domenica 7 febbraio 2016

LA TRASFORMAZIONE DELLA GRANDE GUERRA

di Massimo De Leonardis

Nel 1914 l'Europa era la «cittadella orgogliosa» all'apogeo del potere mondiale: controllava il 60% dei territori, il 65% degli abitanti, il 57% della produzione di acciaio, il 57% del commercio. Era consapevole e orgogliosa della sua missione civilizzatrice, della quale era parte rilevante l'opera delle missioni cattoliche, sostenute anche da governi laicisti come quello francese, sia pure per meri fini di prestigio e influenza politica. Tutto ciò fu distrutto con il «suicidio dell'Europa civile», come fin dal 1916 il Papa Benedetto XV definì la guerra, riprendendo poi l'espressione nella famosa nota dei l' agosto 1917 che conteneva anche l'altra più conosciuta, «inutile strage».

Causa scatenante della crisi fu l'assassinio a Sarajevo il 28 giugno 1914 da parte dei rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip, la cui mano fu armata da circoli dirigenti serbi, dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono Austro-ungarico, fautore di progetti di riorganizzazione dell'impero che avrebbe consolidato la fedeltà alla dinastia degli slavi del sud, tarpando le ali alla Serbia, che voleva invece essere il «Piemonte dei Balcani». Il 23 luglio Vienna inviò un ultimatum a Belgrado chiedendo una severa inchiesta e la punizione dei colpevoli. Ciò mise in moto un meccanismo diplomatico e militare che in poco più di dieci giorni precipitò nella guerra gran parte dell'Europa. Ciascun Paese ritenne fosse in gioco un proprio vitale interesse nazionale:

1. L'Austria-Ungheria non poteva perdere l'occasione di regolare i conti con la Serbia, che si poneva come punto di riferimento per gli slavi del sud all'interno dell'impero.
2. La Russia, protettrice della Serbia, non poteva lasciare campo libero nei Balcani alla sua rivale Austria-Ungheria.
3. La Francia non poteva abbandonare la sua alleata Russia, perdendo così l'occasione di riconquistare Alsazia-Lorena.
4. La Germania doveva appoggiare la sua unica alleata sicura, l'Austria-Ungheria, sperando anche che dichiararle il suo appoggio potesse servire a localizzare il conflitto.
5. La Gran Bretagna intervenne perché riteneva che la potenza dell'impero Tedesco stesse alterando l'equilibrio europeo, al quale era da almeno due secoli attenta; l'intervento britannico fu facilitato dalla violazione tedesca della neutralità del Belgio, necessaria per attuare il "piano Schlieffen".

Rimase inizialmente fuori dei conflitto l'Italia, pur alleata di Vienna e Berlino; rovesciando tale posizione entrerà in guerra nel 1915 al fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, dopo aver valutato i compensi che la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza sarebbero state disposte a prometterle per ottenerne rispettivamente l'entrata in guerra al loro fianco o la continuazione della neutralità. Come ebbe a dire il 18 ottobre 1914 il presidente dei Consiglio Salandra, assumendo l'interim dei ministero degli affari esteri dopo la morte del titolare Marchese di San Giuliano il supremo criterio ispiratore dei suo governo era il «sacro egoismo per l'Italia».

I vari Paesi si aspettavano una guerra breve, che non provocasse sconvolgimenti politici e sociali, come era stato per le guerre post-napoleoniche; inoltre essendo venuto meno da secoli il riconoscimento del supremo Magistero pontificio, non ci si poneva più la questione della liceità di una guerra. E evidente quindi che la Prima Guerra Mondiale scoppiò per ragioni classiche di politica di potenza. La diplomazia segreta di guerra, come gli accordi tra le potenze dell'intesa relativi agli Stretti ed al Vicino e Medio Oriente, spartito in zone d'influenza tra Gran Bretagna e Francia, rivela chiaramente le ambizioni imperialiste dei contendenti. Difficile trovare una contrapposizione ideologica tra autoritarismo e democrazia, in una contesa che vedeva la Russia zarista come pilastro della Triplice Intesa. Il progredire del conflitto, la necessità di giustificare con ragioni più nobili i sacrifici richiesti alle popolazioni e di motivare, come richiesto dagli Stati Uniti, gli "scopi di guerra" pubblici, la caduta dello Zar fecero sì che alla fine la propaganda dell'intesa presentasse il conflitto come una lotta tra le democrazie e gli Imperi autoritari, una lotta per le nazionalità "oppresse", contro il multinazionale Impero asburgico.

Da non sottovalutare poi la direttiva ideologica cara alla Massoneria internazionale: il risultato del conflitto doveva innanzi tutto essere la "repubblicanizzazione" dell'Europa e soprattutto l'abbattimento dell'unica Grande potenza cattolica, l'Impero asburgico. Come scrive lo storico ungherese François Fejtó, l'Austria-Ungheria, incarnava insieme monarchia e cattolicesimo [ ... ] il grande disegno [ ... ] era di estirpare dall'Europa le ultime vestigia deli clericalismo e del monarchismo». «La monarchia, la nostra monarchia, è fondata sulla religiosità [ ... 1 il nostro Imperatore è un fratello temporale del Papa, è Sua Imperiale e Regia Maestà Apostolica, nessun altro è apostolico come lui, nessun'altra Maestà in Europa dipende a tal punto dalla grazia di Dio e dalla fede dei popoli nella grazia di Dio». Così il polacco Conte Chojnicki parla al Barone von Trotta nel famoso romanzo La Marcia di Radetzky di Joseph Roth. Il Congresso Internazionale Massonico dei Paesi Alleati e Neutrali, riunito a Parigi il 28, 29 e 30 giugno 1917, inserì tra le sue risoluzioni le rivendicazioni italiane, cecoslovacche e jugoslave, che, avendo come fine la distruzione della Monarchia, furono inviate ai Governi alleati e neutrali. André Lebey, relatore del Congresso, condannò l'Austria-Ungheria, colpevole, a suo dire, di tenere legate a sé, con la forza, diverse nazioni.

Di lì a poco, la Germania prese la decisione cinica e di corte vedute di inviare Lenin in Russia, allo scopo di farla uscire dalla guerra, che il governo borghese nato dalla rivoluzione di febbraio intendeva invece continuare. La Russia si ritirò dal conflitto, ma furono poste le basi per la creazione del primo Stato comunista. Nello stesso anno entrarono in guerra dalla parte dell'intesa gli Stati Uniti, portatori di un programma di sovvertimento del tradizionale ordine internazionale e di ostilità alle monarchie. Sempre nel 1917, vero anno chiave della guerra, l'intesa pose o completò le basi dei tuttora insolubile problema del Medio Oriente, dividendosi in zone d'influenza tale area, ma allo stesso tempo da un lato fomentando la rivolta araba dall'altro promettendo agli Ebrei un "focolare nazionale".

