi era al fronte ed ha perduto le attività professionali coltivate con personale sacrificio ma anche di coloro che si sono impegnati nelle fabbriche a guerra finita in fase di riconversione ed hanno perduto il lavoro.
Ogni calcolo è. dunque, necessariamente parziale ed inadeguato, come dimostra la varietà delle cifre che si leggono nei libri, anche perché i costi globali della guerra vanno depurati degli oneri ordinari, quelli che lo Stato avrebbe comunque dovuto sostenere anche in tempo di pace. Non tutti i costi, inoltre, sono stati registrati nelle contabilità dello Stato e degli enti pubblici.
Accanto ai costi “ordinari”, ingenti ma legittimamente pagati, vanno calcolati quelli conseguenti agli illeciti. che come sempre, e dovunque, sia pure in misura diversa, hanno soddisfatto interessi privati indebiti, a cominciare da quelli della grande industria. Guadagni andati spesso oltre il dovuto, essendosi instaurato un meccanismo di “corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate attraverso merce non consegnata, ma fatturata: merce avariata o scadente: merce pagata più volte: merce pagata tre o quattro volte
Il valore di mercato” (V. Gigante - L. Kocci - S. Tanzarella. La grande menzogna, Il Giornale - Biblioteca storica. 2015. 36). E’ stato accertato, infatti, che sul debito prodotto dai costi della guerra, che peserà per decenni sulla vita della Nazione, molto ha influito la corruzione.
“Si può dire che non vi fu nella vita dell'Italia un fenomeno corruttivo di pari dimensioni se non forse per la ricostruzione del terremoto dell'Irpinia 1980''(Ivi).
Il fatto è che, finita la guerra, la vittoria ed il successivo cambio di regime hanno messo la sordina su questi scandali.
Il coinvolgimento negli illeciti di vasti settori dell’amministrazione civile c militare rese difficile l’avvio delle indagini, così il materiale è rimasto per molto tempo accantonato e soltanto all'inizio degli anni ‘90 raccolto, catalogato e inventariato ha dato luogo al primo studio complessivo su una selezione del materiale disponibile sulla base di un lavoro pubblicato dalla Camera dei deputati (C. Croccila - F. Mazzonis (a cura di). L’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra ( 1920-1923), voi. I-III, Camera dei deputati. Roma 2002). È solo uno stralcio del grande materiale disponibile. Significativi, alcuni passaggi del famoso discorso del 12 ottobre 1919 con il quale Giovanni Giolitti, parlando a Dronero, si era impegnato ad affrontare il problema. Partendo dai costi della guerra, dal valore economico delle vittime. “Valutando a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel pieno del suo vigore un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all'anno. Vengono in seguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di 20 miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese: il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiari, approvvigionamenti automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.: il valore degli impianti per industria di guerra non utilizzabili per industrie di pace: le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte guerra: la distruzione di oltre la metà della marina mercantile: la rovina del materiale ferroviario, l'abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia: le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni: la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà: la grande diminuzione del patrimonio forestale: la scomparsa quasi totale di importazione d'oro da parte di forestieri e migranti, il disastroso rialzo del costo della vita, per la mancata produzione e della svalutazione della moneta. Non e possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano” (Discorso di S.E. Giovanni Giolitti pronuncialo in Dronero il 12 ottobre 1919 agli elettori della provincia di Cuneo. Tipografia Artale, Torino, 1919. 13-14).
Tutto questo va aggiunto al costo per la finanza dello Stato che si legge nel l'esposizione fatta dal Ministro del Tesoro alla Camera dei deputati il 10 luglio 1919. Cifre di tutto rispetto, le quali segnalano che al 31 maggio 1919 i debiti contratti per la guerra ammontavano a 64.166 milioni; a questi vanno aggiunti 8.378 milioni per le spese di guerra dell’escrcizio 1919-20 ed ancora 6 miliardi di debiti che il governo prevede di dover contrarre all'estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio (1919) sicché, spiega Giolitti a commento di quelle cifre, nei 12 mesi dal
1 luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato sette mesi dopo la firma dell'armistizio, “noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti. Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio” (Ivi, 14-15).
Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque l'Italia alla fine del 1919 ha un debito di 94 miliardi.
Torniamo alla corruzione, a quella “crudele e delittuosa avidità di denaro - sono ancora parole di Giolitti - che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese: a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture condanno dei combattenti: e a giunger fino all'infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito. La Camera nuova sentirà certamente la voce del Paese, che reclama giustizia” (Ivi. 21 -22).

