giovedì 10 ottobre 2019

La Regia Marina nella Grande Guerra



All’atto dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915 la Regia Marina godeva di una vasta popolarità nel Paese, e poteva essere considerata una forza moderna e relativamente cospicua. Oggetto di numerose cure da parte dei Governi fin dall’indomani dell’Unità, nonostante la grossa delusione del 1866, la Marina da guerra fu sempre considerata come uno degli orgogli da esibire per il giovane Regno d’Italia, sia per il suo essere erede delle glorie delle Repubbliche Marinare, sia per lo stretto legame che la legava alle nascenti industrie pesanti nazionali. La guerra di Libia del 1911-12 aveva segnato un successo clamoroso per la flotta italiana, penetrata fin dentro i Dardanelli, sia pure macchiato dalla parziale inefficacia del blocco della Libia, dovuto alla opposizione francese. Parigi fu infatti assai contrariata dall’attivismo della flotta italiana e, a dispetto della ritrovata cordialità diplomatica con Roma, dette segnali minacciosi. 
Costruita del resto fin dall’inizio in un’ottica antifrancese, la Marina italiana rappresentava però una fonte di angosce anche per un potenza tradizionalmente terrestre come l’Austria, che dovette a propria volta dotarsi dal finire dell’Ottocento di una moderna marina, molto al di là dei propri reali bisogni, non potendo sperare nel ripetersi delle circostanza che avevano permesso il successo di Lissa. 
Alla vigilia del conflitto gli italiani disponevano di dieci corazzate e nove incrociatori corazzati, diciotto fra incrociatori leggeri ed esploratori, sessanta cacciatorpediniere, cinquantatré torpediniere e ventuno sommergibili. Gli si opponevano tredici corazzate, tre incrociatori corazzati, undici incrociatori leggeri e esploratori, nove corazzate costiere, ventisei cacciatorpediniere, ventiquattro torpediniere, quarantacinque siluranti minori e quattordici sommergibili oltre ad altrettanti di imminente consegna. Il Mediterraneo era quindi già prima del 1914 un mare militarizzato in cui quattro flotte si osservavano guardinghe non troppo sicure di chi sarebbe stato l’alleato e chi il nemico di domani. 
La decisione del governo italiano nel 1915 portò definitivamente gli equilibri navali mediterranei a favore dell’Intesa. La flotta austriaca era rinserrata nell’Adriatico, le cui chiavi, Valona e Brindisi, erano entrambe in mani italiane, quella ottomana era chiusa nel Bosforo. Compito delle marine alleate era di tenervele rinchiuse e scortare i numerosi trasporti che transitavano per il Mediterraneo, da e per Suez, arteria vitale della guerra. All’Italia spettava però anche di proteggere il proprio traffico navale e difendere la lunghissima costa dalle offese del nemico, che poteva contare sui numerosi e protetti ancoraggi della costa dalmata e istriana. La geografia da questo punto di vista aveva sfavorito il Regno d’Italia. Sull’Adriatico esso non aveva che tre grandi ancoraggi: Venezia, Ancona e Brindisi, di cui il primo inadatto alle grandi navi e l’ultimo troppo distante dal nemico. 
Fu proprio su Ancona infatti che gli austriaci aprirono la loro guerra sul mare contro l’Italia, bombardandola, come aveva fatto Teghettoff nel 1866, la notte prima dell’apertura delle ostilità. Anche altre città costiere della Puglia furono colpite, ed un caccia italiano affondato. Comandava la flotta imperiale l’ammiraglio Njegovan, che, esaurita questa fiammata iniziale impose ai suoi una guerra di attesa che massimizzava i vantaggi sugli italiani: una migliore rete di informatori e sabotatori, numerose basi protette da Pola fino a Cattaro, ed il concorso preziosissimo dei sommergibili tedeschi. 
Da parte italiana il capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, ambiva ad una battaglia navale per vendicare Lissa ed in questa ottica aveva ottenuto il comando unico delle forze dell’Intesa in Adriatico, e aveva concentrato a Taranto il meglio della flotta da battaglia, lasciando agli incrociatori, ai sommergibili e alle unità sottili la sorveglianza del Canale e la scorta dei convogli in Mediterraneo. L’ammiraglio Enrico Millo tuttavia, l’eroe della guerra di Libia al comando della squadra navale di Brindisi, non rinunciò però ad attirare fuori dalle basi il nemico nell’Adriatico, con piccole operazioni di bombardamento delle coste. 
Disapprovata da Thaon di Revel, e probabilmente minata dallo spionaggio, la strategia di Millo fallì. Dopo la sorpresa di Ancona, cui si rimediò con la creazione dei treni armati della Marina che pattugliarono fino all’ultimo giorno di guerra tutta costa adriatica, gli italiani dovettero subire una serie di delusioni e di insuccessi: l’incrociatore Amalfi fu silurato il 7 luglio, seguito il 18 dal Garibaldi e il 27 settembre dalla corazzata Brin, saltata in aria in porto, forse per sabotaggio.

