domenica 10 febbraio 2019

Elogio di Camillo


Nel 1972, rientrato dal servizio militare, come membro dell’ Alleanza Monarchica feci in tempo a  votare contro l’adesione del P.D.I.U.M.  al M.S.I. e come membro del F.M.G., battevo la Lombardia in cerca di nuovi frutti.
Camillo è il frutto migliore che io abbia incontrato; Egli era già tra i giovanissimi dell’A.M.
Studente di liceo Lui, insegnante di prima nomina io, entrammo subito in sintonia. Ci univa quel sentimento di amor patrio che si sintetizza nella Monarchia, e che usiamo definire fedeltà al Re e alla Patria.
Il giovanissimo Camillo era continuamente in movimento nell’Alleanza Monarchica ed in generale nel mondo della cultura, della politica e della diplomazia.
Conobbi i Suoi genitori e fui ospite, più volte, nella casa avita di Iseo.
In anni più recenti ho avuto l’onore di essere ospite Suo e della signora Ursula nella casa di Roma, dove conobbi i Suoi figli, ancora bambini, e dove mi rivedo. 
Anch’Egli era venuto a casa ed  aveva conosciuto i miei genitori.
Nel 1998 il grande balzo: Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta a Sofia, dove da tempo frequentava Re Simeone. 
In veste di Ambasciatore  ha fatto solo del bene.
Negli anni percorremmo strade diverse, a volte con accenti polemici, ma sempre leali, come avviene tra uomini liberi. 
Fummo quindi lontani, poi vicini, poi ancora lontani e finalmente vicinissimi. La sua ultima mail è del 27 gennaio. 
Tra il 2 e il 3 febbraio Egli cessa di vivere.
Generoso,  Camillo ha servito l’Italia e la Monarchia.  
Lavorando sino alle ultime ore di vita  ci ricorda che la morte in ozio stupido non ci può trovare.

Iseo, 6 febbraio 2019

Michele D’Elia, direttore di Nuove Sintesi

domenica 27 gennaio 2019

L’Italia e la politica delle nazionalità e il congresso di Roma sulle nazionalità oppresse 8-10 aprile 1918