Tornato al governo il 24 giugno 1920 Giolitti presenta un disegno di legge che istituisce la Commissione parlamentare d'inchiesta per le spese di guerra. L'iter parlamentare sarà breve ma si cercherà con ogni mezzo di limitarne i compiti.

lunedì 13 marzo 2017

Il 1916 in Medio Oriente


di Giovanni Parigi, Università degli Stadi di Milano


Il Medio Oriente, insieme al fronte occidentale e a quello orientale, fu il terzo grande fronte della Prima Guerra Mondiale. Il conflitto investì l’est dell’Anatolia, il Caucaso, la Mesopotamia. Suez, il Sinai, la penisola Arabica e la Palestina, per poi arrivare sino a Baghdad e Damasco. Però, a differenza dei fronti europei, oltre che un conflitto tra  imperi e fra stati, fu anche un conflitto tra popoli, come arabi, turchi, curdi e armeni.
Nel 1916. sul fronte Occidentale, si verificarono tre delle più grandi battaglie della guerra: Verdun, la Somme e lo scontro navale dello Jutland. Senonché. nessuna di queste battaglie ebbe un esito decisivo. Anche sul fronte orientale, nonostante gli iniziali successi dell'offensiva del generale Brusilov, il 1916 non fu un anno di svolta.
In Medio Oriente invece, nel medesimo anno, oltre ad una serie di battaglie comunque non decisive, si verificarono eventi che impressero poi una svolta al conflitto. Infatti, sul Sinai i turchi lanciarono una seconda grande offensiva diretta a conquistare il canale di Suez o, addirittura, arrivare al Cairo: però, i britannici resistettero e contrattaccarono avanzando in Palestina. Qui furono fermati sulla linea fortificata di Gaza, e questo stop spinse gli inglesi a riorganizzarsi, facendo affluire rinforzi e passando il comando al generale Allenby. Invece in Mesopotamia, risalendo il Tigri, i britannici furono fermati ad Al Kut, dove circondati subirono una gravissima sconfitta ad opera dei turchi e delle milizie tribali.
Intanto, sul fronte caucasico, i russi otterranno qualche successo prendendo Erzurum e Trebisonda, e poi attestandosi a Erzincan.
Senonché, nel 1916 in Medio Oriente si verificarono anche due eventi - uno militare e uno politico - di portata storica le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Da un lato, infatti, fomentata dagli inglesi scoppiò la Grande Rivolta Araba, dall'altro Londra e Parigi conclusero un accordo segreto, noto come accordo “Sykes-Picot” per la spartizione del Medio Oriente, una volta terminata la guerra.
Infatti, lo sceicco hashemita della Mecca Hussein era stato allettato dalle vaghe promesse dell’Alto Commissario britannico in Egitto, sir Mc Mahon, in merito alla futura creazione di un grande regno arabo che sarebbe sorto dalle ceneri dell’Impero Ottomano. Di conseguenza, anche grazie alla presenza dell’agente inglese Lawrence d’Arabia, si decise a radunare una annata tribale, e insieme ai figli Abdullah e Faisal, di attaccare gli ottomani; dopo un iniziale insuccesso a Medina, nel luglio del 1916 cadeva la guarnigione ottomana della Mecca e lo sceicco successivamente si impadronì del porto di Gedda, strategico perché permise l’arrivo di consistenti rifornimenti britannici provenienti dall’Egitto. I contrattacchi del comandante ottomano Fakhri Pasha. che manteneva forze consistenti a Medina, furono altresì sconfitti grazie all’appoggio aereo-navale inglese.
Nel frattempo, francesi e inglesi stavano negoziando in segreto le reciproche sfere di influenza in Medio Oriente, dove peraltro non prevedevano affatto la nascita del grande stato arabo per cui lo sceriffo Hussein stava combattendo. E da notare che, all'inizio delle trattative, era previsto che anche i russi dovessero ottenere una ampia fascia di territorio nel nord-est della penisola Anatolica; però poi la Rivoluzione bolscevica fece decadere ogni relativa ipotesi.
Furono dunque il britannico Sykes ed il francese Picot a tracciare i confini attuali degli stati del Medio Oriente, ma lo fecero secondo le esigenze di controllo e influenza di Parigi e Londra, e non certo tenendo conto della complessa realtà sociale, religiosa ed etnica mediorientale.
Fu Sykes che, nel dover trovare un confine tra la zona d’influenza britannica e quella francese, guardando una cartina del Medio Oriente disse “Vorrei tirare una riga dalla “i” di Acri all'ultima “k” di Kirkuk. Forse, questa frase basta da sola a spiegare le origini profonde degli attuali conflitti etnici e settari in Turchia, Siria, Iraq, Libano, Palestina e Israele.
Per inciso, alla fine lo sceicco Hussein ebbe un suo regno, ridimensionato a parte della penisola Arabica; il suo regno però durò poco, infatti gli fu strappato da un altro sceicco arabo Abd al Aziz ibn Saud, che nel 1932 si proclamò re dell'Arabia Saudita. Quanto ai figli dello sceriffo, Abdallah diverrà il capostipite della dinastia hashemita tutt'ora regnante in Giordania; suo fratello Faisal, invece, dopo essersi autoproclamato re di Siria, ne sarà cacciato dai francesi. Sarà poi "ripescato” dagli inglesi che lo insedieranno quale re di Iraq.