La ricordata iniziativa di pace dei Papa del 10 agosto cadde nel vuoto, poiché mancavano le condizioni minime necessarie per una pace di compromesso. Dopo le immani perdite provocate dalle inconcludenti offensive degli anni precedenti, era difficile constatarne l'inutilità rinunciando ad una vittoria totale. Dal lato degli Imperi Centrali, la Germania non era disposta nemmeno alla restaurazione della piena sovranità dei Belgio ed alla restituzione dell'Alsazia e della Lorena alla Francia. Dalla parte dell'intesa, nei 1917 la Gran Bretagna era ancora eventualmente disposta a negoziare con l'Austria-Ungheria, ma non con la Germania, della quale voleva distruggere la potenza. Nel 1917 la guerra stava poi assumendo un carattere ideologico che escludeva soluzioni negoziate: la Massoneria internazionale voleva la distruzione dell'Austria-Ungheria e il Presidente Wilson pose le premesse di quella che oggi si chiama la guerra di regime change, rifiutando nell'ottobre 1918 di negoziare un armistizio con i governi imperiali di Berlino e Vienna. Comunque nessuno dei belligeranti, soprattutto dalla parte dell'intesa, era disposto a riconoscere al Papa un ruolo nel porre fine alla strage; con il Patto di Londra l'Italia aveva ottenuto dai suoi alleati che la Santa Sede fosse esclusa da qualunque voce in capitolo riguardo a negoziati di pace. In effetti, a tutti coloro che vinsero, o meglio credettero di aver vinto, la guerra apparve per nulla «inutile».


Come altri grandi avvenimenti della storia, si pensi alla Rivoluzione Francese, la Grande Guerra iniziò senza un esplicito programma rivoluzionario, che però si impose in corso d'opera. Il risultato fu una trasformazione radicale dell'assetto geopolitico dell'Europa: la scomparsa di tre Imperi (Austro-Ungarico, Russo e Tedesco), sulle cui ceneri si sarebbero installati i totalitarismi comunista e nazista, ponendo le premesse della Seconda Guerra Mondiale.

venerdì 15 gennaio 2016

Cantare e portare la Croce - IV parte

26 agosto. Cavalli e ciclisti. La 53° divisione raggiunge l’orlo meridionale del vallone di Ghignavano''. Il generale Gonzaga, suo comandante, attestatosi in località Caverna chiede di procedere nella conquista del vallone. Capello gli ordina di fermarsi. (9)

Il Comando d'Armata assegna al XXIV Corpo una divisione di cavalleria e tre battaglioni di ciclisti; Caviglia, con ironia, osserva che la mancanza d'acqua sull'altopiano della Bainsizza, rende inutili i cavalli, perciò " ... era necessario lasciare la cavalleria in valle Isonzo ...... (pag 109) I ciclisti, intanto, vengono mandati sulla Bainsizza.

Cadorna ordina alla III Armata di prepararsi ad un nuovo attacco sul Carso.

Sotto la stessa data, Gatti scrive: ”Io credo che la battaglia, concepita bene, nell'attuazione non sia stata altrettanto felice... Da quattro giorni tutta la III armata è del tutto ferma.... Fino a San Gabriele nulla di nuovo .... Se il nemico fosse stato premuto tutti i fronti avrebbe dovuto almeno pensare parecchie cose.... Il colpo non è stato fortissimo".(10)

Erich Ludendorff, comandante supremo tedesco: -L'undicesima battaglia dell'Isonzo era stata ricca di successi per l'esercito italiano. Le armate imperiali avevano bravamente resistito, ma le loro perdile sulle alture del Carso erano state così rilevanti, il loro spirito così scosso, che le autorità militari e politiche dell'Austria-Ungheria erano convinte che le armate dell' 'Imperatore non avrebbero potuto continuare la lotta e sostenere un dodicesimo urto dell'Italia". (11) Da qui l'intervento tedesco. Sette divisioni di fanteria e artiglieria. Caporetto verrà.

27 agosto. La brigata Grosseto si ritira sulla strada di Vrhovec per un violento contrattacco austriaco ma subito dopo riprende la posizione. Alla Il Armata viene assegnato l'incarico di espugnare il San Gabriele e il San Daniele, per aprire la strada alla III Armata. Per Caviglia la battaglia finisce ora e qui. (Cfr. pag. 109)

Perdite. Il generale Caviglia chiude la descrizione della battaglia nel suo settore con il quadro delle perdite: "Il XIV Corpo d'Armata s'era trovato di fronte 56 battaglioni, e ne aveva organicamente distrutti 45 oltre a diverse compagnie di mitragliatrici autonome. Erano caduti nelle nostre mani circa 150 bocche da fuoco ed 11. 000 prigionieri....

Le perdite del XXIV Corpo in questo periodo (13-31 agosto) furono in tutto circa 6400 uomini perduti. Nell'intera 11° battaglia dell'Isonzo, le 51 Divisioni, che vi presero parte, perdettero 140. 000 uomini, in media circa 3. 000 uomini per divisione ". (Caviglia, op. cit. pagg. 110- 111).

29 agosto. Il Comando Supremo sospende l'offensiva generale ed ordina solo un ultimo assalto al sistema difensivo del nemico, a nord e a est di Gorizia per facilitare le operazioni della III Armata, impegnata sul Carso. Ma proprio l'ultimo attacco in questo settore, fallisce.

Questa, dal 19 agosto, aveva ottenuto limitati successi nelle zone circostanti le colline di Tivoli, nel settore monte Faiti-Castagnavizza, Selo-Sella delle Trincee, paludi di Locavaz, catturando alcune migliaia di prigionieri, oltre i precedenti 19.000. Tuttavia, il Carso resta in mano nemica.

Lo scontro per la Bainsizza si frammenta.

Leggiamo in Amedeo Tosti (12) "Da fonte nemica sappiamo che il Comando austriaco, disperando ormai di poter porre riparo alle gravi falle aperte nella sua linea sul margine occidentale della Rainsizza, aveva predisposto, nella notte del 23, la ritirata sulla linea Masniak-Kal- Vrhovec-Madoni-Zagorie-San Gabriele: le ultime resistenze, quindi, del giorno 23, avevano avuto soprattutto lo scopo di coprire il ripiegamento -. (1).

(1) V la relazione del generale von Pitreich sull'11° battaglia dell'Isonzo nella citata opera dello Shivarte, e la Relazione ufficiale austriaca. (A.Tosti op. cit. pag 26)


Dopo il 24 agosto, come per Caviglia anche per Tosti, (pag. 266 op. cit.), la grande battaglia si spezzetta in una serie di scontri sanguinosi che si esauriscono in rettifiche della linea del fronte: ne sono testimonianza, gloriosa e amara, i monti Hermada e San Gabriele; l'uno sul Carso, l'altro nella corona di alture intorno a Gorizia. Contemporanei gli assalti, il 4 e 5 settembre, alle due montagne.

4 e 5 settembre Hermada e San Gabriele. Le due montagne sono contemporaneamente teatro di sanguinosi e feroci scontri all'arma bianca. L'Hermada resterà in mano austriaca sino al 1918, come bastione avanzato di Trieste.

5 settembre. Ore 5,35. Prendiamo una cima del San Gabriele.

"La presa del San Gabriele è avvenuta così. Alle 5,35 il t. col. Bassi. Dopo aver detto a S. E. Gatti che non facesse né intensificare il tiro, né altro, per non dare l'allarme al nemico, balzò fuori con i suoi 450 uomini, divisi in 3 parti: una diretta a q. 367 per salvaguardare il fianco destro, una verso S. Caterina per il fianco sinistro, e la principale in mezzo, per salire sulla cima del San Gabriele Avanti i bombardieri, dietro i lanciafiamme. Gli austriaci furono sorpresi nelle caverne.... la cima fu raggiunta in 30 minuti.... Il generale austriaco preso in una caverna, comandante la zona S. Gabriele, si suicidò, il maggiore comandante del settore tentò ma non riuscì. Tutto il monte, specialmente sulla cima, era forato come un alveare. Il battaglione d'assalto [ndr il reparto sperimentale degli Arditi] al S. Gabriele fino alla mattina del giorno 5: poi, sostituito da una brigata. ridiscese, a riposo al Natisone ". (Gatti, pag. 2 3 0).

