martedì 27 aprile 2021

La smobilitazione dell’Esercito Italiano nel primo dopoguerra

 



La questione della smobilitazione dell’Esercito Italiano nel primo dopoguerra fu avvertita dalle autorità politiche e militari sin dal momento della conclusione del conflitto. A indurre verso una rapida smobilitazione c’erano ragioni essenzialmente economiche. Il governo italiano, infatti, era entrato in guerra contando sulla rapidità del conflitto, ben consapevole della scarsa sostenibilità finanziaria di uno sforzo bellico di lunga durata per un paese non ancora completamente industrializzato. L’andamento della guerra rivelò ben presto che le operazioni militari non sarebbero terminate nel breve periodo, determinando una continua e pressante richiesta di aiuti finanziari nei confronti, soprattutto, di Inghilterra e Stati Uniti. Il forte indebitamento italiano, determinato dalla richiesta di tali aiuti finanziari, spiega la motivazione primaria che indusse il ministero del Tesoro a richiedere una pronta smobilitazione sin dalle giornate del novembre 1918.

Tale richiesta fu affrontata, oltre che dal Governo, dal Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Armando Diaz, e dal ministro della Guerra, Vittorio Italico Zupelli, che procedettero al congedamento delle classi più anziane (1874-75-76) ordinato già in data 5 novembre; si trattava, peraltro, di classi la cui consistenza in uomini alle armi era relativamente limitata e il cui impiego prevalente era nel paese. Gli orientamenti erano di proseguire i congedamenti della truppa per classi fino a un ritorno a una situazione d’anteguerra, da conseguirsi gradatamente in relazione alle molteplici esigenze del momento, spesso in contrasto fra loro. Tant’è che entro novembre-dicembre 1918 furono congedati circa 1.400.000 uomini, ossia 1/3 della forza mobilitata fino a pochi mesi prima. A partire da gennaio 1919, però, cominciarono ad emergere altre problematiche che rallentarono il processo di smobilitazione. Infatti, il desiderio di venire incontro alle aspirazioni del Tesoro per una rapida contrazione delle spese e a quelle degli individui per un ritorno alle proprie case trovò un freno sia nelle incertezze della situazione internazionale sia nel timore del Governo di creare una forte disoccupazione, particolarmente nei centri industriali, nei quali questa sarebbe stata innescata anche dall’arresto delle produzioni belliche. Disoccupazione difficile da affrontare vista l’impossibilità di realizzare la necessaria assistenza materiale per i reduci.

È chiaro, però, che la smobilitazione fin lì attuata avrebbe considerevolmente ridotto le capacità operative dell’Esercito Italiano, se non si fosse riorganizzato prontamente. In tal modo, fu avviato il previsto scioglimento di comandi e unità esuberanti, rinsanguando così le unità rimaste in vita. Per quanto si riferisce alle brigate di fanteria, allora pedine fondamentali dell’Esercito mobilitato, il 13 gennaio 1919 fu annunciato lo scioglimento di 19 brigate, che avrebbe dovuto permettere di tenere a numero – per quanto possibile – le restanti destinate per il momento a sopravvivere.

La smobilitazione dell’Esercito mobilitato, ovviamente, pose dei problemi anche per quanto concerne gli ufficiali, in particolare quelli di grado superiore, da colonnello a generale di corpo d’armata, che sovrabbondavano considerevolmente. I primi congedamenti, limitati ai nati anteriormente all’anno 1874, erano disposti il 14 dicembre 1918 a partire dal 22 del mese (circ. 2470); tuttavia, entro la prima metà di gennaio 1919 i congedamenti furono limitati solo fino alla classe 1876. Se ancor oggi è difficile dare conto del numero degli ufficiali congedati in quella prima fase, date le contraddizioni esistenti tra i vari documenti, si può evidenziare come alla data del 10 gennaio 1919 erano stati posti in congedo gli ufficiali delle sole classi anteriori al 1876 la cui consistenza totale era di 6411. Peraltro, di essi ne risultavano effettivamente congedati solo 5400, oltre a 3000 ufficiali di classi più giovani che erano stati posti in congedo perché appartenenti

a particolari categorie.