Già la flotta francese del resto, che operava in Adriatico dal porto montenegrino di Bar fin dal 1914, aveva perduto nei mesi avanti un incrociatore, un caccia e un sommergibile ed aveva avuto la corazzata Jean Bart gravemente danneggiata. L’Adriatico era insomma un luogo estremamente pericoloso e sottovalutare la marina di Vienna poteva essere fatale. Da parte italiana si era replicato, su iniziativa del solito Millo, l’11 luglio con l’occupazione dell’isoletta di Pelagosa, difesa vittoriosamente da un contro-tentativo di sbarco nemico ma poi abbandonata il 18 agosto. Per altro, l’attività dei sommergibili tedeschi in Mediterraneo costrinse gli alleati a dedicarsi alla loro minaccia al traffico mercantile, che assunse tinte allarmanti. A dispetto di ciò, comunque, l’Italia riuscì comunque a far giungere entro il 1918 nei propri porti oltre 50 milioni di tonnellate di merci. 
Migliori risultati ottennero gli italiani nelle operazioni di evacuazione dai porti albanesi dei resti dell’esercito serbo, incalzato dalle truppe austro-bulgaro-tedesche nel dicembre 1915. Coadiuvata dalle navi francesi e britanniche la flotta italiana portò in salvo 115.000 dei 170.000 uomini evacuati, subendo perdite relativamente lievi a dispetto della vicinanza della base austriaca di Cattaro.
Furono perduti due piroscafi e due sommergibili, oltre a naviglio minore, ma gli austriaci ebbero due caccia affondati dalle mine poste a protezione dei porti di imbarco. La difficile operazione fu gestita dal nuovo capo di Stato Maggiore della Marina, Luigi di Savoia, Duca degli Abbruzzi, subentrato l’11 ottobre all’ammiraglio Thaon di Revel. Il 1916 trascorse con gli italiani in attesa, studiando le strategie per il nuovo tipo di guerra che si era presentata, mentre gli austriaci badavano soprattutto ad appoggiare i sommergibili tedeschi che facevano base in Adriatico per le azioni di corsa e di collegamento con la Libia, dove armi e tecnici tedeschi sbarcavano di continuo per alimentare la guerra degli insorti contro italiani e britannici in nord-Africa. 
Proprio l’affondamento del piroscafo italiano Ancona, carico di passeggeri statunitensi, nel novembre 1915, poco dopo quello del Lusitania in Atlantico, provocò una grave crisi diplomatica fra Stati Uniti e Austria. Gli italiani tentarono dapprima di attirare gli austriaci fuori da Pola con bombardamenti delle stazioni della costa istriana, senza risultato. Poi si passò a tentare il forzamento di alcuni porti mediante torpediniere veloci, ma le navi risultarono troppo grandi e poco maneggevoli per azioni simili. Non migliore risultato dettero i sommergibili, nella cui tecnologia gli italiani erano troppo addietro. Si ripiegò così su veloci motoscafi , le Motobarche Armate Svan (Società veneziana automobili nautiche) o MAS, concepiti inizialmente per la vigilanza anti-sommergibile, ai quali furono affidate incursioni nei porti nemici. Il primo attacco fu portato il 25 giugno a Durazzo, occupato dagli austriaci, affondando un piroscafo. Non furono raggiunti risultati esaltanti, ma gli italiani cominciarono a prendere le misure della basi nemiche e dei loro punti deboli. intanto però gli austriaci seguitavano a colpire: l’8 giugno il grosso piroscafo Principe Umberto fu silurato, con gravi perdite fra i soldati a bordo, il 2 agosto 1916 un’altra corazzata, la Leonardo da Vinci, esplodeva in porto. Fu presto accertato che si trattava di sabotaggio. 
Il vertice della Marina fu investito dalle critiche, che raggiunsero l’apice con l’affondamento, stavolta su di una mina, della corazzata Regina Margherita l’11 dicembre. Il Comandante della flotta, Duca degli Abbruzzi, fu quindi costretto a dimettersi venendo sostituito il 4 febbraio 1917 dall’Ammiraglio Thaon di Revel. La guerra proseguì nel 1917, segnata da una crescente iniziativa dei mezzi d’assalto italiani, coadiuvati dall’aviazione, e dalla ormai definitiva limitazione delle grandi navi alla sorveglianza del canale di Otranto. L’unico scontro fra le flotte alleate e l’austriaca, si verificò nella metà di maggio, fra la scorta di un convoglio la formazione austriaca inviata ad intercettarlo ed una formazione anglo-italiana inviata in soccorso. Chiuso senza grossi risultati, lo scontro confermava la reticenza delle due parti ad impiegare le grandi navi.
La vittoria di Caporetto sembrò però infondere alla flotta imperiale nuova aggressività. Stabilita la linea di resistenza italiana sul Piave, gli austriaci disposero l’utilizzo delle numerose corazzate costiere, fino ad allora tenute a difesa dei porti, per bombardare dal mare le posizioni italiane del basso Piave. Da parte italiana si dispose immediatamente la messa in difesa della base di Venezia, ora a ridosso del fronte, e l’impiego dei MAS in azioni di difesa costiera e interdizione al traffico navale. Il 16 novembre nelle acque di Cortellazzo le corazzate costiere Wien e Budapest, impegnate nel bombardamento delle posizioni tenute dal Reggimento di fanteria di Marina S. Marco sul basso corso del fiume, furono costrette alla ritirata dai MAS del tenente di vascello Costanzo Ciano. Il 10 dicembre la stessa Wien venne affondata dal MAS 9 del tenente di vascello Luigi Rizzo. 
Un successivo tentativo di bombardamento fu controbattuto dalle batterie costiere della Marina negli ultimi giorni dell’anno. Screditato dall’insuccesso l’ammiraglio Njegovan cedette il posto a Miklos Horty di Nagybanya, un ungherese freddo e duro che avrà una poi un ruolo importante nella tragica storia del suo paese. Teorico, come tutti i suoi colleghi, della grande battaglia navale, Horthy progettò una grande operazione di forzamento del canale di Otranto che servisse a guadagnare un successo tale da spegnere sul nascere gli ammutinamenti che dalla fine del 1917 si cominciavano segnalare nella flotta imperiale, contagiati dall’esempio della recente rivoluzione russa. In attesa delle circostanze idonee Horthy non trascurò di riprendere anche le azioni contro la costa italiana, con scarso successo occorre aggiungere, e di tentare anche uno sbarco di sabotatori ad Ancona nel febbraio 1918, fallito per la pronta reazione della sorveglianza costiera. In febbraio, infine, una operazione del controspionaggio italiano a Zurigo consentì di mettere le mani sulla lista dei sabotatori e degli informatori austriaci in Italia, ponendo fine alla catena di sabotaggi e fughe di notizie che avevano segnato negativamente le operazioni italiane dall’inizio della guerra. Il peggioramento della situazione complessiva austriaca fu segnato dall’arrivo di forze navali statunitensi e giapponesi in mediterraneo, rendendo ai sommergibili più difficile il transito attraverso il Canale d’Otranto. 
Gli alleati per altro, proprio in virtù di questo aumento di forze, mostravano segni di scontento verso la marina italiana, e cercavano di forzarne un rischieramento verso l’Egeo, nell’ipotesi di una sortita congiunta delle flotte ottomana e ex-russa equipaggiata dai tedeschi. Venne anche proposto con insistenza la creazione di un comando unico mediterraneo a guida britannica cui assoggettare la Regia Marina. Fu in quella congiuntura che Horthy decise di tentare il forzamento del Canale. La sua flotta da battaglia, con sette corazzate, dislocata notoriamente in Alto Adriatico, avrebbe preso il mare segretamente nella notte del 9 giugno e si sarebbe riunita in mare aperto. Preceduta dagli incrociatori avrebbe fatto rotta sul Canale. Convinti di una delle solite incursioni di incrociatori, gli alleati avrebbero inviato una squadra per bloccarli e si sarebbero trovati sotto i cannoni da 305 delle modernissime corazzate austriache. Il piano fallì per la fortunosa coincidenza che portò la squadriglia di MAS di Rizzo, l’affondatore della Wien, sulla rotta degli austriaci presso l’isola di Premuda, dove l’ammiraglia austriaca Szent Istvan fu affondata all’alba del 10 giugno. Perso il vantaggio della sorpresa, Horthy decise di ripiegare. Il successo rinsaldò il prestigio italiano e creò una crisi in seno alla flotta imperiale, dove gli incidenti si moltiplicarono fra tedeschi e slavi. Negli ultimi mesi di guerra le operazioni navali ristagnarono, eccezion fatta per i soliti sommergibili tedeschi. 
Fu in queste condizioni, che una ulteriore specialità cui gli italiani si erano dedicati negli ultimi mesi ebbe il suo battesimo del fuoco. Per attaccare fin nei porti la flotta nemica, lo Stato Maggiore della Regia Marina aveva infatti studiato dei siluri sottomarini, a pilotaggio umano, atti a minare le navi nemiche in porto. Fu così che la notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 19118 Il capitano del genio Navale Raffaele Rossetti e il tenente di vascello Raffaele Paolucci penetrarono nel porto di Pola minando e affondando la corazzata nemica Viribus Unitis. 
Da alcune ore tuttavia, la nave era stata ceduta al neonato Stato degli sloveni, croati e Serbi dal defunto Impero Austro-ungarico. Vienna infatti aveva chiesto e ottenuto dall’Italia l’armistizio quello stesso giorno, con effettività 48 ore dopo. Al pomeriggio del 3 novembre, con l’ingresso del caccia Audace nel porto di Trieste la Grande Guerra italiana sul mare celebrava la sua fine.