La Il e la III Armata vivono ormai in continua fibrillazione, poiché il Comando Supremo, vale a dire Cadorna, non imprime la spinta definitiva alla battaglia: anzi, lascia che gli attacchi si spengano. Perché? Il suo disegno, ancora oggi, a noi, rimane oscuro. Tutto sembra lasciato all'iniziativa dei singoli reparti.

5 Sera. Riperdiamo quota 146. Gli Austriaci si incuneano tra le tre quote del San Gabriele da noi occupate: Veliki, 552 e 646. (Cfr. Gatti, pagg.223-224)

Due testimoni diversi ma uguali. Italiani e Austriaci prendono e perdono, riprendono e riperdono i fianchi del monte, ormai una fornace che brucia la vita dei soldati con una velocità oggi impensabile. Scrive il tenente colonnello Sauer del 14° reggimento di fanteria austriaco: “ ... chi potrebbe descrivere a fondo questo San Gabriele, questa specie di Moloch, che ingoia un reggimento ogni tre o quattro giorni, e senza dubbio, anche se non lo si confessi, cambia
giornalmente il suo possessore? ". (13)

Il nostro fante Antonio Pardi, classe 1898, del 247 reggimento, 6' compagnia, Il Armata, ci ha lasciato una vivida e impressionante fotografia di quelle giornate: "Ricordo la grande battaglia del monte San Gabriele, in cima al quale, ogni sera, saliva una divisione di fanti. Io servivo allora nelle corvées, di rifornimento munizioni alla prima linea, la quale si trovava in cima al San Gabriele. Ci muovevamo sotto un diluvio di cannonate ... ognuno di noi aveva sulle spalle una cassetta di munizioni. Salii diverse volte quel maledetto fianco del monte. ... Bisognava stare attenti dove si mettevano i piedi, per non correre il rischio di urtare le bombe... del commilitone caduto ... Ogni secondo che passava era un secondo di vita in più.... I morti erano così fitti che non si potevano più scansare... Gloria a tutti i caduti, ai soldati tutti che combatterono con coraggio. Gloria sia anche quando non avremo più bisogno di pensare alla guerra” (14)

6 settembre. Stallo. I nostri non vanno né avanti né indietro.

7 settembre. Del San Gabriele controlliamo, alla fine, un terzo, poiché solo una delle tre punte. che si ergono sul pianoro di quota 600, quella a nord-ovest, è nostra. Cfr. Gatti a pag 230.

Falso successo la presa sul San Gabriele?

15 settembre. Bainsizza. La Brigata Sassari conquista le quote 895 e 862.

29 settembre. La 44° divisione, generale Achille Papa, conquista quota 800, sulla linea Madoni-Na Kobil-Zagorje, che domina la parte superiore del Chiapovano.

5 ottobre. Bainsizza. Durante un assalto il generale Achille Papa è colpito a morte. Medaglia d'Oro alla memoria. Fine della battaglia.

EPILOGO

Nella temperie della Grande Guerra, l'Italia presenta i caratteri di una giovane nazione, che rielabora se stessa attraverso tensioni, contrasti, limiti della classe politica, problemi sociali, rivolte interne e al fronte, che non furono mai né rivoluzione né tradimento.

A chi intona la solita trenodia della “generazione perduta" rispondiamo: Niente storie!

Tutti i Soldati caduti in battaglia potrebbero dire di sé: Cursum feci fidem servavi.

Michele D'Elia

(1)      Enrico Caviglia, La battaglia della Bainsizza. Ed. Mondatori, Milano 1930, VIII pagg. 96-97. li volume ci farà da guida nella descrizione della battaglia.
(2)      Enrico Caviglia, op. cit. pag. 22
(3)      Ardengo Soffici, Kobilek, Ed. Vallecchi. Opere. Volume III, Firenze 1960, pagg. 113-119
(4)      Per l'unità linguistica degli italiani cfr. Tullio De Mauro. Storia linguistica dell'Italia unita, Ed. Laterza, Roma-Bari 1991, pagg. 108-109. [la edizione Bari 1963]
(5)      Angelo Gatti in Caporetto - Diario di guerra inedito maggiodicembre 1917, a cura di Alberto Monticone, Ed. Il Mulino, Bologna 1964, pagg. 182-183. Gatti offre una lettura "politica " e non solo tecnica delle operazioni da maggio a dicembre 1917
(6)       Fritz Weber. Da Montenero a Caporetto - Le dodici battaglie dell'Isonzo, Ed. Mursia, Milano 1967 pag. 341 e 337
(7)       cfr. Giuseppe Ungaretti, Lettere dal fronte a Mario Puccini, Ed. Archinto, Milano, novembre 2014, pag. 38
(8)      cfr. Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno, Cliché, Firenze 2014, pag. 137
(9)      Caviglia, op. cit. cfr., Nota n. 1 a pag. 102
(10)         Angelo Gatti, op.cit. pagg. 191-192
(11)         Ludendorff, Ricordi di guerra, pag. 384 - in Amedeo Tosti La guerra italo-austriaca - 1915-1918, Ed. I.S.P.I., Milano, 25 ottobre 1938 - XVI pag. 272
(12)         Amedeo Tosti, op. cit.
(13)         K. Sauer, Un libro di ricordi dei grandi tempi, Lienz, 1920, pag. 282 - in Amedeo Tosti, op. cit. pag. 269 Nota 1

(14)         Emilio Faldella [a cura di] I racconti della grande guerra, Ed. Mondadori, Milano 1966, pagg. 73-75

martedì 12 gennaio 2016

Cantare e portare la Croce - III parte

INTERLUDIO

22 agosto. "E' la giornata decisiva"

Prima dell'attacco allo Jenelik Caviglia considera: "Nella valle regnava un silenzio perfetto. Non uno squillo di tromba, non il nitrito d'un cavallo, non il suono d'un comando. La natura e gli uomini riposavano. Dopo tanta tempesta e tanta distruzione un silenzio religioso esaltava l'anima ad ascensioni mistiche di amore e di pace... (pag. 93)

Duello di artiglierie. L'artiglieria nemica ritiratasi dall'Isonzo, non spara o spara a casaccio perché troppo distante e senza osservatori. La nostra, invece, è così descritta dal tenente di artiglieria Fritz Weber nella sua testimonianza del 18 agosto: "In questi due anni, inoltre, il nemico si era trasformato radicalmente. Forse, a quest'ora aveva già superato lo zenit della saldezza interiore - durante la decima battaglia, infatti, certi reggimenti italiani avevano tentato pericolosi ammutinamenti - eppure rimaneva un fatto inoppugnabile che aveva imparato a morire, che aveva fatto l'abitudine alle perdite cruente e che bastava la più vaga speranza di un successo per renderlo addirittura temerario, preoccupato soltanto di arrivare alla meta, non importa se fosse un trascurabile pezzetto di terreno o una cima irrilevante.