Sintetizzando, è opportuno mettere in evidenza che la prima fase della smobilitazione portò a un rapido ridimensionamento dell’Esercito mobilitato, quanto lo consentirono le potenzialità del sistema dei trasporti, inizialmente senza remore di carattere politico. A tale rapidità, tuttavia, non corrispose, in egual misura, l’organizzazione della componente burocratica e logistica e un’adeguata assistenza a favore dei militari di truppa, congedati nel momento critico del rientro nella vita civile. Successivamente, la smobilitazione procedette a rilento, non solo a causa dell’oggettiva complessità dell’operazione, ma per considerazioni di carattere politico, attinenti al contesto interno e a quello internazionale. Nel primo caso si voleva evitare che le masse di reduci smobilitati potessero cadere preda della propaganda e dell’attività del Partito socialista italiano che aveva assunto una posizione fortemente contestativa della guerra e ispirata all’esempio di quello che era avvenuto nella Russia zarista. Sono quelli, infatti, i mesi caratterizzati dal cosiddetto “Biennio Rosso” che, prescindendo dal carattere spontaneo o meno della sua organizzazione, diede vita a una serie di scioperi, occupazioni delle terre e delle fabbriche che fece vivere il timore di una possibile rivoluzione di stampo socialista. Nel secondo caso, le crescenti tensioni tra gli alleati che si vennero a dipanare alla Conferenza di pace e che portarono a una forte frizione nel mese di giugno, fecero sì che si mantenesse in piedi l’Esercito mobilitato per far fronte ad eventuali operazioni di carattere militare. Certo è che la successiva occupazione di Fiume del settembre 1919, oltre ad aumentare la tensione tra l’Italia e gli (ex) alleati favorì una riflessione sulla politicizzazione dell’Esercito Italiano. Non è un caso che di lì a qualche mese, nel novembre 1919, dopo un intenso scambio di corrispondenza tra Comando supremo, ministro della Guerra e Governo avvenuto durante l’anno, si arrivò a formulare la prima delle tante riforme dell’Esercito Italiano che furono studiate nel dopoguerra: l’ordinamento Albricci, dal nome del ministro della Guerra dell’epoca.

L’esercito era strutturato su 15 corpi d’armata di due divisioni, ciascuna delle quali su quattro reggimenti di fanteria e uno di artiglieria. Erano costituiti, inoltre, un Gruppo Corazzato, il Corpo Aeronautico, il Corpo Automobilistico e il Corpo del treno militare. In totale 210.000 uomini. La ferma di leva era di 12 mesi riducibili a 8.

Incisive furono le modifiche dei vertici: il Corpo di Stato Maggiore cambiò nome in Servizio di Stato Maggiore, al cui vertice rimaneva un Capo di Stato Maggiore il cui operato era supervisionato dalla nuova figura dell’Ispettore dell’Esercito, affidata al generale Armando Diaz, incaricato di presiedere il neonato Consiglio dell’Esercito, composto da tutti i generali d’armata e destinato a decidere delle questioni più rilevanti da sottoporre all’approvazione del ministro.