Durante il primo conflitto mondiale, la politica italiana nei confronti delle nazionalità sperimenta importanti oscillazioni. L’idea della guerra come conflitto ‘risorgimentale’, teso a completare il processo di unificazione nazionale e ricondurre in seno alla Madrepatria le terre ‘irredente’ sotto dominio asburgico poneva il tema al centro della scena, con una funzione legittimante riconosciuta dallo stesso testo della dichiarazione di guerra.
Per contro, le ambizioni di Roma nello spazio adriatico e dei Balcani si muovevano in netto contrasto con il principio di nazionalità, il cui ruolo – non a caso – è sistematicamente ridimensionato nel discorso pubblico in favore di un più astratto diritto del Paese al recupero dei suoi presunti ‘possedimenti storici’.
Il perdurare della guerra rende il tema delle nazionalità sempre più importante. Dal 1914, l’Intesa aveva cercato di sfruttarne il malcontento, con il fine auspicato di indebolire la coesione dell’esercito austro-ungarico. Reparti ‘nazionali’ formati da transfughi, disertori o ex prigionieri, erano stati costituiti in tutti i maggiori eserciti, ad esempio, la ‘Duržina’ (1^ compagnia, battaglione C, 2° reggimento di marcia della Legione Straniera).
I cecoslovacchi in particolare avevano svolto un ruolo importante in questi processi, anche per l’attivismo dei loro capi politici e militari, come Tomáš Masaryk e Milan Štefánik.
In Italia, sono le tensioni interne al governo Boselli a portare in luce la questione delle nazionalità, che assume particolare importanza dopo Caporetto, a causa anche della crescente dipendenza del Paese dal sostegno alleato. Nel dicembre 1917, i colloqui informali fra il leader croato Ante Trumbić, il generale Armando Mola, Addetto militare italiano a Londra, e Guglielmo Emanuel, corrispondente del Corriere della Sera dalla capitale britannica, delineano una prima ipotesi di revisione del patto di Londra che assegni a Roma le sole terre adriatiche con popolazione «prevalentemente italiana». Nei colloqui si parla, inoltre, di diritto dei popoli a determinare la loro sorte secondo il principio di nazionalità e del comune interesse italo-slavo alla sicurezza dell’Adriatico e a evitare ogni intromissione da parte di terzi. Questi elementi sono portati a conoscenza del Comando supremo italiano, del governo Orlando e del Foreign Office; vi è comunque una forte sfiducia reciproca: in particolare, l’Italia è incerta sugli obiettivi del Comitato nazionale jugoslavo mentre quest’ultimo teme che l’adesione di Roma al principio di nazionalità sia solo un espediente tattico. La pubblicazione da parte sovietica del testo del patto di Londra (sino allora segreto), rendendo note le mire di Roma ai danni dell’Impero austro-ungarico, aumenta tensioni e diffidenze.
All’aumento delle pressioni internazionali perché l’Italia rinunci ai compensi chiesti nel 1915 fa da contraltare la propaganda delle società patriottiche come la ‘Dante Alighieri’ o la ‘Trento e Trieste’, tese a «combattere con ogni mezzo, in Italia e fuori, tutte quelle correnti occulte e palesi che [tendono] a sminuire e a falsificare l’essenza di quei nostri diritti ai quali il miglior sangue di  nostra gente, versato per la comune crociata antigermanica, aveva dato la sua solenne consacrazione». Tuttavia, anche in Parlamento comincia a farsi strada la posizione di quanti invocano buoni rapporti con i futuri Stati slavi; in particolare, l’iniziativa di diverse figure dell’interventismo liberale e democratico (fra cui Francesco Ruffini, Salvatore Barzilai, Andrea Torre e Giovanni Amendola) porta alla nascita del Comitato italiano per l’intesa tra le nazionalità
soggette all’Austria-Ungheria. L’azione del comitato s’inserisce nella linea tracciata dal Presidente del Consiglio, secondo cui «[l]’astuzia dell’Austria ha scatenato le passioni etniche delle razze oppresse; sembra perciò naturale e necessaria per noi una politica opposta». Su questo sfondo si giunge ai primi contatti fra Torre e Tumbrić in vista di una «assemblea solenne dell’irredentismo da tenersi a Roma in fine di marzo [1918]». L’iniziativa è, tuttavia, osteggiata dal Ministro degli Esteri, che in un telegramma agli Ambasciatori a Londra e Parigi, informa che l’«on. Torre non ha avuto alcun incarico dal Ministero degli Affari Esteri e che ritengo inopportuna assemblea irredentistica a Roma». Il congresso delle nazionalità oppresse si apre l’8 aprile, nella Sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio. Vi prendono parte le delegazioni cecoslovacca, rumena, polacca, jugoslava e italiana (1) rappresentativa di uno spettro politico assai più ampio di quello da cui si era mossa l’idea originaria. Il congresso registra inoltre numerose adesioni di organismi italiani e stranieri, fra cui l’Associazione politica fra gli italiani irredenti, il Fascio parlamentare di difesa nazionale, la ‘Dante Alighieri’, il Comitato italo-jugoslavo e quello italo-ceco, il Partito repubblicano, la Democrazia indipendente jugoslava, la Democrazia sociale irredenta riunita, l’Associazione internazionale ‘Latina Gens’, l’Unione fra le associazioni liberali costituzionali di Roma e i centri francesi, inglesi e americani ‘pro nazioni oppresse’.
I lavori del congresso si chiudono il 10 aprile con l’approvazione all’unanimità di quattro risoluzioni pubbliche, che ricalcano i principi generali a suo tempo negoziati da Torre e Trumbić e che confluiscono nel ‘Patto di Roma’. Né questo esito né l’incontro che i delegati hanno, l’11 aprile, con Vittorio Emanuele Orlando sono però sufficienti a dissipare la sfiducia che continua a pesare fra le parti. Ciò dipende da diversi fattori, fra cui la frammentazione delle delegazioni nazionali e loro divisioni interne, la diffidenza reciproca e (specialmente) nei confronti dell’Italia, la mancanza di un supporto politico adeguato, l’ostilità diffusa a una pace di compromesso dopo i sacrifici fatti nel corso del conflitto e la genericità dei compromessi raggiunti, anche per le forzature imposte dagli alleati dell’Intesa. La presenza ingombrante dei ‘Quattordici punti’, enunciati a gennaio dal Presidente Wilson, è un altro elemento problematico, in particolare per il riferimento in essi contenuto alla possibilità di giungere a «[una] rettifica delle frontiere italiane […] secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità» (Punto 9).
Se, quindi, nella conferenza di Roma s’incrociano dimensione interna ed estera per rilanciare la posizione italiana sullo scacchiere balcanico, in essa si riflettono anche le rigidità di una politica ancora largamente ispirata alle idee del Ministro degli Esteri, Sonnino, che del Patto di Londra era stato uno degli artefici e che Orlando aveva confermato alla guida della Consulta. Per queste
ragioni, la politica italiana delle nazionalità non sarebbe mai davvero uscita dalla sua intrinseca ambiguità. Pensata per un mondo in cui la sopravvivenza dell’Austria-Ungheria era data in qualche modo per scontata, essa non si sarebbe mai realmente adeguata alla realtà di uno Stato salvo (il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni prima, dal 1929 il Regno di Jugoslavia) che ne mettesse in discussione l’ambizione a un controllo completo sull’Adriatico e il suo hinterland. Questa rigidità si sarebbe espressa anche dopo il termine del conflitto e avrebbe toccato l’apice con il ritiro dalla delegazione dalla conferenza di pace di Parigi nell’aprile 1919.
Non a caso, oggetto del contendere sarebbero state – in tale occasione – proprio le rivendicazioni italiane sull’Adriatico e i contrasti sorti a questo proposito fra una delegazione divisa e la rigida intransigenza del Presidente Wilson; una querelle solo in parte risolta dalla firma del trattato di Rapallo (novembre 1920).