L'artiglieria italiana, ... sapeva,fare un uso ben diverso, adesso, delle munizioni, non le sprecavano più senza scopo e senza risultato come nelle prime battaglie. Il suo tiro era diventato micidiale, colpiva tutti i punti immaginabili, era - se così si può dire -fantasioso nella sua metodicità, satanico per quanto concerneva il logoramento dei nervi dell'avversario. E poi c'erano gli aviatori italiani ... ". (pag. 337)

"Non vi era un nascondiglio, un angolo o una conca in cui qualcosa di vivente avrebbe potuto cercare riparo che non fosse colpito dal maglio dell'artiglieria italiana. Da Mrzli Vrh fino all'Adriatico, su un fronte lungo più di sessanta chilometri la terra tremava, fumava, l'aria era lacerata dall'urlo ininterrotto delle granate e delle bombarde. Neppure questo teatro di guerra aveva mai visto qualcosa di simile. Si stentava a credere che quanto stava accadendo, una distruzione così fulminea e così sapientemente organizzata, potesse avvenire per opera dell'uomo. Non erano, forse, demoni quelli che trasportavano i proiettili, servivano il volantino di puntamento, si gettavano sul pezzo, aprivano l'otturatore, cacciavano altro acciaio nella bocca da fuoco arroventata? Non erano, forse, demoni quelli che pensavano, calcolavano, osservavano in un simile mondo impazzito imprimendo a questa follia scatenata il suggello della più metodica esecuzione di un piano predisposto? "' (pag. 34 1)

22 mattina. Assalto all'Oscedrik, quota 856 - Fasi:

1) la 47° divisione parte all'attacco della cima e la conquista una prima volta; 
2) il nemico contrattacca e, con le riserve, riprende la vetta; 
3) il successivo corpo a corpo ci ridà l'Oscedrik; 
4) lo riperdiamo subito dopo.

Ore 14,30. Improvvisare ancora. 1) il nemico tiene saldamente il monte;

2) il Comandante del XXIV ordina alla 47° di condurre un nuovo assalto ed autorizza l'impiego dei battaglioni alpini Tonale e Pasubio, che però sono lontani. Che fare?

Il Comandante constata: - la 60° è sul Kuk con quattro battaglioni della brigata Tortona e tutto il 279° della Vicenza. - il 159° inizia l'ascesa dello Jelenik; - il generale Tisi, con la brigata Elba, è sul Semmer: e decide di attaccare per cresta lo Jelenik, così manovrando:

1) ammassamento. 
2) schieramento. 
3) attacco.

Caviglia prevede la conquista dello Jelenik per le ore 18.

Ore 17. Lo Jelenik cade.

Ore 18. Cade anche quota 747. La 60° procede verso il villaggio di Bate.

La fanteria manovra. Si chiede con orgoglio Caviglia: "Potrebbero altre fanterie, che non fossero italiane, manovrare così in momenti simili, dopo d'esser rimaste per mesi e mesi immobili,

impantanate in trincee di fango? Riacquistare così rapidamente tanta facoltà di movimento dopo diversi mesi d'atassia locomotrice? Io ho visto in diverse guerre le fanterie delle principali nazioni europee, asiatiche ed americane, ma credo che nessuna di esse, neppure la francese (che più si avvicina alla nostra per prontezza di intuito, sveltezza e facilità di movimento) avrebbe potuto far meglio e più prontamente quella manovra in analoga situazione “. (pag. 95)

Il Re. Sappiamo che Vittorio Emanuele III si spingeva sino alle prime linee. Ora è presso l'osservatorio del monte Kalì. (cfr. Caviglia, pagg. 96-97)

Sulla figura del giovane Sovrano, che ha "... attorno, delle vere mummie... " cfr. anche il profilo che ne tratteggia Gatti. (op. cit. pagg. 181-182).

Caduti lo Jelenik e l'Oscedrik, si sarebbe potuto aggredire l'orlo sud della linea austriaca, procedere verso il Kobilek, investire il vallone di Chiapovano, e puntare su Tolmino.

Sera. Il XXVII è fermo sulle nuove posizioni; il Il con la sua 3° divisione occupa la prima linea nemica. Qui si ferma e blocca anche la 60°, generale Squillace.

Notte tra il 22 e 23 agosto. Occasione perduta.

Il Comando d'Armata non si rende conto che la sosta: - permette alle forze austroungariche di sfilarsi; ed arresta la nostra avanzata generale.

Capello ed i suoi più stretti collaboratori, mancano di quella flessibilità tattico-strategica, necessaria per adeguare uno schema prestabilito all'imprevista evoluzione della battaglia.

Carlo I. Gli Imperiali sgombrano la Bainsizza.

Nel campo opposto, quasi a sottolineare l'errore strategico del Comando italiano, avvengono incontri decisivi. Fritz Weber: "Il 22 agosto l'Imperatore Carlo I arrivò a Postumia ed ebbe un colloquio segreto di due ore con il feldmaresciallo Boroevic. Il risultato di quest'incontro fu una decisione. ...ritirare il fronte a nord del Basso Vipacco, portandolo sul margine orientale del vallone di Chiapovano...

Alle 21, il feldmaresciallo Boroevic convocò il capo di Stato Maggiore e il capo dell'ufficio operativo per informarli delle proprie intenzioni e per sentire il loro parere... Il colonnello von Pitreich osservò che sarebbe stato opportuno agire senza eccessiva fretta. Durante la notte, forse, la situazione si sarebbe chiarita sulla Bainsizza consentendo di limitare lo sgombro completo dell'altopiano a una ritirata parziale. La proposta riscosse il pieno consenso del comandante della 5° armata. La speranza di una vittoria senza pari prometteva di diventare realtà e spronava gli italiani a insistere con rinnovato ardore.... Il colpo subito dalla difesa era, fuor di dubbio assai duro ... tre divisioni - la 21°, la 43°,  e la 106°, dodici valorosi reggimenti, 22000 uomini circa – erano state praticamente polverizzate... -. (Weber, op. cit. pagg. 351-353).

Notte tra il 23 e il 24: lo sgombero tecnico dell'Altopiano è concluso.

Effetto: l'artiglieria italiana all'alba del 24 spara sui luoghi abbandonati, vale a dire, fra la quota 652 del Vodice, il Kobilek ed il villaggio di Bate …(Weber, pag. 354)

Al dire di Weber, gli italiani attaccano alle ore 10 verso est, "il Monte Santo fu espugnato dopo un breve selvaggio corpo a corpo ". (Weber, op. cit. pag. 354)

23 agosto. Il prezzo dell'Oscedrik.

Prima che iniziasse l'aggiramento del monte da sud, nelle prime ore antimeridiane, i battaglioni alpini Pasubio e Tonale. Avevano ripreso il monte. I vincitori, arrivati in cima, vedono questo: "Su quella vetta la furibonda lotta. sostenuta a più riprese dalle nostre truppe e da quelle austro-ungariche, aveva lasciate terribili e dolorose tracce negli strati di cadaveri nemici e nostri, sovrapposti alternatamente, nelle armi infrante ed abbandonate, firammiste ad essi, nelle pietre divelte, negli alberi schiantati e nei rami stroncati. Si vedeva allora quante volte quella vetta fosse stata perduta e ripresa.

Ai valorosi nostri compagni, che colà combatterono e caddero, rivolgo il pensiero reverente e grato, ed ai nemici vada il tributo di ammirazione, meritato dal loro valore ". (Caviglia, pag. 100)

23 agosto. Pomeriggio. La brigata Grosseto occupa le Stari San Duha, oltre l'Oscedrik;

1) la 3° divisione del II Corpo avanza e sostituisce la 60°, tra quota 747 e 652;

2) la 60° occupa i boschi a sud dell'Oscedrik per aggirare il Kobilek.

L'altopiano della Bainsizza è isolato ma non preso.

Situazione. Dal 17 al 23 agosto, da Tolmino al mare il XXVII e il XXIV Corpo hanno superato l'Isonzo. Il XXIV aveva aperto "una porta di 15 km".