A parte la macchinosa struttura di vertice, l’ordinamento Albricci non era un cattivo risultato, ma aveva il difetto di conservare 30 divisioni, molte di più di quante il bilancio potesse sopportarne. Sicché Nitti chiese al nuovo ministro della Guerra Ivanoe Bonomi, entrato nel rimpasto del suo III Ministero nel marzo del 1920, di predisporre un nuovo ordinamento. Questo ordinamento fu realizzato nel corso dell’aprile, quando ormai le sorti del Governo Nitti erano segnate e si profilava il ritorno al potere di Giovanni Giolitti. Il nuovo Governo Giolitti confermò nella carica di ministro della Guerra Ivanoe Bonomi. La struttura organica dell’esercito, prevista nell’aprile 1920, si articolava in 10 corpi d’armata da tre divisioni, e riducendo a quadro, ovvero ai soli ufficiali e sott’ufficiali, il terzo battaglione dei reggimenti. La leva fu ridotta a 8 mesi, restringibili a 3 in casi eccezionali, mentre il corpo ufficiali, fissato in 18.880 unità, fu drasticamente tagliato di 3.900 posti, i cui titolari furono mandati in pensione anticipata. L’esercito risultava ridotto a 175.000 unità. Il Capo di Stato Maggiore era quasi esautorato: gli venivano sottratte la preparazione dei piani operativi, affidata al Consiglio dell’Esercito, e il comando delle operazioni in guerra, affidato all’Ispettore dell’Esercito, col che la carica era svuotata quasi di ogni potere. Unico provvedimento popolare fu sottratta all’esercito e conferita ai carabinieri, il cui organico fu notevolmente ampliato, la tutela dell’ordine pubblico. Le contrarietà suscitate dall’ordinamento Bonomi furono tali che il nuovo Governo, guidato ora da Bonomi, decise un’ulteriore riforma affidata nel luglio 1921 al ministro Luigi Gasparotto. Il nuovo ordinamento manteneva la forza di 175.000 unità, ma rivoluzionava tutto il resto: la ferma era portata a sei mesi, l’esercito era diviso, con concezione abbastanza moderna occorre dire, in due componenti funzionali: un esercito di copertura schierato alle frontiere e composto di 6 divisioni di fanteria, una di cavalleria, una brigata di bersaglieri e una alpina, ed un esercito di mobilitazione di 56 divisioni e 6 brigate alpine articolato in regioni, zone e centri che avrebbero dovuto trasformarsi all’atto della mobilitazione rispettivamente in corpi d’armata, divisioni e reggimenti. Anche l’ordinamento Gasparotto non riuscì a sopravvivere molto, sostituito dall’ordinamento Diaz del gennaio 1923. Ma, a quella data, era iniziata un’altra storia.

 

Andrea Ungari Università Guglielmo Marconi - Roma

lunedì 26 aprile 2021

Pareto e gli inizi del fascismo

 


 Céligny, li 5 gennaio 1922 

Caro signor Aurelio E. Saffi, tosto dopo il corteo fascista a Roma e i conseguenti scioperi, scrissi per la « Ronda » una lunga cronaca… che oggi sarebbe proprio frutto fuori di stagione. Tornerà ad essere opportuna quando si rinnoveranno gli scioperi. Analoga sorte incoglierebbe alla cronaca che ora scrivessi sugli avvenimenti bancari. Occorre trovare altro. Sto maturando il disegno di scrivere lungamente sui presenti problemi detti di ricostruzione dell’Europa, considerati nell’intero quadro storico della guerra. Se il lavoro non è troppo lungo, potrà andare bene per la « Ronda »; altrimenti converrà farne un volume come Trasformazione della democrazia. 

Tra poco spero di potermi decidere. Abbia pazienza con tutti questi dubbi; essi sono la conseguenza dell’indole dei miei studi. Stia certo che tengo sempre presente la « Ronda ». Mi creda affezionatissimo Vilfredo Pareto (Vilfredo Pareto, Lettres et correspondances. Œuvres complètes: Tome XXX, Droz, Genève, 1989, pag. 748) Pareto (1848-1923), che più volte nel suo epistolario si lamenta del cattivo funzionamento della posta italiana, si riferisce verosimilmente al suo articolo su “Il fascismo”, pubblicato sul numero 1 del gennaio 1922 de La Ronda Letteraria mensile (pp. 39-52), rivista fondata nel 1919 e diretta dal poeta, scrittore e giornalista Vincenzo Cardarelli (1887-1959) e dal conte Aurelio Emilio Saffi (1890-1976), “docente nelle scuole governative”, figlio di Giovanni Emilio, secondogenito del patriota che, con Mazzini ed Armellini, fu membro del triumvirato della Repubblica Romana nel 1849: Aurelio Saffi (1819-1890). Il sociologo italiano aveva già èdito da poco tempo altri due libri: Fatti e teorie, Vallecchi, Firenze, 1920 e Trasformazione della democrazia, Corbaccio, Milano, 1921. In seguito pubblicherà vari testi raccolti qualche anno fa da Francesco Ingravalle in Le configurazioni del fascismo (1922-1923), Edizioni di Ar, Padova, 2012. 