Paolo Formiconi Collaboratore dell’Ufficio Storico della Difesa


venerdì 14 giugno 2019

La Grande Guerra e gli imperi scomparsi


La Grande guerra 1914-18 segna il declino della centralità geopolitica delle vecchie potenze europee. Esattamente cento anni fa (singolare anniversario mentre incomincia Oltreoceano una presidenza neo-isolazionista), nell’aprile 1917, gli Stati Uniti d’America di Woodrow Wilson entravano nel conflitto a fianco dell’Intesa; i Quattordici punti predisposti l’anno dopo dal Presidente americano costituiranno la base della definizione degli assetti post-bellici alla conferenza di Versailles, e da allora non vi saranno più guerre o crisi internazionali nelle quali gli Usa non faranno avvertire il proprio peso. 
Una delle conseguenze più evidenti, in Europa, del Primo conflitto mondiale, fu la caduta di quattro Imperi, tre plurisecolari: uno, il secondo Reich tedesco, costituito appena nel 1871. Nel pieno della guerra, nel 1917, la Russia venne investita dalle due rivoluzioni – quella democratica di febbraio e quella bolscevica di ottobre – che travolsero la dinastia dei Romanov; il governo comunista di Vladimir Lenin negoziò tempestivamente l’uscita dal conflitto (pace di Brest-Litovsk). Effetti immediati della disfatta militare furono poi, nel novembre 1918, le abdicazioni imposte ai due Kaiser degli Imperi centrali e il crollo delle monarchie degli Hohenzollern in Germania e degli Asburgo in Austria e Ungheria. 
La sconfitta portò anche allo smembramento dell’Impero ottomano, alleato militare della Germania, da parte delle potenze occidentali (in particolare la Francia e la Gran Bretagna), che seppero sfruttare le rivolte arabe e definire, sotto la propria influenza, i nuovi Stati nel Vicino Oriente, e, qualche anno dopo, 1923, all’instaurazione in Turchia della Repubblica di Mustafà Kemal ‘Ataturk’ con l’abolizione prima del sultanato e poi del califfato musulmano. La caduta dei quattro Imperi non ebbe conseguenze indifferenti per i Paesi interessati e per l’Europa nel suo complesso. In Russia settant’anni di cupo totalitarismo, culminato nei decenni staliniani, compromisero (per sempre?) qualunque pur tenue possibilità di evoluzione politica in senso liberale e democratico. 
L’Austria fu ridotta a una repubblica mitteleuropea di scarsissima rilevanza continentale e internazionale, prima di essere brutalmente annessa dalla Germania di Hitler nel 1938; l’Ungheria, dopo un breve e confuso esperimento ‘sovietico’, divenne una singolare monarchia reggenziale dell’ammiraglio Horthy (che si era opposto ai tentativi di Carlo d’Asburgo di conservare o riconquistare almeno la corona magiara), prima di finire invasa dalla Germania nazista e infine asservita all’Urss nel dopoguerra. 
La Germania di Guglielmo II era assurta a simbolo del militarismo, il Kaiser non nutriva propensioni liberali e tuttavia si trattava pur sempre di una monarchia costituzionale, con un Parlamento bicamerale e un’opposizione ammessa, quella dei socialdemocratici e, in parte, del Zentrum di ispirazione cattolica. È innegabile che dopo la parentesi democratica e repubblicana della Costituzione di Weimar, alcuni Hohenzollern di spicco, a cominciare dal principe ereditario, abbiano apertamente simpatizzato e perfino aderito per un certo tempo al nazionalsocialismo hitleriano. Ma non è meno vero che Hitler abbia ‘strappato’ il testamento del maresciallo Hindenburg che avrebbe voluto, alla sua morte, una restaurazione monarchica e non l’accentramento nel Fuehrer anche dei poteri di capo dello Stato. 
Hitler avvertiva l’istituto monarchico come un limite insopportabile al proprio regime totalitario e criticava Mussolini per averlo invece conservato in Italia. Quanto alla Turchia, essa subì una netta trasformazione: da Impero plurinazionale e plurireligioso divenne una repubblica euroasiatica la cui ideologia “si basava sull’affermazione di una radicale rottura con il passato” ottomano (Surajva Faroqhi) in direzione del laicismo, del nazionalismo, dell’industrializzazione e di una assimilazione autoritaria dei modelli occidentali, influendo anche su Paesi vicini (come la Persia divenuta Iran). Dopo la morte di Kemal e la democratizzazione avviata dal suo successore Ismet Inonu, la Turchia moderna ha conosciuto un crescente consolidarsi del potere dei militari tradotto nei colpi di Stato del 1960 e del 1980. Fino a quando l’affermazione del partito islamico e l’avvento dell’attuale presidente e ‘uomo forte’ Recep T.Erdogan non ha fatto riemergere le ambizioni e la prospettiva di un nuovo e inedito sultanato repubblicano. I cui interessi mediorientali convergono (per ora) con quelli della Russia di Putin. 