Schiodare. Ipotesi di manovra oltre la nuova linea del nemico. Gli austro-ungarici stanno arretrando sino all'estremo lembo meridionale dell'altopiano. il momento cruciale: gli Imperiali in ritirata dovrebbero essere incalzati per stadi successivi, così delineati da Caviglia:

a) “far passare la maggior quantità di forze possibile " (pag 101 ) attraverso lo squarcio di 15 km;
b) dividere le forze armate nemiche, sistemate a nord della foresta di Ternova, da quelle schierate più a sud;
e) tagliare la via della ritirata verso Lubiana.

Palese la crisi degli Imperiali che Caviglia definisce "vacillazione morale... perciò il giorno 23 anche la III Armata avrebbe, forse dovuto attaccare per approfittare di quelle debolezze". Il
Comando Supremo lo capì, ma diede gli ordini tardi. (pag 101).
Concludere subito la manovra con la presa di Tolmino, questo il pensiero di Caviglia, ma non di Capello, che non volle cogliere il momento propizio. Il fronte rimase fermo 24 ore. Così Caviglia: "La lezione che noi non abbiamo dato il 23 agosto agli Austriaci, la dette a noi il 24 ottobre di quell'anno la 14" Armata austro-tedesca", comandata dal generale tedesco Otto von Below. (pag 102).
24 agosto. Il XXIV procede per suo conto. L'abbandono dell'Oscedrik, l'assenza di contrasto di artiglieria e, soprattutto, gli incendi avvistati sulla Bainsizza, chiariscono l'estrema debolezza degli Imperiali. è il momento di attaccare su tutta la Conca del Chiapovano, per aggirare il Kobilek. Da qui l'ordine di operazioni, N° 9 diramato dal generale Caviglia, che avrebbe aperto la strada al Il Corpo. Esso recita:     «Occorre inseguire- l'avversario e non dargli tregua, affinché non possa riordinarsi ed affermarsi in posizione.
«Date la nostra preponderanza di forze e le speciali condizioni di disorganizzazione dell'avversario, raccomando ancora la manovra di avvolgimento, anziché ostinarsi ad una lotta frontale.
« E' mia intenzione proseguire celermente l'avanzata fino a raggiungere l'orlo nord-occidentale del vallone di Chiapovano per impadronirci del valico della strada di Lokve, prendendo possesso delle alture laterali Veliki- Verh e Cerni- Verh». (pag 104-105)
Sequenza delle operazioni:
1) alla 47° Caviglia ordina di marciare verso il ciglio della conca      di Chiapovano;

2) alla 60° di prolungare a sud la linea della 47° a per creare un unico schieramento difensivo tra il monte Zgorevnice e Sveto.

Tutto è pronto per l'assalto finale ma il generale Capello convoca tutti i comandanti di Corpo per consultazioni: non si conclude nulla, perché durante la conferenza giunse la notizia che la 53° divisione, [ generale Gonzaga, ndr ] aveva occupato il Monte Santo " (pag 104)

Chi vuole concludere qualcosa deve agire da solo.

Prime ore del mattino. La 47 si dirige tra quota 747 e il monte Sleme.

Tardo pomeriggio. Artiglieria al galoppo. La 47° occupa l'abitato di Trusnje, mentre la 60° occupa Bate e raggiunge la linea quota 801-Sleme, quota 700-Lohka. Si distinguono 2 batterie del 46° artiglieria da campagna che prendono posizione al galoppo e aprono il fuoco.

Entusiasmo delle truppe. Ungaretti. "Brigate che avrebbero dovuto essere sostituite non vogliono essere sostituite: altre, che sono in riserva come la brigata Regina, chiedono di essere impiegate. E’ una marcia in avanti piena di entusiasmo... -. (Angelo Gatti, pag. 187)

Questo clima di convinzione promana anche dall'opera e dall'impegno sul campo di Giuseppe Ungaretti, che, in malattia presso una compagnia presidiaria, insiste per "riandare a un reggimento combattente, al mio 19' ... ma presto” - 11 luglio 1917.(7)

25 agosto. L'Imperatore Carlo. angosciato dalle gravi perdite subite chiede a Guglielmo II aiuti in truppe e artiglieria. poiché: “L 'esperienza che abbiamo acquisito nell'undicesima battaglia mi porta a credere che capiterà di peggio nella dodicesima... (8) ".

25 agosto. Mattina. La 47° vola. S'impadronisce di quota 920 ad ovest del Volnik e precede di due km. la 60°. Questa avanza verso Breg, ma viene fermata. La brigata Milano decimata, è sostituita dalla Sassari. Il Comando del Corpo d'Armata lascia il monte Kalì e si trasferisce sull'Ossoinka. (Caviglia, pag. 106) Nella giornata, truppe austro-ungariche provenienti dalla Galizia, rafforzano il nemico.

Sera. Gli austro-ungarici, incalzati, si rischierano così: linea di mitragliatrici e artiglierie leggere. sulle alture intorno al lato occidentale della conca di Chiapovano.

Notte. Le nostre batterie di medio calibro passano sulla riva sinistra dell'Isonzo.

sabato 9 gennaio 2016

Cantare e portare la Croce - II parte

di Michele D'Elia

Cronaca di una battaglia manovrata

19 agosto. Giorno N (N = giorno di inizio dell'attacco)

17 agosto. Giorno N meno due, inizia l'intervento dell'artiglieria; lo stesso 17 il Comandante del XXIV stabilisce il proprio quartier generale sul Monte Kalì, che per posizione topografica favorevole, gli consente di osservare “tutto il terreno della battaglia del XXIV Corpo d’Armata e dei due Corpi d'Armata laterali, tra il Lom di Tolmino e il Vodice ... senza creare sopraccapi per chi ha la più grave di tutte le responsabilità qual è quella di condurre una brigata, un reggimento od un battaglione all'attacco”. (pag. 79)

17 agosto. Ore 14. Nostro tiro sui Comandi e sui' centri operativi...

Pomeriggio e sera. Ammassamento delle fanterie nei settori d'attacco.

18 agosto. Ore 6-40. Tutte le batterie aprono contemporaneamente il fuoco.

Divagazione politica. I1 tenente Ardengo Soffici, finito il bombardamento, è meravigliato da una singolare novità: la visita del ministro Bissolati al Comando di battaglione. “A mezzogiorno mentre eravamo tutti riuniti a mensa,... è capitato
Improvvisamente il Ministro Bissolati ... A desinar finito, il maggiore Casati si alza       e saluta e, ringrazia brevemente l'ospite a nome suo e nostro. Bissolati risponde... e le sue parole... commuovono".(3) I soldati si affollano intorno al ministro, ma non è visitando i Comandi all'ora della mensa che il Soldato possa sentirsi più amato e capito dai politici. Nota Soffici:---... Questo buon Bissolati è un vecchio. Come tutti i
suoi pari.... egli crede che le belle parole dell'eloquenza parlamentare... possono soddisfare della gente alla quale si domanda e ridomanda la vita... il soldato...Fa a quello che     ... Per una specie di pudore, detesta l'esibizione dei suoi atti... anche il caro amico di Casati e mio, Giovanni Amendola, che è capitano, è salito fra noi e per lo stesso fine che Bissolati; ma con quale altro spirito, incontro e successo”. Il capitano Botti riassume in un verso la maniera di farsi amare dal soldato. Pidocchi condividerne e fatiche".

Soffici, sempre il 18 agosto: “ L’ordine è venuto di partire domattina per l'avanzata. Ridiscenderemo nella valle del Rohot e di lì inizieremo l'attacco per la conquista della quota 652 del monte Kobilek". (pagg. 114-119)

18 agosto mattina. I Pontieri: “E noi getteremo i ponti".