Quando Pareto scrive, agli inizi del 1922, ha ancora in mente i fatti del biennio rosso del 1919-20 con l’occupazione delle fabbriche, nonché le turbolenze bancarie di quel periodo. Il suo pensiero politico in proposito diventa facile motivo per un’appropriazione da parte del fascismo, che ne fa un suo anticipatore e sostenitore, come avviene di fatto con Volt (ovvero Vincenzo Fani Ciotti), che lo definisce il Carlo Marx del fascismo (Volt, “Vilfredo Pareto e il fascismo”, «Gerarchia», 10, 26 ottobre 1922, pp. 597-600). Ma in realtà la posizione di Pareto è più cauta: «Il pericolo dell’uso della forza è di scivolare nell’abuso, ovvero di oltrepassare quei limiti entro i quali risulta essere utile» (Vilfredo Pareto, “Lettera a M. Pantaleoni”, 22 maggio 1921, in De Rosa G., a cura di, Lettere a Maffeo Pantaleoni, 1890-1923, Banca Nazionale del Lavoro, Roma, 1960, vol. III, p. 320). 

La prospettiva paretiana è più equilibrata ed immagina un recupero del proletariato attraverso una politica dirigistica, centralizzata, in grado di superare i conflitti e di favorire le tendenze più conciliative. In effetti alcuni scritti successivi di Pareto sviluppano la medesima linea: “Il fascismo giudicato da Vilfredo Pareto”, «Giornale d’Italia», 31 marzo 1922; “Pareto e il fascismo. Intervista di A. Ponzone”, «La Tribuna», 24 aprile 1923; “Parole di conforto”, «Il Secolo», 17 maggio 1923, ora in Busino G., a cura di, Scritti sociologici minori di Vilfredo Pareto, Utet, Torino, 1980, pp. 1180-1183; “Libertà”, «Gerarchia», luglio 1923, pp. 1059-1063, ora in Busino G., a cura di, Scritti sociologici minori di Vilfredo Pareto, Utet, Torino, 1980, pp. 1191-1197; “Pochi punti di un futuro ordinamento costituzionale”, «La vita italiana», settembre-ottobre 1923, pp. 165-169, ora in Busino G., a cura di, Scritti politici di Vilfredo Pareto, Utet, Torino, 1974, vol. II, pp. 796-800. Nondimeno, il 28 dicembre 1922 Benito Mussolini fa sapere che intende nominare Vilfredo Pareto suo rappresentante nella Commissione della Società delle Nazioni per la riduzione degli armamenti. Pareto accetta, ma, appena qualche mese dopo, la sua vita giunge al termine, il 21 agosto del 1923. Roberto Cipriani Gianpiero Goffi – segue a pag. 12 u Bearzot – segue a pag. 11 u Emerito dell’Università Roma Tre

domenica 28 marzo 2021

La Società delle Nazioni: nascita e sviluppo di un sistema di sicurezza collettiva

 


La firma del trattato di Versailles, oltre a chiudere la guerra fra la Germania e le Potenze alleate e associate, segna anche l’atto di nascita della Società delle nazioni (SdN).

Fortemente voluta dal Presidente statunitense Wilson, essa doveva rappresentare il pilastro del nuovo ordine internazionale. Secondo il ‘Patto fondativo’ (‘Convenant’), suo obiettivo era salvaguardare la pace internazionale favorendo il ricorso all’arbitrato, la sicurezza collettiva e il disarmo. Essa si occupava, inoltre, di questioni che andavano dalla regolamentazione di rapporti di lavoro alla protezione dei prigionieri di guerra, alla promozione della cooperazione e all’avvio dei territori ex coloniali all’indipendenza attraverso il sistema dei c.d. ‘mandati’. Essa favorì, infine, la nascita di nuovi organismi ai sensi dell’art. 23 del Convenant; fra questi: l’Organizzazione internazionale del lavoro, l’Organizzazione economica e finanziaria e l’Organizzazione sanitaria della Società delle nazioni, precursore della attuale Organizzazione mondiale della santità.