Gianluca Pastori
Università Cattolica, Milano
(1) La nostra delegazione: Luigi Albertini, Giovanni Amendola, Carlo Emanuele a Prato, Francesco Arcà, Salvatore Barzilai, Giuseppe Antonio Borgese, Giuseppe Canepa, Ettore Ciccotti, Giovanni Colonna di Cesarò, Luigi Della Torre, Pietro Lanza di Scalea, Luigi Federzoni, Roberto Forges Davanzati, Giovanni Giuriati, Giovanni Lorenzoni, Giuseppe Lazzarini, Paolo Mantica, Maurizio Maraviglia, Ferdinando Martini, Benito Mussolini, Ugo Ojetti, Maffeo Pantaleoni, Giuseppe Prezzolini, Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini, Antonio e Vittorio Scialoja, Franco Spada, Pietro Silva, Alessandro Tasca di Cutò, Andrea Torre e Vito Volterra

sabato 19 gennaio 2019

Un "parecchio" inascoltato

Giovanni Giolitti, il 24 gennaio 1915, scrive da Cavour all’on. Peano una lettera, che “La Tribuna”, quotidiano di Roma, diretto da Olindo Malagodi, pubblica il 2 febbraio. Ne diamo il testo integrale, commentato da Vincenzo Pich.
 
Caro Amico,
È stranissima la facilità con la quale, parte in buona e parte in malafede si formano le leggende. Ora due tendono a formarsi; una di pretesi miei rapporti col principe di Bulow, l’altra l’opinione che mi si attribuisce che si debba mantenere in modo assoluto la neutralità in qualunque caso.
Conosco il principe di Bulow da molti anni, ho grande stima del suo ingegno e del suo carattere, l’ho sempre trovato amico dell’Italia, beninteso mettendo sempre in prima linea il suo paese,come è suo dovere.
Egli quando era a Roma come semplice privato veniva spesso a visitarmi. Ora che venne a Roma come ambasciatore lo incontrai per caso in Piazza del Tritone: mi disse che voleva venirmi a trovare; gli risposi che, essendo io un disoccupato, sarei andato da lui e così feci l’indomani. Si parlò in modo affatto accademico dei grandi avvenimenti, ma mi guardai bene dall’entrare nell’argomento del contegno che debba tenere l’Italia. Avrei mancato al mio dovere, né egli entrò in tale argomento, perché è uomo che non viene mai meno alle convenienze.
Alcuni giorni dopo venne a restituirmi la visita; io non ero in casa, mi lasciò una carta di visita e non lo vidi più essendo io partito da Roma.
La mia adesione al partito della neutralità assoluta: altra leggenda.
Certo io considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessario per l’onore o per i grandi interessi del paese.
Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso altri popoli. Per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del proprio paese. Ma quando necessario non esiterei ad affrontare la guerra, e l’ho provato.
Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile, che, nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra; ma su di ciò chi non è al governo non ha elementi per un giudizio completo.
Quanto alle voci di cospirazioni e di crisi non le credo possibili.
Ho appoggiato ed appoggio il Governo, nulla importandomi delle insolenze di chi gli si professa amico ed invece è forse il suo peggior nemico.
Gradisca i più cordiali saluti.
Aff.mo: Giovanni Giolitti