Gittare i ponti sarà, insieme, fulcro e conclusione della manovra iniziale: o passiamo sulla riva opposta o l'attacco fallisce. Tutto dipende dai pontieri. Dell'operazione è incaricato il 4° battaglione pontieri,  5° 8° e 14° compagnia; a ciascuna è aggregata una compagnia ausiliaria. Gli uomini erano esperti barcaioli, le cui tradizioni e la cui tecnica risalivano almeno al 1500. Essi avevano già trasportato i pesanti barconi dalle mulattiere sino alla riva del fiume durante la notte e li avevano nascosti dietro le case diroccate negli scontri precedenti: ma avevano anche escogitata la tecnica per "... arrestare le mine galleggianti che il nemico poteva abbandonare alla deriva nel fiume a Tolmino ". (Caviglia pag. 73)

I barcaioli del Po, dell'Adige, del Ticino, dell'Adda, qualcuno dell'Arno, del Tevere e della Liguria, avrebbero anche potuto pensare di non farcela. E’ umano. Il Comandante del XXIV, intuitone lo stato d'animo, li incontra e dice loro: "Voi tutti siete barcaiuoli di padre in figlio da decine di generazioni. Duemila annifa i vostri avi più remoti erano barcaiuoli come voi, negli stessi luoghi dove siete nati, e Giulio Cesare li portò con sé nelle Gallie per gettare i ponti sul Reno. Poté così conquistare la Germania, e portarvi la civiltà latina.
E quando Napoleone, cent'anni or sono, passò il Danubio all'isola di Lodau, portò con sé i pontieri della Padana: erano quelli i vostri bisnonni. Nella storia sono questi i due passaggi di fiumi più memorabili, e furono i vostri avi che li prepararono gettando i ponti agli eserciti vincitori.

Non saprete voi gettare i ponti sull'Isonzo?

Io so cosa vi preoccupa. Voi vedete gli Austriaci a cinquanta a cento metri di distanza che sorvegliano il fiume, e vi pare impossibile che vi lascino gettare le barche in acqua, ancorarle, e compiere tutte le altre operazioni per le quali occorre almeno un'ora. Ma io ho buone batterie di bombarde e di cannoni e molte mitragliatrici, ed intanto che voi gettate i ponti, farò stare gli Austriaci con la testa bassa, nascosti, così che non oseranno neppure guardare quando voi getterete i ponti.
«E noi getteremo i ponti», essi risposero. (pag. 74)

Molte regioni, ma un solo popolo ed una sola lingua. (4) Questo è il Regio Esercito.

Ore 22. Inizia il gittamento dei ponti.

19 agosto, ore 2 del mattino. La 47° divisione conclude il gittamento dei ponti: A - sul Loga; - Aiba; C - Bodrez. Seguiranno D - Canale; E - Morsko; F - Anhovo.

Relazione ufficiale austriaca.

Il nemico vive così il veloce forzamento dell'Isonzo: “19 agosto. Grazie ad una preparazione molto accurata, gli italiani riuscirono a superare l'Isonzo, costituente un notevole ostacolo di fronte le posizioni dei difensori, e dopo, con relativa rapidità travolti i posti di guardia, produssero ben presto una situazione critica per la difesa ". (cit. in Paolo Antolini, http://memoriadibologna.it-battaglia dell'Isonzo). Il ponte A viene ceduto al XXVII Corpo.

19 agosto. Alba. Le brigate della 47° sono tutte sull'altra riva. (pag. 82)

Più difficile la situazione della 60° a sud, nel settore dì Anhovo: qui viene gettato solo il ponte F e costruite soltanto due passerelle. Obbiettivo: prendere quota 747. Caviglia è preoccupato dal sorgere del sole: perché il nemico avrebbe inquadrato i ponti.

Ore 4,30. Caviglia dal Monte Kalì sveglia il Comando dell'artiglieria, che intensifica il bombardamento e copre i battaglioni della 60°.

Prime ore del mattino. Situazione 1,  La 47° procede verso Fratta-Semmer, la 66° resta inchiodata sulla riva. Pomeriggio. La 47° raggiunge la cresta Fratta-Semmer, verso l'Ossoinka; manovra incompleta, perché manca l'altro braccio della tenaglia.

L'Artiglieria. In sintonia con i fanti piazza due sezioni da montagna della 47" sui costoni di Loga e Bodrez; e due batterie sul Fratta e sul Semmer. (pag. 83)

Situazione, 2. a) la 60° bloccata davanti all'abitato di Canale: b) le mitragliatrici nemiche, dalle rovine del centro abitato, impediscono il gittamento del nuovo ponte; e) la colonna centrale della 60°, due battaglioni del 257° reggimento di fanteria, attraversata la passerella n 2, ripara alla meglio sulla riva a sinistra, e resta isolata per la distruzione della passerella. (pag. 84). Così anche per il 2° battaglione, oltre la passerella n.° 3; e per gli altri due, che avevano superato il ponte di Plava. Anche la 3° divisione del Il Corpo è bloccata.

Rischio: essere ributtati in acqua.

Manovra. Per Caviglia unica via d'uscita è ... aggirare Canale ed attaccarlo a monte con due battaglioni di bersaglieri della l° brigata ". (pag. 84) Fara attua la manovra. La fantasia del fuori programma, in un combattimento statico, sorprende il nemico: non può contrattaccare dal monte per il tiro della nostra artiglieria né può utilizzare la propria, per non colpire le sue stesse truppe.

Prime ore della sera. Canale è presa. (pag. 85)

Schematismi. L'impiego delle truppe negli eserciti dell'epoca, specialmente sul fronte alpino, rispondeva a disegni rigidi, la vittoria arrideva, anche nei piccoli scontri, solo a chi manovrava la fanteria, spezzandoli. In grande scala questo avrebbero fatto gli austro-tedeschi a Caporetto.

Notte tra il 19 e il 20. Stallo. Vengono gettati i ponti D a Canale ed E a Morsko. Il fuoco di sbarramento impediva l'avanzata della 60° . Nondimeno, il 6° reggimento bersaglieri scendeva da Cambresco sulla sinistra dell'Isonzo, si collegava con il 262° fanteria, mentre il II era ancora bloccato dalla resistenza nemica.

Il XXVII Corpo è ancora in difficoltà, per questo il XXIV gli cede anche il ponte B.

Chi impedì a Caviglia di procedere da solo come aveva progettato?

Scrive il Generale: ”Si può affermare che nell'azione del XXIV - Corpo d'Armata si compendia la parte interessante di tutta la battaglia ed è bene di compendiarla cosi. Perciò la battaglia prese per noi il nome della Bainsizza, mentre i nostri nemici la chiamarono la II battaglia dell'Isonzo... Contribuì alla vittoria pure il XXVII Corpo d'Armata ( Vanzo fino al 22 agosto, poi Badoglio)...
Il II Corpo (Badoglio fino al 22 agosto poi Montuori) trasse profitto dalla caduta delle linee austriache – che esso invano attaccava di fronte – provocata dall'aggiramento operato dal
XXIV Corpo." (110) Caviglia non risparmia motivate critiche ai colleghi e nota che Cadorna proprio nella fase iniziale della battaglia, con decisioni repentine rimuove e. sostituisce o sposta da un Corpo d'Armata all'altro alcuni comandanti Questa specie di balletto, si svolge in piena battaglia e ne incrina gli effetti; si legga anche A. Gatti.`(5)
            