Fin da subito, le attese furono molte. La centralità degli Stati Uniti nella conferenza della pace e l’importanza attribuita al progetto dal Presidente Wilson furono le sue principali forze. Accettato dagli alleati il 25 gennaio, il progetto della SdN avrebbe portato alla redazione del Patto da parte di una commissione ad hoc presieduta dallo stesso Wilson e comprendente i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Belgio, Cina, Portogallo e Serbia. Il Patto (approvato il 28 aprile) sarebbe poi confluito nei trattati siglati con le Potenze sconfitte. La mancata ratifica del trattato di Versailles da parte degli Stati Uniti (novembre 1919) avrebbe rappresentato una prima battuta d’arresto, sebbene le sue conseguenze non siano da sopravalutare. Se, infatti, il disimpegno di Washington fu uno scacco importante sul piano simbolico e una sconfitta personale per Wilson, esso non arrestò né il processo di istituzionalizzazione della vita internazionale, lo sforzo di dare vita a un credibile sistema di sicurezza collettiva.

Gli anni Venti in particolare sarebbero stati segnati da un’intensa azione nel campo del disarmo. Per Wilson, le clausole imposte alle Potenze sconfitte dovevano essere solo l’anticipo di un processo destinato a coinvolgere anche i vincitori della guerra. Questa idea sarebbe stata ripresa dal suo successore, il repubblicano Warren Harding (in carica: 1921-23), sotto la cui egida si sarebbe svolta, fra il novembre 1921

e il febbraio 1922, la conferenza di Washington che avrebbe portato una prima riduzione delle flotte da guerra degli Stati parte del trattato per la riduzione degli armamenti navali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone). Il tema del disarmo sarebbe stato affrontato anche dalla Società delle nazioni, fra l’altro con la costituzione di una Commissione temporanea mista sugli armamenti (1921-24) e la redazione di varie bozze di trattato (primo fra tutti il trattato di mutua assistenza del 1923), per riaffiorare poi, nella seconda parte del decennio con l’infruttuosa Conferenza mondiale sul disarmo del 1932-37.

Le ragioni della poca efficacia dell’azione societaria sono diverse e si legano da un lato alla farraginosità dei suoi meccanismi, dall’altro alle divergenze esistenti fra i membri. Altro aspetto problematico è il rapporto fra azione collettiva e politiche nazionali, spesso in contrasto l’una con le altre. Da questo punto di vista è significativo che proprio il voto contrario della Gran Bretagna (preoccupata per le ricadute che un voto favorevole avrebbe avuto sulla sicurezza imperiale) blocchi l’approvazione del trattato di mutua assistenza, sostenuto, fra gli altri, da Lord Robert Cecil, già principale fautore della SdN nel gabinetto Lloyd George e influente membro della commissione per la redazione del Convenant. Questo scollamento si sarebbe accentuato negli anni portando, fra l’altro, alla ‘fuga in avanti’ rappresentata dalla firma del patto Briand-Kellogg (27 agosto 1928), ambizioso tentativo di risposta franco-statunitense allo stallo cui erano giunti – a livello societario – i lavori della commissione preparatoria della conferenza sul disarmo.

In questo senso, la freddezza franco-britannica verso la SdN rappresenta forse più del disimpegno statunitense la ragione della sua debolezza. Né Parigi né Londra trovavano, infatti, nell’organizzazione uno strumento adatto al conseguimento dei rispettivi interessi: per la prima, una garanzia ‘forte’ contro un possibile risorgere della minaccia tedesca; per la seconda, un foro di dialogo con Washington per l’esercizio di una sorta di egemonia condivisa. La volontà di entrambe di non ‘legarsi le mani’, subordinando l’autonomia delle politiche nazionali alle necessità della sicurezza collettiva, fa il resto. Si tratta di elementi destinati a emergere soprattutto alla fine degli anni Venti e con più forza nel decennio successivo, di fronte all’incapacità dell’organizzazione di gestire le crisi che punteggiano il periodo (crisi mancese, 1931-32; guerra del Chaco, 1932-35; guerra italo-etiopica, 1935-36) e alle defezioni che, iniziate con quella del Brasile nel 1926, culminano con quelle del Giappone, della Germania e dell’Italia nel 1933-37.