domenica 5 marzo 2017

Il governo debole e l'"uomo forte"



Damiano Palano, Universi Cattolica 

Già alla vigilia della Prima guerra mondiale il vecchio blocco politico giolittiano aveva in larga parte smarrito il controllo del «Paese reale», senza che però fosse contemporaneamente emerso un nuovo blocco, capace almeno temporaneamente di stabilizzare il sistema. Se l'ingresso in guerra, come ha scritto Antonio Varsori, «fu in qualche modo la sconfitta del ‘sistema giolittiano'», è infatti «difficile sostenere che esso fu la vittoria di Salandra e dei liberali consenatori», perché «troppo diviso era il fronte antigiolittiano creatosi nelle giornate 'radiose' maggio 1915». L’eterogeneo fronte interventista si dimostrò infatti sin dai primi mesi di guerra estremamente fragile al proprio interno e politicamente debole, specialmente dopo che l'attesa di una di una rapida vittoria prese a scontrarsi contro la realtà della guerra di posizione. Ma la debolezza del governo guidato da Antonio Salandra fu enfatizzata anche dai conflitti con i vertici militari, in ordine a questioni tutt'altro che marginali. Già negli anni che avevano preceduto il conflitto mondiale i rapporti tra la classe politica liberale e gli ambienti militari erano stati piuttosto problematici, se non addirittura conflittuali, non tanto per il forte legame esistente tra le forze armate e la Corona, quanto per l'evidente - talvolta persino ostentato - disinteresse di molti uomini di governo per le questioni strettamente militari. Il generale Cadorna, fin dal 1908, aveva d'altronde precisato che, in caso, di guerra, avrebbe assunto il comando solo a condizione che gli fosse concessa una piena libertà d'azione nella preparazione e nella conduzione delle operazioni. .Via la situazione cambiò nel momento in cui divenne chiaro che la guerra si sarebbe protratta ben oltre le iniziali previsioni.
La prima rilevante incrinatura nella fiducia concessa a Cadorna emerse infatti nel dicembre 1915, quando le operazioni militari furono sospese senza che Gorizia fosse stata conquistata. Nel gennaio dell'anno seguente il ministro della Guerra, generale Zupelli, espose al Consiglio dei ministri un piano alternativo, che avrebbe consentito di isolare Trieste. A seguito dei rilievi avanzati da Zupelli, il Consiglio dei ministri formulò inizialmente la proposta di affiancare a Cadorna un Consiglio di difesa, composto da civili e militari, che però era un organo previsto solo in tempo di pace. La costituzione in tempo di guerra di un simile comitato avrebbe così richiesto uno specifico decreto, che non Hi però mai approvato, probabilmente perché ciò avrebbe comportato le immediate dimissioni di Cadorna. Salandra non nascose al sovrano la gravità della situazione che si era andata delineando, e «Tutti gli ufficiali che sono venuti dal fronte», scrisse per esempio in una lettera al re del 30 gennaio 1916, «hanno diffuso l'impressione che ricominciare, come pare si prefigga il Comando supremo, prcss'a poco negli stessi luoghi e nelle stesse forme, l'attacco alla linea dell'Isonzo sia come dare della testa al muro». In realtà il piano di Zupelli non ottenne un sostegno da parte del governo e fu rapidamente accantonato. Prendendo atto dell'ostilità dell'esecutivo nei suoi confronti, Cadorna iniziò però a organizzare una vera e propria campagna giornalistica - a dir poco celebrativa della figura del generale - che doveva sostenerlo nella battaglia contro Zupclli e che si valse per esempio delle firme di Ugo Ojetti e Luigi Barzini.
Alla fine del mese di febbraio il contrasto raggiunse il punto culminante, perché Cadorna - anche a seguito degli insuccessi delle operazioni italiane in Albania, di cui proprio Zupelli era stato sostenitore, contro il parere del capo di stato maggiore - chiese al presidente del consiglio l'allontanamento del ministro della Guerra. Dopo pochi giorni, il 9 marzo, Zupelli abbandonò effettivamente l’incarico di ministro della Guerra, sostituito dal generale Morrone. E proprio l'esito dello scontro certificò - anche agli occhi dell’opinione pubblica - che Cadorna si collocava in una posizione di sostanziale supremazia dinanzi all'esecutivo. 1 dissidi tra vertici militari e politici, rimarginati dalla nomina di Morrone, dovevano riaffiorare circa due mesi dopo, quando, il 15 maggio 1916, gli austriaci diedero l'avvio alla Strafexpedition, avanzando in territorio italiano.
Anche in questo caso, la proposta del governo di convocare un consiglio comprendente, oltre ai ministri coinvolti, i generali Cadorna, Porro e i comandanti delle armate, fu respinta, sempre nel timore che una forzatura avrebbe provocato le dimissioni del capo di stato maggiore. All'inizio del mese di giugno le gravi ripercussioni che la violazione dei confini nazionali andava producendo presso l'opinione pubblica indusse però il governo a valutare seriamente l'ipotesi di sostituire Cadorna. Ciò nonostante, il Consiglio dei Ministri deliberò all'unanimità di lasciare il generale al suo molo.
In quel momento Salandra stava d’altronde già per uscire di scena, e la composita coalizione che lo aveva sostenuto al momento dell'entrata in guerra si era ormai dissolta. Il fronte degli interventisti - tenuto insieme soprattutto dall'anti-giolittismo e composto da conservatori, liberali nazionali, nazionalisti, democratici, mazziniani, anarcosindacalisti, anarchici - era evidentemente troppo eterogeneo per reggere dinanzi agli sforzi di una guerra di posizione. Ma il nuovo esecutivo, presieduto dall'ormai anziano Paolo Boschi, pur potendo contare sull'appoggio di un'«unione nazionale», non si rivelò né più forte, né più energico del precedente. Come ebbe modo di rilevare sarcasticamente Francesco Saverio Nitti, «era il ministero della debolezza che simulava la forza».
La presenza nel governo di Leonida Bissolati, ministro senza portafoglio ma incaricato di fatto di formare una sorta di collegamento tra il governo e il Capo di Stato Maggiore, fu però all'origine di tensioni piuttosto rilevanti. Nel corso del primo anno di guerra, gli interventisti non avevano esitato a celebrare in Cadorna l'«uomo forte», contro le esitazioni di un governo debole. Ma quando Salandra rassegnò le proprie dimissioni da Presidente del Consiglio, l'atteggiamento degli ambienti più radicalmente interventisti stava già cambiando, perché, in seguito al trauma della Strafexpedìtion, Cadorna stava incominciando a perdere buona parte del proprio prestigio. Già dalle primissime fasi della guerra, il Generale aveva guardato d’altronde con molto sospetto quei deputati che si erano arruolati ufficiali e che, in zona di guerra, potevano rivelarsi potenzialmente come ‘controllori politici' dell'autorità militare. E proprio questo atteggiamento doveva condurre Cadorna a diffidare fin dall'inizio del ruolo di Bissolati. Quest'ultimo, espulso dal Psi nel 1912, allo scoppio della guerra si era arruolato nell'esercito, a dispetto della sua non più giovane età. Insieme a Benito Mussolini rappresentò così agli occhi dell'opinione pubblica la componente più nota dell'interventismo ‘rivoluzionario’, un fronte piuttosto eterogeneo che però aveva assunto un molo politico significativo in occasione della formazione del ministero Boselli. E forse anche per questo Cadorna rifiutò in termini netti, nell'agosto 1916, di riconoscere a Bissolati un qualsiasi ruolo di intermediazione. La posizione di Bissolati nei mesi seguenti fu però minata dal processo contro il colonnello Giulio Douhet, perché risultò evidente che il militare – nel mese di ottobre condannato per avere redatto un memoriale 'anticadorniano' - aveva avuto frequenti contatti con il ministro.
Contro Bissolati si avviò dunque una energica campagna stampa, che sancì la sconfitta del tentativo del governo Boselli di esercitare un seppur minimo controllo dell'attività del Comando supremo. Come ha scritto Piero Melograni, Cadorna «aveva dimostrato ancora una volta di possedere un'energia ben diversa da quella della maggioranza dei politici del suo tempo: di essere, in altre parole, ‘l’uomo forte’ della situazione». Nel corso della prima metà del 1917 la posizione degli interventisti venne d'altronde a convergere nuovamente con quella del capo di stato maggiore, soprattutto in ordine alla convinzione che fosse necessario combattere i «nemici interni». Nel clima creatosi in seguito alle notizie della rivoluzione russa, gli interventisti iniziarono infatti a guardare con sempre maggiore insistenza a Cadoma e al «governo di Udine» come a un'alternativa auspicabile. E i sospetti che nella primavera del 1917 presero a circolare intorno alle «aspirazioni dittatoriali» del Generale non fecero che acuire la diffidenza reciproca, rendendo sempre più problematici i rapporti tra il governo e i vertici militari.