20 agosto. Mattina. Situazione poco allegra. Il XXIV è schierato a gradoni con la 47 sull'avvallamento del Vrh; la 60 a destra non riesce a passare i ponti di Canale e Morsko.
Per sciogliere il nodo, Caviglia segue un suo personale progetto, noto a Capello, così scandito: I. far pro      cedere la sinistra dello schieramento verso l'Ossoinca; 2. aggirare i'Osce drik: 3. prendere la conca del Vrh (monte) e da qui aggirare lo Jelenik e tutta la difesa austriaca. organizzata -
di fronte al Il Corpo d'Armata. (pag. 86-87)

20 agosto. Sera. Su e giù, giù e su

L'ala sinistra della 47° è isolata, ma la l' brigata bersaglieri raggiunge la conca del Vrh, tra i monti Semmer e Kuk; la sera stessa il 262° reggimento della brigata Elba raggiunge i ponti di Loga. La 60°, anche se con quasi 24 ore di ritardo, fa passare tre battaglioni a Canale, aggira Morsko e si attesta a 400-500 metri di altezza, ripulendo la riva sinistra dai nidi di mitragliatrici. Lo scatto successivo prevede l'avanzata dal fondo della Valle Judrio alla cresta. tra i fiumi Judrio e Isonzo e quindi la ridiscesa all'Isonzo e la risalita sulla linea Fratta-Semmer-Kuk-Jelenik.

Fine giornata.

Il XXVII Corpo progredisce poco; il II è bloccato; il XXIV deve ancora prendere quota 747, cioè il monte Jelenik, come insiste Badoglio.

Notte tra il 20 e 21 agosto. Anche il resto della 60° passa sulla sinistra dell'Isonzo, meno due battaglioni della brigata Tortona, ritirati perché decimati.

21 agosto. Ore 7,30. Questo è il quadro: la 47° sull'orlo della conca di Vrh, linee Semmer-Fratta, dispone della ° e 5° brigata bersaglieri, dei battaglioni alpini Tonale e Pasubio e della brigata Elba. La III Brigata Bersaglieri parte all'attacco e raggiunge quota 716. Contemporaneamente la I Brigata parte dal Semmer, attraversa la Conca di Vrh e si attesta sulle propaggini generali del monte.

Ore 14. Avanti - Fermi -Avanti ... La 60° avanza. Il 258° e un battaglione dei 257° brigata Tortona, occupano il Kuk, quota 711. Il 159° della Milano, procede verso lo Jenelik, quota 747. Né il 166° della 60° davanti a Lastivinsca né il II Corpo possono procedere, se il XXIV non avrà occupato lo Jenelik. Il nemico reagisce ostinato.

Sera. Finalmente a Cambresco arriva la brigata Grosseto, 237° e 238° autotrasportati, una rarità. Però anche queste truppe devono arrestarsi.

Notte. Passato l'Isonzo, i primi pezzi da campagna vengono trainati a braccia lungo la mulattiera Canale-Vrh. Il II Corpo è ancora bloccato e chiede insistentemente al XXIV di attaccare lo Jelenik a quota 747 a sud del monte. (pag. 92) Valle dell'Avscek: Capello ordina che il giorno 22 il XIV Corpo d'Armata venga incuneato tra il XXVI I e il XXI.


Mentre infuria la battaglia, a Torino, proprio il 21 agosto, scoppia la rivolta del pane, che finirà solo il 28 e causerà molti morti tra i cittadini e tra i soldati impiegati per sedare il moto.

sabato 26 dicembre 2015

CANTARE E PORTARE LA CROCE

di Michele D'Elia

Se Caporetto e Vittorio Veneto sono le metafore e la poesia della nostra storia recente, la vittoria della Bainsizza ne è la prosa. Continua la nostra indagine su fatti universalmente noti, ma spesso riportati in maniera grossolana. artificiosa e conformistica. Niente elucubrazioni, solo essenziale cronaca in onore dei Soldato italiano. Né può essere diversamente. Per noi. Alziamo la coltre del silenzio interessato ed ingeneroso verso i nostri soldati.

-Prodromi. Sesta battaglia dell'Isonzo. 9 agosto 1916. Entriamo a Gorizia. Gli Imperiali si arroccano a nord della città e sbarrano la strada per Trieste e Lubiana. Cadorna, pressato dagli Alleati. sotto scacco. concepisce un attacco risolutivo per alleggerire il fronte occidentale. Egli intende conquistare l'altopiano della Bainsizza. nelle Alpi Giulie. territorio slavo, e contemporeanamente attaccare sul Carso.

Altopiano della Bainsizza - Coordinate geografiche. La Bainsizza si estende per 200 km. E’ limitata ad ovest dall'Isonzo, ad est dall'Idria e a sud-est dal vallone di Chiapovano, che lo separa dalla selva a di Tarnova. L'altezza media è di 500-600 metri, ad est si eleva a un picco di 1000 metri.

L’attacco, secondo il piano del Comando Supremo, elaborato dal generale Luigi Capello, comandante la II Armata, prevede:
1 – la III Armata, Duca d'Aosta, avrebbe continuato l'attacco sul Carso per prendere l'Altopiano del Comen;
2 - la Il Armata, avrebbe avuto per obbiettivi la Selva di Ternova e 1’Altopiano della Bainsizza. Circa la testa di ponte austriaca di Tolmino, a nord, obiettivo ultimo e più importante, il Comando Supremo lascia al generale Capello "la facoltà di definire l'estensione dell'azione verso sinistra". " Questa libertà d'azione si rivelerà un errore. Tuttavia, il comando ed il controllo delle operazioni risulteranno ben armonizzati.

Le forze nemiche in campo. Contrasta il nostro schieramento la V Armata austro-ungarica [Isonzoarmee - ISA] più le riserve, generale Svetozar Boroevic von Bojna, il più brillante e acuto dei capi militari imperiali.

Il XXIV Corpo d'Armata, perno della manovra sulla Bainsizza Caviglia prepara il piano specifico per la presa della Bainsizza: 1) Passaggio dell'Isonzo; occupazione dell'orlo dell'altipiano fra Semmer e lo Jelenik; 2) Successivamente, prosecuzione dell'azione verso il margine del vallone di Chiapovano

(Caviglia, op. cit. pag. 55)

Il XXIV dispone delle divisioni- 47°, generale Fara; 60°, generale Novelli, 66° generale Squillace; e dei battaglioni alpini Monte Tonale e Pasubio. (pag. 50-51)

Da nord a sud sono così schierate: 47° da Ronzina al ponte di Canale e 60° da Canale ad Anhovo, segue la 66à. Per Caviglia da troppo tempo le offensive sull'Isonzo vengono lanciate "contro un tratto di fronte provato e riprovato... sicché non sarà possibile agire per sorpresa -. (Caviglia, pag. 23)

Fanti e Artiglieri. Si integrano sotto il profilo operativo e psicologico. Per la fanteria, mai reintegrata del tutto, dal Carso all'Isonzo, Caviglia fa quest'esempio: "... La [brigata n.d.r.] Bari nel 1915 restò per 75 giorni di seguito nel settore più pericoloso, in quel torno di tempo di tutta la fronte, quello del San Michele, ed in quei due mesi e mezzo perdette 6.500 uomini e 750 ufficiali. Discesa dal Carso, dopo la 3° battaglia dell'Isonzo. rognosa e pedicolosa, vi ritornò nelle stesse condizioni tre giorni dopo con gli effettivi ridotti a un terzo. Quando si vuol parlare della fanteria italiana, bisogna sapere queste cose". ( Caviglia, op. cit. pagg. 44-51-52)