Gianpiero Goffi Giornalista, “La Provincia”, Cremona

sabato 27 aprile 2019

I letterati italiani e la Prima guerra mondiale


Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale si guardò con nostalgia e rimpianto all’epoca precedente, quella compresa tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento; epoca considerata bella, chiamata appunto la Belle époque. Durante essa i progressi della scienza e della tecnica erano stati sbalorditivi (illuminazione elettrica, radio, automobile, transatlantici, scale mobili, tram elettrici, sviluppo prorompente delle reti ferroviarie, aeroplano, ecc.); si era realizzata la globalizzazione (quella che stiamo vivendo oggi è la seconda); grazie all’affermarsi del taylorismo, la produzione era enormemente aumentata; i consumi erano sensibilmente cresciuti; la buona società delle città frequentava i caffè, dove avvenivano amabili e colte discussioni, e assisteva a piacevoli spettacoli di can-can, oppure alla rappresentazione di operette. 
Un mondo, la Belle époque, che grondava di ottimismo, perché tutto sembrava possibile, nell’ottica di fondare il migliore dei mondi possibili. In realtà, non era oro tutto ciò che luccicava; anzi, le contraddizioni erano tante. La ricchezza di alcuni Stati (Francia, Granbretagna, Usa, Germania, Giappone, su tutti) si fondava anche sullo sfruttamento di milioni di uomini che vivevano in territori che erano stati con la forza conquistati (imperialismo); un’oligarchia di banchieri e industriali aveva acquisito il controllo della produzione e dei mercati; s’era verificato un capovolgimento etico, per cui l’uomo era asservito agli interessi dell’industria e della finanza; dei ceti emarginati, soprattutto dei contadini, nessuno s’occupava e quindi, tra il 1850 e il 1910, cinquanta milioni di europei, quindici dei quali italiani, furono costretti ad emigrare nelle colonie, oppure nel continente americano. In questo contesto, cioè in un mondo in ebollizione, guerre scoppiarono in ogni angolo della terra (guerra ispano-americana, g. in Cina, g. russo-giapponese, g. italo-turca, guerre balcaniche, ecc.) e fecero da preludio allo scoppio della Prima guerra mondiale. 
Numerosi letterati italiani, come figli del loro tempo, si illusero di poter trovare nell’interventismo il palcoscenico ideale sul quale rappresentare - ciascuno a modo suo, perché c’erano nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi, antisocialisti, patrioti alla ricerca di un’Unità nazionale ancora da realizzare, coscienze naufragate - il loro mondo ideale e trovare la soluzione ai diversi problemi, quasi riassunti dal cesenate Renato Serra nell’Esame di coscienza di un letterato quando scrisse che la guerra gli aveva consentito di ritrovare il contatto con altri numerosi uomini, di mettersi finalmente in marcia con essi; tutti insieme, con le loro esigenze e bisogni da soddisfare. 
Morì sul Podgora il 20 luglio 1915. Personalità diverse e modi diversi di narrare il conflitto. Sopra la righe e di pessimo gusto fu l’esaltazione che ne fece Papini, la cui penna scrisse di “bella innaffiatura di sangue per l’arsura di agosto”, “rossa svinatura per le vendemmie di settembre”, madri che dovevano giustamente piangere la morte dei figli per pagare il piacere che provarono quando furono ingravidate. 
D’Annunzio la cantò da esteta. La guerra diveniva la grande occasione per il “bel gesto”, come furono i suoi voli su Vienna, la beffa di Buccari, il continuo rischio eroico della vita. 
L’economista Pareto giudicò la guerra atta a sconfiggere il socialismo e a salvare la borghesia per almeno un cinquantennio. Il triestino Scipio Slataper l’esaltò come il campo ideale per l’azione dei patrioti animati da alto senso morale; fu volontario nei granatieri, ferito a Monfalcone; appena guarito, ritornò al fronte e trovò la morte il 3 dicembre sul Podgora. Pietro Jahier vi vide l’occasione storica e il mezzo per rendere protagoniste le masse contadine. 
Ungaretti (partecipò alla campagna interventista e tra il 1915 e il 1918 combatté sul Carso e sull’Isonzo) vi trovò l’occasione, non importa se illusoria, perché gli uomini prendessero coscienza del sentimento di fraternità (“fratelli/...involontaria rivolta/dell’uomo presente alla sua/fragilità”) e di eternità (“Chiuso fra cose mortali.../perché bramo Dio?”; “Ti basta un’illusione/per farti coraggio”) e dimostrazione, non importa se irrazionale, dell’attaccamento dell’uomo alla vita (“La morte/si sconta/vivendo”). 
Marinetti esaltò, contro la borghesia pacifista (e per questo giudicata pavida), la guerra come “igiene del mondo”. 
Vi partecipò e rimase ferito nel 1917 a Zagora. Interventisti furono Giuseppe Prezzolini e Ardengo Soffici, che, coerentemente, parteciparono come ufficiali al conflitto. Pirandello accettò la guerra (mandò a combattere i suoi figli Stefano e Fausto), anche se fu convinto che si trattasse di un qualcosa di effimero, come tutti i fatti, e che la vita degli uomini sarebbe rimasta, nel dopoguerra, esattamente come prima, coi suoi bisogni, con le sue passioni e i suoi istinti. Il triestino Carlo Stuparich, irredentista, passò, nel giro di un anno, dall’entusiasmo iniziale (si arruolò volontario) alla disillusione, che lo condusse a sperare di morire, non sentendosi capace di una vita piena. Negli anni immediatamente successivi alla guerra i disillusi furono numerosissimi, di fronte allo spettacolo di un mondo che si chiudeva viepiù negli spazi ristretti del nazionalismo e che sostituiva alla ragione il mito (di Roma, della giovinezza, del superuomo, della razza); e non rimase ad essi che il rimpianto e la nostalgia per un’epoca, la Belle époque, che la guerra aveva spazzato via.