domenica 26 febbraio 2017

E la cronaca scopre la guerra

di Giorgio Guaiti, Giornalista e scrittore, Milano

Bombe sulle città


Bombe austriache su Treviso (foto trovata in rete)
Si chiamava Giuseppe Crippa. Aveva 31 anni e faceva il calzolaio a Monza. Il suo destino, purtroppo, era quello di passare alla storia come una delle prime vittime di un bombardamento aereo.
La mattina del 14 febbraio 1916, poco dopo le 9, era nella sua bottega, a due passi dalla chiesa di San Biagio, quando un solo aereo austriaco cominciò a lasciar cadere le poche bombe che gli apparecchi dell’epoca erano in grado di trasportare: un paio finirono fra orti e campi, una sulla caserma dei Carabinieri, senza però provocare grandi danni, una nel recinto della Cappella Espiatoria e una proprio sull’edificio in cui si trovava il giovane artigiano, uccidendolo sul colpo.
La sua storia è raccontata dalle pagine de II Cittadino, storico settimanale monzese, che il 17 febbraio, sotto il titolo “Vandali!” diede voce all’indignazione di Monza e di tutta la Lombardia per le bombe, che, nella mattina di San Valentino, avevano colpito anche Milano, Bergamo e Treviglio. “Non bastavano alla malvagità dei nostri avversari - si legge sulla prima pagina – i lutti profondi che le moderne e potenti armi disseminano nelle file degli eserciti combattenti, occorreva far sentire la brutalità della guerra pur  rammezzo alla popolazione civile: fra questa popolazione che non aveva fin qui ansie che pei figliuoli e fratelli lontani”. “E sia. La popolazione monzese, come quella di Milano e come le altre già provate, non si è affatto lasciata sgomentare dalla minaccia che per una buona mezz’ora le incombeva, ma è accorsa  remurosa e solidale, in uno slancio di fraterna solidarietà, laddove più gravi erano le notizie dei danni”.
La notizia era già stata riportata il 15 febbraio sulle prime pagine di tutti i giornali italiani e da molti  quotidiani stranieri (New York Times compreso): 12 morti a Milano (saliranno a 18 nei giorni successivi), due a Monza (a Giuseppe Crippa, dopo una breve agonia, si aggiunse Maria Galliani, di 36 anni), decine di feriti a Bergamo e a Treviglio. Per una volta a raccontare il dramma della guerra non erano però i corrispondenti dal fronte, ma i giornalisti fino ad allora impegnati nelle normali cronache cittadine. “lncursione di areoplani austriaci sulla Lombardia. Bombe su Milano, Monza Treviglio e Bergamo. Morti e feriti fra la popolazione civile” titola in prima pagina il Resto del Carlino. E nel testo si assiste ad una originale (forse unica) collaborazione fra tre testate normalmente in aspra concorrenza. “Il Secolo e il Corriere della Sera - scrive il quotidiano bolognese - pubblicano i seguenti particolari sull’incursione degli aeroplani austriaci.
Questa mattina verso le 7 e 30 venivano segnalati dai posti di osservazione due apparecchi nemici. Un Albatros e un Taube che si dirigevano sulla città” e “si librarono anche su Greco, Turro, Sesto San Giovanni e Monza”. Le bombe cadono a Porta Volta, Porta Romana e Porta Venezia. “Nelle scuole comunali e alle medie - scrive ancora il cronista - furono fatti uscire immediatamente gli alunni e le alunne dalle aule e fatti rifugiare nei piani inferiori. I maestri e i professori mostrarono un contegno ammirevole”. Poi spazio ai nomi dei morti e dei feriti, al discorso del sindaco Caldara e alla denuncia di un’azione dal chiaro sapore  strategico: colpire le città non tanto per provocare danni materiali, quanto per seminare il panico.
Le bombe sui centri urbani non erano una novità assoluta: dall’inizio dell’anno erano già state colpite città del Veneto e della costa adriatica, che continueranno ad essere gli obiettivi privilegiati degli aerei imperiali. Rimarranno però casi piuttosto rari nell’intero corso del conflitto. Così, all’indomani del bombardamento, le prime pagine dei giornali tornano ad essere occupate dalle cronache dal fronte, a cominciare dai resoconti della battaglia di Verdun.
Tre mesi dopo a prendere spazio sono gli articoli su quella che passerà alla storia come Strafexpedition. Le prime notizie compaiono sul Corriere della Sera del 17 maggio con il titolo: “L’offensiva austriaca s’inizia nel Trentino” e soltanto il 27 maggio si comincia a parlare di “Austriaci respinti a Coni Zugna e in Valsugana”, ma si dà anche notizia di una “Accanita lotta sull’Altipiano di Asiago”. Il 3 giugno sono i “Sanguinosi scacchi inflitti al nemico” a tenere banco, per lasciare posto,  il 4 giugno, ad un più definitivo “L’offensiva austriaca nettamente arrestata”. La conclusione vera arriva però il 27 giugno con un titolo a tutta pagina: “Gli  austriaci costretti a ripiegare su tutta la fronte dalla Vallarsa alla Valsugana”.
L’Altipiano di Asiago torna ad essere protagonista delle cronache dal fronte circa un anno dopo, all’inizio della Battaglia dell’Ortigara. Il primo segnale dell'offensiva italiana arriva sul Corriere il 12 giugno con il titolo: “Le truppe italiane attaccano sull’altipiano di Asiago riconquistando il passo dell’Agnella e parte del monte Ortigara”. Una conquista che viene raccontata in tutta la sua drammaticità da Gino Piva (giornalista, poeta e scrittore) sulla prima pagina del Resto del Carlino del 13 giugno: “La battaglia diventò, in un momento, infernale. Per ogni varco aperto la fanteria scelta si gettava avanti e non retrocedeva contro ad alcuna insidia nemica. Brillavano delle mine, ma come si aprivano nei punti di scoppio dei crateri, questi erano improvvisamente occupati da mitragliatrici nemiche che contendevano il passo ai nostri che si slanciavano all’attacco arditamente. A loro volta i nemici facevano brillare delle altre mine e, mentre avevano fatto quasi tacere i loro cannoni, sullo spazio degli urti ricomparivano con tutta la loro violenza. La guerra ormai è tale: la caverna ha sostituito la trincea e non è più il superamento di linee ben demarcate sul terreno che costituisce lo sforzo degli attaccanti, ma una penetrazione terribile onde strappare il nemico dalle viscere della terra”. Difficile rendere meglio la violenza dello scontro rispettando le regole della censura: la morte, bandita per ordine superiore da ogni corrispondenza, è presente in ogni riga della narrazione.
La guerra, dunque, viene raccontata dal fronte, ma nelle pagine dei giornali ci sono anche cronache politiche, notizie sportive, spettacoli e pubblicità che continuano a disegnare una quotidianità lontana dai combattimenti, dal pericolo, dalla morte. Quella che ne esce è l’immagine di un Paese in ansia per le sorti dei propri cari e per l’andamento del conflitto, ma che riesce tutto sommato a proseguire una vita normale.
Tutti i giorni, ma non in quella mattina di San Valentino, quando la guerra arrivò dal cielo, sulle città.