Il piano generale, semplice e geniale prevede: gli attacchi ai Monti Kuk e Jelenik. quota 711; il gittamento di sei ponti e di alcune passerelle per il passaggio dell'Isonzo. (pagg. 57-58)

L’Isonzo: teatro delle operazioni: la valle dell Isonzo. nel tratto di fronte assegnato al XXIV Corpo e formata da fianchi montani boscosi d’altezza variabile, da 300 a 600 metri sul fiume, il quale scorre incassato tra le due rive. Queste. a monte di Alba, diventano rocciose e a picco sul letto del fium... (pag. 60) L’Isonzo, largo dai 20 ai 45 metri e profondo da 1 a 3 metri. con una velocità che varia da 2,50 metri a 3,50, si presenta come inguadabile. ma non per i nostri pontieri.
Scopi essenziali. Passare dalla riva destra alla riva sinistra dei fiume, prendere la Bainsizza e Tolmino. Queste operazioni presupponevano l’occupazione del vallone di Chiapovano. L’estensione dell'altopiano consentiva, per la prima volta una battaglia manovrata sulla fronte italo-austriaca. L'osservazione aerea ci consente di risparmiare vite umane e piazzare l’artiglieria in funzione dei bersagli riconosciuti ed inquadrati.

Il concetto d'insieme sta nell'uniformità operativa dei tre Corpi d'Armata, sino al gittamento dei ponti.

La difesa austriaca presenta sulla riva sinistra dell'Isonzo a% avamposti di osservatori ed era scientificamente ordinata su tre linee, dal basso  verso l’alto:

I. prima linea di difesa alle spalle degli ossenatori. con mitra liatrici e cannoni 9 a tiro rapido;

2. seconda linea di arresto, più in alto. 3. terza linea. dall'altura del Fratta, tra il Semmer e il Kuk ( Cucco in italiano) quota 711, sino allo Jelenik. (Caviglia pag. 62)

mercoledì 27 maggio 2015

Ambizioni e prospettive geopolitiche italiane (nel 1915)

Intrappolata nella rete della Triplice Alleanza, l'ancor giovane monarchia italiana non riusciva ad attuare una politica estera veramente rivolta alla tutela degli interessi nazionali e in grado di governare le istanze irredentiste che reclamavano la sistemazione dei confini orientali del Paese: Trentino e Venezia Giulia, comprese la prima nella Contea del Tirolo e la seconda nel Regno Illirico. Esse ci rammentano due figure di patrioti immolatisi per la causa italiana: il triestino Guglielmo Oberdan impiccato il 20 dicembre 1882 solo per il sospetto di voler attentare alla vita dell'imperatore d'Austria e il trentino Cesare Battisti anch'esso impiccato il 12 luglio 1916 assieme all'istriano Fabio Filzi ambedue per essersi arruolati nell'esercito italiano.

Fondamentale il contributo di Cesare Battisti alla causa irdentistica: politico di notevole cultura, giornalista, scrittore e soprattutto, geografo laureatosi all'università di Firenze con una tesi sul Trentino (1898), a lui si deve la pubblicazione (1915) di un atlante della sua regione con un ricco corredo cartografico nel quale si mostra come l'attuale territorio dell'Alto Adige fosse allora abitato in assoluta prevalenza da popolazioni di lingua tedesca. Il Battisti rivendica l'italianità solo del territorio tirolese, a sud della stretta di Salorno e corrispondente in gran parte all'attuale Trentino. Analoghe rivendicazioni il Battisti sosteneva anche per il Friuli orientale, comprensivo così della valle dell'Isonzo e quindi delle città di Gorizia e Gradisca, per Trieste, l'Istria e la Dalmazia, rilevando in un opuscolo pubblicato a Torino nel dicembre 1914, che firma quale deputato di Trento, come, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia (1866), "più volte sorse negli abitatori di questa terra la speranza che la buona stella d'Italia li proteggesse e li facesse partecipi della famiglia italiana". Inoltre, nel descrivere la situazione della sua regione, egli mette in evidenza quella che definisce “l’azione pangermanista" esercitata dall'Austria nei riguardi del Trentino la cui popolazione è mantenuta in una stretta sudditanza sociale, economica e culturale con il malcelato intento di "germanizzare il Trentino e di portare il confine linguistico là dove oggi è il confine politico austro-italiano" (Fig. 1). Nell'agosto 1914, il Battisti lascia il Trentino e per nove mesi viaggia per tutta l'Italia tenendo comizi, conferenze e incontri allo scopo di sollecitare la partecipazione del Paese al conflitto che sta già dilaniando l'Europa. La storia di questi mesi è raccontata dalla moglie, Ernesta Bittanti, in un documentato volume pubblicato da Treves nel 1938.

Dopo il fallimento delle trattative tra Italia e Austria, a conflitto già iniziato, perché il nostro Paese accettasse la cessione del Trentino in cambio della sua neutralità, numerose furono le voci autorevoli che auspicavano un deciso intervento del Paese a fianco dell'Intesa anglo-franco-russa: anche di esponenti della cultura e della scienza come i docenti universitari di diverse discipline. Tra loro si distinsero geografi e naturalisti come Carlo Errera e Mario Baratta.

Carlo Errera, professore all'Università di Bologna, nell'ambito di una Associazione Nazionale fra i Professori Universitari, illustrando quelli che dovevano considerarsi I diritti d'Italia sulle Alpi e sull'Adriatico, sosteneva (p. 43) che "nessun altro limite può assegnarsi all'Italia fuorché nelle Alpi, nessun'altra linea nelle Alpi [può] dirsi confine naturale d'Italia fuorché quella segnata dal divorzio delle acque nostre dai fiumi correnti agli altri mari d'Europa". E più avanti (p. 58) precisava come fosse "fuor da ogni confutazione di servitù assoluta in cui l'Italia si trova nell'Adriatico finché uno stato ostile sia padrone della costa orientale". Si tratta, come è chiaro, di concezioni, anche a quei tempi, più che superate, che vedono in uno stato contiguo o diviso da un tratto di mare, un potenziale nemico contro il quale erigere una inespugnabile e insuperabile barriera. E’ chiara l'impossibilità di applicare questo principio all'articolazione geopolitica europea e mondiale. Infatti gli elementi topografico-morfologicì di una regione fisica, quale è appunto il sistema orografico alpino, vanno distinti dagli aspetti del suo popolamento storico e culturale. Il Canton Ticino, ad esempio, se storicamente e culturalmente è terra elvetica, fisicamente non si può negare che faccia parte della regione fisica italiana, come anche la piccola Repubblica di San Marino. La storia stessa dell'umanità ci insegna che, per via di vicende spesso molto complesse, non è sempre possibile realizzare una completa coincidenza tra aree linguistiche ed aree geografiche.

Altro aspetto da non sottovalutare è anche la difficoltà di tracciare con precisione i limiti di una regione naturale, a meno che essa non abbia caratteri insulari. Ma anche questa eventualità è smentita da situazioni concrete come quelle dell'Irlanda, di Cipro, di Haiti. Per quanto riguarda le Alpi orientali in effetti il  loro rilievo rilievo tende ad attenuarsi a mano a mano che si procede verso sud est in direzione della catene dinariche il che rende spesso molto arbitrario ogni tentativo di fissare precise delimitazioni.

Da parte sua, nel corso di una serie di conferenze tenute nel 1916 presso la Società Geografica Italiana, il geofisico Mario Baratta illustrò le ragioni geografiche della nostra guerra, in cui propugnava l'estensione della sovranità italiana fino allo spartiacque alpino.


Lamberto Laureti Università di Pavia