A novembre del 1918 finisce la prima, ma dopo poco più di due decenni inizierà la seconda guerra mondiale.
La prima guerra mondiale si conclude con la disfatta degli Imperi Centrali e in quel crepuscolo del 1918 si trovano di fronte, deposte le armi, vinti e vincitori: sia chi aveva a lungo perseguito trionfi, infine fallito, sia chi partecipava ora alla spartizione del bottino, non senza rimpiangere quel qualcosa in più, che si vedeva conteso. Ma, se il conflitto militare cessava, si aprivano prospettive di rivoluzioni politiche e sociali con l’affrontarsi dell’ ideologia marxista-leninista e delle nuove istanze fondate sul culto di un uomo di forte vocazione autoritaria e del totalitarismo dello stato etico. Il tutto traeva origine dalla guerra che Giovanni Giolitti avrebbe voluto evitare, come si evince, tra svariate altre testimonianze, dalla sua lettera a un amico, pubblicata su “ La Tribuna” di Roma: “Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile che, nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra”.
Senonché, subito dopo, l’ex Presidente del Consiglio dei ministri ammetteva: “Ma su di ciò chi non è al governo non ha elementi per un giudizio completo”.
E così, il 24 maggio del 1915 anche l’Italia entrava in guerra e si avviava a pagare l’intervento, che avrebbe causato un numero enorme di morti e tracciato un solco profondo tra interventisti e neutralisti, questi rappresentati dai socialisti e dai popolari di Don Sturzo, divisione che si sarebbe protratta a lungo e con l’effetto di favorire l’ascesa del fascismo.
Da allora l’Italia, l’Europa e il mondo intero entrano in un tunnel da cui usciranno solo nel 1945, con la fine della seconda guerra mondiale.
Fortunatamente, l’Italia conservava la sua Monarchia, sottraendo il Paese legittimo all’autorità nefasta del nazionalsocialismo di Hitler. Si schiererà, pertanto, a fianco degli alleati inglesi e americani fin dal 1943, concludendo la seconda guerra mondiale contestualmente alla vittoria delle democrazie e alla liberazione immediata di quasi tutto il suo territorio.
Lasciamo immaginare, se l’Italia non avesse avuto il baluardo legale e morale del Regno, largamente condiviso, quale maggior tragedia le sarebbe toccata, tra morti e distruzioni senza fine.