 Francesco Piazza già Docente di Italiano e Storia negli Istituti Tecnici Statali - Treviso

giovedì 11 aprile 2019

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA REX


“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

A CONCLUSIONE DEL 71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019
***
“Grazie alla vittoria italiana e la conseguente dissoluzione dell’impero austro-ungarico , nasce un nuovo stato multietnico e multi religioso le cui ambizioni verranno a contrastare le nostre legittima aspirazioni. 
Da qui trattative e compromessi per raggiungere un equilibrio nell’Adriatico”

Su questi temi
Domenica 14 aprile alle ore 10.30 , parlerà il

Professore MICHELE D’ELIA

 “ 1-12-1918: 
NASCE IL REGNO DEI SERBI, DEI CROATI E DEGLI SLOVENI”

Sala Italia presso Associazione “Piemontesi a Roma”


Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) 
e 16/B (ingresso con ascensore) 
raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus “910”,”223”, “53” e “52”


INGRESSO LIBERO

mercoledì 10 aprile 2019

La posizione diplomatica dell’Italia all’inizio della conferenza della pace


Come è noto, alla conferenza della pace l’Italia fu duramente contrastata sul problema adriatico dal Presidente americano Wilson e in generale si trovò in posizione di svantaggio. La difficile situazione dell’Italia è stata efficacemente descritta da uno storico americano: «Verso gli americani, gli inglesi avevano 
l’enorme vantaggio di dividerne la lingua e la cultura; i francesi beneficiavano dell’opinione generalmente accettata che essi erano stati vittime di un’aggressione e dell’impressione, molto sproporzionata alla realtà delle cose, che il loro territorio avesse costituito il campo di battaglia [...] Il fronte italiano era conosciuto soltanto da pochissimi tra i negoziatori a Parigi, e l’Italia
non poteva certamente atteggiarsi a vittima di un’aggressione.
Essa era entrata in guerra al termine di una meditata deliberazione e, praticamente sulla base delle condizioni poste da essa» ( 1 ) Si aggiunga a ciò l’opinione prevalente all’estero che lo sforzo militare italiano fosse stato per nulla essenziale ai fini della vittoria finale; una convinzione rimasta poi in gran parte della storiografia straniera, anche la più quotata, che ricorda più facilmente il nome di Caporetto che quello di Vittorio Veneto. Di ciò il Comando Supremo italiano era consapevole già nei giorni stessi dell’armistizio, come risulta dal messaggio che il Generale Diaz inviò il 4 novembre al Presidente del Consiglio Orlando nel quale affermava: «Vi sono tentativi di svalutazione dei risultati della nostra vittoria» (2)
Quanto agli Stati Uniti, all’inizio della sua missione nel settembre 1914 il nostro Ambasciatore Macchi di Cellere aveva dipinto un quadro non brillante: «Poco eravamo – e male – conosciuti avanti la guerra; non si intendeva o si giudicava senza conoscenza della realtà la condotta nostra dopo l’inizio di questa. Ripetiamo: avevamo nemici gagliardi, agguerriti, implacabili che ci perseguitavano e vilipendevano: nessun amico a difenderci, neppur per ricordare quanto avesse valso la proclamazione istantanea della neutralità nostra» (3).
Quando nel 1915 l’Italia entrò in guerra, alcuni articoli di stampa furono ispirati a simpatia per la sua causa, ma altri sottolinearono le sue «ragioni egoistiche». Del resto come lamentarsi, visto che proprio il Presidente del Consiglio Salandra nell’ottobre 1914 aveva indicato nel «sacro egoismo per l’Italia» il supremo criterio ispiratore del suo governo (4)? 
Alla fine del 1916 il World, organo personale di Wilson, aveva definito «immorali» le aspirazioni italiane, tacciandole di «imperialismo barbarico» (5). Il 23 marzo 1917 Macchi di Cellere telegrafò alla Consulta riferendo l’osservazione che il segretario di Stato Lansing avrebbe fatto all’ambasciatore di un Paese neutrale: «La guerra degli alleati non è la nostra» (6). «Ciò significava che la presenza e la solidarietà militare degli USA non avrebbero certo significato un loro appoggio diplomatico alle mire territoriali dell’alleanza» (7). L’Ambasciatore Macchi, che fin dal giugno 1916 aveva ammonito che Wilson si atteggiava a «mentore dell’Europa e del mondo» (8), non nascose il pericolo che l’aiuto americano avrebbe potuto costituire per l’Europa. Il 19 aprile 1917 scriveva ad esempio: «Il contributo
dell’America, fatalmente utile alla causa degli Alleati, è una ipoteca usuraia sulle condizioni della pace; una usura che il proclamato, ma non vero disinteresse giova soltanto a dissimulare» (9). Un motivo ricorrente al quale Macchi di Cellere dà ampio spazio nelle sue memorie è quello della insufficiente azione propagandistica dell’Italia negli Stati Uniti. Già nel gennaio 1917 ammoniva: «È indubitato che di fronte all’opinione pubblica americana noi ci troviamo, in confronto delle altre nazioni, in istato di assoluta inferiorità, e la nostra causa e la nostra partecipazione alla guerra sono male apprezzate, specialmente perché disconosciute» (10).
