mercoledì 24 gennaio 2018

Nostro padre, soldato nelle due guerra mondiali

 
Nostro padre nasceva verso la fine dell’Ottocento a Torino in una famiglia di salde tradizioni
cattoliche e monarchiche, legata al commercio dattorno al vasto mercato di Porta Palazzo.
Il genitore era stato per qualche anno socio di un Brosio che avrebbe avuto un figlio tra i gradi più alti della diplomazia dopo la seconda guerra mondiale. Il piccolo Domenico non visse i primi anni serenamente, se presto gli moriva la madre, vittima di una di quelle malattie che allora non perdonavano. Un’altra sua sfortuna: faceva parte di quella generazione che avrebbe combattuto la prima guerra mondiale. Tenente di fanteria dopo aver frequentato l’Accademia militare di Modena, fu mandato al fronte a guerra già iniziata e, tra i pochi episodi che ci raccontava di quell’immane tragedia, che a richiamarla alla mente certo Io rattristava, l’arrivo a un campo di battaglia disseminato ovunque di morti.
Vi è da dire che la Provvidenza lo ha più volte salvato se, per quanto presente in tante azioni che avrebbero potuto costargli la vita, ebbe ferite non gravi e poté chiudere, a novembre del 1918, la sua partecipazione al conflitto in discrete condizioni di salute.
Gli anni immediatamente dopo la guerra, funestati in quasi tutte le famiglie dall’epidemia chiamata spagnola, non furono peraltro tranquilli, diviso com’era il paese già prima dell’entrata in guerra tra la maggioranza che non la voleva e l’acceso fanatismo interventista e, finito di sparare al fronte, dagli estremisti di due sponde ferocemente nemici. Il destino volle che, dopo il fallimento anni prima del neutralismo di Giovanni Giolitti, ora i partiti facessero troppo poco per cercare un compromesso politico che assicurasse la salvezza della democrazia parlamentare. Ne conseguì che Benito Mussolini trovasse alla Camera un numero di voti che, con il suo partito, elettoralmente modesto, mai avrebbe raggiunto per incamminarsi sulla strada di un potere che presto violerà i principi dello Statuto Albertino.
Forse i più vivevano nell’illusione che il fascismo, insediatosi al governo e con un consenso in crescita, non avrebbe tardato ad assumere forme meno illiberali, mentre altri, tutto sommato, si convincevano che valesse la pena sopportarlo, se ci garantiva contro il disordine e le violenze di una sinistra più vicina a un modello di tipo sovietico che al riformismo democratico. È così che, alle elezioni del 1924, parecchi non andarono a votare e altri approvarono il nuovo corso, pensando che l’Italia non si sarebbe più allontanata dalle nuove scelte.
Nostro padre lavorava alacremente con il genitore e, nel 1929, si unisce in matrimonio con una ragazza più giovane di oltre 10 anni. Unione felicissima: lei tutta bontà e dolcezza, lui laboriosità e dirittura morale, due creature che noi figli ricorderemo sempre con grandissimo affetto e riconoscenza.
Proprio in quell’anno, il 1929, la crisi economica conduce al calare del benessere di tutti e alla chiusura di un gran numero di aziende. Alla nostra famiglia non resta altro che il negozio nella parte più antica della città, a poco dal Duomo e da Palazzo Reale. Passa un decennio e ci si avvia agli inizi di un altro conflitto mondiale, dopo che i due maggiori dittatori, Hitler e Stalin, trovano un imprevisto criminale accordo sull’occupazione e la spartizione della Polonia, che provoca l’intervento della Francia e del Regno Unito contro la Germania nazionalsocialista e non contro la Russia sovietica, giudicata un ulteriore eccessivo impegno per gli alleati.
Siamo nel 1939 e nel giugno del 1940 l’Italia fascista, nonostante le giuste perplessità della Monarchia e degli alti comandi militari, si schiera a fianco dei tedeschi, che stanno trionfando in Francia.
È convinzione di Mussolini che la guerra presto finirà non appena invaso anche il 
Regm Unito, e che occorra approfittarne in tempo. E così che nostro padre, ora capitano, viene assegnato al fronte italo-francese. Trascorrono i giorni e non abbiamo più sue notizie ma, una sera che nostra madre stava chiudendo il negozio, compaiono sul marciapiede due militari per avvisarci che si trovava ricoverato all’ospedale militare di Torino. Era successo che, dopo aver a lungo camminato, assieme all’attendente, alla ricerca di una pattuglia che tardava a rientrare, i francesi avevano sparato, uccidendo il soldato e ferendo lui al fianco e a una gamba. Il giorno dopo abbiamo potuto fargli visita e sapere che non era più in pericolo, dopo che i francesi, in un loro ospedale, Io avevano subito operato e salvato.
Adesso nostro padre, invalido di guerra, rinunciato al negozio, si sarebbe trovato un impiego vicino a casa, dove lavorerà fino all’età della pensione. In questo modo, seppur sofferente per le lesioni subite, tornava in famiglia salvandosi dalle tristissime e tragiche vicende che altrimenti, dopo la Grecia con i tanti decessi subiti dal suo reggimento, compreso quello del colonnello che lo comandava, sarebbe finito in Jugoslavia e chissà dove e con quali conseguenze.
Grazie alla decisione del Re, nel luglio 1943, di deporre Mussolini e liquidare il fascismo, l’Italia legittima raggiungeva un armistizio con gli alleati, che le avrebbe risparmiato, nonostante l’occupazione tedesca di buona parte del nostro territorio, assai più vittime e più gravi rovine.
Cessata la guerra verso la metà del 1945 e ritornata la pace, gli anni seguenti sono trascorsi relativamente tranquilli e di tutto dobbiamo un grazie di gran cuore alla Provvidenza e, nello specifico, ai soldati e al personale medico che soccorsero e curarono nostro padre e, malgrado ancora nemici, lo fecero con grande umanità e un alto senso di responsabilità.
Vincenzo Pich

Unione Associazioni Piemontesi ne! Mondo. Torino

Nessun commento:

Posta un commento