Vincenzo Pich
Unione Associazioni Piemontesi nel Mondo, Torino

venerdì 11 gennaio 2019

Il Piave: limite invalicato. III parte



Verso Vittorio Veneto. Ottobre 1918
Gittare i ponti. I nostri devono attraversare il Piave e occuparne la riva sinistra.
L’avanzata inizia così:
24 ottobre. Sera. Il Piave è in piena, la sua velocità e di 2,50 metri. Caviglia: “Il Piave non è certo paragonabile al Reno ed al Danubio come volume d’acqua; ma, quando è in piena, raggiunge
fortissime velocità, superiori a quelle degli altri due fiumi. Orbene, con un fondo ghiaioso come quello del Piave, allorché la velocità si mantiene superiore ai m. 2,50, non si possono gettare i ponti, perché le ancore arano il fondo, ed i ponti si spezzano.
La velocità del Piave il 24 ottobre era vicina ai m. 2,50 su tutto il corso del fiume fino alle Grave di Papadopoli, dove era alquanto minore.
La sera di quel giorno la luna calante si levava alle 22 circa. Per gettare i ponti avevamo quattro o cinque ore di oscurità, tenuto conto che, fino alle ore 23 la luna non sarebbe stata abbastanza alta per illuminare lo specchio d’acqua”. (E Caviglia, Le tre battaglie, op. cit. pagg. 152-153)
Impossibile gittare i ponti. Ferme l’8ª, 10ª e 12ª Armata.
25 ottobre. Sera. Come il giorno prima, ma di notte vengono ammassati sulla riva sud i materiali da ponte.
26 ottobre. Sera. La piena inizia a scendere. Il c.te l’VIII Armata, gen. Caviglia, ordina il gittamento dei ponti. Il nemico è ancora tranquillizzato dalla piena. È il momento. Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, tra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XXII Corpo d’Armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori già avanzati per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là de fiume”. Così Caviglia, cit. pag. 174 e segg.
27 mattina. Stasi.
Notte dal 27 al 28. La piena e l’artiglieria nemica distruggono altri ponti. Il Genio Pontieri li ricostruisce sotto il fuoco. Il nostro cuneo sulla sponda opposta, gen. Vaccari, resiste agli attacchi nemici, gen. Boroeviç.
Sempre il 28. Vittorio Emanuele III, “ per tre volte, sotto il tiro dell’artiglieria nemica”, visita l’osservatorio del XXII C d’A, a C. Benedetto. Il Sovrano “ricorda a tutti che ora più che mai occorre fede incrollabile e ferrea volontà di vincere”.
Il nemico contrattacca a Moriago e Sernaglia, ma è respinto. (Relazione del XXII C d’A, in Caviglia Le tre battaglie del Piave, All. 13, pag. 306)
29 ottobre. Il XVIII Corpo supera il Monticano ed entra in Conegliano. Lo stesso giorno Clemenceau e Lloyd George chiedono a Foch: “Quando finirà la guerra?” Risposta: “Fra tre mesi, fra quattro, chissà …”. (cfr. L’Esercito Italiano …, vol. V, Tomo 2° Narrazione, pag 991) Nessun commento.
30 ottobre. Cade Vittorio Veneto.
Cavalleria e autoblindo
1 novembre. Ore 6. Terza divisione di cavalleria. Pattuglie esploranti accertano che le rive del Meduna e del Cellina sono presidiate da forti nuclei nemici, così pure daforti reparti di fanteria dotati di mitragliatricii comuni di Aviano, San Martino, Sedriano e San Quirino. (L’Esercito Italiano …, vol. V, Tomo 2°, Narrazione, pag. 808-809) È impossibile andare avanti; il comandante la 3ª divisione, Carlo Guicciardi, ordina al reggimento ‘Savoia’, primo gruppo squadroni, di puntare su San Martino in appoggio alla fanteria.
La manovra riesce solo in parte, per l’intenso fuoco delle mitragliatrici e delle artiglierie.
In suo aiuto viene inviata la 12ª squadriglia autoblindo. Questa viene liquidata dall’artiglieria nemica prima di raggiungere la linea di fuoco. L’episodio è così descritto:La squadriglia, peraltro, non poté assolvere il compito ad essa affidato, in quanto, mentre percorreva la rotabile di avvicinamento, a Rogaredo venne presa sotto un violentissimo fuoco di artiglierie e di mitragliatrici dell’avversario. Tutte le sei autoblindo vennero centrate dal fuoco nemico (la prima
si incendiò, tre furono rovesciate in un fosso; le ultime due subirono guasti che fortunatamente non le immobilizzarono completamente); essendosi, poi, inceppate alcune mitragliatrici, i mitraglieri furono costretti a continuare a combattere con i soli moschetti e le pistole”. L’Esercito Italiano …, vol. V, op cit., Le operazioni del 1918, Tomo 2°, La conclusione del conflitto, Narrazione, pag. 809)
Il prete non le aveva benedette!
Questo è uno dei molti episodi che smentiscono la storiella secondo la quale il nemico non aveva più voglia di combattere.
Scrive Robert Gerwarth nel suo volume La rabbia dei vinti, Ed. Laterza, Bari 2018, pag.171: “La storia spesso ripetuta secondo la quale i cechi, in modo particolare, furono riluttanti a sostenere lo sforzo bellico dell’impero – un’idea presente nel romanzo ‘Il buon soldato Švejk’ (1921-1923) di Jaroslav Hašek che riscosse un successo internazionale – è sostanzialmente un’invenzione degli anni del dopoguerra, un mito adottato sia dai nazionalisti cechi, per evidenziare il loro tradizionale odio per «l’oppressione» asburgica, sia dai nazionalisti austriaci, per giustificare la sconfitta dell’esercito imperiale”.
Il morale delle truppe austro-ungariche.
Il gen. Ludendorff in una riunione di ufficiali afferma: “Secondo notizie del gen. Cramon il morale delle truppe austriache è sorprendentemente buono”. (cfr. L’Esercito Italiano …, op cit. vol. V, pag. 285)
Ore 11. Cade Belluno. (L’Esercito Italiano …, op. cit., pag. 717
3 novembre. Cadono Udine, Trento e Trieste.
4 novembre. Cade Caporetto
10 nov. Il Re sbarca a Trieste
Contemporaneamente alla nostra avanzata iniziano, a Parigi, le manovre degli Alleati per sminuire la vittoria italiana.
Giudizi di valore
Confermano l’ammirata stima del nemico e rispecchiano l’interesse, le invidie e le paure dei nostri Alleati. Oltre quelli citati nelle precedenti relazioni, ne diamo qui altri esempi:
Alleati
Gran Bretagna. A. J. Taylor nel suo volume La monarchia asburgica, del 1948liquida Vittorio Veneto così: Dopo la firma dell’armistizio ma prima della sua entrata in vigore gli italiani sbucarono da dietro le truppe inglesi e francesi dove si erano tenuti nascosti e nella grande “vittoria” di Vittorio Veneto – raro trionfo delle armi italiane – catturarono centinaia di migliaia di soldati austro-ungarici disarmati e che non opponevano nessuna resistenza. (L’Esercito Italiano … vol. V, Tomo 2° - Narrazione, pagg. 1124-1125)
Lo stesso autore nel volume Storia della Prima Guerra Mondiale, del 1963, rincara la dose, non tenendo ”… conto delle stesse testimonianze ufficiali britanniche, dei Generali Plumer e Lord Cavan”. (L’Esercito Italiano …, op. cit. pag. 1125) “Pubblicammo in lingua inglese l’opuscolo intitolato What Italy has done for the War, in cui venivano allora forniti elementi sullo sforzo compiuto, in comparazione con la potenzialità demografica ed economica del Paese”. (L’Esercito Italiano … op. cit., pag.1125)
Stati Uniti. La ‘International Military and Defense Encyclipedia, vol. 6, T – Z, Brassy’s (US), Inc. A Division of Maxwell Macmillan, Inc. Washington – New York; sotto il capitol World War 1, cita l’Italia nel paragrafo Other Actions: The Italian front broke wide open as the Austrians and Germans inflicted a serious defeat on the Italians at Caporetto in October. With French and British Help, the Italians stabilized the front along the Piave River. While 1917 was frustrating for the Allies on the western front and disastrous for them on the eastern and Italian front, in other theatres they enjoyed considerable success. (p. 2955)
Risposta italiana
I nostri soldatini “sbucati”, casualmente, è ovvio, alle spalle delle poderose truppe alleate, registrano, sempre per una fortuita casualità, le seguenti perdite nella battaglia di Vittorio Veneto, che comprende anche i più sanguinosi scontri sul Grappa:
10.000 morti (9.400 italiani, 500 britannici, 200 francesi) e 26.000 feriti (25.000 italiani, 1.100 britannici, 400 francesi) per un totale di 36.700 uomini. Non è considerato il piccolo numero dei prigionieri che furono immediatamente recuperati nel corso della battaglia medesima(L’Esercito Italiano … op. cit., vol. V, Tomo 2° bis, Documenti, pagg. 1165-1167)
Ricordiamo che il 332° rgt. di fanteria americano, il 4 novembre attraversò il Tagliamento al seguito della brigata ‘Caserta’. Fu il suo battesimo del fuoco. Perdite: “ nessun morto e pochi feriti”. (L’Esercito Italiano … op cit. vol. V, Tomo 2° Narrazione, pag. 852)
L’impegno fu corale
“ … Dal primo giorno l’Esercito e la Nazione videro in linea il proprio Sovrano e le maggiori figure del Paese, mentre l’intera Società assumeva posizioni di condanna nei riguardi di coloro che in qualche modo si sottraevano ai propri oneri o traevano ingiusto profitto dalle attività economico-produttive”. (L’Esercito Italiano … vol. V, Tomo, Tomo 2°, Narrazione, Roma 1988, pag. 1171)
CONCLUSIONE
L’insegnamento è nei fatti narrati.
Michele D’Elia