lunedì 20 febbraio 2017

Ortigara: sacrificio annunciato ed inutile - seconda parte

52° divisione.
Ore 1. Il generale Di Giorgio informa i comandanti in sottordine: col. brig. Probati. col. Ragni, col. Stringa, ten. col Cavandoli, c.te l'artiglieria del 22° Gruppo da montagna, che l'attacco inizierà alle ore 6, con qualunque tempo.
Ore 4. Il Generale espone al collega Como Dagna i dubbi dei comandanti di reparto sulla riuscita dell'azione. Como Dagna ritiene che i dubbi siano frutto di *Tormento morale e fisico”. La cima dell'Ortigara sarà presa solo un'ora dopo l'inizio dell'attacco, (pag. 227).
Ore 6.1 battaglioni ‘Valtellina' e ‘Monte Saccarello*. della colonna Gazagne, partono dal Costone dei Ponari e investono L’Ortigara a ondate. Nell'attacco il ‘Monte Saccarello’ perde 22 ufficiali. 162 alpini ed il comandante stesso, maggiore Firmino Favaro. Un anonimo alpino del ‘Valtellina* ha lasciato scritto: “...Si preparava intanto la gran prova contro M. Ortigara iniziata il 19 giugno 1917. Rimarrà per lungo tempo nelle memoria nostra quest'azione. Il “Valtellina” fermò la prima ondata d'assalto. Partì dalle posizioni di difesa alle ore 17 del giorno 18 per raggiungere Costone dei Ponari, punto di partenza per l'assalto. L’ordine venne. E Monte Ortigara, che sembrava inespugnabile, dovette cedere di fronte allo slancio, alla calma, all’audacia dell’alpino. Partirono le ondate una dopo l'altra, con precisione e ordine da piazza d'armi ed il nemico, sebbene annidato in caverne, dovette arrendersi. Con poche parole si narra l'azione di M. Ortigara. Altre parole sono inutili. Vi sono cose inenarrabili e tentandone la narrazione si deturpano la grandiosità e la bellezza. Tutti in questa giornata si distinsero: ufficiali, caporali, soldati, tutti, nessuno escluso.
Gloria a tutti, a tutti i caduti, feriti, illesi, usciti miracolosamente da quell'inferno. Ottocento furono i militari posti fuori combattimento''. (Pieropan. pag 227)
Ore 7. Il ‘Valtellina' prende il costone ovest dell'Ortigara; lo ‘Stelvio' conquista la vetta: in sequenza arrivano in vetta le compagnie: 137a, 113a e 89“. Il maggiore Faglia, comandante lo ‘Stelvio* ricorda: “Non è una'avanzata, è una corsa verso q. 2.105” . Gli alpini non si curano del micidiale fuoco nemico.
Ore 7. Dal fianco orientale della montagna avanza il ‘Verona', seguito dal ‘Sette Comuni', il cui comandante Milanesio, è gravemente ferito e ricorda. “Alle prime luci dell'alba il Sette Comuni è ammassato sotto i roccioni dell'Ortigara, alle ore 6, secondo l'ordine, i battaglioni riprendono risolutamente ma calmi la marcia verso l'aspra salita ..." (Pag. 229-230) La 145a Compagnia conduce la prima ondata con tale veemenza che il nemico in parte si ritira verso il Passo di Val Caldiera e in parte si arrende. Ricorda ancora Milanesio: “...dense colonne di prigionieri scesero sollecite nel vallone dell'Agnellizza... in quei primi momenti la fucileria nemica non dava segni di eccessiva reazione... i nostri alpini al massimo dell'entusiasmo per la conquista dell'agognata posizione... erano pronti a seguire i capi con irrefrenabile trasporto, avanti, avanti...” (Maggiore Ettore Milanesio. Battaglione Sette Comuni, a cura del 10° reggimento alpini. Roma 1934, in Pieropan, op cit. pag. 230)
Presa quota 2.105. la battaglia sembra finita.
Ore 6. Il battaglione ‘Monte Baldo*, alla destra del ‘Verona*, attacca: “Savoia!... è un urlo, un grido rombante col fragore dei grossi calibri... è un ondeggiare fantastico di baionette avanzanti, un formicolio di giovinezze italiche correnti alla vetta agognata.
L'Ortigara è presa...". Così il tenente Rigo.
(Tenente Rigo Firmino Gustavo, Il battaglione Monte Baldo nella guerra 1915-1918, Verona 1919; in Pieropan pagg. 230-231).
A sostegno del ‘Monte Baldo* giunge il ‘Bassano*.
Anche la brigata ‘Piemonte* registra “lo sbalzo magnifico*' delle sue tre colonne di testa, che giungono contemporaneamente su quota 2015. Si ha notizia che tra le ingiustamente rarissime decorazioni, è concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare al capitano Parolari. comandante la 137* compagnia, (pag 232) Secondo l'italico vizio della recriminazione, anche per questa medaglia si polemizzò su chi fosse arrivato veramente per primo. Tuttavia, il tumultuoso momento dell'arrivo su quella piatta sommità, salva la buona fede di ogni soldato, (cfr gen. Faldella in Pieropan. pag. 232) Il generale Cablati crede alla motivazione della decorazione che così si conclude: “...la conduceva |Parolari) di slancio alla conquista di importante posizione nemica, giungendovi per primo”, (pag 232) Secondo la Relazione ufficiale italiana le tre teste di colonna giunsero contemporaneamente sulla vetta. (Pieropan pag. 232) Presa la cima, catturiamo: 74 ufficiali e 944 soldati. Sono in nostre mani anche 5 cannoni e 14 mitragliatrici; in pratica il 11/4° Kaiserjàger, pur valoroso, non esiste più. (pag. 233) Mentre procedeva l'azione sull'Ortigara.
il colonnello Porta da quota 2101, conduceva le sue forze alla presadel Passo di Val Caldiera, fallita il 10 e li giugno, (pag 233). La prima ondata è fermata dagli Imperiali in posizione elevata. Il ‘Val Stura* perde quasi tutti gli ufficiali. Seguono gli altri battaglioni già provati. L'azione non riesce. Ore 9. Secondo Cabiati tutto finisce a quest'ora.
Ore 10,30. Secondo Como Dagna la colonna Probati ha perso 32 ufficiali e 1.033 fanti, (pagg. 234 -235)
Non c'è respiro. I reparti già colpiti: ‘Valtellina', ‘M. Stelvio', ‘M. Saccarello* etc.. vengono rischierati. L’artiglieria nemica li decima e poi inizia a spazzare quota 2.105. Gli alpini non schiodano: la 137" dello ‘Stelvio’ non lascia la vetta: intanto continua il tiro nemico dall'Altopiano e dalla Valsugana. Dello ‘Stelvio’, si constaterà il 20, mancano 7 ufficiali su 22 e 280 alpini su 600. Qui notevole l'impegno del sottotenente Bevilacqua, sacerdote, ma combattente, che al posto di medicazione proprio di questi alpini si occupa. Il maggiore Faglia ricorda che gli alpini: “sotto il fuoco dell’artiglieria e presi d'infilata da fitto fuoco di mitragliatrici che, da M. Campigoletti,
facevano scempio nelle file del battaglione. Anche qualche colpo troppo corto del nostro fuoco d'interdizione arrivava nella schiena della 137“ compagnia che coronava la vetta. Due, tre volte parve che la linea dei nostri uomini oscillasse sotto le mazzate dell’artiglieria e sotto la gragnuola delle mitragliatrici che falciavano e facevano rotolare i corpi dei soldati colpiti giù per la ripida china del monte; ma subito si riprendeva alla vista degli ufficiali che, magnifici e ovunque presenti, in quel vero cataclisma... ispiravano la fiducia che rinfresca e sprona fino all’eroismo.” «Lo “Stelvio” tenne duro.» (6)
I resti dei morti nemici erano frammisti ai nostri. Confusione e concitazione non impediscono agli alpini di fermare il nemico che arriva da Monte Campigoletti e Castelnuovo, anzi, secondo il generale Faldella la 113* compagnia che punta su Campigoletti, viene richiamata.
Non sapremo mai il perché di questo ordine assurdo, che permise agli Imperiali di chiudere la falla tra quota 2.060 e il Campigoletti. (pagg. 238-240) Il momento prezioso svanisce così. (pag. 241-243)
La sostanza è questa: l’Alto Comando della VI Armata, sistemato a Monte Bertiaga era troppo lontano e defilato dall’Ortigara, mentre quello austriaco era opportunamente vicino. Quelli non conoscevano il terreno, questi ultimi sì.
Ore 9,55. Il generale Di Giorgio ordina al col. brig. Probati di riordinare i reparti sull'Ortigara per proseguire l'azione.