Nei primi anni Venti, tuttavia, predomina ancora la fiducia, che accompagna la crescita del ruolo dell’organizzazione. Ciò emerge con chiarezza nel rapporto che si instaura fra la SdN e gli Stati che non ne fanno parte, come la Germania (che presenta domanda di ammissione nel 1924 ed è ammessa due anni dopo), gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che pur essendo ammessa al Consiglio della Società solo nel settembre 1934 (ne sarebbe stata espulsa cinque anni dopo, in seguito all’invasione della Finlandia), negli anni precedenti collabora attivamente all’attività societaria. È questo anche il periodo in cui la partecipazione di Francia e Gran Bretagna alle attività della SdN è più attiva. La presenza, in Gran Bretagna, di un movimento pacifista e filo-societario tradizionalmente forte concorre in parte a spiegare questo atteggiamento che, tuttavia, riflette anche la necessità sentita da una parte della classe politica di individuare modi alternativi di gestione dei problemi in una fase di rapida trasformazione del sistema degli Stati.

Gianluca Pastori

Università Cattolica, Milano

sabato 20 marzo 2021

Croce dal ministero all’opposizione

 


“Questo filosofo ha molto buon senso”, disse di lui Giovanni Giolitti, famoso per il suo pragmatismo, che gli aveva affidato nel suo quinto, breve e ultimo governo – durato dal giugno 1920 al luglio 1921 – il ministero della Pubblica istruzione, nel clima convulso del primo dopoguerra. Una lode che “suonò gratissima” a Benedetto Croce, il quale, nella sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915, uscita nel 1929, ricambierà l’apprezzamento allo statista piemontese: “Uomo di grande accortezza e di grande sapienza parlamentare…Ma non meno di seria devozione alla patria, di vigoroso sentimento dello Stato…di concetti semplici, o, meglio, ridotti nella sua mente alla loro semplice e sostanziale espressione, la quale vinceva le opposizioni con l’evidenza del buon senso”. Che fra i due ci fosse stata qualche sintonia, al di là delle profonde differenze di indole, formazione e motivazioni, era stato evidente già nell’anno della neutralità italiana (1914-15) che entrambi, da liberali non sonniniani, avrebbero voluto proseguisse. Salvo poi inchinarsi, nel maggio 1915, al senso del dovere comune. Ma ciò non aveva impedito le critiche del filosofo all’uomo politico, di cui non amava la troppa propensione ai compromessi e ai tatticismi parlamentari, soprattutto quando, nell’estate 1917, l’anno di Caporetto, lo ritenne ispiratore occulto dei tumulti popolari di Torino, causati dalla penuria di pane e sfociati in un aperta contestazione, incoraggiata dai socialisti, della partecipazione alla Grande Guerra. La piena comprensione della statura politica di Giolitti da parte di Croce viene fatta risalire dagli storici, in particolare da Giuseppe Galasso, agli anni finali del conflitto. Il quinto governo Giolitti fu un governo di coalizione che comprendeva, oltre ai liberali anche socialisti riformisti come Ivanoe Bonomi e Arturo Labriola e popolari cattolici come Filippo Meda. Il nome del senatore Croce, scriverà il suo fedele discepolo Vittorio Enzo Alfieri nel volumetto Pedagogia crociana (edizioni Morano, Napoli, 1967), era stato suggerito a Giolitti, che “certamente non aveva letto neppure un rigo” dello studioso napoletano, dal deputato liberale Giulio Alessio. Giolitti, al quale premeva l’appoggio dei popolari, si consultò anche con don Luigi Sturzo, ricevendone un ‘nulla osta’ sia pure condizionato. Il Filosofo venne poi convinto ad accettare dalla moglie torinese, Adele Rossi, e già nel corso del primo colloquio, Giolitti lo informò che era atteso dal Re per il giuramento. Croce obiettò di non avere con sé l’abito nero richiesto dall’etichetta di corte, ma il presidente del Consiglio lo rassicurò che Vittorio Emanuele III non avrebbe fatto caso a tali formalità. Nel famoso discorso di Dronero alla vigilia delle elezioni del 1919 (le prime con sistema proporzionale) Giolitti aveva indicato nella scuola, da riorganizzare in ogni ordine e grado, il banco di prova della ricostruzione liberale dopo la prova della guerra, riconoscendo all’istruzione pubblica un alto compito nella formazione dei cittadini. Croce, nei suoi scritti, non si era mai occupato nello specifico di pedagogia, ma avvertiva profondamente l’importanza dell’educazione