(*) Armando Lodolini, “Quattro anni senza Dio”. 1: “Il diario di un ufficiale mazziniano dalle trincee del Carso alle Giudicarie”, prefazione di Luigi Emilio Longo, introduzione e note di Elio Lodolini, Gaspari, Udine, 2004, p. 160. Vedi anche “Rassegna storica del Risorgimento”, luglio-settembre 2004, pp. 447-48.

(1) Documenti Diplomatici Italiani, quinta serie, vol. IX, Doc. n.° 391, pagg. 270-272, IPZS, Roma 1983, traduzione di Gianluca Pastori
(2) Gli Alleati hanno la memoria corta: in settembre avevano ritirato dal fronte alpino 201 pezzi di artiglieria: 137 francesi e 64 inglesi. Cfr. la richiesta del gen. Robertson il 24 settembre e la piccata risposta di Cadorna il 25 settembre, in L’Esercito Italiano nella Grande Guerra, vol. IV. Tomo 3°, Narrazione, Roma 1967, pagg. 42-43
(3) L’Esercito Italiano …, op. cit., vol. IV, Tomo 3°, Le operazioni del 1917 – Narrazione, Roma 1967, pagg. 655-656.
(4) Philippe Rostan, L’Europa in pericolo: Caporetto, 1917, Ed. Club degli Editori/Mondadori, Brescia marzo 1974, pagg. 243-244.
Sui fatti di Pozzuolo cfr. anche Alfio Caruso, Caporetto – l’Italia salvata dai ragazzi senza nome, Ed. Longanesi & C., Milano settembre 2017, Cap. ottavo, pagg.216-230. È doveroso ricordare che le perdite dello squadrone nella sola giornata del 31 furono: 34 ufficiali su 65; 467 sott’ufficiali e semplici cavalieri su 903 e 528 cavalli su 908.
(5) A. Bronzuoli, Guerra e vittoria d’Italia 1915-1918, Tipografia A. Matteucci, Roma 1934-XIII, pag.177.