Ore 11,42. Probati obbedisce ma presenta, con risposta tramite portaordini, le sue osservazioni circa le difficili condizioni dei reparti e sulla necessità di un nuovo intervento di artiglieria, né sa quando potrà riprendere l'avanzata, (pag. 245).
Ore 15. Di Giorgio risponde e consiglia di rinviare la ripresa dell'avanzata. .Stranamente il generale Montuori. comandante il Corpo d’Armata, si assenta dal suo comando, ma lascia al suo sottoposto Como Dagna. l'ordine di trasferire sull'Ortigara tre batterie da montagna. I messaggi sono affidati ad un portaordini che riesce nell'impresa. Spesso però ci lasciava la pelle.
Ore 12. Una ricognizione iniziata alle 6 da alcune pattuglie conferma a Como Dagna che le mitragliatrici del Campigoletti ci colpiscono da quota 2.105. Secondo un nuovo rapporto le difese nemiche del Campigoletti sono tanto malconce da non poter resistere ad un nostro attacco. In più la brigata ‘Regina' potrebbe attaccare guidata da alpini della zona. Il Comandante del Corpo d* Armata nega il permesso: bastava l'artiglieria a neutralizzare il Campigoletti. Siamo ormai sulla difensiva.
Ore 16. Il Di Giorgio dispone l’avvicendamento dei battaglioni più prov ati con tre del 10° fanteria, col. Pizzarello.
Ore 16,30. Como Dagna comunica che la ‘Regina' è a disposizione della 52'*. Ma il movimento era già avvenuto alle 16! Ciò la dice lunga sulla collaborazione tra i comandi, (cfr Pieropan. Pag 246-249) Il comandante della ‘Regina’, col. brig. Biancardi. Informa che i suoi fanti da due mesi “marciano e dormono per terra e non sono in grado di operare in alta montagna."
Ore 20,45. Mambretti con il fono n°. 456 informa Cadorna che non prevede progressi sull'Altopiano; pertanto sospende le operazioni offensive. Solo alle 17,15 del 20 giugno Cadorna risponderà: “Prendo atto approvo disposizioni comunicatemi con fonogramma 456 data ieri”. (Pieropan. pag 252) Mambretti. invece, ordina all'ala destra del XX Corpo, cioè alla 52a divisione, di continuare con attacchi locali. Contraddizione.
Ore 22. Como Dagna risponde al fono di Di Giorgio delle 16: prigionieri informano circa un imminente contrattacco nemico, il 10° fanteria sostituirà i battaglioni alpini più provati; Di Giorgio chiede l'elenco delle perdite.
Ore 23. Il generale Di Giorgio, con fono recapitato da un portaordini, informa il collega d'aver suddiviso la linea di difesa di quota 2.105 in tre settori, (pagg. 249-251) A fine giornata le perdite: Caduti 28 ufficiali e 450 alpini: feriti 115 ufficiali e 326 alpini.
51“ divisione. Conduce solo inteneriti d'artiglieria; le sue truppe essendo mancata l’occupazione di Passo Caldiera, da parte della 52a, non si muovono.
Balletto di responsabilità. L'offensiva, nel suo complesso, deve procedere o no? Né Mambretti né Montuori né Cadorna decidono. I soldati restano in mezzo al guado. (Pieropan. pag 252-253)
Gli Imperiali.
Il 19 giugno se lo ricorderanno anche loro, ma per ragioni opposte alle nostre: quasi annientati come forza organica sul terreno, improvvisamente si trovano di fronte soldati fermati dai loro stessi comandanti. Cronologia essenziale dei mov ¡menti del nemico.
Ore 7,30. Osservatorio di Monte Campigoletti.
Il VII Feldjäger informa i comandi sulla nostra avanzata. Preoccupa la ‘Colonna Porta’, diretta a Passo Caldiera. A Cima Ortigara occupata, il Comandante della 6a div isione, teme che gli italiani oltrepassino il monte e dilaghino nell'Altopiano. Egli chiede rinforzi dall'osservatorio Como di Campov erde. Il generale comandante il III Corpo d'Armata invia tre reggimenti di fanteria ed uno di Schützen.
Ore 10. Krautvvald comunica al Comando dell* 1 la Armata che 5-6 battaglioni italiani sono a 500 metri da Monte Castelnuovo e una parte di loro dirige su Campigoletti. La 6a divisione si sta dissanguando, la 22" .Schützen è allo stremo, priva di riserve. Krautvvald “...per rimediare i danni dell'irruzione italiana, e poter poi mantenere la nostra posizione, non vi è altro mezzo che un contrattacco tendentea ripristinare la situazione iniziale. Le previsioni per questo contrattacco sono oggi migliori che dopo il primo attacco italiano del giorno 70”. (Pieropan, pag. 254). Donde nasce questa certezza? Forse il Generale conosce l'arte div ¡natoria? No: l’osservatorio di Campoverde gli ha comunicato che gli italiani presa quota 2.105, si sono fermati. Ma il pericolo resta: se le fanterie italiane procedessero?
Ore 12. Il generale Conrad von Hötzendorff, comandante il gruppo eserciti del Tirolo - sede a Bolzano -, è richiesto di nuove fanterie e artiglierie poiché: “Il consumo delle forze all'ala sinistra della 6° divisione è enorme; i battaglioni ritirati da quell'inferno sono ridotti a scorie”. Così il generale Scheuchenstuel. comandante l'11° Armata. Per esempio il 111/14° era rimasto con circa ottanta fucili ed il 11/4° Kaiserjäger, come abbiamo visto, non esisteva più. Conrad ottiene la 73a divisione di fanteria nella quale ripone molta fiducia; infatti, si tratta di esperti soldati di montagna comandati da un generale altrettanto esperto, Ludwig Goiginger. che aveva fermato gli italiani sulle Dolomiti; in riserva la II brigata di fanteria.
Ore 15. Il III Corpo d* Armata approva il contrattacco proposto da Krautvvald. A sera sono rimpiazzate le truppe ad ovest dell'Ortigara. (pag. 255) La Relazione ufficiale austriaca pone in evidenza tre punti a favore degli italiani: - la superiorità numerica. - l'apporto dell’aviazione. - lo sforzo della divisione alpini. La lotta a “15 - 20" passi dai reticolati austriaci tenuti dal 14° ovvero il reggimento della città di Linz. (pag. 258) Stoccata finale. Il col. brig. Von Sloninka così opina in una sua memoria: “Quali possibilità di successo si sono lasciati sfuggire gli italiani!” Gli italiani si accontentarono di un “... successo iniziale di per se stesso insignificante... essi dimostrarono di essere padroni del mestiere delle armi, ma non dell'arte della guerra”. (in Pieropan. pag 258) Per il nemico ed in parte anche per noi i comandi italiani non vedono oltre il proprio naso.
Mambretti.
La giornata non è ancora finita. A Monte Bertiaga al gen. Mambretti. gli echi della lotta giungono ovattati, quando giungono.
Ore 19. Gli attacchi alle difese austriache sono respinti con gravi perdite sia sul Monte Forno sia sull’Ortigara. Mambretti, con una riserva intatta di 36.000 uomini ed altri 12.000 poco provati e non impiegati, come se la battaglia fosse altro da sé. emana questo ordine: “Mentre tutti gli altri Corpi d'Armata passeranno ad una salda difesa, il XX Corpo si sistemerà come meglio crede opportuno per quello che riguarda l’Ortigara”, (cfr. Pieropan pag 260).
Mambretti e Montuori stanno vedendo un film?
Ore 21. L'ordine è diramato, ma lo scontro durerà sino al 29.
Conclusione.
Dalla Relazione Ufficiale austro-ungarica:
«La 52° divisione perse da sola 660 ufficiali e 15.000 uomini; sul resto del fronte le altre divisioni persero 350 ufficiali e 7.000 uomini.
Con 1.000 ufficiali e 22.000 uomini (i dati ufficiali italiani ancora non erano stati pubblicati), le perdite italiane raggiungevano così quelle di una battaglia dell’Isonzo; i 2 terzi peri) furono contati su un fronte lungo soltanto 2 Km. Bisogna aver presente questo particolare per capire il dolore e l'orrore per il sangue inutilmente versato soprattutto dagli alpini; questi sentimenti hanno sempre contraddistinto in Italia il nome di Ortigara.» (Pieropan, pag 350) .
In Italia si tacque e si tace.
Michele D ’Elia