Macchi di Cellere aveva scritto un “Memoriale”, indirizzato «a persona amica» e pubblicato nelle memorie postume (11), riassumendo la sua opera a Washington. In esso compare questa frase riferita a due espressioni tipiche della posizione italiana: «Il “sacro egoismo” e la “nostra guerra” ci costarono allora in America assai più di una battaglia perduta» (12). Nel “Memoriale»
si parla di «lotta […] a coltello» sui «postulati adriatici» e si trova la denuncia che «i peggiori nemici della causa nostra in America si trovarono in Italia». In particolare le ragioni delle «riserve mentali di Wilson» erano indicate, tra l’altro, ne «1°. I residui, mai interamente cancellati dell’azione deleteria esercitata dalla Missione politica che recò all’America belligerante il saluto dell’Italia, azione, che, da parte di taluno fra i membri della Missione, venne continuata lungamente dopo il ritorno in patria. 2°. La incertezza, le titubanze, le contraddizioni, i contrasti della politica italiana. Da un lato il cristallo di rocca sonniniano, d’altro lato il programma orlandiano, il bissolatiano, quello rinunciatario, la campagna del “Corriere della Sera”, il Patto di Roma» (13).
In effetti, alla conferenza della pace le differenti posizioni del presidente del Consiglio Orlando, in condizione di inferiorità per la sua ignoranza della lingua inglese, e del ministro degli esteri Sonnino, senza contare in Patria i programmi dei nazionalisti e degli interventisti democratici, offrirono ai nostri “alleati” spazi di manovra. Esula dagli scopi di questo breve articolo esaminare
le vicende della conferenza della pace, comunque impossibili da riassumere in brevità.

Massimo de Leonardis
Università Cattolica, Milano

1 R. Albrecht-Carrié, Italy at the Paris Peace Conference, New York 1938,
pp. 199-200.
2 Diaz ad Orlando, 4-11-18, in I Documenti Diplomatici Italiani (DDI),
sesta serie: 1918-1922, vol. I (4 novembre 1918-17 gennaio 1919), Roma
1956, n. 3.
3 Justus, V. Macchi di Cellere all’ambasciata di Washington. Memorie e
testimonianze, Firenze 1920, p. 40 (memorie postume). In generale sull’ambasciata
di Macchi di Cellere a Washington cfr. M. de Leonardis, La diplomazia
italiana e l’intervento americano, in Over There in Italy. L’Italia e
l’intervento americano nella Grande Guerra, Società Italiana di Storia Militare,
Quaderno 2018, pp. 13-24 e la bibliografia ivi indicata.
4 A. Salandra, I discorsi della guerra con alcune note, Milano 1922, p. 4.
5 Justus, op. cit., p. 64.
6 Macchi di Cellere a Sonnino, marzo 1917 (pervenuto il 24), DDI, quinta
serie: 1914-1918, vol. VII (1° gennaio-15 maggio 1917), Roma 1978, n. 562.
7 L. Riccardi, Alleati non amici. Le relazioni politiche tra l’Italia e l’Intesa
durante la prima guerra mondiale, Brescia 1992, pp. 491.
8 Macchi a Sonnino, 4 giugno 1916, DDI, quinta serie …, cit., vol. V (24
ottobre 1915-17 giugno 1916), Roma 1988, n. 903.
9 Justus, op. cit., p. 59.
10 Ibi, p. 63; il cap. VI del volume è dedicato a “La Propaganda”.
11 Ibi, pp. 174-80.
12 Ibi, p. 175. La frase «la nostra guerra è una guerra santa» compariva nel
discorso del Presidente del Consiglio Salandra in Campidoglio il 2 giugno
1915 (La nostra guerra è santa, Roma 1915) e fu costantemente utilizzata
in Italia. A tali frasi si sarebbe potuta aggiungere quella pronunciata il 15
agosto 1914 dal nazionalista Alfredo Rocco: «Noi possiamo, per contingenze
momentanee, stipulare alleanze. Ma non illudiamoci. Gli alleati sono soci,
non sono amici».
13 Justus, op. cit., p. 177. Per «Patto di Roma» si deve intendere il generico
documento conclusivo del “Congresso dei popoli oppressi dall’Austria-
Ungheria”, tenuto nella capitale nell’aprile 1918. La Missione fu negli Stati
Uniti da maggio alla prima metà di luglio 1917, guidata da Ferdinando di
Savoia-Genova Principe di Udine. Macchi è molto critico dell’operato di
alcuni membri della Missione, che «errando nel determinare i limiti di essa,
volevano ad ogni costo, compiere trattative od atti che rivelassero i benefici
del loro intervento». Assai severo è in particolare verso Nitti, che anche dopo
il ritorno in Italia non mancò di far pervenire ad ambienti americani le sue
opinioni divergenti dal governo (ibi, pp. 67-68). Anche Sonnino, nella sua
deposizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra,
spiegherà che «la missione aveva più specialmente un carattere di cortesia
internazionale, sicché non aveva propriamente il mandato di stipulare
trattati od accordi con le autorità americane» e segnalerà la reazione contrariata
di Nitti (S. Sonnino, Diario 1916-1922, vol. III, a cura di P. Pastorelli,
Bari 1972, pp. 381-82, diario del 4 ottobre 1922).