lunedì 7 gennaio 2019

Il Piave: limite invalicato. II parte


10 novembre 1917. Cadorna e Conrad

Il Regio Esercito è definitivamente attestato sul Piave. Cadorna ha concluso la sua fondamentale manovra. Di lui, in questo momento, così scrive von Conrad: «… abbiamo trovato contro di noi uomini di ferro e un Capo di ferro» … «Siamo riusciti a rovesciare Cadorna e questo è forse il maggior vantaggio conseguito da tutta l’operazione» (in L’Esercito Italiano …, op. cit. vol. IV, Tomo 3° Narrazione, pag. 517)
Il nemico non passa il Piave.
29 novembre. Ludendorff chiede al Comando Supremo austro-ungarico, “se non fosse meglio rinunziare a un ulteriore attacco e porre termine all’azione comune offensiva sulla linea del Piave, favorevole a difensiva, addivenendo tutt’al più in precedenza a miglioramenti delle posizioni dell’ala destra e del centro dell’11ª Armata”. Ma, “La 1ª Armata italiana si era stabilita coll’ala orientale sulle Melette, gli attacchi di Conrad del novembre contro quel massiccio fallirono e l’avanzata di Krauss nella zona del Grappa si paralizzò, al pari dei tentativi di passaggio del Piave”. (dalla Relazione Ufficiale austriaca, in L’Esercito It. … vol. IV, Tomo 3°, Roma 1967, pagg. 528-
529) Caparbiamente ma inutilmente, Conrad persiste negli attacchi
sino all’11 dicembre.

Breve antologia di un’altra Caporetto
24 ottobre.
Diario del I C. d’A. tedesco: «l’altura dominante lo Jeza fu difesa dagli Italiani con straordinaria tenacia».
Diario della 200ª Div. tedesca: «il 3° reggimento Jäger si impadronisce senza gravi perdite della cima 929 di M. Jeza, ancora energicamente tenuta dal nemico. Deve, però, sgomberare temporaneamente di fronte a contrattacchi. Ma dopo mezzanotte l’occupa saldamente». Vedi la Nota n.° 36, pag. 275 e segg. in L’Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vol. IV, Le operazioni del 1917 - Tomo 3°, Gli avvenimenti dall’ottobre al dicembre, Narrazione, Ministero della Difesa Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 1967.

Sempre il 24 ottobre. Beffa.
Nella stessa giornata il generale Villani ed il comandante dell’artiglieria della sua 19ª Div., furono catturati da una pattuglia nemica; ma “sfruttando l’oscurità (oltre le ore 19) ed una esitazione del nemico, il comandante della Divisione ed il suo seguito riuscirono a sottrarsi alla cattura, dileguandosi”. (cfr. Nota 37, pag. 275, cit. Narrazione)
26 ottobre 1917. Siamo a cavallo dell’Isonzo. Tra il Globocak e l’Isonzo, vi sono schierati la brigata ‘Treviso’ e la brigata ‘Palermo’, XXIV Corpo (E. Caviglia, La dodicesima battaglia- Caporetto, Ed. A. Mondadori, XI-1933-XII, pag 171) Nella Nota 1, stessa pagina, precisa Caviglia: Il comandante della brigata Palermo, generale De Negri, di Novi Ligure, si lagnò nella sua relazione che la sua brigata non fu bene impiegata. Egli non aveva torto. Ma nelle rapide alternative della battaglia il comandante del XXIV corpo doveva cercare di turare le falle, di mano in mano che si producevano, per salvare le divisioni che si trovavano al di là dell’Isonzo. Doveva necessariamente sacrificare l’unità della bella brigata di De Negri. Questo valoroso generale era ammirevole. Il giorno 26 riunì la sua brigata sul Korada, la passò in rivista, la incamminò verso il Torre, ed i reggimenti gli resero gli onori come in
piazza d’armi. Il comandante del corpo d’armata gli espresse la sua fervida ammirazione.
27 ottobre 1917. “Alla sera del 27 ottobre compiuto il ripiegamento dei corpi d’armata di riva sinistra, la brigata Venezia si ritirò sulla destra dell’Isonzo, facendo saltare i ponti di Plava. Quando i suoi due reggimenti furono raccolti a Verhovlje, il comandante del XXIVcorpo abbracciò il comandante della brigata, generale Righini, in presenza delle truppe e del comandante della divisione, generale Mangiarotti. I due reggimenti si misero poi in marcia, sfilando davanti ai due generali e resero gli onori come se fossero in piazza d’armi. Analogamentele truppe della brigata Palermo sul rovescio del Korada avevano reso gli onori al loro comandante, generale De Negri, nella mattina del 27, iniziando la loro ritirata verso il Torre. Ultima a lasciare il Korada a notte fatta, in perfetto ordine, fu la brigata Livorno (De Marinis), dopo d’aver protetto la ritirata della divisione bersaglieri, la quale aveva ricevutol’ordine di ripiegamento dal comandante del XXIV corpo”. (E. Caviglia, La Dodicesima …, op. cit. pag. 191)
I nostri soldati non sono e non si sentono fuggiaschi davanti al nemico. Essi sfilano in parata non solo davanti ai propri comandanti, ma anche e soprattutto dinanzi alle ombre dei loro Compagni caduti.
Dopo la sconfitta di Caporetto i generali Giovanni Villani e Gustavo Rubin de Cervin si suicidano.
Dal 23 ottobre al 9 novembre 1917 furono concesse 15 Medaglie d’Oro al Valor Militare.
(in L’Esercito Italiano. … vol. 4°, Tomo 3°, Roma 1967, pag. 55)