umana e della maturazione della personalità dei giovani nel rapporto fra la loro anima e quella degli insegnanti. Un procedimento maieutico attraverso il quale il docente avrebbe favorito negli studenti lo sviluppo e il pieno riconoscimento di se stessi (si pensi all’etimologia del verbo educare). Egli nutriva invece, ricambiato, una certa antipatia per il mondo accademico, come ricorderà, non senza ironia, Gaetano Salvemini in occasione del primo discorso di Croce, da ministro, a Montecitorio (6 luglio 1920) e saprà resistere alle richieste di istituire cattedre universitarie di linguistica o di stilistica, che riteneva superflue. Presentandosi alla Camera come “né pessimista né utopista” sulle condizioni e il destino della scuola in Italia, Croce rese però un sincero omaggio agli “insegnanti valorosi e coscienziosi che, quali che siano gli ostacoli dei cattivi ordinamenti, non possono non fare quotidianamente opera efficace di educazione”. Nella sua breve ma densa permanenza alla Minerva (sede, allora del ministero), che coincise fra l’altro con le celebrazioni del sesto centenario della morte di Dante, Croce dovette occuparsi di varie questioni, anche minime, ma riuscì solo a delineare risposte, avvedute, a quelle principali, che saranno poi oggetto, fra elementi di continuità e diversità di concezione dello Stato, della riforma di Giovanni Gentile (1923): la riqualificazione del sistema formativo con l’estensione dell’istruzione obbligatoria, gli esami di Stato, la cui istituzione comportava una certa integrazione delle scuole non statali nel sistema pubblico e il controllo dello svolgimento dei programmi ministeriali, il ritorno dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole elementari di fatto soppresso dal 1888, che però Croce, a differenza di Gentile, pensava facoltativo e affidato, per coerenza, non al maestro ma a sacerdoti. In particolare, il suo disegno di legge sull’esame di Stato, propedeutico all’ammissione dei liceali all’Università, prevedeva la presenza quali commissari di docenti esterni alla scuola. Un altro significativo disegno di legge del ministro, peraltro respinto, fu quello relativo alla riduzione delle classi aggiunte, affidate a supplenti negli istituti superiori. Il compito di Croce venne anche reso difficile, oltre che dalle ristrettezze del bilancio a disposizione, da agitazioni degli studenti universitari, da opposizioni dei docenti e da diversi scioperi del personale ministeriale con autoriduzioni arbitrarie dell’orario di lavoro, alle quali egli reagì con fermezza. Sarà Croce a stendere l’indirizzo di saluto e di ringraziamento dei ministri al presidente Giolitti. La loro avversione al governo di Benito Mussolini non fu immediata, quanto quella di altri, per la verità pochi, liberali, come Amendola, Ruffini, in parte Soleri, o l’intransigente Piero Gobetti, liberale ‘sui generis’. Se nell’atteggiamento crociano di ‘benevola attesa’ si potrebbero ipotizzare ragioni filosofiche, in Giolitti fece premio ancora una volta un certo ‘realismo’: la presa d’atto che per le pregiudiziali poste sul suo nome dai popolari e su un ingresso in coalizione dai socialisti, non era possibile, nell’ottobre 1922, dare vita a un ministero diverso. Ma pure Croce avvertiva preoccupazione per l’instabilità dei governi di fronte ad un’Italia scossa, nel primo dopoguerra, dalle offese ai reduci e dalle violenze degli opposti estremismi, nonché dai tentativi di importare anche in Italia (nel cosiddetto “biennio rosso”) la rivoluzione bolscevica che aveva da poco trionfato in Russia. Croce e Giolitti, come gran parte della classe politica di allora, e come lo stesso Sovrano, credettero che il movimento fascista avrebbe potuto essere più o meno rapidamente assorbito nell’alveo statutario. La ‘svolta’, cioè il passaggio all’opposizione avvenne, per entrambi, solo dopo il delitto Matteotti del 1924. Giolitti scorse, in quello stesso anno, il segnale della dittatura negli interventi censori sulla stampa, prodromo della legge illiberale del 31 dicembre 1925. Croce supererà ogni ambiguità di fronte al discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925 che avrebbe sancito il passaggio dal governo al regime fascista e, con esso, la definitiva disillusione dei liberali e dei moderati italiani che non vollero esserne complici.

Gianpiero Goffi Giornalista - Cremona