domenica 10 febbraio 2019

Elogio di Camillo


Nel 1972, rientrato dal servizio militare, come membro dell’ Alleanza Monarchica feci in tempo a  votare contro l’adesione del P.D.I.U.M.  al M.S.I. e come membro del F.M.G., battevo la Lombardia in cerca di nuovi frutti.
Camillo è il frutto migliore che io abbia incontrato; Egli era già tra i giovanissimi dell’A.M.
Studente di liceo Lui, insegnante di prima nomina io, entrammo subito in sintonia. Ci univa quel sentimento di amor patrio che si sintetizza nella Monarchia, e che usiamo definire fedeltà al Re e alla Patria.
Il giovanissimo Camillo era continuamente in movimento nell’Alleanza Monarchica ed in generale nel mondo della cultura, della politica e della diplomazia.
Conobbi i Suoi genitori e fui ospite, più volte, nella casa avita di Iseo.
In anni più recenti ho avuto l’onore di essere ospite Suo e della signora Ursula nella casa di Roma, dove conobbi i Suoi figli, ancora bambini, e dove mi rivedo. 
Anch’Egli era venuto a casa ed  aveva conosciuto i miei genitori.
Nel 1998 il grande balzo: Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta a Sofia, dove da tempo frequentava Re Simeone. 
In veste di Ambasciatore  ha fatto solo del bene.
Negli anni percorremmo strade diverse, a volte con accenti polemici, ma sempre leali, come avviene tra uomini liberi. 
Fummo quindi lontani, poi vicini, poi ancora lontani e finalmente vicinissimi. La sua ultima mail è del 27 gennaio. 
Tra il 2 e il 3 febbraio Egli cessa di vivere.
Generoso,  Camillo ha servito l’Italia e la Monarchia.  
Lavorando sino alle ultime ore di vita  ci ricorda che la morte in ozio stupido non ci può trovare.

Iseo, 6 febbraio 2019

Michele D’Elia, direttore di Nuove Sintesi

domenica 27 gennaio 2019

L’Italia e la politica delle nazionalità e il congresso di Roma sulle nazionalità oppresse 8-10 aprile 1918