31 ottobre 1917. Alba a Pozzuolo del Friuli.
‘Genova Cavalleria’ e la brigata ‘Bergamo’ hanno passato il Tagliamento, il 4° squadrone di ‘Genova Cavalleria’ deve difendere la retroguardia della 3ªArmata. Il nemico va caricato per guadagnare anche un solo minuto. Il 4° squadrone di ‘Genova’ avanza, diretto verso Pozzuolo, dove lo scontro avviene casa per casa ed è solo verso le 19 che il centro abitato “valorosamente difeso veniva conquistato”: così il generale Krafft von Dellmensigen, Capo di Stato Maggiore della 14ª Armata germanica, nelle sue Memorie Der Durchbruch am Isonzo: «Presso Pozzuolo si era impegnato violentissimo combattimento che si protrasse per tutto il pomeriggio … Solo verso le ore 19 il paese, valorosamente difeso [tapfer verteigt], veniva conquistato …» (in Philippe Rostan, L’Europa in pericolo: Caporetto 1917, pag. 242-243). Dello stesso tono è la relazione del Comando della 10ª brigata alpina austriaca: “L’avversario … oppose una resistenza estremamente tenace di modo che i nostri reparti possono avanzare soltanto a passo a passo, da casa a casa, combattendo col calcio del fucile, con granate a mano e alla baionetta …”. (Rostan, op. cit. pag. 243) La stessa relazione evidenzia l’intervento aggressivo della nostra cavalleria sulla sinistra della brigata, e ben “cinque cariche mosse da uno o due squadroni”.
Il sottotenente Eberhard del 22° fanteria germanico, così fotografa uno degli episodi, nella lettera del 20 novembre 1917: “Mi lancio nel cortile della casa vicina, seguito dal sottotenente Babel comandante la 1ª Compagnia e da due
soldati … È una questione di secondi. Arrivano a spron battuto. Quello in testa dev’essere un ufficiale! Le redini infilate nel braccio, nella destra la sciabola, nella sinistra la pistola, egli grida: “Viva l’Italia! Viva il Re!”. Un capo
brillante! Lo vedo saltare una mitragliatrice, attraverso la barricata. A cinque o dieci metri dietro di lui lo seguono circa dieci cavalieri. Io grido agli uomini a me vicini: “Fuoco! Fuoco!”. Tutti sono come sbalorditi! Babel estraela pistola, il colpo non parte. Un lanciere colpisce di lanciail caporale Rössel, che riceve anche una sciabolata sulla testa. Finalmente il primo colpo di fucile. Ora spara anche il secondo dei due uomini. I cavalieri si curvano sulle selle,fanno dietro-front, cadono, gridano. La mitragliatrice che era stata saltata dall’ufficiale italiano è nuovamente in azione. Knappik la solleva e tenendola imbracciata come un fucile spara da solo.: Ra-ta-ta-ta. La bella cavalleria è
distrutta”. (4)
Il fratello del gen. von Below, a colloquio con lord Cavan definisce “magnifica” la condotta della cavalleria italiana che ”ritardò sensibilmente l’avanzata degli imperiali”.(La Nuova Antologia, 1° gennaio 1928, in Rostan, L’Europa … op cit. pag.244)

Il Generale Krafft von Dellmensingen: 1) “… noi già durante gli avvenimenti avevamo capito che solo la grande decisione della ritirata al Piave e la sua regolare esecuzione avevano salvato l’Italia”.(in L’Esercito Italiano … vol. IV, Tomo 3° Narrazione, pag. 54)
2) Il Grappa. “Così si arrestò a poca distanza dal suo obiettivo, l’offensiva tanto ricca di speranza, ed il Grappa diventò il «Monte Sacro» degli Italiani. Di averlo conservato contro gli eroici sforzi delle migliori truppe dell’esercito austro-ungarico e di loro camerati tedeschi,
essi, con ragione, possono andare superbi”. (5)
Il generale Konopicky, Capo di S. M. dell’Arciduca Eugenio, dichiara: “Sembrava assolutamente impossibile che un Esercito, dopo una così enorme catastrofe com’era stata quella di Caporetto, avesse potuto riprendersi così rapidamente”. (L’Esercito Italiano … op cit. pag. 54) Hindenburg, ammette: “ il nostro tentativo per conquistare le alture dominanti il bassopiano dell’Italia Settentrionale e far cadere così anche la resistenza nemica sulla fronte del Piave, fallì.
Dovetti convincermi che le nostre forze non bastavano più ad attuare tale compito. L’operazione era ormai arrestata: la tenacissima volontà del Comando in quella zona, e delle truppe dipendenti, dovettero abbassare le armi di fronte a tale realtà”. (L’Esercito Italiano l’op. IV cit., pag. 54