Bibliografia
(1) Peter Ilari. la grande storia della Prima Guerra Mondiale, Ed. Newton Compton, Roma 2014, pag. 425. Titolo originale: The Great war.
(2) Peter Hart, op cit. pag. 429
(3) Peter Hart, op cit. pag. 429
(4) National Archives: cab 2522. CN Buzzard. Italian Army: Impressions of Lt Col. Buzzard, RN p.4. In Peter Hart, op cit. pag. 430
(5) Enrico Caviglia, la dodicesima battaglia - Caporetto, Ed. A. Mondadori, Verona XI-1933 XII pagg. 39-41)
(6) Umberto Paglia, Battaglione Stelvio, a cura del 10° Alpini, Roma 1935, in Pieropan pag. 136
* In col. A. Bronzuoli La guerra e la vittoria
Tip. A Matteucci - Roma 1934 - XIII - pag. 114

venerdì 10 febbraio 2017

Ortigara: sacrificio annunciato ed inutile - prima parte

di Michele D'Elia

31 luglio 1916
: fine della Strafexpedition.

8 agosto 1916: prendiamo Gorizia. Gli Austroungarici si attestano sulle alture a nordest della città. È il momento di andare avanti; via obbligata: la conquista dell’Ortigara; obiettivo ultimo: la poderosa testa di ponte di Tolmino, ancora più a nordest.
Ragioni tattico-strategiche: 1 - aggirare da nord il sistema difensivo nemico, incombente sull’Altopiano dei Sette Comuni e sulla Valsugana; 2 - sbarrare al nemico la strada per le valli sottostanti.
Questo il corretto pensiero del Capo di Stato Maggiore, generale Luigi Cadorna. Disastrosa ne sarà l’attuazione.
Domenica 10 giugno 1917, ore 5 del mattino. Dopo la settima, ottava, nona e decima battaglia dell’Isonzo, la neocostituita VI Armata, gen. Ettore Mambretti, attacca. Sono il XXII Corpo d’A., gen. Capello; il XX, generale Montuori ed il XVIII, gen. Etna.
Martedì 19 giugno la 52a divisione, interamente di alpini, prende la cresta dell’Ortigara; il nemico si ritira sulla corona di cime circostanti. Bisognerebbe andare avanti: né Mambretti né Cadorna impartiscono l’ordine; e nemmeno quello di ritirarsi. Su quell’acrocoro i nostri diventano bersaglio fisso per l’artiglieria nemica.
“L’on. Bissolati afferma che la sospensione di ulteriori azioni offensive nel Trentino, dopo la sanguinosa esperienza dell'Ortigara, fu dovuta a un discreto intervento di re Vittorio Emanuele III”. (Pieropan, pagg. 357-358)
La nostra narrazione sceglie come paradigma la giornata del 19 giugno 1917, nella quale fu conquistata l’Ortigara.
Seguiamo la traccia segnata da Gianni Pieropan, nel suo volume Ortigara 1917, seconda edizione, Mursia, Milano 1976.

19 giugno. Martedì.
Premessa.
L’inizio degli attacchi non è simultaneo, perché dipende dalle posizioni di partenza delle diverse unità. Da sud a nord dello schieramento:
12a divisione. Gli Arditi del 27° fanteria scendono sull’Assa per penetrare in Val Gabro e in Val Martello. Vengono respinti.
30a divisione. Alba. Il 21° e il 22° reggimento riprendono gli assalti falliti lunedì 18. Uguale risultato.
57a divisione. Azione dimostrativa in contrada Bosco.
25a divisione, XXII Corpo d’Armata.
Ore 14. Cessa il tiro di preparazione per i deludenti risultati. Da Monte Catz parte all’attacco del M. Rotondo il 112° fanteria, ma il reggimento è fermato davanti alle trincee nemiche dal fuoco d’interdizione, che si allunga anche sui rincalzi.
La brigata del col. brigadiere Conti e i bersaglieri del 5° reggimento giungono d’impeto alle trincee di quota 1.626 di Monte Zebio, ma le mitragliatrici da nord li colpiscono d’infilata.
Ore 13,30. Inutile il trasferimento in zona del 14° bersaglieri.
Ore 16,30. Stallo.
Ore 17,45. Fallisce un ulteriore attacco della 25a.
Perdite: caduti 6 ufficiali e 97 fanti; feriti 33 ufficiali e 513 fanti; dispersi, 151. Il sistema difensivo è ancora più che solido, ma si continua a prenderlo a testate.

13a divisione. Il 1/256° parte dalla Lunetta, di Monte Zebio, tra quota 1.626 e 1.673, alla testa vi è il suo comandante, col. Cavarzerani, poi creato dal Re, Conte di Nevea per l’azione di Sella Nevea. La prima ondata del I e III battaglione è infranta, così le successive, dal fuoco combinato delle Swarzlose (nome delle mitragliatrici austriache) e dell’artiglieria. Scrive il sottotenente Castelli del 256°: “«... il tiro ben centrato di mortai e un nutrito lancio di bombe a mano da parte dei fucilieri nemici, balzati fuori dai rifugi blindati, fanno subito paurosi vuoti e gravi perdite infliggono ai miei uomini, mentre tre mitragliatrici vengono prese in pieno da bombe e messe fuori uso.
Nel contempo le batterie avversarie volgono il loro fuoco micidiale sul nostro battaglione di prima schiera che ha iniziato il suo lento movimento su per le pendici del monte; compietamente allo scoperto, è preso ancora d’infilata dal fuoco delle mitragliatrici, di fucileria e di altre batterie avversarie in posizione ad occidente e ad oriente del possente loro sistema difensivo». Tuttavia l’eroico comportamento dei pochi uomini disponibili, che il Castelli chiama «giapponesi» perché tutti bassi di statura e piuttosto maturi d’età per essere stati a suo tempo riformati, gli consente di porre in azione le tre armi rimaste efficienti, costringendo così gli avversari a rintanarsi nei loro rifugi.
Ciò che naturalmente non arresta il tiro della loro artiglieria, una vera e propria cortina di fuoco calata sulle pendici del monte. I battaglioni avanzati, ormai decimati dalle forti perdite, rimangono fermi, inchiodati sul terreno; il battaglione di rincalza ancora su posizione sul vecchio trincerone, viene quasi annientato dal fuoco di repressione di altre batterie entrate nel frattempo in azione. In un momento di tregua. .. ispeziono la linea per trovare in qualche nicchia munizioni che cominciano a scarseggiare. .. sono come un automa che va... Scorgo invece con mia meraviglia il colonnello Cavarzerani e un trombettiere, unica persona del suo seguito... Egli mi parla, mi conforta con parole buone e con tanta affettuosità che mi commuove: mi sento scuotere, rivivere, riempire il cuore e l’anima di calore, di energia e di coraggio nuovo. A sera un colonnello, un sottotenente, una ventina di fanti... presidiano la prima linea di M. Zebio ormai divenuto ombra muta, tomba di tanti umili eroi...”, (in Pieropan pag. 224)
Ore 15,30. Arriva il 11/239°, che migliora la situazione.
Perdite: caduti 10 ufficiali e 337 fanti; feriti: 52 ufficiali e 1.126
fanti; dispersi, 1 ufficiale e 121 fanti. Nella maggior parte dei casi,
disperso vuol dire morto.
29a divisione. Generale Caviglia.
Ore 6. Il 214°reggimento punta su Monte Forno: I, II e III battaglione. Il I battaglione raggiunge e supera la prima linea di resistenza e nota che i pezzi in caverna, hanno resistito all’artiglieria italiana.
Il II è fermato dall’artiglieria, che spara da Monte Colombara e dal Corno di Montebianco. Il III li sostiene alle spalle, interverrà in un secondo momento.
Ore 7,45. Il generale Caviglia sale a quota 1.791 e si rende conto della situazione.
Ore 9. Il nemico si rafforza; arriva, però, la notizia che gli alpini hanno preso e superato l’Ortigara. Ciò impone alla 29a di persistere nell’attacco.