Durante il primo conflitto mondiale, la politica italiana nei confronti delle nazionalità sperimenta importanti oscillazioni. L’idea della guerra come conflitto ‘risorgimentale’, teso a completare il processo di unificazione nazionale e ricondurre in seno alla Madrepatria le terre ‘irredente’ sotto dominio asburgico poneva il tema al centro della scena, con una funzione legittimante riconosciuta dallo stesso testo della dichiarazione di guerra.
Per contro, le ambizioni di Roma nello spazio adriatico e dei Balcani si muovevano in netto contrasto con il principio di nazionalità, il cui ruolo – non a caso – è sistematicamente ridimensionato nel discorso pubblico in favore di un più astratto diritto del Paese al recupero dei suoi presunti ‘possedimenti storici’.
Il perdurare della guerra rende il tema delle nazionalità sempre più importante. Dal 1914, l’Intesa aveva cercato di sfruttarne il malcontento, con il fine auspicato di indebolire la coesione dell’esercito austro-ungarico. Reparti ‘nazionali’ formati da transfughi, disertori o ex prigionieri, erano stati costituiti in tutti i maggiori eserciti, ad esempio, la ‘Duržina’ (1^ compagnia, battaglione C, 2° reggimento di marcia della Legione Straniera).
I cecoslovacchi in particolare avevano svolto un ruolo importante in questi processi, anche per l’attivismo dei loro capi politici e militari, come Tomáš Masaryk e Milan Štefánik.
In Italia, sono le tensioni interne al governo Boselli a portare in luce la questione delle nazionalità, che assume particolare importanza dopo Caporetto, a causa anche della crescente dipendenza del Paese dal sostegno alleato. Nel dicembre 1917, i colloqui informali fra il leader croato Ante Trumbić, il generale Armando Mola, Addetto militare italiano a Londra, e Guglielmo Emanuel, corrispondente del Corriere della Sera dalla capitale britannica, delineano una prima ipotesi di revisione del patto di Londra che assegni a Roma le sole terre adriatiche con popolazione «prevalentemente italiana». Nei colloqui si parla, inoltre, di diritto dei popoli a determinare la loro sorte secondo il principio di nazionalità e del comune interesse italo-slavo alla sicurezza dell’Adriatico e a evitare ogni intromissione da parte di terzi. Questi elementi sono portati a conoscenza del Comando supremo italiano, del governo Orlando e del Foreign Office; vi è comunque una forte sfiducia reciproca: in particolare, l’Italia è incerta sugli obiettivi del Comitato nazionale jugoslavo mentre quest’ultimo teme che l’adesione di Roma al principio di nazionalità sia solo un espediente tattico. La pubblicazione da parte sovietica del testo del patto di Londra (sino allora segreto), rendendo note le mire di Roma ai danni dell’Impero austro-ungarico, aumenta tensioni e diffidenze.
All’aumento delle pressioni internazionali perché l’Italia rinunci ai compensi chiesti nel 1915 fa da contraltare la propaganda delle società patriottiche come la ‘Dante Alighieri’ o la ‘Trento e Trieste’, tese a «combattere con ogni mezzo, in Italia e fuori, tutte quelle correnti occulte e palesi che [tendono] a sminuire e a falsificare l’essenza di quei nostri diritti ai quali il miglior sangue di  nostra gente, versato per la comune crociata antigermanica, aveva dato la sua solenne consacrazione». Tuttavia, anche in Parlamento comincia a farsi strada la posizione di quanti invocano buoni rapporti con i futuri Stati slavi; in particolare, l’iniziativa di diverse figure dell’interventismo liberale e democratico (fra cui Francesco Ruffini, Salvatore Barzilai, Andrea Torre e Giovanni Amendola) porta alla nascita del Comitato italiano per l’intesa tra le nazionalità
soggette all’Austria-Ungheria. L’azione del comitato s’inserisce nella linea tracciata dal Presidente del Consiglio, secondo cui «[l]’astuzia dell’Austria ha scatenato le passioni etniche delle razze oppresse; sembra perciò naturale e necessaria per noi una politica opposta». Su questo sfondo si giunge ai primi contatti fra Torre e Tumbrić in vista di una «assemblea solenne dell’irredentismo da tenersi a Roma in fine di marzo [1918]». L’iniziativa è, tuttavia, osteggiata dal Ministro degli Esteri, che in un telegramma agli Ambasciatori a Londra e Parigi, informa che l’«on. Torre non ha avuto alcun incarico dal Ministero degli Affari Esteri e che ritengo inopportuna assemblea irredentistica a Roma». Il congresso delle nazionalità oppresse si apre l’8 aprile, nella Sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio. Vi prendono parte le delegazioni cecoslovacca, rumena, polacca, jugoslava e italiana (1) rappresentativa di uno spettro politico assai più ampio di quello da cui si era mossa l’idea originaria. Il congresso registra inoltre numerose adesioni di organismi italiani e stranieri, fra cui l’Associazione politica fra gli italiani irredenti, il Fascio parlamentare di difesa nazionale, la ‘Dante Alighieri’, il Comitato italo-jugoslavo e quello italo-ceco, il Partito repubblicano, la Democrazia indipendente jugoslava, la Democrazia sociale irredenta riunita, l’Associazione internazionale ‘Latina Gens’, l’Unione fra le associazioni liberali costituzionali di Roma e i centri francesi, inglesi e americani ‘pro nazioni oppresse’.
I lavori del congresso si chiudono il 10 aprile con l’approvazione all’unanimità di quattro risoluzioni pubbliche, che ricalcano i principi generali a suo tempo negoziati da Torre e Trumbić e che confluiscono nel ‘Patto di Roma’. Né questo esito né l’incontro che i delegati hanno, l’11 aprile, con Vittorio Emanuele Orlando sono però sufficienti a dissipare la sfiducia che continua a pesare fra le parti. Ciò dipende da diversi fattori, fra cui la frammentazione delle delegazioni nazionali e loro divisioni interne, la diffidenza reciproca e (specialmente) nei confronti dell’Italia, la mancanza di un supporto politico adeguato, l’ostilità diffusa a una pace di compromesso dopo i sacrifici fatti nel corso del conflitto e la genericità dei compromessi raggiunti, anche per le forzature imposte dagli alleati dell’Intesa. La presenza ingombrante dei ‘Quattordici punti’, enunciati a gennaio dal Presidente Wilson, è un altro elemento problematico, in particolare per il riferimento in essi contenuto alla possibilità di giungere a «[una] rettifica delle frontiere italiane […] secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità» (Punto 9).
Se, quindi, nella conferenza di Roma s’incrociano dimensione interna ed estera per rilanciare la posizione italiana sullo scacchiere balcanico, in essa si riflettono anche le rigidità di una politica ancora largamente ispirata alle idee del Ministro degli Esteri, Sonnino, che del Patto di Londra era stato uno degli artefici e che Orlando aveva confermato alla guida della Consulta. Per queste
ragioni, la politica italiana delle nazionalità non sarebbe mai davvero uscita dalla sua intrinseca ambiguità. Pensata per un mondo in cui la sopravvivenza dell’Austria-Ungheria era data in qualche modo per scontata, essa non si sarebbe mai realmente adeguata alla realtà di uno Stato salvo (il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni prima, dal 1929 il Regno di Jugoslavia) che ne mettesse in discussione l’ambizione a un controllo completo sull’Adriatico e il suo hinterland. Questa rigidità si sarebbe espressa anche dopo il termine del conflitto e avrebbe toccato l’apice con il ritiro dalla delegazione dalla conferenza di pace di Parigi nell’aprile 1919.
Non a caso, oggetto del contendere sarebbero state – in tale occasione – proprio le rivendicazioni italiane sull’Adriatico e i contrasti sorti a questo proposito fra una delegazione divisa e la rigida intransigenza del Presidente Wilson; una querelle solo in parte risolta dalla firma del trattato di Rapallo (novembre 1920).

Gianluca Pastori
Università Cattolica, Milano
(1) La nostra delegazione: Luigi Albertini, Giovanni Amendola, Carlo Emanuele a Prato, Francesco Arcà, Salvatore Barzilai, Giuseppe Antonio Borgese, Giuseppe Canepa, Ettore Ciccotti, Giovanni Colonna di Cesarò, Luigi Della Torre, Pietro Lanza di Scalea, Luigi Federzoni, Roberto Forges Davanzati, Giovanni Giuriati, Giovanni Lorenzoni, Giuseppe Lazzarini, Paolo Mantica, Maurizio Maraviglia, Ferdinando Martini, Benito Mussolini, Ugo Ojetti, Maffeo Pantaleoni, Giuseppe Prezzolini, Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini, Antonio e Vittorio Scialoja, Franco Spada, Pietro Silva, Alessandro Tasca di Cutò, Andrea Torre e Vito Volterra