Ore 12-13,30. Nostro tiro di preparazione
Ore 13,30. Il 214° riparte all’assalto. Il I battaglione perde il suo comandante, capitano D’Auce, lo sostituisce il maggiore Asinari di Bemezzo. Nell’azione il reggimento perde 700 uomini.
Ore 15,30. Il generale Caviglia sospende l’azione.
Perdite: morti 9 ufficiali; 176 fanti, feriti 33 ufficiali; 1.092 feriti; dispersi 150. Il Monte Forno resta in mano austriaca. (Pieropan, op.cit. pagg. 225-226)
I nostri fanti.
Un antico detto ricorda: ‘La fanteria è la regina delle battaglie’. Ma sempre per le ragioni di modaiola correttezza politica, tale massima pare applicarsi solo ai soldati stranieri, alleati o no; non anche agli italiani. Peter Hart afferma ambiguamente “L’esercito italiano era numeroso... ma aveva gravi problemi sia di equipaggiamento sia di addestramento... gli ufficiali erano reclutati ancora su base regionale relativamente ristretta e in genere mancavano di professionalità.
Formalmente il Comandante in Capo era Re Vittorio Emanuele, ma... il comandante de facto era il generale Luigi Cadorna... un teorico di strategia militare, molto rispettato anche se non aveva esperienze di rilievo come comandante sul campo. I ranghi inferiori dell’esercito erano in gran parte reclutati fra i contadini, dove il livello di analfabetismo era molto elevato, un fatto che ostacolò la formazione di sottufficiali competenti. Avrebbero comunque dimostrato una forte capacità di resistenza sia alle difficili condizioni, sia alle pesanti perdite del servizio attivo” P
Una spigolatura di coraggio viene riconosciuta al nostro soldato quando vengono lanciate la 6a, 7a, 8° e 9a offensive dell’Isonzo: “Nell’insieme Cadorna stava spingendo avanti i suoi uomini, fissando per le operazioni offensive un ritmo più elevato di quello previsto dai generali inglesi, francesi o russi. Le unità venivano impiegate in battaglia con frequenza molto più regolare, anche nel corso dell’inverno, cosa che favoriva ben pochi momenti di respiro a causa dei rigori del clima. Cadorna era un rigido fautore della disciplina e sosteneva con entusiasmo l’uso della minaccia della pena di morte per mantenere i suoi uomini all’altezza delle prestazioni richieste. Il 12 maggio 1917 le operazioni ripresero con un bombardamento in occasione della decima battaglia dell’Isonzo” (2)
Su nostra richiesta gli Alleati inviarono altri pezzi di artiglieria e al loro arrivo gli inglesi scoprirono che, per loro, il soldato italiano era una enigma ”.
(3) Infatti, così lo vede il ten. col Charles Buzzard: “Direi che, di tutti gli eserciti, lo standard più difficile da valutare è quello degli italiani. Ci si trova sempre di fronte a qualche sorpresa. L’italiano è capace di fare tutto, ed è un maestro del far niente. Quanto al fisico penso che, nonostante sia insuperabile in quanto a bassa statura, abbia una forza notevole. Può infatti trasportare più di un soldato inglese o francese. Si potrà anche vedere la fanteria sparpagliarsi lungo una strada... ma camminerà tutto il giorno nutrendosi di poco. Praticamente non è mai ubriaco e, seppur analfabeta, è estremamente abile e ingegnoso. Non ha idea di cosa sia la puntualità... Quando lavora, però, lo fa eccezionalmente bene. Il morale degli italiani è facilmente influenzabile. Come mi disse un ufficiale italiano: «Gli dica che è coraggioso e lo diventerà!». Quindi i reggimenti di buona tradizione sono eccellenti, quelli privi di tradizioni o con una cattiva reputazione sono pessimi...”(4)
Delle nostre fanterie così scrive il gen. Enrico Caviglia: “Le truppe sottoposte a gravi sacrifìci, senza corrispondenti successi, si convincono dell’inutilità dei loro sforzi e mal si prestano a nuovi olocausti. Nell’ultima grande guerra nessun esercito ha portato le sue fanterie a dar di cozzo per anni contro le stesse posizioni, soffrendo gravissime perdite, senza il sorriso visibile della vittoria, come noi facemmo sulla fronte giulia. I nomi di alcune località del Carso e dell’Isonzo onorarono altamente, ma solamente il valore delle truppe.
Il principio dell’economia delle forze ci può fare ammettere che nelle prime battaglie dellTsonzo si potessero lanciare all’attacco le nostre fanterie con generosa larghezza, se si sperava di sfondare la fronte nemica e venire ad una vittoria decisiva. Ma uguali sacrifìci non erano più militarmente giustificati, quando l’impostazione del concetto direttivo, l’impiego delle truppe e lo svolgimento dell’azione miravano a piccole conquiste territoriali... In molti tratti della nostra fronte orientale, sul Carso, intorno a Gorizia, intorno a Tolmino i nemici vedevano le nostre trincee sotto di loro, contavano i nostri uomini, conoscevano le nostre abitudini, sorvegliavano i nostri movimenti, mentre essi se ne stavano a loro agio in trincee dominanti e non visti da noi. In quelle loro trincee essi dovevano spendere poco più delle energie necessarie alla vita nelle seconde linee. Se si fossero ritirati, non avremmo potuto accorgercene. Le nostre fanterie erano invece immerse nella peggiore vita di guerra.
Si trovavano in condizioni materiali di inferiorità rispetto ai nemici, e dovevano sopportare e vincere i disagi e le sofferenze morali e fisiche d’ogni genere che la guerra crea e addensa sui combattenti per abbattere la volontà di lottare. Esse dettero prova di possedere le vecchie qualità della razza: di pazienza, di sopportazione dei disagi e delle privazioni, di resistenza fisica e morale a tutti i fattori deprimenti naturali e bellici”.(5) E in altro suo testo: ”... si è detto che la nostra fanteria non era manovriera. Invece si può affermare che, con i nostri metodi tattici d'ali ora. non v'era la possibilità di manovrare per i reparti di frontiera in linea. Chi non ne è convinto, deve aver visto la guerra col cannocchiale. Le nostre trincee erano in generale a meno di un ettometro da quelle nemiche, talvolta a pochi metri, e lo spazio intermedio conteneva due linee di reticolati.
Tuttavia la manovra consisteva nel lasciare la nostra trincea per andare in quella austriaca nel più breve tempo possibile, quando era venuto il momento dello scatto, il quale momento non era mai stabilito dagli ufficiali di fanteria. Né vi era la possibilità di manovrare. Quando nell'avvicinamento alla prima linea si insaccavano le truppe in camminamenti, conosciuti e battuti dall’artiglieria nemica, dove le nostre belle brigate erano demolite nell'attesa del momento dello scatto. Eppure anche in quelle condizioni la nostra fanteria, per riuscire ad avanzare, studiava numerosi artifìci ed ingegni, che certamente nessun regolamento o trattato di tattica aveva mai consigliato. Talvolta da lontano furono visti dei nostri battaglioni rimanere a terra immobili sotto il tiro dell'artiglieria nemica che li decimava, e pareva agli osservatori e critici che, se quei battaglioni si fossero spostati, avrebbero potuto evitare quelle perdite.
Ma gli osservatori non sapevano che, se i battaglioni si fossero alzati, sarebbero stati falciati dalle mitragliatrici nemiche, e che solo per questa essi rimanevano a terra immobili... resistenti alle fatiche ed alle privazioni, e convinti che la loro vita valga meno della nostra, e si possa spendere come moneta corrente. Ed attaccati, come essi sono, alla loro terra, sentono istintivamente la necessità di sacrificarsi per difenderla, senza nessuna speranza di premio, senza nessun diritto ad un premio. Nulla di più generoso esiste al mondo!
(Enrico Caviglia. La battaglia della Bainsizza, Ed A. Mondadori, Milano 20 febbraio 1930. pagg. 42-44).